la civiltà del bere

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Con l’aperol va bene, è da femmine, ma va bene. Con il Campari va bene, è il suo, niente acqua, grazie, solo il ghiaccio, abbastanza ghiaccio e una fetta d’arancia. No, il limone no, non mi piace con lo spritz.

Il Cynar andava bene, il Bianco Sarti pure, anche il Punt e Mes funzionava, ma adesso non sanno di cosa parli, se li ordini. Questo è un paese di figli con i padri rovinati dal rosso antico, l’aperitivo che si beveva in coppa e che ha traghettato un popolo dalle ombre agli aperitivi. E noi, duri, ci davamo un tono di ribelli all’ordine televisivo costituito, e andavamo a Bianco Sarti liscio, magari corretto Campari, per far colore. O con i Negroni, con gli spaccabudella a base di gin e Campari rosso, con le disquisizioni che s’impastavano di panini con il salame e sarde in saor. Per smaltire, bicicletta, ovvero spritz nella versione con vino e mezza acqua e poco poco, Cynar.

Certe sere, dopo tutto questo aggiungere gradi, veniva dal cuore il: mejo ‘e ombre, meglio tornare al vino. Ma non era quello di adesso, di bottiglia, fruttato, annusato, degustato, no, era quello di bottiglione. Sul banco ce ne stavano due. Rosso o bianco? Mezzo litro e due bicchieri e giù, a sorsate, ingollando per saltare le papille gustative, puntando poi subito al mezzo uovo sodo dai riflessi multicolor per correggere l’impressione. Petrolio il vino e inquietanti quei riflessi, dammi un’acciughina, va, che correggo la bocca. Volevamo fondare un movimento per la liberazione dell’acciuga col cappero. Avete presente cosa significa stazionare fianco a fianco con innumerevoli sorelle, tutte arrotolate sul proprio cappero, dentro una scatola di latta, immerse in un olio che a malapena arrivava ai fianchi?  Significa annoiarsi e ossidarsi, cambiare colore dal biondo al marrone scuro, rinsecchire e far spuntare le spine maltolte senza possibilità di depilarsi, insomma imbruttire senza scampo. Ecco la vita dell’acciughina. E c’era sofferenza tra le acciughine così le coglievamo in libera uscita, sull’uovo o sul crostino col burro, che sembravano dire: chissà che qualcuno mi mangi, lì dentro non ci voglio tornare, e ci si sacrificava per il movimento di liberazione: un boccone e via per togliere quel fondo di vino da bottiglione che avrà avuto pure un nome, ma era meglio non indagare. Era tutto merlot, leggero o pesante, merlot. Bah!

Per questo la civiltà è arrivata con lo spritz, un bel nome, tedesco, un passo avanti che ha abolito i mezzi litri, i bottiglioni. Lo dobbiamo allo spritz se sono arrivate le bottiglie e i nomi dei vini. Ma a tutto c’è un limite, anche alla civiltà, infatti è durata poco e se non ci sono più i bottiglioni, il prosecco adesso lo pescano da un fusto sotto il banco e lo spinano come la birra, aggiungendo anidride carbonica. Liscio o frizzante? Ha nuovamente perso il nome, l’identità.

Voglio prosecco vero, aprimi una bottiglia ogni tanto, correggi bene il colore col Bitter, né troppo né troppo poco, lascia che si sprigioni il gusto, non ammazzarlo con l’acqua al più uno spruzzo di seltz e dammi bagigi, arachidi, noccioline salate, lo so che costano più delle patatine, ma sono più buoni e soprattutto non sono fritti.  

Ecco la civiltà dello spritz. Si parla, si ascolta, si guardano le ragazze, si fanno discorsi alti, altissimi, cazzate paurose, si ride. Ho sentito più successi e malinconie di ricercatori teorici e applicati, bevendo spritz al bar che nei convegni specializzati.  Ma qui, parlo dei posti vicino all’università, c’è intelligenza che gira e che ha sete di conoscenza, ma non solo questa sete. Anche in osteria c’è intelligenza che gira, solo che si applica ad altro. E poi all’osteria, o dal bacaro, si procede per gruppi attrezzati: ci sono quelli del posto, gli stanziali, che si trovano ogni sera e ogni mezzogiorno e sanno cosa dire, di chi dire, come ridere per sott’ intesi. Poi i migratori, quelli che arrivano e non si sa chi sono,  foresti, anche se parlano in dialetto tra loro. Però a volte i discorsi s’ intrecciano, specie se ci sono ragazze, se si ha creanza nessuno perde l’identità, ma almeno ci si riconosce. Solo che come si entra, si esce.

