chiedimi se sono felice

C’è insoddisfazione attorno, non è solo mia, è un diffuso senso di ricerca di qualcosa che a volte non s’afferra, magari s’identifica con qualcuno che non corrisponde abbastanza oppure, semplicemente, è qualcosa che non accade. 

Sembra d’essere in una nube che è la somma di tanti desideri collettivi insoddisfatti, ed è anche qualcosa di più profondo che allontana gli uni dagli altri e non fa vedere  la possibilità di essere più forti assieme.

Eppure mai come in questi anni opportunità e risorse sono disponibili, solo che sono divise in modo pessimo, tanto che sembra di essere poveri in modo più assoluto e cresce l’insicurezza  cosicché il nemico diviene l’altro povero.  Il futuro si restringe per i poveri, i ricchi, i potenti, viaggiano con altre regole, non gli importa o forse neppure s’accorgono dell’ingiustizia e dell’insoddisfazione. Per loro il presente e il futuro non è un problema.

Il problema di questa bolla di malcontento  è verso il basso, effetto forse della competizione esasperata che non punta solo a massimizzare la produzione e l’utile ma invade la sfera dei sentimenti,chiede di più, di essere adeguati prima quasi di essere assieme.

Persone mi raccontano i desideri sollevati dal quotidiano, dai sentimenti frustrati, persone che tentano infinite volte fino a sfiancarsi, per trovare un equilibrio che le faccia star bene e al tempo stesso che assicuri che ci sarà una risposta definitiva a ciò che gli pare sia necessario. Non analizzano ciò che li rende precari, il bisogno e il dolore dell’assenza sono spesso troppo grande per non fare parte di meccanismi competitivi.   Così confondono la coazione a ripetere con la speranza che facendo le stesse cose muti il risultato. Non accade mai.

Questa è la follia che passa da una condizione di insofferenza ad una ulteriore e altra insoddisfazione attraverso un percorso che sembrava di liberazione, ma era lo stesso provato altre volte e fallito. Solo che senza analisi profonda della propria condizione non si intuiscono altre vie e si ripete sempre con modalità apparentemente diverse lo stesso percorso.

Non credo sarà mai possibile liberarsi di ogni insoddisfazione  ma di proposito non userò il verbo accontentarsi, perché nell’accontentarsi ci si arrende e non si mutano le esistenze, le cose restano apparentemente in moto mentre si attende che il caso o gli altri lo facciano per noi.

È necessario riconoscere la propria infelicità per creare i presupposti di una felicità possibile. Non  lo vedete il ripiegarsi, il cercare alternative e succedanei, non sentite che il mondo dei rapporti anziché liberarsi semplicemente diventa anonimo e s’incattivisce?

Riconoscere di non essere compiuti, forti, performanti e di aver bisogno degli altri per vedersi. Come sono visto? Cosa c’è di me che metto in secondo piano eppure sono io ?

Le iinsoddisfazioni fanno parte della vita ma non ne sono la costante,  se ciò che viene da altri ci è insufficiente è di per sé fonte di insoddisfazione, chiediamoci se anche noi non creiamo le condizioni per non darci quello di cui abbiamo bisogno. È del rapporto con chi sentiamo vicino che abbiamo bisogno e se esso si nega, semplicemente non ci è vicino.

Sembra tutto molto difficile, abbiamo molti condizionamenti attorno per poter essere liberi del tutto, ma è quello il terreno su cui lavorare ovvero non mettersi nell’insoddisfazione per reticenza, compiacenza, riduzione di sé.
Le intenzioni possono  essere buone ma non è essendo diversi da ciò che siamo che la felicità ci acchiappa. 

Per cui la domanda che dovresti farmi è: sei felice ?

lampioni e imbecilli

Le luci dei lampioni non sono sempre le stesse. A volte più gialle o bianche, sfrangiate al terreno, oppure spezzettate e riflesse dalla pioggia, qualche volta soffuse dalla nebbia; di rado davvero nette. Per questo bisogna attendere che la notte sia davvero fonda e si spengano gli altri laterali chiarori, per cui nel loro momento migliore sono solitarie e riservate a ben pochi occhi. Questo dovrà pur significare qualcosa. 

