Finita l’orgia si riposa. Il riposo del cotechino, della bondiola, della salama da sugo, del cappone scampato, del capitone fuggito e del Natale Babbo stremato. Sì perché io di nome mi chiamo Natale e il cognome è Babbo. A dire il vero non era neppure Babbo il cognome, ma Pater, cognome da emigrante qual’ero. Mi hanno detto vieni a nord che c’è lavoro e io sono andato, il lavoro c’era, ma era pure duro e mal pagato. Da pastore di pecore a pastore di renne e queste mica rispondono con un fischio. Poi sono arrivati quelli della cocacola, e mi hanno detto: ti interessa un lavoretto facile facile, a tempo determinato, lo fai da casa per gran parte dell’anno e poi a Dicembre un giretto per le consegne e finisci. Però devi cambiare il cognome con uno più affettuoso, Babbo ti va bene? Ed eccomi qua, con il cognome prima del nome, come fossi all’appello a scuola. Babbo Natale? Presente. Mi hanno messo la divisa aziendale, così mi hanno detto, poi ho scoperto che mica lo era, però me l’hanno regalato quel vestito ridicolo. Loro che sono americani e che il rosso lo vedono come i tori, mi hanno vestito da panzone garibaldino pronto ad andare a letto. Io mica ero panzone, allora. Ero magro, magro come un chiodo, magro come la fame che avevo. La panza ce l’avevano loro, razza di obesi, ingozzati di patatine, pollo fritto e maionese. Pieni di grassi idrogenati, burro di arachidi e sciroppo d’acero. Loro erano il ritratto della prosperità, io ero il ritratto della carestia. La pancia mi è venuta dopo, è solo dilatata. Mi pagano a cocacola e bevo. Bevo e divento nervoso, così bevo ancora e mi gonfio. Insomma ho una dipendenza gassosa e gli effetti collaterali spaventano le renne. Provate voi a governare quattro renne volanti sensibili ai rumori. Ho sopperito con para orecchi e stoppa, così ora ho le renne sorde e per guidarle devo usare la lingua dei segni e ampliphon. Guidarle per cosa, poi… La falegnameria produce cavallucci e bambole e qui mi chiedono apple e samsung, sony e gucci. Genero scontentezze con i regali e faccio pure fatica a costruirli, finiscono direttamente sul mercato vintage. Non è una soddisfazione. Chiedete direttamente al produttore, io quelle cose non le ho, e non posso pagarle con i premi che vinco alle gare di rutti.
Ma dal prossimo anno si cambia. C’è il jobs act. Me l’ha detto Poletti, che pure un po’ m’assomiglia: non più contratto a tempo determinato, non più mezzo proprio, non più lavoro a domicilio. Ho già chiuso la partita iva. Voglio l’assunzione e la slitta aziendale, giocattoli su budget contrattato e indennità di divisa. Sennò buona uscita adeguata e trovano qualcun altro, tanto i disoccupati non mancano. Io vado a fare il taxi pizza e kebab con la moto slitta, gli esquimesi ne vanno pazzi e mi danno pure la mancia in merluzzo e stoccafisso, insomma, anno nuovo: si cambia verso.
Sul fare o non fare regali a Natale, quanto questi siano un obbligo e quanto un piacere, se essi debbano rispettare i gusti del ricevente o viceversa, se si possa trovare un utile compromesso, se i doni debbano essere misurati sull’importanza, ecc. ecc. ; su questi temi credo che tutti si siano esercitati.
Ho trovato un po’ di chiarezza, dopo anni di insoddisfazioni, che se da un lato ha ristretto i doni a chi conta per me ed è vicino fisicamente, dall’altro cerca di continuare attraverso il dono un dialogo, un interesse.
Hai letto Coriandoli nel deserto di Alessandra Arachi ?
No, di che parla?
E’ una sorta di lettera d’amore molto bella. Tieni te lo regalo.
Ma mi hai già fatto un regalo.
E te ne faccio un altro. Vedrai ti piacerà.
Ma era destinato a qualcun altro e l’aveva già letto ?
Qui il dialogo potrebbe finire, il libro tornare nel sacchetto e una amicizia avere un po’ di sana sospensione per capire ciò che davvero ci tiene uniti. Invece ho detto la verità, ossia che l’avevo visto in libreria e comprato perché sapevo che di lì a poco l’avrei incontrato. Una giustificazione non dovuta perché, a volte, bisogna sopportare le distorsioni mentali, anche negli amici. E non è una questione di sincerità, o di buona educazione, ma di come ci si pone di fronte a un regalo. Non è necessario contraccambiare, ad esempio, l’imbarazzo non dovrebbe esserci, casomai l’emozione, e allora dovremmo chiederci perché un dono, che non è altro che un dono, dovrebbe generare un’ asimmetria? Questo apre un discorso infinito che riguarda ogni rapporto “amorevole”, restiamo al contesto, un dono è un darsi, un’attenzione oggettivata, un reiterato modo di dire che si vuol bene. Se chi lo riceve pensa ad altro, mette in discussione l’intenzione. Anche se fosse vero, anche se fosse un regalo riciclato, un rapporto e un dare sarebbe sminuito. Questo mi fa pensare che i regali si possono sbagliare, ma bisogna darli alle persone in grado di riceverli. Chi non sente che dietro un dono c’è altro , oppure lo banalizza, semplicemente non lo merita. E neppure la nostra attenzione sentimentale merita.
