La risacca ha lasciato legni sulla riva, accade anche a noi dopo le tempeste e non sappiamo che fare degli antichi naufragi, già poche scaglie d’azzurro commuovono. Sono segni del viaggio compiuto e della vita perseguita, nella vischiosita che cresce, i ricordi che si divorano. Mai come adesso sono la somma dei miei errori, delle passioni che tutto hanno riscattato, dei compagni che hanno creduto dissolvendosi nel fiume che pensavano di guidare. Il cuore ritorna a dove si vive ma altro speravamo, Tra il successo e fallire spesso manca poco, si confondono i significati nell’ultimo sforzo, ma in fondo se s’impara la bellezza mai si è perduto, chi strappa un fiore la malintende perché non si possiede né il bello né la verita e se poi una rosa illumina una casa, è sua la bellezza gli altri forse ne vedranno la fatica d’essere ancora vita che accompagna la luce.
Arriveranno pensieri, auguri, inviti, le cose belle si mischieranno all’assenza, ma l’ accesa stagione non colmerà i vuoti. E se d’intanto in tanto, il verde, occhieggerà imperioso, e il marrone sembrerà passato, pronto a tramutarsi in rosso cuore, resterà l’assenza, la sera, soprattutto, quando sospende l’ultimo canto degli uccelli di luce quando c’è un silenzio in cui si colloca ogni attesa, e non è il buio della notte, e non è il cielo ancora pieno di chiaro, ma è il cuore che si guarda dentro e non trova.
La vita sobria è un rosario di verde, che sgrana nei giorni di attese discrete, di te, del tuo passo senza fretta. Nell’aria di ogni mattina diversa. la sobrietà delle parole attendono il suono il segno, la forma, e restano negli occhi, sospese nel corsivo pomeriggio. Ogni giorno rintocca, e raduna attorno un concerto di piccoli segni, il libro aperto rilegge la frase, per il piacere che attende d’entrare, come accade alle bocche prima del bacio. Ho visto pietre spaccate dal gelo, che mostravano la fatica del carbonato, nell’essere stato vivo e poi sasso, come accade alla memoria d’un gesto mio, che ha rotto il tempo allora, mutando attorno i colori, e molto ha mutato. Sul terrazzo vige la gioiosa confusione delle piante che rispondono con tenerezza al poco e variano il verde secondo il mio umore, acqua e cura è ciò che richiedono i corpi, e che il dolore di un sapere lontano abbia ancora speranza. Prima della sera, raduno ciò che è venuto e m’arrendo al sentire che non tace, così mentre la notte beve la luce l’umore attorno si mescola al mio.
Le mie, le tue, erano spesso virtù ineguali, lasciate all’estro che pescava nel profondo, e di tanta oscurità il colore ne soffriva. Il voler essere cangiante era prigione al vero: parlavamo d’altro eppure eravamo incredibilmente prossimi e vicini, chi s’intendeva di magie avrebbe conosciuto l’assonanza, non noi, così aperti e chiusi, non noi che donavamo senza risparmio e conto, ma di quella necessità d’essere riluceva l’assenza, il grido acuto che non aveva le parole, non ancora, o forse mai. Nell’occasione ripetevamo l’io, la necessità, il bisogno, mentre da tutto il vero, urgeva il noi, l’allacciarsi nell’assoluto, e ancora il noi.
Mi prende, a sera dopo molto fare senza costrutto, la tentazione di tornare ai libri miei che tappezzano le pareti attorno. Guardo la musica che paziente attende d’essere ascoltata. Penso alle piccole abitudini della scrittura senza fretta, agli inchiostri, ai pennini e alla carta buona. Vorrei tutto il tempo possibile, lo stare in silenzio, il lasciare che il dentro e il fuori si parlino, e tutto s’allacci, si ingarbugli per la soddisfazione che prova ogni gorgo prima di scorrere verso le rive e il mare.
