tisana

Dalle misture di cui ridevi, ora il giallo,

si spande nel bicchiere,

è accolto, la bocca,

che non ha mai creduto la virtù,

stima il calore, e in buon conto lo tiene.

È il consumato profumo di primavere,

tutte inesorabilmente passate,

che salva il ricordo, 

il sole, il canto d’una casa che guarda il prato,

dei piedi bambini che, tolte le scarpe,

correvano ridendo.

E dietro i larici è già sera

rapida e silente,

prima del chiamo d’una voce.

 

tornare a casa

Tornare a casa, a me stesso, dopo molto girovagare. Saggiare la superficie degli oggetti, ascoltare le vecchie e le nuove sensazioni. Decidere cosa buttare, perchè non ci può accompagnare nel nuovo. Accettare che molto di ciò che dico, evochi pensieri diversi dai miei. Mi piace ascoltare e incantarmi nel sentire il pensiero altrui.

Si torna per ritrovarsi, per mettere in ordine in ciò che non ha avuto tempo di essere capito. E ancora non si capirà ma al ricordo e alle sensazioni provate si permette di agire, di tracciare legami che resteranno misteriosi.

Si torna per deporre le armi, per un poco, per una tregua con se stessi perché di certo abbiamo sbagliato molto ma il giusto e il buono si sono celati sotto una patina di reazioni, di giudizi sommari ricevuti e restituiti. E bisogna ritrovare il buono e il giusto, fosse solo perché ci fanno bene.

Si torna perché non abbiamo più passi e giriamo in tondo. I passi si rinnovano ma hanno bisogno di tempo per formarsi, per vedersi come si è davvero. I passi devono dare il tempo agli entusiasmi perché aprano un pertugio sul futuro e creino nuove volontà e desideri, hanno bisogno di amori che scrivono la loro storia con le nostre mani. I passi ci portano ovunque e intanto indagano dentro di noi con l’affetto di chi ci conosce e capisce, oltre ogni maschera e superficie. I passi hanno una direzione che ci porta verso qualcosa che non siamo ancora, ma possiamo essere e fa parte della nostra bellezza. Ci assomiglia.

Si torna per ripartire. Con la luce e con occhi nuovi, quieti e forti.

si vive tra un sì e un no

Alcune cose importanti e belle le vedi nascere, crescere, compiersi. Ne siamo parte, le possiamo, con rispetto, custodire in noi. Sentire intero il privilegio e la fortuna di conoscerle, di partecipare ad esse. 

Altre cose le troviamo già fatte, sono apparentemente immutabili, come se la bellezza lo fosse davvero e non mutasse incessabilmente dipendendo da ciascuno di noi, dalla nostra attenzione per essa, dall’amore grato che le riconosciamo. Se l’amore nascente sgorga apparentemente senza motivo, e ci prende con assoluti prima sconosciuti, se evolve con noi, con il nostro accoglierlo e fidarsi di lui oppure si deprime nelle negazioni, nel mettere limiti, fino a estinguersi lasciando quel senso di assoluto perduto che segna le vite, ciò che già esiste ha bisogno d’essere riconosciuto.

Per questo quando torniamo nello stesso luogo amato, lo troviamo mutato, le cose non sono al loro posto, qualcosa è cresciuto, altro è cambiato di posto, attorno cose che prima non c’erano, si sono aggiunte. Ciò che si è negato allora forse era un’attenzione particolare e a quella non c’è rimedio.

L’armonia del ricordo si è rotta, sappiamo che i ricordi non raccontano mai la verità, i rimorsi invece si. Allora bisogna decidere se ripetere diversamente l’errore oppure costruire qualcosa di nuovo che generi una bellezza sconosciuta. In fondo le scelte hanno sempre una grammatica binaria, eppure si cercano compromessi nella zona grigia. Si vive a volte pienamente e spesso a mezzo, basterebbe avere coscienza dell’importanza dei no.

 

 

 

poteri futili

‌I poteri futili li ritrovi ogni mattina, stanno in agguato, ti sorvegliano pronti a ricordarti ogni malefatta, anche la mediocre fatta, e pure la bene fatta, però non concordata con chi pensa di avere il potere.

I poteri futili hanno l’incoercibile forza delle abitudini e delle ciabatte, dopo un po’ tendono a puzzare ma il loro distacco è sempre troppo lungo rispetto alla necessità. Basterebbe Ikea per risolvere il problema, delle ciabatte e forse questa non è un’ utilità da poco però sulle abitudini Ikea fa poco oltre a riempirti di candele.