Foglie di platano a mucchi. Sono mani palmate, croccanti, aliene, grandi, secche, in quel color tabacco che fa voglia di fumare. Sensuali come sigari arrotolati da mani femminili, o sminuzzate dentro fornelli di pipa a cui s’è accostata la brace d’un ramo tolto dal camino. Ma sono foglie, e questa è voglia di fumare, accende mezzo sigaro e guarda. Foglie a mucchi, ai lati dei marciapiedi. Ai piedi degli alberi. In distanza si vede il giallo della tuta dello spazzino con una buffa scopa, una grande L, che manda avanti le foglie. Un suo collega, anche lui in tuta, si muove come un pendolo dalla strada verso il marciapiede, ha sulle spalle una macchina che soffia, e spinge le foglie verso la scopa.
Soffia, foglie, scopa, mucchi.
E’ mattino presto, l’insonne fumatore cammina, è uscito da poco. Guarda e nella testa ripete come un mantra: soffia, foglie, scopa, mucchi. E sorride mentre il vento le ri sparpaglia distratto. Sorride ai due cani che si rotolano nelle foglie felici, all’auto che ci parcheggia sopra.
Vento, foglie, scopa, mucchi, è l’equivalente di: si nasce, vive, muore, il resto sono chiacchiere. E così sorride ai pochi passanti che semplicemente passano verso qualcosa di definito. Non notano. Neppure il suo sorriso, notano.
Di mattina presto la città è diversa, emergono uomini che poi si rintanano nel giorno. Ognuno dove ha scelto, la necessità è una scusa, si rintanano e basta. E così guarda, accumula in testa. Ripete: soffia, foglie, scopa, mucchi come fosse il riassunto di un modo privato del sentire. Poi scivola di pensiero, si ricorda perché è uscito: ci s’innamora d’autunno. Pensa. E prende a calci qualche foglia sparsa. Ci si innamora e poi si attende. Può succedere una cosa e il suo contrario, la felicità o la disperazione, tutto in poco tempo e in una noce d’energia. Come un big bang, ma ordinato e se tutto schizza ovunque c’è un procedere pieno di contrasti. Magari ci fosse il caos e basta, l’emozione, c’è l’ordine delle scelte. Entropia positiva, o almeno pare. Urgenze frenetiche, tempi dolci di certezze, abissi d’attese, insicurezze improvvise. E poi domande. Infinite domande a senso unico: Sente anche lei lo stesso? Perché non chiama? Chissà a che pensa, c’è qualcuno con lei? Domande, sempre domande, presagi di qualcosa che sarà gioia o delusione. Non voglio la delusione, si dice, ma accade. E così mi difendo.Metto ragioni, incredulità, speranze deluse, tutto a far da freno. Però non funziona, la somma delle cadute pregresse non è un antidoto alla voglia di correre. Semplicemente tutto ricomincia. Solo in amore non c’è un prima e un dopo. Non c’è almeno per quell’attimo magico in cui tutto è possibile.
S’è alzato di buon mattino dopo una notte passata tra sogni e risvegli. Sogni fastidiosi, aggressivi che sembravano accordarsi alla sensibilità della veglia. Attorno, nel buio temperato dalle spie d’interruttori, rumori, schiocchi, pensiero di topi o di qualche preesistenza. Le case che hanno avuto altre vite portano impronte del sentire. Lì qualcosa, di certo, era avvenuto. Parole scambiate, ira, risate, era stato fatto l’amore, consumati rapporti frettolosi, delusioni, rabbie, rassegnazioni, speranze, obiettivi, piccoli passi di figli, risvegli, abitudini, pasti stanchi, veglie. Tutto accumulato in energia che s’era infiltrata tra i mattoni assieme ai desideri sino ad esplodere in rivoli di scelte, di alternative, di stanchezze soddisfatte, di vuoti, d’improvvise felicità. Tutto lì dentro, in pochi metri quadrati, nell’infinito campionario degli usuali modi di vivere. E nella sua veglia cosa restava? Un senso di bisogno, un’ assenza forte, un moto d’amore nascente, un guardare il soffitto nel buio, un muoversi dentro, fatto di attese e … di piccoli estranei rumori che generavano inquietudine.