E’ la necessità di tirare il fiato, di spostare l’aria che entra e riempie le stanze, far posto al buon sapore degli odori, ai rumori di ciò che sta attorno. Così scorro con gli occhi i luoghi che conosco eppure hanno accenti nuovi. Una sedia per il sole, un bicchiere che attende una bocca, richiami tra terrazze e stanze. Penso che le compagnie delle cose si semplificano e sono pazienti, come le aromatiche sul terrazzo, qualche fiore che procede per suo conto, il cibo semplice che è stanchezza del complicato strombazzare di gusti alla moda. E gli occhi tornano sui libri, tanti libri, più di quanti mai leggerò, e servono per tenere aperta la vita e il futuro e il passato intrecciati. Ho la fortuna (e a volte è vincolo a capire) d’ una buona memoria che ricorda ciò che la rete della vita ha tenuto e messo assieme, ciò che è stato e quello che poteva ma non ha avuto coraggio.
E in questa piccola pace sento l’equilibrio di quello che si raccoglie attorno e dentro con rinnovato ordine: la passione, il tumulto, il rifiuto, l’amore. Il futuro e il tedio che con i piccoli dispetti si confrontano. E penso allora che è tempo di tornare, ma non è ancora tempo di chiudere le porte al mondo.
La sera durava sino all’infinito racchiuso nella prima lucciola, e una punta di nostalgia di quiete, incontrava il richiamo agli affetti. C’erano state, ma prima, ripetute grida nel buio, ma quel buio non c’era nell’ultimo gioco, nella confidenza bisbigliata sedendosi accanto, e aveva taciuto sino allo scadere della fiducia in sé, poi improvviso nel primo brivido di solitudine era stato evidente, il buio. E si stupivano gli occhi per le pozze di luce gialla che ora tracciavano i lampioni li c’era dentro e il fuori della notte. I marciapiedi erano luce riflessa, la scia verso casa, con la corte trafitta dal grido d’un rapace, e il cuore nell’ansia della corsa. Era bello il rimprovero contenuto nell’abbraccio, vedere le cose che avevano atteso e sentire il buio che s’acquattava sul davanzale come il gatto quando ci guardava, tranquillo, per capire.
Al profumo dei tigli corrisponde una serenità inespressa, una luce verde che si fa strada tra le foglie, la necessità lieve del camminare lento e del guardar vedendo. Dentro e fuori.
Non esiste un’ essenza di tiglio che conservi tutto ciò, è necessario viverla questa stagione e ricordarla poi, se si vorrà, con qualche tisana d’inverno.
O, ancora, conservarne il ritmo vitale nell’andare lento sotto altri alberi che raccontino, evochino, ciò che è stato e ciò che si ripeterà.
C’è un passato che non muta nei lunghi viali di città. Le forme geometriche nelle vite acquietano. Il sapere che domani le cose saranno ancora al loro posto aiuta ad affrontare la notte.
E’ un senso del trascorrere che sta tra la nostalgia e la sicurezza d’un futuro.
C’è circolarità nel tempo. Accadrà di nuovo, troveremo tracce di noi nelle cose, ci sarà qualcosa che manca e qualcosa di possibile.
Un estate arriva, padrona del suo caldo, reca nuovi profumi e suoni, notte, umori, finestre spalancate. E voglia di lasciarsi andare perché il nuovo sia buono e ci trovi accoglienti.