Comunque non pochi disattenti e scenografici Comuni, usano anche, oggi, mandare luce diretta verso l’altro e si beano di questo riflesso da pulviscolo e da nubi verso il basso che crea atmosfere ovattate e rende impossibile trovare le chiavi se cadono per terra. Possiamo maltrattare chi preferisce il romanticismo degli amanti?  Di certo no, e comunque esse siano, le luci dei lampioni, s’accendono dappertutto, più o meno alla stessa ora e si spengono, quasi sempre, con gli stessi orari. A volte restano accese anche di giorno, e allora sembrano assurde vestigia della notte e un poco offensive, nel loro spreco. Inutili insomma. Esattamente come gli imbecilli. Non voglio dire nulla all’Amministrazione municipale, ma potrebbe gestire meglio gli interruttori crepuscolari e così spargere il rispetto delle cose comuni facendo sapere che sono davvero di tutti. Ma le cose hanno un significato se noi lo attribuiamo loro oppure non ne hanno: esistono e basta.

Appunto, come gli imbecilli, che hanno sempre posizioni nette, magari per poco tempo ma quanto basta per far perdere il senso delle cose, che non servono dove sono collocati e si accendono indipendentemente dalla volontà di chi passa. Sparano sentenze verso l’alto pensando che possano illuminare il mondo, descrivono con nettezza ciò che non serve a nessuno. Magari possono avere qualità aggiunte, aggettivi per renderli precisi, essere vanagloriosi, arroganti, incapaci, atoni, ecc. ecc. Ma di sicuro non ho mai incontrato un imbecille profondo, come non ho mai visto un lampione che oltre a svolgere il suo lavoro non si perdesse nella sua inutilità per gran parte del tempo in cui resta acceso. Era l’esempio della luce e della sicurezza anche quando non c’era davvero nessuno che potesse trarne conforto. Volendo ci sarebbero interruttori volumetrici che renderebbero intelligente il lampione, variatori di luminosità che lo renderebbero efficace, ma si ritengono non necessari, troppo sofisticati, inutili all’uso banale che ad esso è deputato. E’ così anche per gli imbecilli, sono utili all’uso deputato, non devono eccedere o migliorare, devono semplicemente contrassegnare le ore meno luminose delle nostre vite e poi essere arredi del territorio. Nulla di più di ciò che viene loro chiesto d’essere. Esattamente come i lampioni che ci permettono di vedere e di capire, ma non hanno la capacità né di leggere né di imparare. Ma la differenza è che i lampioni quasi sempre  si accendono o si spengono secondo regole precise, mentre gli imbecilli sono sempre accesi e non si guastano mai.

 

 

s’allarga mentre fluisce e finisce

Un fluire che porta via la vita, è sangue, esce per una violenza. Non è una macchia, neppure una pozza, è un piccolo lago di vita in cui essa annega. Imbeve lenzuola, ricopre asfalto, colora l’acqua ma non è mai cosa. Prima portava vita, generava pensieri, sentimenti, era futuro e presente assieme, scorreva e toccava ogni minimo equilibrio di quel sistema incredibile che è un corpo vivo, pensante, amante.

Mancano i vocaboli giusti per le morti violente delle donne, hanno motivazioni che non sono motivi. Pretesti, insufficienze, errori di valutazione d’amore ma non dell’assassinio. Uomini che uccidono le donne. sono più frequenti di quanto si pensi e si racconti perché molti omicidi avvengono in testa, nelle quotidianità, nella gelosia, nell’impotenza che diventa violenza. Omicidi raccontati, mostrati nelle serie televisive, nei film. Le donne sono un tema forte perché suscita sentimenti, ma la riflessione si ferma nell’atto. Chi racconta il dolore che accompagna l’estinguersi della vita, l’incredulità, la consapevolezza che sta finendo? Nessuno e non è giusto. Non c’è mai un racconto della fine, di quando c’è ancora la coscienza mentre la vita se ne va. Si racconta il dopo, si usano parole come raccapriccio, vittima, efferato, oppure si punta sulle avvisaglie che nessuno ha voluto vedere, si indaga sulla personalità dell’assassino, mai emerge il motivo vero, ma una ragione complessiva: la gelosia, il rapporto “malato” di un amore possessivo, dove le parole sono sporcate nel diventare scusa. E la scusa non c’è mai.