Finalmente era arrivata mattina, con piccoli accenni di luce dalla veneziana del bagno. La mattina, con le sue abitudini, la colazione lenta, il pane imburrato, il doppio caffè, il latte caldo. Anche se non aveva fame, ogni mattina era così: solo per piacere. Gli animali mangiano per fame, non gli uomini. Tutto secondo il rituale del benessere, del tempo proprio. Come si dovesse indossare la corazza di un piacere per sé che servisse all’esterno. Un difendersi dagli sguardi sapendo che si era altro. E poi usare parole frettolose o distratte, indifferenti o fintamente partecipi, senza badarci troppo, essere banali insomma, per non mostrarsi, per tenere il meglio di sé ben protetto, perché quella era la parte importante, non sacrificabile. Casomai si poteva metterla in mani fidate, condividerla, ma dilapidarla nella banalità, questo no, non sarebbe stato utile a nessuno. E l’utile comunque emergeva nelle vite condivise, il resto erano perle ai porci.
Aveva sorriso, davanti allo specchio.Sono così affascinanti e infedeli gli specchi. Aveva pensato. Hanno dentro qualcosa di quello che vorremmo essere e che però non si vede. Al più c’assomiglia. E’ questo il loro fascino: avere un pezzo di noi e rappresentarlo in un’immagine che a fatica, riconosciamo come coincidente in qualcosa. Sarà per questo che le donne si cambiano davanti allo specchio.E si guardano oltre e tentano di modificarsi perché pensano di avere la capacità plastica di coincidere con l’immagine riflessa. E quando questa capacità di vedersi oltre, di modificarsi, diventa meno soddisfacente, allora concludono che è finita la giovinezza, che sono irrimediabili. Aveva sorriso. Di nuovo. Per lui la giovinezza, come le altre età della vita, non s’ era mai chiusa. Era proseguita nei meandri di possibilità, di sogni, di cose fatte e di insoddisfazioni. Per lui la giovinezza era l’età in cui nulla può davvero soddisfare a lungo, perché le soddisfazioni sono esplosioni di senso, scoperta. Ma anche attese gravide, pesanti, toni cupi, giorni che non sgorgano. Per questo la sua giovinezza non la cercava nell’immagine allo specchio, ricerca inutile del resto perché c’era un viso segnato, labbra usate, occhi spesso stanchi, ma nella capacità d’essere spinto in avanti, nel partecipare, nello sperare e amare. Nel provare che osava, dava credito, salvo poi chiudersi in silenzi offesi, in sofferenze repentine e grandi. Una giovinezza sanguigna e sanguinante, un rito di vitalità prima che di vita. Feconda. Ecco la parola che poteva contenere lui, il giorno, ciò che accadeva, la soddisfazione rada, il desiderio, la responsabilità, i bisogni. Feconda. Tutto senza un fine evidente se non il vivere. Un arrivare come un eterno andare. E un eterno naufragare e un salvarsi. Perché il naufragio è la rottura della previsione, della complessità della macchina in forza di natura, è l’organizzazione certa che fallisce e il doversi ripensare, ricollocare in un luogo e un tempo nuovi. Un inizio. Come l’ora dopo l’amore, il silenzio dopo le parole, l’ansare dopo la fatica, la solitudine dopo la folla. E’ accaduto, che si fa? Si era ubriacato di solitudini partecipi, ce n’erano talmente tante e parlanti attorno, in cerca di confidenza, di contatto, che aveva cercato sé nei silenzi protratti. Si era ritratto nell’immagine assoluta che veniva dai fallimenti, sapendo che un fallimento era un esito dopo una storia di successi. Facile accadesse, fosse solo per la legge dei grandi numeri. Ed era così che, tra alti e bassi, tra difficoltà a trovar senso sino all’orlo della disperazione, dell’annientamento, aveva costruito una instabile, incompleta, immagine di sé che nessun specchio avrebbe mai potuto restituirgli. Voleva essere, non assomigliare. E così aveva sorriso nuovamente. Quando sorrideva sentiva che gli occhi si aprivano, che c’era una luce divertita dentro. Come un accogliere, un abbracciare per comprensione, non importa cosa, ma c’era disponibilità ad ascoltare e far sua la vita d’altri, esserci in modo inusuale e senza chiedere nulla oltre al calore comune che si creava, la confidenza.
Stanco di casa e tepore, immerso in questi pensieri era uscito. Desiderava essere al mare, l’aveva sognato in uno dei brevi sonni, un mare d’inverno, freddo, inospitale. Un luogo per stringersi più che per contemplare. Fatto di rumori ritmati di risacca, gridi di gabbiani. I gabbiani c’entrano sempre, pensava, sono banali i gabbiani. E sporchi. Mangiano spazzature, Ce n’è ovunque, seguono le discariche. Però al mare quando veleggiano contro vento, e leggeri, senza muoversi volano, allora danno l’impressione della libertà di chi possiede un segreto: il disporre di sé. E diventano il sogno di un prima, di una ingenuità intelligente, di una pulizia interiore vissuta nello sporco, nel compromesso per bisogno. Avrebbe voluto il mare e un abbraccio che non si stacca, un cingere a sé, a fianco. E guardare sino e oltre il limite del freddo, sino alle labbra viola e poi correre in cerca di caldo. Ridendo.