Osterie, bacari, osmitze, frasche, occorre tempo, per la civiltà del bere occorre soprattutto tempo. Anche per chiamare per nome chi sta dall’altra parte del banco, occorre tempo. Poi tutto diventa facile, non si è mai soli in osteria: mutuo soccorso.

Dopo la civiltà è venuto lo spritz di massa , con i bicchieri in plastica, con le caraffe già pronte.

Caraffe già pronte? Ma siamo impazziti? Voglio vedere cosa ci metti dentro, lo spritz è mio, mi assomiglia, lo devi fare per me. Ma queste sono pretese da ramo nobile del bere, di chi beve meno e pretende di più. Anche i bagigi pretende, sennò li porta da casa.

E’ un percorso circolare, siamo partiti dai bottiglioni e finiti nelle caraffe e così adesso per bere bisognerebbe saltare di nuovo le papille gustative e sorseggiare, parlare, in piedi, fare tutto senza pensare a quello che c’è nel bicchiere e perché si è lì, ma così si capisce che non si è lì per bere, che è per solitudine, per parlare, sbronzarsi e vomitare. E’ diventata una moda di massa, riempie le piazze di voci, di rumore, ci si trova, si saluta e bisogna pur avere qualcosa in mano a cui attaccarsi per parlare.

Non è per me, devo bere seduto e avere tempo.

ciò ch’è difficile scambiare

Se a volte la cortesia impone parole, solitudini interrotte, il fare necessario, ciò non significa nulla più che un fastidio leggero, un’insofferenza celata quel tanto da far dire: non ha il suo solito umore. L’autunno chiude nelle case, le parole si fanno rade e dense di significato, l’orecchio è attento, ma più alla pioggia sul tetto (che ben si fonde con lo scorrere dei pensieri) che alle urgenze, che tali non sono.

Coltivare il proprio hortus conclusus, ammettere poca vista sulle proprie cose piccole e preziose, finalmente colte nella loro perfezione, ascoltare ciò che si vuol sentire. Una sordità così selettiva da essere assenza. Eppure esserci. Anche nel condividere ciò che altri fanno, gli impegni forti delle vite, il senso di alcune passioni che giungono d’altrove (si può leggere l’animo altrui e gioirne, senza innamorarsene un poco?), e tornare alle proprie giornate, al proprio tempo, circoncluso per sé, mentre le mani fanno altro. Impastano farina e uova per un dolce, sistemano carte, scorrono una carezza, svolgono un bacio. L’inverno incipiente aiuta, come un camminare sul confine, e non è forse questa la gioia paurosa che mette il bimbo nel percorrere uno stretto cammino in equilibrio? La tavola sul vuoto percorsa con paura, il piacere dell’essere riusciti, non sarà mai compensato da altri che da sé. Così i piccoli piaceri, che mostra il sorriso accennato, sono la sostanza del rischio di vivere, e la dimensione delle cose che posso scambiare si farà sempre più piccola tanto più aumenta la condivisione. A chi potrò parlare senza vergogna, di questi miei tesori, frammenti di colore, sensazioni così intime da essere pezzi di sentire che soli hanno accesso all’anima? 

prevista pioggia, ma il cielo non lo sa

Fino a poco fa le parole si sono mescolate al pranzo, colleghi, forse, comunque cose di lavoro, ed essendoci le ragazze, anche gli abiti rallegravano l’aria. Chissà chi si è ricordata la nebbiolina di stamattina, oppure il cielo coperto di ieri, il grigio ferro delle nubi che trascolorava a sera in squarci d’azzurro. Ma poi è piovuto e di mattina l’aria era fresca d’autunno e del primo vapore dei riscaldamenti anticipati. Attorno al tavolo si sono incrociati cinque pensieri leggeri, cinque discorsi che non lasciavano traccia. Sono andati meglio cinque paia di sguardi spaiati, con qualche maliziosità rubata. Infine lo spegnersi improvviso dell’allegria: è tardi, non c’è altro tempo per restare. Peccato, il dolce era buono.

Così, come una frotta di passeri, sono usciti, sciamando verso le auto al sole. Nella sala in ombra è sceso il silenzio, e ci siamo guardati, ciascuno cercando ragione per il discorso sospeso, impigliato da qualche parte che non si sbrogliava. Era in attesa di quel suono di fondo fatto di voci di donna, risate maschili, silenzi sorridenti, improvvisamente sparito. 

Poi, superato il silenzio, tutto è ripreso, e mentre i ragionamenti si contrapponevano quietamente – non si è amici per nulla- un raggio di sole ha illuminato la stanza.

