memoria d’acqua

Pescatori e marinai seduti sul muretto al sole, parlano con fiotti di parole, saluti e silenzi: aspettano la cena ed un altro giorno uguale a questo. C’è poco da fare, poca pesca, poco lavoro, solo spazio per ricordi recenti, famiglie.

In quest’isola reclutava la marina imperiale austro veneta, ed un timoniere di qui, Vincenzo Vianello,  ricevette la medaglia d’oro dell’imperatore per aver affondato a Lissa, la corazzata re d’Italia. I piemontesi, che,  per molti, ancora non erano italiani, forse sentirono i viva san Marco dalle navi nemiche. Quando vincevano sul mare, fossero veneti, istriani, o dalmati, vinceva san Marco, e sui ponti di comando delle navi imperiali, in Adriatico si davano ordini in veneziano. Anche Tegetthoff lo faceva, i suoi ufficiali avevano studiato al collegio navale di Venezia, il Morosini, il mare di casa era l’adriatico. Ma di tutto questo ribollire non è rimasto più nulla, neppure la fatica di diventare italiani è stata davvero celebrata.

Anziani bruciati dal sole, caparosolanti (pescatori di cozze) in fermo pesca, reti ripassate perché non si sa che fare. Si sale in barca si pulisce, si mette in moto, e si ri-ormeggia. Qui tutto attende qualcosa che rovesci un senso di fine. Un matrimonio, un battesimo, i bambini alla comunione, qualcosa che porti fuori da un tempo che s’è spezzato. Si spezza il tempo degli uomini, in qualsiasi cosa che finisce mentre nulla ricomincia. In un passo del contributo alla critica dell’economia politica, Marx diceva qualcosa che allora mi sembrava ovvio, ossia che il nuovo, nasce  nel vecchio che fa i conti con le sue contraddizioni, e questo lo alimenta finché il nuovo prenderà il sopravvento. Marx era un positivista prima del positivismo, pensava che alla fine le cose si sarebbero messe in ordine. Mi pareva che bisognasse cercare, per capire, il filo rosso che lega le cose, e i fatti, e le vite nel sociale. Solo il filo che si riconosce quando ha già cucito ed occlude la vista dei tanti futuri possibili ed abortiti, delle possibilità spazzate dal reale. Ma qui, mica lo sanno che bisogna trovare un senso alla storia, in quest’isola di vecchi, il senso della storia è nell’orgoglio dì essere il terminale di una catena ininterrotta.

La stessa sensazione si prova nei paesi di montagna dove il turismo non ha costruito troppe case vuote, e tra gli abitanti, la nascita di un bimbo, un matrimonio, una persona che sceglie di restare, è un fatto collettivo, una speranza per tutti. In questi luoghi il legante e il motore, è stata la tradizione, fatta più di abitudini che di principi. La tradizione era un principio, fatto di vite sovrapposte, di saperi trasmessi, che ora si sgretola perché non si trova menti, dita, luoghi in cui esercitare l’imperio del sapere antico. Ed è proprio questo imperio che si smarrisce, qui come altrove, perde la nozione di forza comune, finché il legante si scioglie e sulla riva, davanti a una casa, una donna si siede accanto ad un’altra. Parlano sapendo che il futuro è così vicino da confondersi con il presente, ed il passato, un amante a cui attingere per riempire i discorsi, anche se alla fine, opprime un po’. Parlano e guardano per pensieri brevi, quasi informazioni e sentenze.