Fuori, invece, c’era la città al mattino e le foglie, i viali ancora semi deserti, le strade come ferite tra le case. Luci di finestre, i primi rumori, la pasticceria che apriva, odore di cose sfatte e profumo di dolce, un altro caffè. Ogni volta si stupiva della differenza di ciò che vedeva di prima mattina, rispetto a un’ora successiva. La vita del primo tram, le persone che aspettavano e quelle che rientravano, i rumori, la luce. Pensava a come la città fosse il luogo dell’occidente, e del ‘900. Mentre altri continenti, l’Asia, l’Africa, il Sud America, ma anche la Russia e la Siberia, avessero la dimensione della terra. La terra come appartenenza ampia, che respira talmente tanto da essere un suono dell’anima. I russi erano stati bravissimi a descriverlo perché lo sentivano. Lo spazio, la terra-madre per il cibo, la sicurezza, il luogo, la bellezza, sino a diventare appartenenza, cultura. La Grande Madre Russia era la terra, e così con altri nomi accadeva ovunque, in Africa, in Brasile. La città era altro, un contenitore di fallimenti, di economie, anche di sentimenti, un limite al futuro, alla libertà. Amore, innamoramento, libertà, condizionamenti, noi insomma.
Quell’attività di persone e cose lo portava verso un distrarsi. Pulizia delle strade, trasporti, serrande che cominciavano ad alzarsi, e le finestre che si aprivano, la luce, un viso che si affacciava, uno sguardo al cielo e all’asfalto. Seguiva le cose che accadevano e le foglie. E desiderava essere al mare con lei, poi in qualche cittadina svuotata di turismo, nelle luci e nel calore dove si sta, Si vive. Sconosciuti agli altri per scoprirsi. E invece camminava solo ed era in una periferia antica, fatta di orti dentro le mura, sequenze di palazzi e di casette intrappolate dalla speculazione. Lì c’erano state cooperative di insegnanti e impiegati che avevano costruito case di mattoni rossi, piantato alberi ormai centenari. Una idea piccolo borghese, con l’orto minuscolo, le rose, la finestra dello studio sulla strada. La sera, passando per quelle strade, si vedevano dalle finestre, luci filtrate da vecchi paralumi, verdi, gialle, e tra le tende, libri. Ma usciva spesso anche odore di minestre, di vecchio, di avvenuto. Pensieri che si erano dispersi in adunate oceaniche, perduti in ideologie forti, stanchezze successive, nuove fedi e fallimenti di vite. Era rimasto l’odore di minestra e a Natale di cotechini, i nipoti in visita ai nonni che erano stati figli di cooperatori, presenze di badanti sollecite dalla parlata strana. In una di quelle case, forse viveva ancora una sua insegnante, quando l’aveva conosciuta lui aveva 20 anni e lei forse 40. Un po’ in carne per l’epoca Twiggy, ma carina. Nessun sogno erotico e neppure troppa confidenza, però si parlava di Parise, Calvino, Pavese, e sembrava amasse Gadda. Una cosa da gourmet per il miscuglio che contenevano quelle scritture e da cui lui era affascinato. Poi era sparita negli anni, vista qualche volta e poi più, ma l’impressione di qualcosa che si sarebbe ancora potuto dire gli era rimasta. Cercava di capire qual’era la casa. Per distrarsi, seguendo un interesse che in realtà era altrove, ma non trovava. E anche se l’avesse trovata che avrebbe potuto dire oltre qualche convenevole, qualche ricordo. Per questo non bisognerebbe mai lasciar cadere le opportunità di sentirsi di più, di condividere quando è ora. E adesso era Lei, quella che avrebbe voluto con sé al mare, ma non c’era e chissà cosa stava facendo.
Il nostro insonne capisce che è inutile, il pensiero torna sul desiderio di lei e allora va verso casa e prende l’auto. Vuole andare via, per non chiamare, per mettere distanza rispetto a ciò che entrambi conoscono. Un sentimento che nasce. Deve andare via.per far qualcosa così, ascoltando musica, guida. Abitare non distante dalla costa gli dà molti vantaggi, in mezz’ora si arriva al capolinea di un sogno. E finalmente c’è il mare davanti. Un vaporetto e poi la sabbia fredda, spuma, alberi dell’ultima mareggiata, gabbiani intirizziti. Il giaccone pur appiccicato al corpo, non gli tiene il caldo. E’ freddo, umido, una mattinata grigia, la spiaggia vuota. Cammina. Gli pare di aver camminato tutta la vita. La sabbia cede, e lui pensa, ha desideri, e freddo. Punta verso un bar, dentro, pescatori che giocano a carte, odore di vino, minestra e ancora di cotechini che stanno bollendo. Come in città. Sorride. Non si scappa davvero mai da sé, tanto valeva stare a letto stamattina. E qui non si parla con nessuno. E’ un “foresto”, il dialetto non basta. In questi posti, d’inverno ci si chiude ancora di più. E non è il freddo. Pensa. Tra poco è Natale. Che solitudine ha in sé il Natale, come un’attesa che non sfocia in un abbraccio.