Nel pomeriggio la luce s’è accasciata tra I covoni, stoppie dorate e uccelli in cerca di cibo, la mente compita parole, versi d’acqua salmastra, di canale tra campi, per loro conto escono parole, suoni che bevono senso profondo come una ferita e povero d’ogni nome. Le case sono contenitori, esitano, stanno a guardare il caldo di canna accumulato sulla riva, tra fango e radici. Mentre gioca il caldo col sonno la mente dondola e non assopisce, esce su realtà parallele, inoffensive e taciute silenzio fatto scivolare in correnti che accarezzano, in libertà senza luogo. Fuori il vuoto si riempie di calura e come nel deserto è l’aria che forma corpi e volumi, traccia immagini che l’impreciso risucchia. Vortici di stanchezza inerte, colore dell’ocra, fine polvere di lettere sgranate, sono quelli i pesi che tolgono e danno, in un mescolarsi di vista e allucinazione. Ma non è forse ciò che non è, il desiderio, non è l’ombra di un ritardo che sente il peso delle ore, vede il sangue e le vite, i destini spezzati, e vive in un angolo dove il primo sentire è polvere, grano nei carri, acque stanche d’uccelli e violenta calura
Poi, a notte, emerge la fatica vitale dissipata sotto forma di gorgo. Nel caldo il presente diventa egoismo che elimina sentire. L’altra sera, ma ormai accade ogni notte, è mancata l’energia elettrica. Troppi condizionatori accesi, troppe luci, una festa paesana in più e cabine enel sottodimensionate per questi carichi assurdi. Si sono interrotte le serie di Netflix, i film di Sky ma anche le eterne discussioni dei soliti tuttologi. Le televisioni sono intrattenimento e teatro dei pupi. Ciascuno sa già come andrà a finire il discorso, il sequel, persino la gestualità è nel copione. C’era più pathos in una tribuna politica democristiana alla Jacobelli, Vecchietti e Zatterin, che nei conduttori attuali, sempre uguali e sempre convinti di essere loro l’idea del mondo e non i testimoni di esso. Con una politica fatta di scelte di vita allora, anche dalle domande compiacenti, emergeva sempre una idea del mondo che autorizzava a schierarsi. Oggi vorrebbero essere ringraziati i gestori dell’informazione perché ci risparmiano una faccia della verità, perché ci evitano di pensare. E così nella noia, il problema torna ad essere il caldo, il meretricio di un simbolo per il matrimonio del potente di turno, ma l’hanno già fatto, si ripeterà, perché lo sfregio è parte del guadagno economico dei pochi. l’impressione che tutto sia in vendita, rafforza l’idea che esista solo il presente. Solo il momento conta, non più la soluzione dei problemi, ma l’assistere partecipando a se stessi. Così si risucchiano i gesti in una scansione di fatti che si concatenano in sequenzialità a portata di giornata. Il domani non torna, non chiede, neppure si desidera e i pensieri, lo stesso tempo non hanno molto da dire. Cristalli di vissuto sciolti nel possibile.
Quando emergeranno le conseguenze di ciò che sta accadendo, nessuno di quelli che le hanno sostenute e generate, riconoscerà l’errore fatto. Sarà colpa di chi non si è ribellato abbastanza, di chi si è astenuto dal connivere. La responsabilità viene rifiutata, c’è sempre qualcosa che verrà invocato a discolpa. In fondo il processo di Norimberga è stato una eccezione e con pochi colpevoli a fronte di 50 milioni di morti, di nefandezze indicibili. Però qualcosa il vivere e i fatti ce lo insegnano. Vivere con una parte ha gradi di compromesso che riportano alla responsabilità. Se si fa trading on line con le industrie di armamenti, con l’energia, la farmaceutica e le banche, contano i guadagni o come vengono fatti per la propria etica ? Scegliere di non stare al gioco, di non aiutare chi si pensa sia un omicida di stato comporta delle scelte. Non di stare fuori dal mondo, ma essere nel mondo. Questa certezza di essere dalla parte sbagliata, di non vincere mai davvero, rincuora, mi dice che è sempre l’evidenza a cambiare le cose oltre a quello che si può fare. Un senso di onnipotenza se va e c’è la misura di sé. Essere minoranza è congeniale al dubbio, al non avere fedi trascendenti. I dogmi, i proclami, rassicurano chi avrà sempre ragione, vincono più che convincere e al loro rovesciarsi cercheranno di convincere che è la storia, la logica, a determinare le conseguenze non le loro colpe.
Ma la storia di chi pensa che governi solo il potere è diversa da quella in cui confido, perché una fede sotto sotto ce l’ho ed è nell’uomo, nella somma positiva che genera la sua voglia di vivere. La stessa voglia che prima gli fa credere alle chiacchiere che non includono la realtà , che accreditano la sua visione di comodo e poi lo spingono a disfarsene. E così mi fido di ciò che accadrà, dell’evidenza che fa combattere le battaglie che si pensano giuste, che non rincorre un consenso di potere, e alla fine, questa storia anche quando si sbaglia, riconosce il proprio errore. È questo vedersi in movimento, nella gioiosa fatica dell’incerta direzione contraria che fa sentire vivi e dentro al mondo. Quello che ci approssima è quello che è più vicino a noi e che determina il senso al presente e al futuro.