I poteri futili sono come i modi di dire, non hanno una ragione, e basterebbe una scrollata di spalle per liberarsene, ma sono così comodi per riempire i vuoti del ragionamento… Hanno la quasi forza di una scusa mediocre, si possono usare per qualsiasi situazione basta cambiare il soggetto. A volte anche il verbo. Con l’età diventano mappe di google, la stessa fissità dell’attimo, gli stessi percorsi, la stessa voce sintetica. Che magari sintetica non è, però è sottopagata e deve pure ostentare la sicurezza di chi sa: fai come vuoi ma alla fine sono la tua unica sicurezza. 

Fate un esperimento, liberatevi dal consiglio di un potere futile, diteglielo che è vecchio, senza amore, immotivato, privo di logica e soprattutto un dannato moralista. Sembrerà sparire ma la mattina dopo lo ritroverete intatto e con quel sorriso che colpevolizza ogni deviazione, così anche i dubbi che avevate  pazientemente smontato torneranno in massa, allegri e vocianti: e se in fondo avesse avuto una qualche ragione? Eccolo il potere futile che emerge e sommerge, solo un nuovo potere futile caccia il vecchio, ricordatelo e lavorate.

bora a settembre

La bora ha reso farfalla la foglia,
e a lungo, per spirali d’aria, l’ha fatta volare,
l’ha vista stanca e allora, posata, 
barchetta per occhi di bimbo,
sull’acqua,
ora la spinge e lei corre
nella tenerezza d’una attenzione, felice.

settembre

Anche i giorni pieni, guardati in filigrana mentre stai steso sul divano e osservi quella crepa sul soffitto, hanno un senso strano, un essere coperti di qualcosa dove sotto l’apparenza si nasconde un’irrequietezza, un pezzo che manca e che non ha nome. Ci sono giorni vuoti e giorni pieni che stranamente s’assomigliano, ci sono tempi in cui ciò che ti spinge non è mai abbastanza e sono quelli in cui esce un equilibrio inusitato fatto di corse e di arresti improvvisi, e scopri che entrambi sono felici. Dovremmo lavorare in noi per costruire quei tempi, così imprevedibili eppure vivi , lì come settembre che è una stagione e il suo contrario, un ritorno che è già desiderio di partire e cosi la vita si moltiplica e risplende.

 

a braccia aperte

È finita sotto i portici del salone, con i tavoli di cibo etnico che ancora distribuivano. Con larghezza, senza chiedere nulla e badando a sfamare quanti più possibile. C’erano molti visi che di solito si ignorano in piazza stasera, bambini, mamme, giovani e non pochi vecchi.
I discorsi sono stati parchi di parole, ricchi di testimonianze. Damilano ha ringraziato più volte, credo fosse anche perché coglieva bene il ripetersi di un piazza piena e degli undici anni in cui la città si apre. Accoglie ‎ non fa domande, ma offre. E chi mangiava assieme erano moltissimi, con quella fame che è insieme bisogno di calore, di tenerezza, di comprensione. Non c’erano i buoni, e neppure i cattivi, c’erano i bisogni e una risposta possibile. Senza paura, il sovrappiù diviso. E quando è cominciato a piovere fitto, ancora le file ordinate hanno preso cibo aprendo gli ombrelli, tirando su un cappuccio, mangiando in piedi in mezzo agli altri sotto i portici e parlando. Non del tempo, ma della vita: tu da dove vieni? Da quanto sei qui? E le lingue si sono intrecciare ridendo, perché c’era chi aveva bisogno da tempo di sentire le parole di casa. E di spiegarle a chi era vicino. Il gruppo che doveva suonare sul palco si è rifugiato sotto allo slargo che attraversa il salone, solo unplugged e le canzoni di un tempo in cui pareva che il mondo mutasse tra le dita si sono susseguiti. C’era molta pioggia, molte persone che lavoravano volentieri e molti sorrisi. Una magnifica serata.