E’ la stessa donna che ho fotografato un anno fa, oppure un’altra? In fondo non importa, è il gesto che scosta la tenda, la mano che ripara gli occhi dal sole che conta, il guardare me,  foresto, eppure con lo stesso dialetto. I foresti ora restano poco, arrivano e vanno, prendono il sole, il mare, la spiaggia, l’aria, l’azzurro del cielo. Prendono, lasciano dei soldi e se ne vanno. Un tempo il foresto restava, raccontava di sè, imparava la lingua, aggiungeva parole e significati, lasciava le cose com’erano e, se pur restava foresto, diventava uno di noi. Così sembra pensare la donna finchè mi parla, e così pensa il pescatore che aveva il bisnonno nella imperiale marina Austro Veneta, così penso io che sono foresto e so che quel mondo è finito nelle sue gerarchie e priorità, lasciando le persone sui muretti e sulle soglie di casa. E so che questa generazione, sarà l’ultima, con memoria, poi sparirà anche quella. I ragazzi ricorderanno a breve, perché nessuno gli racconterà, e così saranno la scuola, i genitori, qualche amore, il bar a farla da padrone in un passato così breve che sembra antico già in una vita.

Parlando di queste cose con un’amico indigeno, alla fine è sbottato: a furia de pensar el çerveo te va in acqua (a furia di pensare il cervello ti va in acqua). Memoria d’acqua, per l’appunto.

Tornando ho visto l’insegna della antica trattoria La fazenda, è del 1973, un’eternità.

il luogo dell’attesa

La nuca e’ il luogo dell’attesa, inerme d’occhi concentra sensibilità che non si protendono. Attende due dita che scostino i capelli, una carezza che scateni la sua nudità sensuale, un bacio sfiorato e sussurrante. La nuca attende e si snoda tra istinto e ragione, è superficie piana che racchiude.

Dovessi mettere nel corpo casa al tempo, la collocherei nella nuca, luogo del possibile, dell’attenzione, dell’incontro, del preannuncio che può evolvere o posticipare, mai indifferente. Inerme, essa, si pone oltre ogni offesa, si alza nell’orgoglio, si piega con la colpa, attende. E se ciò, che spesso e’ chiamato amore, s’ accorge dell’attesa, capirà anche ch’essa è porta del cuore.

La nuca promette e mantiene, merita attenzione piena, non ha fretta e non ama un distratto passare, in lei c’è confidenza ed accettazione profonda, ricordarlo è uno scoprire -e scoprirsi- oltre la fretta del conoscere. Oltre la presunzione del conoscere. 

p.s. il primo movimento del concerto n.2 di Rachmaninov, rappresenta bene le sequenze di un tocco amorevole sulla nuca, provate a chiudere gli occhi e ascoltate.

se la politica è una moda

Indossare una gestione dello stato sembra sia un dato umorale; qualcosa che prescinde, di fatto, da un progetto personale, oltre il piacere a sé od a altri. Insomma una moda, un sentirsi nel gruppo per compagnia; quest’anno va di moda il grillo, l’anno scorso il vendola, prima il berlusconi, o il dipietro o il bossi o il prodi. Comunque sia, alla politica, che deve assicurarci il benessere, una prospettiva personale e collettiva e magari anche un presente, si assegna un tasso di attenzione e comprensione inferiore a quello che occupa la nostra testa, in un camerino di un negozio di abbigliamento. Gli effetti di questo si vedono, perché partire dalla presunzione di competenza e onestà è come assegnare ad un tessuto privo di etichetta, la patente di pura lana vergine o seta italiana. Bisogna sentire tra le dita, informarsi, vigilare, chiedere garanzia e conto, e invece…