Allora esce e per la strada vede la sequenza di chiese che guardano la riva, su una c’è scritto: Puer natus est.Che forza ha il latino, pensa, più di un tweet .Sopratutto molto di più di quello che non arriva. Però è nato un bambino. E con lui tutta la possibilità e il futuro in qualcosa che crescerà. E’ bello pensare che nascono i bambini, anche quelli dentro sono bambini. Anche l’amore è un bambino.
E così arriva all’imbarcadero per prendere il battello e per tornare. Per tornare dove?
A tutti quelli che attendono, che trovano qualcosa di nuovo che li riguarda, a tutti quelli che camminano, che vogliono innamorarsi, che ascoltano, che crescono senza prevaricare. A tutti quelli che sorridono, che abbracciano, che accolgono. A quelli che tornano e a quelli che ci sono e non ce ne accorgiamo mai quanto sono importanti e li amiamo. Buon natale.
Ti scrivo con gli accenti a posto ma senza lo spazio delle virgole perché ho bisogno di calore.
Tra poco rimetterò le virgole così se vuoi mi potrai baciare però intanto scriverò con i colori di una vecchia Ektachrome scaduta che continuano a virare verso il blu.
E di corsa ti scrivo perché la notte fuori morde ogni mio passo. E già questo basterebbe a giustificar la fretta che ingolfa le parole.
Hai mai pensato che scherzetti fanno questi piccoli segni nella testa? Ti dico che s’ingolfano e sembrano sgomitare ed affannarsi per uscire da chissà quale collo di bottiglia ma se ci pensi il golfo è un abbraccio che accoglie tutto, il vento, il sole e la tempesta, gli spruzzi d’acqua, le bestemmie dei marinai, le grida dei bambini, i voli dei gabbiani e le vele gonfie di colore, accoglie tutto e allora se m’ingolfo accoglimi anche tu nelle parole che escono da quel cappello magico che m’hai donato.
Accogli le parole che escono ordinate, le metto in fila e guardale,
gocce sul vetro che scorrono veloci,
sogni sotto l’albero d’estate,
ma anche bambine che corrono su un prato,
un fuoco in cielo che per un attimo le stelle ha rubate,
le attese della notte di natale.
Ne farò collane da mettere annodate
sul tappeto davanti alla tua porta, prima di suonare.
E suono il cuore tuo veloce,
suono ciò che hai scambiato per musica di strada,
suono i tuoi fraintesi
e scappo,
per rintanarmi timido nell’ombra d’un angolo a guardare.
Tu sporgerai il bel viso e sembrerò un pensiero, un battito,
l’incontro che non c’è stato, la figura che pareva, l’uccello subito volato.
Rintanerò tra i miei sogni raccontando
che ogni amore li contiene tutti,
che ogni bacio apre la bocca al giorno,
che ogni carezza è un brivido che prima non c’è stato.
Ti sussurrerò dall’ombra: se si può volare perché dovresti correre ?
E se di tutto questo persiste appena un poco,
la mia ombra si scioglierà nella luce
assieme ai saluti rossi appesi fuori dei tuoi vetri
mentre lampeggia e pulsa ad ogni battito di ciglia
il desiderio dei miei occhi che ti prende.
Tutto persiste appena e così ti scrivo. E qui basterebbe.
Perché mentre scrivo e uso colori di matita
e sottolineo
e traccio una tenerezza che ti riguarda,
ormai non dovresti chiedermi perché.
Non raccogli forse i fiori per tener stretta la bellezza?
Non passi tra le dita le foglie aspirandone il profumo?
E non accarezzi il gatto perché è caldo e ti risponde?
Le parole sono uccelli d’inverno che hanno freddo,
s’ammassano nelle briciole del vicolo, e son frulli
e confusione d’ali,
gorgogliare di colombi,
e gridi,
ma che te ne faresti se non vedessi la pazienza audace che le cuce,
Volano come quel palloncino che ti volteggia attorno,
e rosso volerà
rubando il giallo al sole
quando sarà pieno della gelosia di te.
Se leggi le mie parole e vedi il filo, saprai che anche quando corre in cielo
sempre a te vola il rosso palloncino,
e allora accoglimi, che è tempo,
tienimi nei miei preziosi punti e virgola
perché così più a lungo mi potrai baciare,
tienimi nella calda buona notte,
e poi dormi tra sogni di croccante e zenzero candito
Una nuvola di capelli crespi, zigomi pronunciati, occhi azzurro intenso, un viso bello. Gambe lunghe, seno piccolo, senza bisogno di sostegni, calzoni larghi, t shirt. Intorno ai 40. Sorride spesso. Corre, fa le cose insensate che si fanno in palestra. Conosce i pochi che si trovano a quest’ora. Dice cose eccessive: oggi ti amo, mancavi. Scherza, ride, poi d’improvviso si fa seria. Il tono della voce è un po’ alto, insicurezza? Forse è voglia di dire: ehi, ci sono… Mah.