Si descrive il fatto per similitudine, si usano schemi interpretativi che riconducano alla dinamica dell’evento, si usano parole che potrebbero essere usate in contesti differenti e non tragici, mancano le parole assolute dell’orrore e così scompare la vittima, la morte stessa diventa un fatto processuale, non un evento assoluto. Scompaiono le botte, il ricatto psicologico patito, la costrizione, ciò che c’era prima e questo assieme a ciò che avviene durante l’omicidio, il fluire del sangue e l’abbandono della vita viene rimosso, espunto perché il racconto della violenza o è rigettato o è fonte di una giustificazione. Sembra necessario a chi osserva, a chi è vivo, che il male sia inserito nella normalità: può accadere e quindi fa parte dell’universo in cui viviamo.

Non è così perché non vi è necessità del male. C’è stata una deviazione nel possedere, quando è accaduto? Diventa un’altra parola deviata, che non tiene conto della volontà: perché non voleva più? Perché un amore era finito, e ci sono state ragioni ma una in particolare riguarda i sentimenti che finiscono o si rinnovano sennò sono crisalidi vuote, convenienze.  Ma nella gamma del sentirsi amati e di amare, il rifiuto non viene insegnato e così non viene ammesso. Sembra che tutto sia naturale nell’amore, nello stare assieme, non è così perché la condizione del progetto iniziale muta, perché c’è un mondo che si muove fuori casa, perché si fanno errori e si fanno cose giuste. Insegnare l’evolvere dei sentimenti non ci pensa nessuno. Ma questa non è una scusa, quante cose non ci vengono insegnate e le portiamo dentro perché sono giuste. Resta quel sangue che fluisce, s’allarga e spegne, toglie una possibilità infinita di amore e di umanità, diventa cronaca ma non è così, una vita che cessa per violenza è sempre oltre la cronaca è una privazione che riguarda chi aveva diritto di sognare, respirare, sorridere, piangere, vivere. 

 

la recensione

Attendevo la recensione di un libro che non era mio. Cercavo sugli inserti culturali, nella spalla delle pagine interne. Niente. Il libro l’avevo letto, a tratti mi era piaciuto, non un capolavoro, certamente una fatica non da poco, alla fine mi era sembrato un esercizio e un bisogno di una persona che ha necessità di scrivere. Lo capivo bene, ho la stessa necessità, solo che lui ci riusciva molto meglio. Se pensate a una forma di invidia, vi sbagliate perché non erano quelle le cose che avrei voluto scrivere. Non quelle trame, non quei dialoghi, neppure le descrizioni mi andavano bene, non era quello il mio modello. Mi piacevano le storie che si aprivano con leggerezza e nei sottintesi tenevano altre storie cosicché il libro ti restava in testa, tornava, si riapriva in quella frase e si riconnetteva a qualcosa che sentivi o avevi letto altrove. Una storia sopra un fiume, come un pattinare sul ghiaccio guardati dai pesci. E la recensione non usciva, forse l’editore non aveva gli agganci giusti. Avete mai pensato a quanti libri arrivano nelle redazioni culturali, a come si legge un libro da recensire, a quali pressioni più o meno subdole deve sottostare un lettore di professione che può fare vuotare un magazzino o mandare al macero scatole di libri mai aperti. Almeno un tempo c’erano i remainders, adesso neppure la carta valeva il suo peso. Comunque la recensione non arrivava e mi chiedevo se attendevo una stroncatura o una moderata celebrazione, se nelle parole altrui avrei letto le mie oppure avrei visto ciò che non avevo notato o capito.
Man mano il tempo dalla pubblicazione si allontanava, perdevo le speranze e un po’ mi spiaceva, come mi spiace non avere chi legge ciò che scrivo, pensavo all’autore che magari se ne fregava perchè scriveva altro o forse ci meditava sopra. Si scrive per necessità e per essere letti e chi pubblica,per essere comprato, letto, recensito, se mancava qualcuna di queste azioni non restava nulla e chi scrive lo sa che non resterà nulla m ci speravo sempre. Una mancata recensione era solo il segno di un libro di troppo. E questo mi spiaceva, perché le fatiche dovrebbero essere gratuite e limitate, anche nello scrivere, ma non  è così. Forse per questo continuiamo a scrivere e ad attendere recensioni che è un po’ come attendere un gesto di amore che quando non arriva a tempo lascia un vuoto. Un piccolo vortice che risucchia sotto, dove forse non si respira.