Qualche tempo fa, parlando della scuola pubblica sottolineavo che inefficienze, sprechi, e gestione, vanificavano il lavoro di chi si appassionava al suo mestiere e faceva ogni giorno bene il suo lavoro. Non bastava dire: è la scuola pubblica, bisognava, proprio perché pubblica, renderla senza ombra di dubbio, la migliore. Venni rimbrottato perché alimentavo l’attacco alla scuola, da parte dell’allora ministro Gelmini, in realtà l’unico modo per rendere inattaccabile la scuola o la sanità era, ed è, far sì che non siano criticabili. Se non si insegna a sufficienza, se i risultati sono l’ignoranza e l’apatia del sapere, gli utenti sono nella stessa situazione di chi attende inutilmente per un’ora in un ambulatorio pubblico una prestazione che paga. Per chi non ha la prestazione, significa che l’insegnante, il medico o l’equipe, stanno facendo altro, e questo poi evolve nella certezza di non ricevere il dovuto. Che il costo pagato direttamente o indirettamente, non sia commisurato alla prestazione. Ho fatto questi esempi perché se si accetta e non si pretende che la politica risolva questi problemi di efficienza ed efficacia, i soldi di tutti, anche quelli in più che versiamo per salvare il paese, vengono buttati in una fornace. A far sì che questo non accada, serve la politica, ma siccome so che è difficile che questa non cada in tentazione, che non  consolidi privilegi, non posso accontentarmi di innamorarmi del primo demagogo che appare sul mercato.

C’è un solo spettro che la politica non riesce ad esorcizzare, qualunque sia la maggioranza, ed è il fiato sul collo dei cittadini, l’interesse verso la cosa pubblica di tutti noi. Nel privato, purché non si leda il diritto d’ altri, si può fare ciò che si vuole, ma il pubblico è di tutti, ciò che butta dalla finestra Bossi o Lusi, ovvero finanziamento pubblico ai partiti, è cosa anche mia, nessuno può buttare la fatica degli altri al macero, ma in questo l’attenzione ed il controllo dei cittadini è mancato.

La democrazia non si esaurisce il giorno del voto, ma si manifesta ogni giorno nella sua riconferma. Superata l’età delle ideologie, che almeno il pregio di indicare un futuro ce l’avevano, è subentrata l’era delle paure. Lasciando perdere il ridicolo delle berlusconiane paure del comunismo, anche se bisognerebbe ricordargli che il capitalismo, in questo momento, sta facendo ben più danni e vittime degli inesistenti, trinariciuti, comunisti, ma le persone a questo non badano, epperò quotidianamente vivono nel timore di qualcosa che non dipende da loro, sia esso la finanza, l’economia, la sicurezza, il futuro pensionistico ed assistenziale, i diritti, ecc. ecc. Ma l’unico modo per governare le paure, è capirle, affrontarle, fare azioni collettive forti che portino verso il loro superamento. Può bastare per far questo, un comico, o un demagogo, od un agitapopolo? L’esperienza di questi anni dimostra di no, e che se la politica non è gestita seriamente, tenendo conto del contesto, genera disastri.

In questi mesi stiamo pagando il fatto che l’Italia era un paese senza crisi, così ci è stato detto per mesi, e adesso, che la crisi è esplosa nella sua evidenza, paghiamo, in aggiunta, l’incapacità dei tecnici di capire la politica e i bisogni dei cittadini. Senza un piano di sviluppo il paese, e chi lo abita, declina, si immiserisce. Per questo, io credo che i cittadini dovrebbero entrare nei partiti, senza pulirsi le scarpe, scuotere l’albero per far cadere ciò che non fruttifica più, ma anche usare la competenza rimasta per raggiungere degli obbiettivi chiari. E quali sono questo obbiettivi se non il presente e il futuro che vogliamo, la direzione che giustifichi la fatica dello stare assieme.