La terra continua a girare per suo conto, a dispetto di chi tutto prevede e controlla, forse per quello la luce s’è messa a giocare con i bicchieri vuoti, riempiendoli di colore: prima c’era stato donato il senso di un’allegria inconsapevole e non ce n’eravamo accorti.

p.s. anche stavolta devo spiegare il video: premesso che sono un innamorato di Shostakovich, il secondo walzer è splendido, in questa edizione è quanto di più squinternato e folle posso immaginare in una sala da concerto (la Royal Albert Hall in questo caso) e mi mette allegria

chissà se ho chiuso il gas e altri 100 modi per tornare sui propri passi

In attesa della perfezione d’un recinto, un quadrato di novanta caratteri di larghezza e quaranta cinque righe d’ altezza, torno sui miei passi. Verifico con minuziosa attenzione ciò che non vedo, mi pongo domande urgenti del tipo, ho chiuso il gas? e la porta, ho poi chiuso la porta? Come se dei gesti, delle abitudini, divenissero magia di scongiuro: la sicurezza, il tenere gli affetti, il conservare integro il me, e che per un gesto, di ciò che è, non restasse traccia, perché una vita nuova si fosse rappresa in una fobia che parla d’altro.

Basta scrollare il capo, scavalcare con lo sguardo il momento, per sanare un pentimento e già la vita si ricompone ordinata, come un caleidoscopio in cui, non il disegno ma,  il colore diventa importante. (e qui vorrei che le parole cadenzassero, acquistando il ritmo loro di battuta, staccate ed eguali scendessero nella tua, come nella mia mente)

Trattare le paure con paure più piccine,

scomporle in singole perle, fidando che la collana potrà riprendere splendore,

inseguire l’idea che le cose, come le parole, possan divenire scabre;

non definizioni di vocabolario, ma duri pezzi di bambou pronti all’uso d’astuccio.

Fibra che s’addensa. Non fa così la vita? S’addensa,

in qualche sfera che c’appartiene e non si condivide davvero, se non per lucentezza

e preziosità, sapendone difficile il racconto del suono nel rimbalzare, il suo correre veloce, l’essenza di luce e madreperla dura e fragile,

così che un bicchier d’aceto potrebbe dissiparla per farla definitivamente nostra.

E a che servirebbe allora, aver bevuto l’essenza? se tutto si riduce a fisiologia di desideri, scariche di liquidi ed ormoni,

dov’è la preziosità nostra? Lo dico a te, essenza di conoscenza,

che non sai trattenere e dissipi pensando che sia questo il modo di fuggir la morte che t’ impaurisce,

te che non credi d’essere eterna e percorri di corsa ogni parete di stanza.

Non sono le stanze tue, forse ricordi di ciò che non sei? di ciò che vorresti essere e mortifichi

in tratti ben più semplici di vita?

Mi viene in mente che solo gli scolari negligenti non cessano mai d’essere tali e quella sensazione di colpa per non aver appreso a tempo debito, li accompagna e spinge a sapere e mai accontentarsi. Ed al tempo stesso hanno sensazione che la loro inutile fatica riempia le vite, ma dia loro una continuità che ammette l’eterno. Nel finito l’eterno, nella fobia la paura d’altro, nel tornare sui propri passi il sentore di miele amaro che rivede ciò che è stato, ciò che potrebbe essere, ma non ciò che sarà. La fobia e il vivere disordinato, il desiderio d’ordine, di sequenze accoglienti, di punti fermi e bricole a cui attaccare la propria barca e la prigionia d’un mare dove la terra è sempre in vista.

C’era un inizio fulminante, poi il romanzo m’ha condotto altrove, lo so, lo ricordo eppure non sapere cosa sia stato meglio, mi consente d’andare, d’avere altre possibilità, di mescolare  la permanenza dei sentimenti con la mutevolezza del vivere.

Così mi sovvien l’eterno andare, e la certezza che porta mia è chiusa, che nulla verrà di me sottratto ch’io non voglia, si riposa nella sensazione di pace del riaprirla.

Gesto bello e salvifico del tornare. 

la rivolta delle cose

Stamattina lo scotch attaccava poco.

Ci sono questi momenti nella vita, basta capirlo, sta sempre così arrotolato su se stesso…

Comunque, s’incollava alle dita ed accarezzava la carta, forse aveva paura di sporcarla, d’essere appiccicoso; di certo c’era un patto segreto tra loro. Un patto che escludeva me, le mie necessità. Mai che il cerotto usi la stessa attenzione alla mia pelle; gli dico: dai, uno strappo e via, ma è una scia di peeling che se ne va e per un orso è pur sempre un trauma d’assenza quando si guarda il braccio o la gamba. In quei momenti capisco la pazienza della ceretta femminile, la capacità di sofferenza per piacersi, capisco e divago.