senza vergogna

Un paese senza vergogna. Lo fu a guerra voluta e perduta, lo fu nell’applaudire le leggi liberticide, poi nelle leggi razziali. Lo fu ridendo delle censure e applaudendo il potente locale o supremo. Lo fu quando sparivano gli amici e i conoscenti e veniva negata amicizia e conoscenza. La lotta partigiana, il no di Cefalonia e della divisione Acqui, le divisioni che combatterono accanto agli inglesi e americani per rifare l’Italia, furono il sussulto dell’onore, la riconquista delle libertà di pensiero prima che di azione. Poi pian piano è tornato il paese sonnolento, connivente e normale. Non è un giudizio morale ma la percezione che la società italiana abbia nuovamente dismesso degli argini, tolto delle virtù civili e sostituite con quello che esisteva anche prima, ovvero l’essere sempre con chi vince, glorificare il furbo, portare col sorriso il sottile disprezzo delle regole comuni.
Questo ha prodotto la classe politica che ci governa e non solo da ora. Ma quando leggo i sondaggi che danno la lega oltre il 32% e dilagante nel centro sud, mi chiedo dove sia la vergogna di chi è stato vilipeso ripetutamente in questi anni, dove sia la sua dignità se cerca il consenso di chi lo considera ancora cittadino di seconda serie.
I voltagabbana sono una realtà ma nelle famiglie un tempo si insegnava l’onore, si rispettavano le persone, si pagavano i debiti perché era un disonore non onorarli. Si teneva al proprio buon nome che nasceva dalle scelte e dalla coerenza.. L’ospitalità era un modo per sancire la propria presenza sociale, il poter dare misura di sé. L’uso del  potere almeno esteriormente rispettoso della legge, oggi ministri si danno vanto di non onorare leggi dello stato e ne ricevono plauso. Si gloriano di conservare nel potere, sottosegretari condannati in giudicato per bancarotta. E crescono nei consensi.

Per questo penso che si siano abbattuti gli argini e la vergogna dilaghi, non più sentita come tale, non più considerata una consapevolezza che abbassa lo sguardo e arrossa il viso.