Credo che le parole lavoro, legalità, sicurezza, equità, solidarietà siano sufficientemente esplicative. Adesso le parole vanno riempite di domande, risposte ed azioni: visto che non vogliamo perderlo, mantenere il wellfare quanto costa ? quanto posso ricavare in efficienza senza toccare il costo? ha senso che un medico lavori dentro e fuori il sistema che lo paga? oppure sul lavoro, hanno senso le decine di adempimenti che impongono una pletora di professionisti da pagare per ottemperare alla legge? Oppure, se il servizio pubblico non è efficiente, ha senso che lo si mantenga comunque? oppure, perché incontriamo decine di persone, ogni giorno, in divise varie, che portano pacchi, fanno caffè, distribuiscono posta, cucinano e servono in tavola, guidano mezzi di trasporto, ecc. ecc. senza che nessuno di questi abbia un lavoro fisso e sicuro? oppure, ha senso che lo stato tenga precarie le persone per molti anni e le rinnovi di sei mesi in sei mesi, senza immetterle nell’organizzazione, se gli servono? oppure, ha senso che lo stato non paghi le persone e le aziende, che per fare un lavoro allo stato, hanno già dovuto pagare l’iva e le imposte? oppure, ha senso che chi svolge una attività di lucro, anche se sono fondazioni bancarie o chiesa, non paghino le tasse sugli immobili strumentali? oppure ha senso che si lasci andare in malora il patrimonio pubblico per poi svenderlo, anziché metterlo a reddito?

Come vedete ho citato solo alcuni piccoli elementi del fare nella politica, che vanno verso una minore spesa e più equità, e sono possibilità che non mi fanno scegliere l’antipolitica, ma mi fanno chiedere di fare, di essere rigorosi, di tagliare i privilegi di chi fa politica, di chiedere conto. Non mi piace lamentarmi e neppure assentarmi, penso che una delusione è sempre una sconfitta che merita un’altra battaglia, per questo non mi interessa molto la moda nella politica e mi preoccupa molto la disaffezione, temo che quest’ultima toglierà controlli anziché metterne di nuovi, ed io non mi fido. Non più, tantomeno della moglie di Cesare, ma proprio per questo devo esserci di più, come posso, anche se costa fatica, perché ogni volta che mi distraggo qualcosa può prendere il posto della fiducia. In fondo noi giudichiamo per i risultati e per il metodo, per entrambi, perché se fosse solo per i primi, spesso una dittatura avrebbe il campo libero. Ed io una dittatura fosse anche della moda, non la voglio.

il partigiano Johnny

Oggi ascoltavo radio tre, ad ogni programma veniva letta una lettera di un condannato a morte della Resistenza italiana. Sono riandato a quando la lettura di quelle lettere mi segnò  un percorso di vita, una parte con cui stare. Ma già allora si discuteva sul fatto che la celebrazione può svuotare di significato ciò che si celebra e se di partigiani ce n’erano molti ed il 25 aprile erano in piazza con i fazzoletti rossi o tricolore, già la liberazione sembrava allontanarsi, come accade a tutto ciò che si colloca in un luogo di tempo che non ha più relazione con noi. Emergeva una tranquillità progressiva dettata dalla democrazia e dal benessere che considerava l’evento come particolare od eccezionale: era accaduto quasi per caso, non accadrà più. In fondo cancellare la Resistenza oppure portarla a guerra civile significava cancellare anche il fascismo.

C’hanno provato, ci riproveranno.

In questi giorni ho sentito spesso evocare gli ideali di chi partecipò alla Resistenza, come fossero anch’essi passati con la stagione degl’idealismi. Tutto distante e poco attuale anche sul piano delle idee. Invece le ragioni per cui molti scelsero una strada personale difficile, con un numero enorme di morti, si tacciono, non emergono. Ebbene, quelle ragioni sono ancora tutte vive e attuali: la libertà, la democrazia, l’eguaglianza, la solidarietà, la giustizia, il lavoro, la dignità, l’unità del paese e la sua autodeterminazione, non hanno cessato di essere il presente ed il futuro per tutti noi. Semplicemente si danno per scontate, oppure ci si accontenta. Quando emerge la domanda: ma lo rifarebbero se vedessero ora com’è diventata l’Italia? Io credo di sì, perché la conquista di questi obbiettivi non si è mai pienamente compiuta e se oggi non serve più la lotta armata, l’impegno, la partecipazione sono necessari come allora.