Ci fu un tempo in cui era comune essere così, ed era tutto così intimista, proustiano, anche se c’era una rivoluzione possibile, tumultuava tutto. Pensieri piccoli, sensazioni, per questo sembra uscita da un ricordo di anni fa. Parecchi. Troppi.
L’uomo ha fatto fatica a tirarsi in piedi. La sua schiena glielo ricorda per tutta la vita. Ma anche la posizione seduta, di riposo, non è così naturale, le sedie seguono più principi estetici che la fisiologia. E qui finiscono le considerazioni generali. Un tempo il cartello solo posti in piedi indicava un disagio, una minore fruizione di ciò che veniva proposto riservato agli ultimi o ai meno abbienti. Credo che per questo abbiano inventato lo sgabello ovvero un modo per stare in piedi appoggiando la coda. Ma il pensiero non nasce dalla stanca e alcoolica osservazione dei propri vicini appoggiati al bancone del bar, ma dalla notizia che una nuova tendenza dell’organizzazione aziendale magnifica gli effetti produttivi del lavorare in piedi. Se è per questo bastava che ci si guardasse attorno e si sarebbe visto che una gran quantità di persone si siede di rado, ma la grande “intuizione” consiste nel far lavorare in piedi gli impiegati, che non sarebbero proprio in piedi ma sorretti da una gruccia su cui appoggiare i glutei. Se magari gli si racconta che questo rassoda la parte forse ci saranno schiere immediate di adepti. Però sorge una domanda: se ci sarà un aumento di produzione a fronte di un disagio, non appoggiare mai la schiena non è proprio il migliore dei modi per lavorare 8 ore, chi si terrà il beneficio? Ecco una risposta a questa domanda ci riporta all’inizio di queste considerazioni: i primati si sono rizzati sulle zampe posteriori per correre meglio, per raggiungere la frutta sui rami bassi senza fare salti, per spostarsi vedendo cosa c’era sopra le erbe della savana, quindi hanno perseguito un utile. Allora la domanda diventa: se cambio postura che utile ne ho?
Mi vedeva scrivere ogni sera. Quando uscivo dalla caserma, andavo alle poste centrali o in un bar e scrivevo. Lui passava andando altrove, ma i percorsi dei militari erano sempre gli stessi. Fu forse per questo che mi chiese di scrivere una lettera. Sapeva scrivere, mi disse, ma la sua scrittura era incerta nell’ortografia, ripetitiva nei contenuti e invece voleva fare bella figura con una ragazza. Avrebbe copiato quello che scrivevo e la lettera sarebbe diventata la sua. Allora c’erano manuali per comporre testi in tutte le stazioni, copia da uno di quelli, gli dissi. Lui ci pensò e poi mi rispose: no, le lettere che si scrivono, sono diverse. Tutte diverse. Sono vive. Quella lettera la scrissi, non ne conosco l’effetto,andammo in reparti diversi e lontani, ma l’idea che le lettere siano vive è vera.
Le lettere più belle che ho scritto, quelle che avevano sin troppo di me, spesso non le ho spedite. Altre le ho scritte nella mia testa ed erano altrettanto belle, piene di legami forti e di vita, messe poi sulla carta si adattavano al mezzo perdendo colore, intensità, smalto. Alcune sono poi partite, altre ingrossano i miei fascicoli di carte. Mi è sempre piaciuto scrivere a mano, meglio con la carta giusta, bianca e senza righe, con la stilografica. Già il mezzo è un’attenzione verso chi riceverà e l’inchiostro stabilisce una intimità che è quasi un colloquio. Ubbie, romanticherie, una parte di me.
A mie lettere importanti non è stata data risposta, con le parole dette a voce si è inteso sostituirla. Non era lo stesso, ma anche questo era un segno che c’erano attenzioni diverse. Quando si scrive c’è un’urgenza, qualcosa vuole uscire e sa che resterà. La lettera è un soliloquio in presenza spirituale dell’altro. Gli si parla e si dice ciò che si ha dentro senza interruzioni. Alla fine le cose non saranno esattamente le stesse di quando si è iniziato, scrivere aiuta a capire, modifica. La propria visione delle cose meriterebbe un’altra visione delle stesse e del mondo. Un parlare di sé che vada oltre le paure, quella di mostrarsi, anzitutto. Se non accade, il mondo continua, significa che non è grave.