Lo scotch, dicevo, attaccava poco, e le foto, le poesie appiccicate sulle porte dell’armadio aspettavano solo che mi girassi per staccarsi e cadere. Sembrava autunno con tutti quei fogli per terra, raccoglievo in silenzio e riattaccavo. Credo esista una pazienza per le cose diversa da quella che usiamo alle persone, una pazienza che parla loro, le interroga, chiede ragione di tanto accanimento e riflette. La pazienza è uno specchio, deve riflettere, deve far capire cosa si agita dentro quell’immagine che la guarda. La ragione del perché le cose non funzionano sta lì, in quell’immagine che pensa ad altro, che non si cura del mondo piccolo attorno. E’ la meccanica dell’uso che offende le cose.

C’è anche un’ira per le cose, un’ira distruttiva, anch’essa diversa da quella degli umani, un’ira che distrugge e butta via perché, tanto, le cose non capiscono. Gli si spiega che non c’è tempo, che devono essere efficienti, che sono fatte per questo. E le cose si rifiutano; riottose, mule, dinegano, è così l’ira prende e strappa, distrugge, getta. Ma loro, pur a pezzi, ridono di noi. Ho visto una volta gettare a terra con rabbia e forza, una calcolatrice meccanica, le rotelle, gli ingranaggi andavano dappertutto, correndo allegri, mentre l’iroso, ormai contrito, contemplava la sua sconfitta e l’irridere delle cose.

Ma non è colpa delle cose, se si rivoltano una ragione c’è: non abbiamo più il controllo, le abbiamo sopravvalutate prima e gettate in un canto poi. Lo scotch, ad esempio,  sta lì arrotolato, ma è diventato telescopico, il calore della scorsa estate lo ha trasformato in un cono, se adesso appiccica a rovescio e si ribella, è per trascuratezza. Lo abbiamo trascurato perché ce n’è troppo, troppe chiocciole con lo scotch in giro e pochi utilizzi e lui capisce che è finita l’epoca del nastro adesivo. A malapena resistono le graffette e i fermagli. Negli anni del post it e della virtualità si attacca meno. Tutto. Così anche la colla è seccata, proprio incazzata nel tubo rosso e si rifiuta di uscire, non attacca più, piuttosto si strugge a pezzi di consistenza gommosa e inservibile. Un giorno ho detto a voce alta: ma ti ricordi il profumo della coccoina? anche se non mi serviva la colla, aprivo il barattolo d’alluminio per annusarla. aveva un odore di mandorle, di noccioli aperti e poi il pennello a setola dura che scorreva sulla carta, vuoi mettere… Dev’essere lì che la colla s’è offesa e ha detto: adessotisistemoio, perché ha cominciato a sbavare, a venir via a pezzi. Userei lei per i fogli da incollare sull’armadio, ma è secca, rincagnita dentro il tubo e quello che ne esce è solo rabbia collosa, a pezzi bianchi che sporcano, ma non attaccano.

Bisogna parlare alle cose perché non si rivoltino, ripetere loro la funzione che hanno, fare qualche complimento: lo vedi che se vuoi attacchi, sei vecchiotta ma funzioni benissimo, come te non ne fanno più. E bisogna stare attenti, non pensare cose diverse da quelle che si dicono, perché le cose sono telepatiche. Se ad esempio si pensa: come te non ne fanno più. Per fortuna. Le cose sentono e si ribellano, sono permalose le cose. Bisogna stare attenti, parlargli piano, lasciare che diano la fantasia oltre la funzione, ma soprattutto considerare che aspettano, e chi aspetta nel migliore dei casi, pensa ad altro.

p.s. poi alla fine un accordo l’abbiamo trovato

il sorriso della solitudine

Spesso mi fermavo fino a tardi. A volte, mi spingeva l’uggia per le cose e le persone, verso la finestra, spegnevo la luce, e guardavo la città dall’alto, le scie di luce sulla tangenziale, i colli neri sullo sfondo del cielo notturno. D’estate aprivo la finestra, veniva il caldo e il rumore del fare dell’uomo, un ansito sordo di fabbrica, un respiro lungo e denso di fughe, di movimento, di condizionatori ed io, fermo, guardavo lentamente fino alle altre finestre d’ufficio illuminate, con qualche figura che si muoveva. Chissà che facevano, io non c’ero già più, ero stato inghiottito dal bujo, e stavo in silenzio ad attendere. Aspettavo che il silenzio entrasse. Qualche volta accadeva, il tempo dilatava e poi svaniva, sciolto in una sensazione di pace. Ero arrivato alla finestra in cerca di quiete e di concentrazione e il pensiero veniva aspirato dalla solitudine esterna, dovevo cacciare anche quella, non dovevo pensare. Nulla era davvero importante e l’essere solo una condizione, su cui, sin da quando possiamo ragionare, ed anche prima, battiamo furiosamente le braccine per stare a galla. Ma non era quella solitudine da privazione, da scarico dell’universo, che volevo, no, volevo l’altra, quella che attraverso l’assenza di pensiero, non fa sentire, toglie la percezione di essere in un gorgo, ti riempie di calma.