Credo che il grande insegnamento e attualità della Resistenza sia in questo considerare possibile ciò che è giusto-

I ragazzi spesso non sanno di cosa si parla quando viene evocata la Resistenza perché le ragioni non emergono, e non hanno riferimento con il quotidiano. Il partigiano Johnny, i piccoli maestri di Meneghello, avevano la loro età ed erano in grado di sognare, volere, un futuro diverso. E lo immaginavano finché amavano, ridevano, soffrivano: non avevano rinunciato alla loro età. Gli adolescenti, i giovani non possono ricordare per sentire, ma se si collegano le difficoltà che vive la nostra società con le ragioni di allora, forse sarà più semplice per loro capire che qualcosa di importante è avvenuto e che solo una parte del percorso è stata compiuta.

la necessità

Tra tutte le angosce quella delle cose da fare, è la più subdola e paralizzante. Ti prende man mano, e sale dalle visceri finché la gola ne è stretta. E’ facile scivolare in una catatonia da rimando, con sensi di colpa crescenti e verso una fine vista come liberatoria: ho tradito la fiducia, verrò castigato, me lo meriterò, ma almeno sarà finita.

E’ una paura senza dimensione reale, e come tutte le paure ha una percezione distorta delle dimensioni, ma come dirlo a chi sente che deve fare qualcosa e non ne ha voglia, non lo vuole più fare, e se lo farà, dovrà coercire se stesso da sé. Non mi intendo di queste cose, ma credo che sia uno scontro tra super io ed ego, dove il secondo cerca di rifiutare qualcosa che gli costa e gli toglie piacere, od almeno la possibilità di averlo.  Il non rispondere viene sentito come minaccia all’integrità. Qualunque integrità, sia essa l’immagine o il corpo, e ne nasce una fatica, un dover fare, tanto che alla fine per uscirne, si sacrifica qualcosa, o noi stessi oppure chi attende qualcosa da noi. Quasi sempre nella percezione distorta del dovere si nasconde una domanda: perché devo farlo? E nella risposta entra in campo il giusto e l’ingiusto, il ruolo e la finzione d’essere davvero i protagonisti. Non essere agiti da, ma agire, fare, perché questo dà senso alla nostra presenza, come dovessimo giustificarla aggiungendo necessità all’essere.

Sappiamo benissimo che il sistema si aggiusterà da solo, anche senza di noi, ma quel noi conta finché ci siamo. Conta per noi. D’altronde è connaturato con l’idea sociale che stare assieme comporti una riduzione delle attese, il ridimensionamento della propria dimensione. Difficilmente si pensa che l’eccesso possa essere la regola ed in realtà, anche violando la costrizione del dover essere, si resta all’interno di questo corpo che tollera, ammette la trasgressione purché non si violi il meccanismo. L’apologo di Menenio Agrippa illustrava bene a chi era più sfruttato la sua dipendenza. Ma oltre il funzionamento sociale si deve pur dire che alla costrizione si aggiunge molto di personale, e, per aspirare ad una qualche felicità di sé, una griglia di ciò che è davvero importante e di ciò che lo è meno, si impone. E’ quando non se ne può più, quando la solitudine sembra il luogo per riposare, ed in realtà è il rifiuto degli obblighi, che l’urgenza vera è fermarsi, per capire ciò che conta.

Un metodo usato in grandi aziende statunitensi, per verificare se una persona serve davvero, è il viaggio premio. Una lunga vacanza regalo, e se nessuno si accorge della mancanza, al ritorno l’ indispensabile lo sarà molto meno. Se ne potrà fare a meno. Un metodo da caimani, ma se il principio si autogestisse, non ne verrebbe fuori un rapporto diverso con la società più prossima ? Togliere qualcosa di meno necessario, ogni giorno, abituare l’ambiente a provvedere a sé; il rapporto tra membra e corpo c’è ancora, ma è più libero e quieto, con pochi sensi di colpa. Per evitare il burning out, gli stessi che lo causano, lo consigliano: togli ogni giorno un 20% di non necessario, ma dammi integra ed efficace la tua prestazione. E’ sublime carnefice colui che riesce a convincerti a fare tutto e sempre di più, togliendo il non necessario alla prestazione: il massimo del risultato senza rivolte e con il massimo dell’approvazione. Questi schemi sono ben presenti nel lavoro e nella famiglia, tanto che la persona si pensa realizzata se riesce a fare tante cose, in poco tempo, così potrà farne altre e riceverne ancor più approvazione. La domanda terribile che viene soffocata nella fatica è: ma io dove sono?