voglia di andare a Trieste

A Trieste ci sono strade che partono in piano, hanno quell’aria di chi è distratto e bighellona seguendo un pensiero tutto suo,  quasi non ti riconosce tant’è assorto,  e se lo saluti, il tuo saluto si perde in un cenno e un mezzo sorriso. Si ferma e sembra non sappia cosa dire, salvo poi raccontarti di qualcosa che è accaduto. Forse eravamo assieme, ti dice, ma non ricorda. E prosegue, poi si ferma e ti saluta in fretta lasciandoti in mezzo alla sensazione di non aver capito nulla o quasi e se non l’avessi salutato, ti dici, sarebbe stato meglio. Intanto la strada non è più in piano, s’inerpica sempre più ritta e stretta e ti pare che sia quella giusta, ma non ne sei sicuro. Insomma sei ansante, in un mare di perplessità e sai che Prosek sta sopra di te, mentre dietro hai il mare. E lo guardi quel mare, ogni tanto, perché devi fermarti a prendere fiato, è un arco che sembra inghiottire acqua, che si beve tutto l’Adriatico, e il sole lo illumina radente da Duino a Muggia, e tu ti fermeresti a guardare, magari bere un bianco fresco con un po’ di formaggio e l’uovo sodo e il pane da sbocconcellare seduto a un tavolo tondo col piano d’alluminio, ma non c’è nulla di tutto questo, solo la salita, il sole, il mare e il monte. E tu ti chiedi dell’incontro di prima, ma soprattutto che ci fai da solo in questa salita che non finisce e bisognerebbe essere in due. Bisognerebbe non aver nulla da fare, non bisognerebbe pensare ed essere già arrivati perché è vero che il viaggio è il cammino ma tu qui ci sei venuto apposta e se nessuno ti aspetta ci sono i ricordi che ti accompagnano ma se invece c’è qualcuno in attesa, allora devi cancellare tutto: le sensazioni, quello che è stato e soprattutto quello che si è dissolto prima di essere. Per questo vai avanti e vorresti fermarti, metti da parte un desiderio, lo confondi in un tramonto che forse c’è stato, oppure no e non importa. E il passo si aggiunge al passo, finché arrivi a un piano e non c’è nulla ancora, nulla che assomigli a ciò che dovrebbe esserci, sarà un po’ oltre, sarà oltre la funicolare, sarà nel bar della piazza, ciò che è certo è che non sei, non sei nel posto giusto. Eppure è questo il posto giusto, dove sei è il posto giusto, avevi voglia di tornare a Trieste.

auguri e anche no

Oggi la cristianità è parata a lutto. È il tempo in cui la speranza è scemata e si è conclusa la predicazione di un mondo diverso con la morte del Cristo. È il giorno in cui un corpo è stato consegnato alla morte, un messaggio è stato apparentemente sconfitto. Pensate al Cristo morto, poi chi crede in Lui ne vedrà la resurrezione, altri si soffermeranno sul messaggio e sull’uomo, altri ancora faranno esercizio di furbizia e si terranno quella fede che serve perché non si sa mai. Non appartenendo a queste categorie mi colloco nella quarta ovvero in quella che non è indifferente all’ingiustizia, al prevalere dell’uomo sull’uomo, alla privazione della libertà, alla negazione dell’evidente vantaggio che chi più ha consegue nei confronti del povero. Il Cristo è morto, ma la parola prosegue il suo corso, pone domande che non possono essere eluse sulla giustizia, mostra l”evidenza dell’esistenza del male. Ovvero della privazione del benessere per alcuni, che poi sono maggioranza. Un morto non muore mai davvero se ciò che ha rappresentato è un punto di riferimento, un modo di vedere la realtà. Muore il corpo ma non ciò che esso ancora è.
In questi giorni ci si augurano cose indeterminate, bisognerebbe capire cosa vorremmo accadesse. Mi soffermo su questa dimensione dell’augurio: di sicuro vorremo che a chi ci è caro, noi compresi, accadessero eventi di normale benessere, che esso fosse un modo per stare bene nel profondo. Agli altri, con la gradualità che i sentimenti introducono, vorremmo fossero felici di essere dove e con chi sono. Qui gli auguri si rarefanno, diventano distanza, indifferenza. Possono rovesciarsi nel loro contrario ovvero diventare ostilità. Non si augura il bene a chi pratica il male, a chi usala religione come schermo per conculcare le speranze di altri uomini. Non si augura il bene a chi giura sulla testa dei figli perché quei figli diventiamo tutti noi e non vogliamo avvalorare ciò che non condividiamo. Per questo augurare non c’è spazio se non nella speranza che chi usa gli altri a fini propri, chi invoca un messaggio che va oltre l’uomo per giustificare ciò che fa, si ravveda. Per chi non crede, il Cristo è morto ma il suo messaggio resta, per chi usa il Cristo contro l’uomo è morto il Cristo e ciò che ha portato come messaggio.
Un tempo la distinzione la facevano i vescovi, era anatema ciò che usava il Cristo contro l’uomo, veniva detto il nome e ciò che era esecrabile, una candela accesa nelle mani di ciascun partecipante veniva rovesciata e spenta, oggi è tutto relativo, ma non il male e ciò che lo permette o perpetra.
Non mi resta che l’augurio per voi che credete che ci sia giustizia, che la felicità non sia un caso, che il bene è possibile, di giorni che siano come li desiderate e vi assomiglino. Di voi c’è bisogno nel mondo e della vostra ricerca della felicità.

