voglia di andare a Trieste

A Trieste ci sono strade che partono in piano, hanno quell’aria di chi è distratto e bighellona seguendo un pensiero tutto suo,  quasi non ti riconosce tant’è assorto,  e se lo saluti, il tuo saluto si perde in un cenno e un mezzo sorriso. Si ferma e sembra non sappia cosa dire, salvo poi raccontarti di qualcosa che è accaduto. Forse eravamo assieme, ti dice, ma non ricorda. E prosegue, poi si ferma e ti saluta in fretta lasciandoti in mezzo alla sensazione di non aver capito nulla o quasi e se non l’avessi salutato, ti dici, sarebbe stato meglio. Intanto la strada non è più in piano, s’inerpica sempre più ritta e stretta e ti pare che sia quella giusta, ma non ne sei sicuro. Insomma sei ansante, in un mare di perplessità e sai che Prosek sta sopra di te, mentre dietro hai il mare. E lo guardi quel mare, ogni tanto, perché devi fermarti a prendere fiato, è un arco che sembra inghiottire acqua, che si beve tutto l’Adriatico, e il sole lo illumina radente da Duino a Muggia, e tu ti fermeresti a guardare, magari bere un bianco fresco con un po’ di formaggio e l’uovo sodo e il pane da sbocconcellare seduto a un tavolo tondo col piano d’alluminio, ma non c’è nulla di tutto questo, solo la salita, il sole, il mare e il monte. E tu ti chiedi dell’incontro di prima, ma soprattutto che ci fai da solo in questa salita che non finisce e bisognerebbe essere in due. Bisognerebbe non aver nulla da fare, non bisognerebbe pensare ed essere già arrivati perché è vero che il viaggio è il cammino ma tu qui ci sei venuto apposta e se nessuno ti aspetta ci sono i ricordi che ti accompagnano ma se invece c’è qualcuno in attesa, allora devi cancellare tutto: le sensazioni, quello che è stato e soprattutto quello che si è dissolto prima di essere. Per questo vai avanti e vorresti fermarti, metti da parte un desiderio, lo confondi in un tramonto che forse c’è stato, oppure no e non importa. E il passo si aggiunge al passo, finché arrivi a un piano e non c’è nulla ancora, nulla che assomigli a ciò che dovrebbe esserci, sarà un po’ oltre, sarà oltre la funicolare, sarà nel bar della piazza, ciò che è certo è che non sei, non sei nel posto giusto. Eppure è questo il posto giusto, dove sei è il posto giusto, avevi voglia di tornare a Trieste.

4 risposte a "voglia di andare a Trieste"

  1. Sono nata a Trieste, ho passato lì l’infanzia e l’adolescenza, l’ho lasciata giovane sposa. Eppure non l’ho mai davvero amata come negli ultimi anni, quando vi faccio ritorno una o due volte al mese. Solo ora l’ammiro per la bellezza ineguagliabile, cammino con il naso all’insù e contemplo gli splendidi palazzi, traccia indelebile dell’architettura austro-ungarica che la rende così unica. Come cantava Luttazzi “Co’ son lontan de ti Trieste mia, mi sento un gran dolor, un gran dolor…”. È proprio vero: Trieste ha un’attrattiva particolare e con la “sua scontrosa grazia”, citando Saba, ti conquista per sempre. Grazie per le belle parole che hai dedicato alla mia città che, sì, a volte è faticosa da esplorare. 😉

  2. Grazie Marisa, Trieste è per me una città del cuore, che frequento come e quanto posso. Camminando, soprattutto, guardando e ascoltando. Essendo Veneto c’è una questione felice di accenti e di intonazioni che aggiunge piacere al fatto di essere in un luogo che mi piace. Bello tornare a Trieste.

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