Quando si fa un viaggio lungo, da distante molto appare ovattato, restano le cose davvero importanti che ci portiamo appresso ed il mondo, spesso con nostro stupore, va avanti comunque, tanto che al ritorno lo troviamo cambiato, ma anche uguale, cioè tutte le funzioni essenziali hanno proceduto nell’indifferenza nostra, ciò che è uguale è l’attesa di chi dipendeva da noi. E noi ci diamo da fare per recuperare il tempo trascorso, come si dovesse chiudere uno jato che ci riguarda.  Forse ci rassicura avere un’importanza, sentirsi necessari, ma in realtà riprendiamo un posto in un vagone che è andato avanti per suo conto. Capirlo ci darebbe la nostra vera importanza e forse un po’ di tempo per noi.

Anche in una struttura complessa si può agire diversamente; le supplenze, il darsi importanza attraverso il marginale, possono essere ridiscusse. Il se non lo faccio io non lo fa nessuno, è proprio vero? E se non lo fa nessuno è davvero necessario? Ora sembra tutto necessario, forse perché  non si sa dove andare altrimenti e noi ci facciamo davvero paura quando abbiamo tempo senza necessità di rispondere ad un ruolo.

In questi giorni, in cui vuoto cassetti, strappo biglietti da visita scaduti, comincio a far liste di ciò che faccio, non di quello che devo fare o farò; vederlo descritto fa uno strano effetto perché troppo spesso si agisce in automatico. Mi chiedo fin dove sono io e penso che bisogna discriminare e prendersi tempo, lasciare spazio alla necessità di avere il suo nome.

Forse se la necessità riprende il suo posto si capisce a cosa serviamo davvero.

tornare alla domenica

Il sole lotta e prevale nella sua pazienza di luce, ora i coppi sulle case vicine, rilucono d’ un rosso che protegge le case, chi ci abita, ed anche non poche rondini che hanno trovato dove tornare. Prima la pioggia ha lavato, come fosse logica estensione, non delle nubi, ma del sole nel suo resettare e pulire il mondo vicino. Pioggia, sole, luce che, da ambracea, si fa ora diretta e forte. Accosto le tende, non il mondo.

Il limite –penso– è un confine tremolante d’aria da percorrere con uno schiocco oppure da lasciar crescere come insormontabile muraglia. Che so io di queste vite che si svolgono distanti eppure vicine? so che ogni distanza può essere percorsa solo con volontà e pazienza, ma basta, non so altro. E’ un metodo, la pazienza, non un fine e neppure una condizione. Penso ai giorni prossimi, alle difficoltà, ma anche alla tentazione dello sprangare la mia fortezza, in un autismo scelto e perseguito. Blasfemo nei confronti di chi non ha potuto scegliere la propria condizione, irritante quando non è scelta d’una strada comunque. Un bivio, sembra, ma in realtà non si esaurisce in due possibilità, ed oscilla nella condizione del padrone di casa: apro o non apro le mie imposte? E’ il rischio che ognuno affronta e risolve come crede. Val poco dire, poi, che non era cosa, che ci sarà occasione e modo; non sarà così, ma alla fine si tratta di dna sociale ed individuale: nessuno ci può chiedere d’essere diversi da come siamo; se non nuociamo. Nessuno, se non noi stessi; noi normiamo ciò che ad altri non è normabile. Non è questa, forse, la sublime libertà?