ci sarebbe bisogno di silenzio

C’è il vociare, lo scambio dei motti di spirito, le risate che si mescolano al pane intinto nelle pietanze. Le dita usate al posto delle forchette e dei cucchiai, poi leccate per non perdere il gusto sapido dell’arrosto. Tutti in un tavolo unico, forse, o in più tavoli, comunque è una cena tra chi vuole festeggiare assieme e quindi si conosce. I gesti usuali dettati dal cibo e dalla compagnia, le parole con i ricordi recenti, magari qualcuno più antico. La meraviglia di ciò che è accaduto da poco o più in là nel tempo. Ogni volta che si è assieme emerge il presente e il ricordo e fa parte della consuetudine anche il chiedersi quale sarà il prossimo prodigio. Ci si abitua persino alla meraviglia e alle parole, sempre dense di ulteriore significato.  Bisogna pensare e ciascuno capisce a suo modo. Qualcuno chiede spiegazioni, altri mutano la prima opinione, infine resta l’idea di qualcosa di importante che si capirà appieno un po’ per volta e intanto deve scendere e restare nel profondo.

Immaginiamo la sala con le tende che si gonfiano nella brezza della sera. Si accendono le lucerne alle pareti, anche sul tavolo ci sono dei lumi. Il sole tramonta verso il mare che pur distante fa sentire fin qui, tra le pietre, la sua aria un po’ aspra e colma di colori puri la stanza, così le fiammelle sono punti di luce che illuminano i volti, li scavano, lampeggiano sui sorrisi, riempiono di ombre mobili il soffitto. È la luce che gonfia l’aria o è l’inverso? Lo sguardo del Rabbi guarda distante o dentro di sé? Non si capisce, ma nessuno si pone la domanda. Sappiamo tutti che abbiamo così poche notizie del pensiero oltre la parola e il silenzio.

Ad certo momento la luce s’è invertita, sono le lampade a rischiarare e le ombre a muoversi. I discorsi si sono fatti più fitti, le voci più forti per farsi sentire meglio.

Ci sarebbe bisogno di silenzio. Rabbi parla poco, per Lui ci sarebbe bisogno di silenzio.  Forse Gli altri fanno festa. Sono contenti, i volti ora più arrossati, parlano, dicono di cose che accadono nella città. Forse qualcuno pensa a casa e allora ci sarebbe bisogno di altro silenzio perché la sera è il luogo della nostalgia di qualcosa che manca o che ancora non c’è, ma passa presto. 

Ci sarebbe bisogno di silenzio per capire quello che si acquatta sotto al rumore, per vedere meglio l’ombra che lasciano le parole, per ascoltare quello che sembra e invece non è ma si muove bene attento a non farsi notare. Il silenzio aiuterebbe a definire meglio i contorni delle ombre che s’intrecciano sul soffitto e le pareti. Ci sarebbe bisogno di silenzio per non dire la paura di essere soli, per non pensare pensieri già adoperati, per vedere ciò che sta accadendo e rendersene conto. Ma stasera non c’è più silenzio, le persone sono allegre, hanno ben mangiato e si preparano a una festa.

Il mare lontano non si vede ma si scurisce, si sente nel vento piu fresco e lo sappiamo che diventa nero. Quando siamo in riva, la notte porta lo sguardo al cielo, mentre gli occhi cercano qualcosa tra le stelle. Chissà cosa cercano. Intanto il  cuore cerca di non pensare e da fuori arriva il suono di altre cene, di altri che fanno festa. Così scende la notte, senza un silenzio che l’accompagni, senza un segno che voglia essere letto. La solitudine è la condizione della parola che non si rapprende in gesto, la solitudine è il giusto, l’evidente che non trova il suo posto e allora tace.

Ci sarebbe bisogno di silenzio che ci aiuti a capire, a sentire, vedere che non siamo soli se capiamo, sentiamo, vediamo. Ma non è ancora ora. Forse non è mai ora.