Di sicuro, chi ho amato ha avuto mie lettere, gli ho raccontato quello che provavo e quello che speravo. Non c’erano molti particolari della giornata, ma molti immutabili di sicuro. Il rapporto tra ciò che ci sembra non mutare in noi e ciò che ci accade attorno è un esercizio fine di discernimento. Specie se si è innamorati. Ci sono cose importanti che vengono fuori e sono la pazzia che salva ed è irripetibile. Spesso le parole sono state una gabbia nelle sensazioni, quando ho cercato di spiegare troppo mi sono perso, e allora ho chiesto alla parola scritta di modularsi con quello che sentivo, di affinarci assieme. Ho messo la pazzia del sentire nelle parole, confondendo immagini e analisi, legami e paure. E comunque ho scoperto molto di me raccontandolo a chi pensavo avesse una capacità di capire. Un esercizio di certezza e un affidarsi. Anche quando le lettere sono rimaste nel cassetto, il cuore ne era stato preso.
Mi è sempre piaciuta la posta, la definitività dell’imbucare, immaginare il percorso, la lettura, il riscontro. E finché tutto questo accadeva, anche il ripensare a ciò che avevo detto. Pentendomi non di rado, avendone paura o gioia. Conoscendo la sostanza delle parole, il loro potere, mi interrogavo sino alla risposta. E quindi lo scrivere lettere è stata un’ attività dinamica del sentimento, nulla è mai rimasto fermo. L’attesa dell’altro e il dirsi. Come un abbracciare anche quando era un addio, perché il bene, se c’è, non lascia mai davvero e se non c’è si abbraccia il nulla.
S’era messa a fare i biscotti. Farine, burro, uvetta a mollo nel latte, mandorle, zucchero, uova, lievito. Nella ciotola le farine mescolavano i colori in scie, attendevano il giallo delle uova e il paglierino del burro sciolto, ne veniva un aranciato omogeneo che si scoloriva nello zucchero. Mescolare, mescolare a lungo, con il braccio che sentiva la consistenza dell’impasto e la morbidezza crescente. Si lasciava andare, l’impasto, a quella violenza morbida e la densità, prima granulosa si rasserenava e diventava liscia. Una amalgama omogenea che inghiottiva uvetta e mandorle, golosa essa stessa di sé. Una crema densa ch’era quasi un peccato suddividere in piccole losanghe, cerchi, animaletti da formina che sarebbero bruniti nella piastra: era bella così.
Con gli ingredienti e le proporzioni, e un po’ d’amore per i propri gesti, il risultato non muta.Accadesse anche nei sentimenti… Fare, pensò, era un antidoto al pensare, all’oppressione che sentiva. Sapere che dalle sue mani sarebbe uscito qualcosa di buono, sembrava rassicurarla. E come l’accudire, fare biscotti o torte per sé e per i bambini era mettere del dolce in mezzo alle difficoltà. Perché per un attimo restasse l’amore. Anche in bocca. Solo l’amore. Cos’era la gelosia se non una malata forma d’amore? Malata di rifiuto, d’insicurezza, di possesso. E il possesso stesso era conseguenza della non certezza. Un giudizio su di sé, non sull’altro. Amato, desiderato, mancante quanto mai eppure non raggiungibile. Gelosia e cose dolci assieme, e una malinconia infinita, impotente, come un lasciar scorrere sangue da una vena aperta, che non fa abbastanza male e intanto toglie le forze. Languore del lasciarsi andare. Scorre il sangue, lo spirito, la stanchezza. tutto assieme. Prima tumultuava dentro sulle pareti, sciacquava veloce nelle curve, invadeva il cuore e colmava tutto fino all’ultimo capillare, cosicché la malinconia era in tutto il corpo. Ovunque. Ho un alluce malinconico. Pensò. E sorrise, con quell’allegria discreta che avrebbe voluto condividere con lui, che avrebbe voluto potesse essere sua. Chissà che fai a quest’ora? Pensò. Con chi sei. Chissà se mi pensi. Nella gelosia non si accetta d’essere meno che importanti all’altro, eppure c’entriamo noi, solo noi, è un’importanza non condivisa. Dove ho sbagliato. Pensò. Oppure non c’era nessun errore e ciò che ci condanna alla mancanza è qualcosa di distante, un vuoto che ci sembrava di poter colmare, ma che non ha limite e allora pretende d’essere esclusivo e vuole tutto per sé. Incolmabile mancanza non tollera l’insicurezza. Come ai funerali. Come si vivrà senza?
Vuoi più bene alla mamma o al babbo? Domanda stupida, inutile, volevo essere voluta bene da entrambi, non volevo bene a quel fratello che mi portava via il loro amore. quell’amore fatto di disponibilità e attenzione. A che serve essere come ci viene chiesto, se poi l’amore non è sufficiente, se non è disponibile quando necessita, se non c’è quando lo si implora muti perché afoni di dire. Eppoi dovrebbe essere naturale riceverlo, no? Invece non è così, non basta mai. Poi quando si cresce, si intromette il piacere e allora tutto sembra complicarsi e scomplicarsi. Il piacere condiviso lega assieme, è la porta della confidenza, misura di qualcosa che si riproduce sempre diverso, a voglia, ma è un mettere le mani avanti su un futuro partendo da una felicità. Sennò cosa resta? Per questo la gelosia è un dialogo con sé prima che con chiunque altro, un dialogo che se non ha risposte scava, disgrega, devasta. Quando emerge cosciente , la rovina è già inarrestabile. solo l’altro la può arginare, farci ridere assieme. Che stupida. Pensò.S’era seduta e le mani giocavano con gli stampini dei biscotti. Però tu rassicurami, ti prego. Chiamami. Dimmi che solo noi, solo noi possiamo essere insieme. Felici. Dimmelo in qualche modo, fammelo sentire, perché così potrò lasciarmi andare alla fiducia. Ho paura di perdermi. di scivolare in una solitudine senza fine. Ho paura di avere freddo. Quel freddo che non va via e tu ti mette coperte, scaldi la boule, soffi sulle mani e c’è sempre una lama che risale e ti prende tutta. E sai che non avrai più caldo. Più.
