auguri e anche no

Oggi la cristianità è parata a lutto. È il tempo in cui la speranza è scemata e si è conclusa la predicazione di un mondo diverso con la morte del Cristo. È il giorno in cui un corpo è stato consegnato alla morte, un messaggio è stato apparentemente sconfitto. Pensate al Cristo morto, poi chi crede in Lui ne vedrà la resurrezione, altri si soffermeranno sul messaggio e sull’uomo, altri ancora faranno esercizio di furbizia e si terranno quella fede che serve perché non si sa mai. Non appartenendo a queste categorie mi colloco nella quarta ovvero in quella che non è indifferente all’ingiustizia, al prevalere dell’uomo sull’uomo, alla privazione della libertà, alla negazione dell’evidente vantaggio che chi più ha consegue nei confronti del povero. Il Cristo è morto, ma la parola prosegue il suo corso, pone domande che non possono essere eluse sulla giustizia, mostra l”evidenza dell’esistenza del male. Ovvero della privazione del benessere per alcuni, che poi sono maggioranza. Un morto non muore mai davvero se ciò che ha rappresentato è un punto di riferimento, un modo di vedere la realtà. Muore il corpo ma non ciò che esso ancora è.
In questi giorni ci si augurano cose indeterminate, bisognerebbe capire cosa vorremmo accadesse. Mi soffermo su questa dimensione dell’augurio: di sicuro vorremo che a chi ci è caro, noi compresi, accadessero eventi di normale benessere, che esso fosse un modo per stare bene nel profondo. Agli altri, con la gradualità che i sentimenti introducono, vorremmo fossero felici di essere dove e con chi sono. Qui gli auguri si rarefanno, diventano distanza, indifferenza. Possono rovesciarsi nel loro contrario ovvero diventare ostilità. Non si augura il bene a chi pratica il male, a chi usala religione come schermo per conculcare le speranze di altri uomini. Non si augura il bene a chi giura sulla testa dei figli perché quei figli diventiamo tutti noi e non vogliamo avvalorare ciò che non condividiamo. Per questo augurare non c’è spazio se non nella speranza che chi usa gli altri a fini propri, chi invoca un messaggio che va oltre l’uomo per giustificare ciò che fa, si ravveda. Per chi non crede, il Cristo è morto ma il suo messaggio resta, per chi usa il Cristo contro l’uomo è morto il Cristo e ciò che ha portato come messaggio.
Un tempo la distinzione la facevano i vescovi, era anatema ciò che usava il Cristo contro l’uomo, veniva detto il nome e ciò che era esecrabile, una candela accesa nelle mani di ciascun partecipante veniva rovesciata e spenta, oggi è tutto relativo, ma non il male e ciò che lo permette o perpetra.
Non mi resta che l’augurio per voi che credete che ci sia giustizia, che la felicità non sia un caso, che il bene è possibile, di giorni che siano come li desiderate e vi assomiglino. Di voi c’è bisogno nel mondo e della vostra ricerca della felicità.

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