 

 

mamie

Nelle città medie ci si conosce in molti, specie tra coetanei. Si sanno quali sono le opinioni prevalenti, si valutano le influenze sul potere che conta, le ricchezze vere e quelle fasulle. Basta esserci per capire e per farsi un’opinione, ma non è difficile capire chi è importante anche se resta sotto traccia. Mi pare che si chiami understatement, ma qui è abitudine a non apparire.

Siamo una città civile, con una storia antica, tranquilla, non particolarmente generosa nel donare alla civis da qualche secolo, molto attenta ai patrimoni e chi si rovina non viene apprezzato. Molti cittadini amano gli animali, un po’ di meno amano gli uomini, non pochi si sono scoperti odiatori di chi non la pensa come loro, ma credo siamo nella media delle città medie. Finora non ho detto nulla, sono cose che troviamo ovunque e allora per dare un senso semplice a ciò che voglio dire cerco di raccontare semplicemente un fatto.

Qui, come ovunque, il lavoro stabile spesso manca a chi non è inserito bene nella comunità. Parlo dei nuovi arrivi, non occorre siano extracomunitari, basta non siano di queste parti. Il lavoro precario viene proposto, si dicono le cose da fare e c’è una trattativa breve: prendere o lasciare. Mettiamo il racconto in prima persona.

Quella mattina ero speranzosa, mi ero vestita con il mio miglior abito, sono arrivata qualche minuto prima. Bisogna essere puntuali ma non disturbare. La casa era davvero bella, in centro. Salotti, ampi spazi, mobili bellissimi. Io di mobili me ne intendo. Ho fatto l’arredatrice, e li ho pure costruiti i mobili che progettavo, perché mi piaceva l’odore del legno stagionato, gli incastri che trovano il loro posto, il profumo della colla, l’insieme che prende forma e diventa quello che avevi in testa. Così guardavo quei mobili e ne vedevo l’accuratezza, le coperture perfette, la pulizia. Mi piaceva, perché penso che i mobili siano parte di noi. Poi è apparso un gatto, mi avevano fatto sedere su una sedia ad attendere la persona con dovevo parlare dell’offerta di lavoro. Il gatto si è avvicinato, si è strofinato sulle mie gambe unite e poi mi ha guardato. Mi piacciono i gatti, anzi mi piacciono quasi tutti gli animali. Vengo da un paese dove gli animali sono ovunque e le persone li considerano parte della loro vita. Parte, non la loro vita. Forse la differenza è questa. Vengo dal Brasile, il mio passaporto è italiano, sono figlia di immigrati che non hanno avuto troppa fortuna. Per questo sono tornata. Finché pensavo al gatto e lo accarezzavo, è arrivata la Signora. L’ho seguita in uno studio carico di libri, bello, luminoso e silenzioso. Ho lasciato da parte l’osservazione dei mobili per ascoltare con attenzione. Il mio italiano è discreto, ma non capisco tutto, in fondo la mia lingua da bambina è stata il portoghese. Comunque capisco quello che serve e anche di più.

La Signora era molto precisa, mi ha parlato della sua grande casa fuori città, del molto verde attorno alla casa. Mi ha detto che amano molto gli animali, che non mangiano agnelli a Pasqua, che hanno orari precisi per la colazione, il pranzo e la cena. Il mio compito sarebbe stato quello di provvedere al servizio dei pasti, tenere in ordine la casa e curare il giardino, seguire le necessità degli animali, che erano praticamente persone di casa e parecchi.  Si cominciava con la colazione alle 7.30 da servire in casa o in giardino, a seconda del tempo, si finiva con la cena in casa verso le 21 o magari più tardi se c’erano amici a cena. I miei compiti erano bene elencati in una lista che riempiva ordinatamente una pagina, praticamente dal mattino fino a notte ogni ora aveva una sua funzione. L’offerta retributivar era di mille euro al mese e di questi, visto che fruivo di vitto e alloggio mi sarebbero stati trattenuti la metà. Quindi lo stipendio era di 500 euro. 17 euro giorno per circa 14 ore.