Le voci dei bambini che bisticciavano, del cane che era impegnato a chiedere un suo ruolo nel litigio, la fecero lanciare un richiamo. Alzò la voce. La fece scura, imperiosa. Minacciò. Ma era distante con la testa. Non le importava molto, presa com’era da quel flusso di pensieri che s’ingolfavano dentro, s’attorcigliavano, diventavano circolari e ripetitivi. Un mantra negativo. E anche se sembravano tanti, poi erano uno solo: mi manchi. Lo disse ad alta voce perché avrebbe voluto lo dicesse lui: mi manchi. E voleva sentire il suono avvolgente di quelle emme che si sovrapponevano, così lo ripetè sempre più rapido: mi manchi, mi manchi, mi manchi, mi manchi … finché divenne un sussurro, un soffio, come un bacio che stava per posarsi sulla nuca. E allora chiuse gli occhi socchiudendo le labbra e aspettando arrivasse. Mi manchi. Ripetè. Uno dei bambini entrò con una grossa lacrima che scendeva, cominciò a protestare le sue ragioni e si convinceva con il discorso mezzo urlato e mezzo a singulti. Arrivò anche il cane e cominciò ad abbaiare a tratti, guardando alternativamente lei e il bimbo. Come si aspettasse qualcosa. Lei si chiese perché le lacrime a volte non sono simmetriche, ma ne cade una sola all’inizio, da un solo occhio mentre la testa soffre intera. O forse non era così e si poteva soffrire a mezzo? Prese in braccio il bimbo, gli diede il dito pieno di impasto dolce da succhiare. E mentre si quietava pensò alla bocca di lui. Pensò che avrebbe voluto tornare indietro. essere bimba e donna allo stesso tempo. Essere tenuta, compresa, capita, amata. E che tutto cominciasse su un foglio bianco con una parola ancora da scrivere, da declinare, da condividere. Ci si innamora della mancanza di essere amati, e così si pronuncia quella parola. E ci si crede perché sembra non ci siano alternative. Forse qui c’è una radice di malessere che finisce nella gelosia. Pensò.
Era finito il giornale radio, la voce dell’annunciatrice disse: Tempo previsto per domenica… Il bimbo dormiva succhiando il dito. Il cane s’era accucciato sui suoi piedi e sembrava appisolato. Guardò fuori. Era già scuro, la notte s’era mangiato il giorno, le cose, la possibilità. Le sembrava di non aver combinato nulla. E allora desiderò profondamente di uscire, camminare, essere distante da sé, mentre fuori pioveva e l’acqua lavava i vetri, gli alberi, l’asfalto, ogni pena.
ogni pietra seduta, calpestata, sconnessa e consumata,
ogni bellezza che è stata donata,
ogni attenzione che ha visto e si è soffermata,
ogni rimorso ch’è stato consolato,
ogni attesa in cui qualcuno è arrivato,
ogni solitudine cercata,
ogni pensiero che ha capito,
ogni telefono cancellato,
ogni auto andata senza i pensieri che ha portato,
ogni nube mutata dal bianco, all’aranciato e al blu, prima d’essere ombra nel nero,
ogni persona che ha guardato l’acqua,
ogni metà verso cui si è camminato,
ogni sogno, tenerezza e confidenza che m’ hai donato,
ogni soffermarsi improvviso che c’ha detto che siam vivi,
indefinitamente e pienamente vivi, per un attimo,
ogni giorno e notte, sempre.
Difendimi dalle forze contrarie,
la notte, nel sonno, quando non sono cosciente,
quando il mio percorso, si fa incerto,
e non abbandonarmi mai..
Non mi abbandonare mai!
Riportami nelle zone più alte
in uno dei tuoi regni di quiete:
è tempo di lasciare questo ciclo di vite.
E non mi abbandonare mai..
Non mi abbandonare mai!
Perché le gioie del più profondo affetto
o dei più lievi aneliti del cuore
sono solo l’ombra della luce.
Ricordami come sono infelice
lontano dalle tue leggi,
come non sprecare il tempo che mi rimane.
E non abbandonarmi mai..
Non mi abbandonare mai!
Perché la pace che ho sentito in certi monasteri,
o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa
sono solo l’ombra della luce.