Ben sappiamo che lo stesso refe che ci trattiene dall’abisso, ci tiene assieme e ci può strangolare. E’ l’annodare e lo sciogliere, l’ impresa che occupa, e c’occupa, poggiando su una parola che espira: tu. Perché se muto -e muterò- sarà in funzione di qualcosa che è esterno a me, ma dipende da me. Solo da me e dal caso. Dal sole e dal caso, che tornano e come per ogni occasione del mutare, si ripresentano sotto mutate forme. Pazienza ed attesa della luce, anche se, come adesso, il cielo si rannuvola.

Ritornare di domenica, ha il profumo delle paste che vanno verso qualcosa che terrà assieme.

vento di lamiera

Nella notte la lamiera ha sbattuto a lungo con il vento, finché il sonno l’ha zittita. Sono anni che vado nello stesso albergo, ma la lamiera si sente solo quando dormo nel lato a nord. C’è sempre vento da queste parti, spesso folate di maestrale che portano odore di mare misto ad erba; in questa stagione anche umore d’alberi potati.

La lamiera ha un suono strascicato; devono averla fissata da qualche parte perché in passato era peggio, ma non è bastato a fermarla. Lo immagino questo vento che la solleva, come fosse una gonna, la fa scorrere e poi la posa, mentre la gravità la riporta da capo.

I primi tempi protestavo con il portiere; assentiva e diceva: provvederemo, non si preoccupi. Ma che interesse può avere una lamiera? Si scorda poco dopo il reclamo, bisogna trovarla, i clienti partono. Adesso non protesto più, la lamiera ormai è diventata parte del vento e di quest’angolo di Sardegna. Ma forse la sento solo io, e per chi abita è diventato un rumore di fondo, una banderuola sul tetto che in fondo non serve a nessuno, eppure fa parte della casa.

Quando verrà davvero fissata, nel silenzio qualcuno si sveglierà chiedendosi cosa ci sia di nuovo, e tenderà l’orecchio prima di rimettersi a dormire. 

soprattutto

Stanotte la pioggia scroscia sul tetto e poi scende per la grondaia con un suono di toboga che si perderà nel sonno. Sento la casa calda, il libro che aspetta paziente, la molta strada fatta oggi. Sembra  tutto scivoli dalle estremità del corpo, mentre l’acqua, che entra con gentilezza, lava i pensieri sporcati nei contrasti e scioglie le arroganze del giorno. 

Se ascolto con attenzione, nel silenzio del vicolo sento il rumore di gorgo dei chiusini e delle grate che porta via utile ed inutile.

Via, soprattutto, verso il sonno e poi il giorno.

scrivere con malinconia ed altri accidenti del vivere

Parliamo tanto di me, che questo poi si fa guardando il mondo e raffrontandoci in continuo con ciò che percepiamo, sentiamo, guardiamo. A questo serve scrivere parlando d’altro. E pure a dire la verità scrivendo, la mia verità. La verità non si esibisce, si racconta, è un’approssimazione della comprensione, ma la verità di chi scrive onestamente, anche quando è ipotetica, è chirurgica. Almeno chirurgica a sé, e inseguendo qualche demone, lo anatomizza, ma vuol lasciarlo vivo ed aderente alla sua verità. Ché poi è la stessa di chi scrive. La verità del guitto, invece, balla larga nei vestiti non sono suo e vuole far apparire tali.

Dirla con semplicità, la verità, ma questo è il segreto dello scrittore di rango che ammanta la semplicità di vesti e la lascia spogliare da chi conosce l’erotismo della verità.