Ascoltavo con attenzione, mi pareva poco per l’impegno e la fatica, anche se la stanza che mi sarebbe stata data per dormire era ordinata e con un servizio. Il pensiero era che pagavo un affitto non da poco e che il cibo mi piaceva anche sceglierlo e mangiarlo come preferisco, pagandolo con i miei soldi. Quindi non capivo i vantaggi, anzi mi pareva una costrizione.

Non ho parlato molto, ho solo detto la verità, cioè che mi pareva poco retribuito come lavoro e che era impegnativo, ma non era la fatica a farmi paura piuttosto il fatto di sentire che non lavoravo per il giusto. Ci avrei pensato anche se la mia risposta d’istinto era negativa.

Sono in Italia da sei mesi e ho cercato ripetutamente di trovare una sistemazione, ma per il lavoro che ho fatto in Brasile qui non c’è spazio e per gli altri lavori, spesso mi sento ripetere che il momento è difficile e bisogna accontentarsi.  Il fatto che me lo dica chi ha molto e spesso mostra il lusso, mi causa una certa insofferenza.

Ho salutato la Signora e sono uscita in questo sole d’aprile che mi ricorda non poco il Brasile, ma non ero contenta, anche un rifiuto perché le cose non sembrano giuste non fa stare bene. Così ho camminato per la città e poi sono tornata da chi mi ospita, con una discreta voglia di piangere.

La Signora mi ha richiamato, sembrava disponibile a rivedere le condizioni di lavoro, l’ho rivista. Mi ha raccontato nuove cose sulla casa e sugli animali. Mi ha ripetuto che a Pasqua non si devono uccidere gli agnelli e mangiarli, ma quando le ho chiesto se aveva riconsiderato la retribuzione per l’impegno richiesto, mi ha detto che quella era la sua offerta e che le sembrava una buona offerta visto che di spese vive non ne avrei avute molte. Per la seconda volta l’ho ringraziata, ho ribadito che mi sembrava poco per un impegno di oltre 12 ore al giorno, ho salutato e sono uscita. Ho capito che in testa loro volevano una Mamie, ma non siamo più al tempo della guerra di secessione americana e Via col vento è un film, non un rapporto di lavoro.

Credo che lo schiavismo non sia mai davvero finito, che anche dove non c’è guadagno diretto chi dà il lavoro abbia sempre la tentazione di guadagnarci anche nell’essere servito. Questo mi fa riflettere e disperare, perché in questo Paese, che è anche il mio paese, la speranza di chi non ha, diventa un esercizio difficile e la vita si basa sui buoni che ti danno una mano finché possono, ma non è così che dovrebbe funzionare. Non è così.

Notre Dame brucia

Dobbiamo capire la nostra piccolezza, leggere i segni, avere le giuste paure e il sufficiente coraggio.

Brucia Notre Dame, il danno non è riparabile, potremmo dimenticare cos’era, dire: c’era, era bellissima, ma non c’è più. È accaduto tante volte, a Dresda, a Coventry, a Cassino, a Padova, a Berlino e in mille altri luoghi. Ma oggi non basterebbe perché dovremmo scordare cosa sta accadendo.

Ci siamo ubriacati di grandezza e tutto è fragile, noi siamo fragili come mai prima. La cattedrale verrà ricostruita ma non sarà lo stesso spirito che la costruì, a farlo. Ricostruire gli uomini e un loro senso comune questo è ciò che manca. Ciò che proviene dall’uomo, qualunque cosa egli creda, è un simbolo e un ringraziamento, all’esistenza, alla benevolenza che tiene insieme, a ciò che  permette di riconoscere gli altri uomini. Se Notre Dame avrà ancora lo spirito dell’uomo che si unisce agli altri, che si inchina di fronte alla sua misura, che capisce la sua piccolezza, sarà una chiesa, un luogo di gloria e di cuore, sennò sarà un monumento e testimonierà il vuoto che ci attornia, le parole senza significato, l’incapacità di vedere gli uomini nelle loro opere, ma senza tutto il bisogno che essi hanno di essere consolati, compresi, sanati.