ninfee e pesci

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Sotto le ninfee s’aggirano i pesci. Grossi, color fango, pasciuti dagli avanzi degli aperitivi che si consumano nella terrazza sovrastante. Un anno in cui l’acqua era particolarmente bassa e i Burchielli pescavano fango e plastica, proprio sotto le ninfee emersero ruote e manubri di biciclette gettate nel rito che chiudeva gli studi. Poi hanno ripescato, ripulito e chissà cosa nasconde ora il fondo. I pesci non dicono ma proprio in quest’acqua si infransero due sogni. Quello della città che ritrovava la libertà dopo un secolo di dominio della Serenissima e quello della lega di Cambrai e degli imperiali di stroncare le ambizioni veneziane sul dominio “da tera”.
Sudditi veneziani no, ma neppure soggetti all’austriaco, insomma figli di nessuno, come mi raccontava mio Padre che crebbe e abitò da queste parti e non sopportava, come chi gli stava attorno, quelli che si prendevano la libertà altrui. In quel caso erano i fascisti.
Le ninfee si estendono, i pesci prosperano nel divieto di pesca, i Burchielli rovesciano a sera frotte di spaesati turisti, cotti dal sole e abbagliati dai marmi delle ville sul Brenta. Scendono, si fermano ad ascoltare i canti goliardici e poi salgono sui pulmann. Nessuno gli spiega dove sono e forse va bene così.
La notte scende lenta sul fiume, il tramonto corre a perdifiato sull’acqua, illumina bricole, platani e di sguincio accarezza ninfee. Si sofferma sui marmi bianchissimi della porta e compita le lettere capitali che indicano in Marco Antonio Lauredano il prefetto della Serenissima. Era un Loredana, uno dei tanti generati da una delle dodici famiglie originarie che si erano trovate dalle parti di San Pietro in Torcello o a Malamocco. Gente di terra portata in acqua e poi quando erano già pesci, riportata in terra.
Una cronaca del tempo della lega di Cambrai parla delle riunioni “segrete” che si tenevano a casa dell’uno o dell’altro nobile, del notaio onnipresente, del tramare vacuo dei signori spodestati dal potere. Il Consiglio dei Dieci sapeva, avvertiva con discrezione e con la stessa pazienza tagliava qualche testa riottosa o mandava “ramengo” il malcapitato di turno. Ma di solito taceva, controllare e guidare senza parere era il motto non scritto per le baruffe di provincia.
Dopo qualche anno, le stesse famiglie turbolente, avrebbero pagato somme enormi per essere iscritte nell’albo d’oro della nobiltà veneziana. Intanto, attorno, pullulava un popolo di pescatori, tessitori, facchini e barcaroli. Carne buona per le eterne guerre del Ruzzante, per i suoi Miles traditi e affamati che tanto facevano ridere con la loro lingua risonante e grassa, i nobili e i cardinali nelle sere come questa, tiepide e ancora piene di luce.
Tener da conto il popolo, ch’el serve come El governar barche e acque e mettar da parte i bezzi, così ninfee e pesci nascondono ancora le palle di pietra sparate dalle bombarde dell’assedio. E i pesci giocano con gli steli verdi e le radici, saltano in superficie e s’abbuffano di patatine e mentre ricadono guardano la luce che colora di rosso la città. Beffardi con gli umani ma non col cielo.

zelig

Come i buoni romanzi, letti e riletti,

con le parole da ripetere lente

nel bisogno d’entrare dentro davvero,

altrimenti non s’aprono, e si perde il profumo

geloso, e goloso degli anfratti di senso.

Così le mani lavate due volte:

la prima per lo sporco, la seconda per l’innocenza.

Non sono stato io,

non sono stato. 

Si confondono i visi, mentre cala la luce

prima le rughe, poi le bocche

e senza rumore, i sorrisi,

camminando nell’aria dispersi.

A chi era destinata un piega, un bacio,

chi è ancora in attesa del suono d’una emozione,

capita, disciolta e bevuta.

È l’ora dell’aperitivo, un televisore parla per persona interposta,

sono notizie eppure fan male,

non come a chi le ha generate,

non come a chi è davvero coinvolto,

ma tutti siamo per un attimo, innocenti,

poi confusi, sovrapposti, indecenti

e ci scambieremo l’uno per l’altro.

Così unici

e così poco necessari per molti.

sempre i chierici tradiscono

Tiepidume d’intelletto e fuga
come calor d’alcova di domande irto,
solo dopo il piacere ottenuto e consumato.
Non c’è forse molta superbia nel pensare,
nella convinzione d’esser soli nel suo adeguato farsi,
nel sentire il momento che urge e il suo lavorare in punta di coltello.
Consci di momenti che saranno storia o ricordo,
poco importa, ma per questo inani
o persi nel caldo futile del bastarsi
di propria ragione che non ascolta,
non tace, non parla abbastanza per paura di non esser compresa,
e si chiude,
in attesa che qualcuno, o qualcosa, liberi,
lo spirito che ha paura.
Mentre è paura di fare ciò che è giusto, solo paura