La verità ha una sua malinconia, che supera di molto il racconto del proprio malessere, anzi il parlar d’altro è un modo per proporre diversamente la malinconia che è nelle cose. E sono le cose che ci colpiscono, che offendono; in fondo la verità è una mediazione tra un sentire e un essere ed entrambe le condizioni sono vulnerabili dalle cose. Ma restiamo in ambiti domestici: la nostra verità, che è poi bisogno, non ha specchio nel bujo del non vedersi, del non sapere chi si ha davanti. Soprattutto se si scrive come si borbotta tra sé. Il fatto di non avere specchio nello sguardo, nell’espressione, fa trovare specchio nelle parole e qui, a volte, si potrebbe usare la  perfetta ricetta dello scrittore, ovvero mistero, storia, erotismo q.b. Ma questa non è mica verità, è racconto, plot, eppure quanti tentativi maldestri di racconto auto specchiante slegato da chi scrive, si trovano. 

Chi ha lembi di storia comune si capisce per ricordi conosciuti, sensazioni sperimentate. Aiuta il vissuto che si sovrappone. Questa condizione si può trasferire anche nella relazione epistolare, che è fatta di sintonie profonde, rivelazioni intime, è un percorso di conoscenza, una relazione. Invece scrivere da queste parti, razionalizza, semplifica. Una frase in testa è fatta di continuità piene di puntini multimediali, qui spiegare tutto diventa una fatica immane. Allora si razionalizza, e si perde il succo della vita vera. Non scrivo per essere capito subito, non da tutti almeno, ma per la sintonia.

Oh beh!

questa canzone è per me la summa sublime di ciò che si può comunicare:

a ciascuno il suo

A volte penso che i carichi, presi con grande insensatezza (la generosità è tale), siano eccessivi. Lo sono perché projettano un’ombra sul mondo, sul tempo, su ciò che si vede.

Ribellarsi per tutta la vita alla schiavitù delle cose, al loro ingerirsi nella vita, proprio per il senso del dovere che merita la funzione che ricopriamo, significa rispettare le regole, ma non impedirsi di vivere. Forse si cade in altre costrizioni; penso a me che, coltivando le mie passioncelle, ho direzionato la nave tenendo equilibri che poco c’entravano con una visione usuale del presente, del mondo. L’essere fuori in realtà non pesa, è una scelta. E’ il folle che non sceglie la sua follia, ma la diversità non è un marchio d’infamia tra gli eguali, è una specialità, un seguire il demone, o il sogno che questo produce. Il problema, per non pochi, è proprio quello di avere un sogno, di alimentarlo, di svegliarsi, fare, e poi nuovamente sognare.

Qualche giorno fa, altrove, parlavo del sogno come generatore di passioni, credo sia davvero così, ma non sopravvaluto le passioni, hanno troppa letteratura in questi tempi e modificano poco le vite collettive. Soffrono della stessa sopravvalutazione dell’emozione che diventa il modo per sgravarsi di obbiettivi più ampi e faticosi. Ma pur ridotte passioni, emozioni, hanno comunque bisogno di un flusso in cui manifestarsi, una sorta di recinto in cui possono eplicarsi, correre. E parlo di passioni che non sono la soddisfazione del desiderio, del giorno per giorno; no, parlo di ciò che si può mostrare senza tema, perché è in sè chiaro, parla della diversità e della sua continuità e così ha un ambito in cui confrontarsi. In fondo quando raccontiamo (una parola terribile, che non sopporto, è il continuo uso del termine narrazione), ci sono almeno due realtà che si uniscono, quella delle nostre urgenze interiori, quelle che ci fanno star bene o male, e quella delle urgenze esteriori, con la loro violenza e scarsa creanza.

Quando lascio che l’urgenza esteriore mi espropri da me, allora non ho più equilibrio, cerco ciecamente la medietà, il confondermi nell’essere eguale perché questo è rifugio, è riposo. Ma non posso permettere che l’esterno ammazzi la capacità di sognare, di generare passione; non posso permetterlo perché ne morirei in ciò che ho di vero e quello che rimarrebbe sarebbe poca cosa: un codice di regole banali.