Mi hai chiesto cosa significa essere solo, vuol dire non avere … e già quel non priva l’avere di qualsiasi possibilità di diventare un aiuto all’essere. E ci si gioca tutto lì, su un terreno in cui non scegliamo le armi, solo i modi. Non è l’unica solitudine, di altre ti parlerò, ma questa per me, è quella che conta, sempre in bilico tra pace e tragedia, dove l’essere fa per suo conto, e si salva se trova le mani virtuali in cui mettere dita forti, sente le gambe che lo sostengono, rivede, come qualcosa che passa, ciò che prima attanagliava. Il sorriso della solitudine è questo aver coscienza di sé e non cercare, non elemosinare, non dibattere, perché non serve, non muta, è la nostra condizione. La pace, così transitoria, si nutre di quel momento d’assenza, ritrova energia da immettere nei rapporti successivi. L’ho immaginata poi, come una lingua d’acqua che si spinge nella terra, accarezza, scava e ritira, ma torna partecipe di te ed indifferente del poco che ha così tanto tolto al vivere. 

Sembra ci siano due vite che si intersecano, come una tessitura di fune, l’una fatta di impegni, scaramucce, risate nervose, pianti trattenuti, muoversi fino alla stanchezza inenarrabile della notte e l’altra che discerne, respira, si ferma su ciò che conta davvero e scorre sul resto, non ha fretta di vivere perché c’è talmente tanto che arriva che la fatica è separare ciò che interessa da ciò che è solo rumore. Come uno scorrere tra le dita, dove ciò che scorre è godimento dei polpastrelli, del palmo ed ha la velocità che le mani decidono. Di questo scorrere c’è la sensazione della solitudine senza paura, quella che controlla e permette di riaccendere la luce. E quasi si stupisce, nell’abbagliarsi, che il rumore abbia ripreso sostanza, che gli oggetti, le scale, le luci dei piani siano così vivide, si stupisce e pian piano ritorna verso l’abitudine, sapendo che ne può uscire. Che questa solitudine voluta è un modo per uscirne, è il governo dell’essere tra gli altri senza sfida.

E che poi si farà, si deciderà: c’è tempo.

il ritardatario

 

 

Sono un ritardatario. Lo sanno tutti e ormai tutti arrivano in ritardo ai miei appuntamenti. Eppure non ho mai perso un treno o un aereo. Non conta, sono un ritardatario che infligge ingiuste attese agli uomini e alle cose. Anche gli eventi della vita li capisco in ritardo e questo mi ha permesso di sopravvivere quando i puntuali venivano travolti. La solitudine ingiusta del puntuale corrisponde al mio immenso senso di colpa. Il puntuale in ritardo mi fa sentire un verme per il mio ulteriore ritardo. E’ il sorriso del puntuale che mi sconvolge: un misto di rassegnazione e soddisfazione maligna. Un lo sapevo senza scampo. Il puntuale mi maltratta, con il mio senso di colpa dovrei aver già dato, nella mia inferiorità temporale sono già ai suoi piedi ed invece il puntuale dileggia, toglie la possibilità di riscatto, mi rende reo senza redenzione. Con il puntuale non ce la farò mai, anche perchè io arrivo in ritardo, il che rende impossibile la competizione.

Mi sono chiesto se non sia utile separare l’umanità: i puntuali da una parte, che si incontrano per il loro congresso in Svizzera una volta all’anno e nel frattempo fanno funzionare i treni, gli aerei, gli orologi e si vedono tra loro con precisione scandita dall’orologio atomico di Heidelberg.

Dall’altra parte, i ritardatari, che si affidano al caso per incontrarsi tra loro, che allegramente non fanno il congresso, perchè tanto non ci sarebbe nessuno, visto che tutti sarebbero in ritardo. A volte i ritardatari potrebbero incontrare un puntuale in vacanza e sarebbe una festa perchè non era previsto. La festa della puntualità condivisa, con l’ingiustizia del tempo confinata in altri ambiti. 

 Ai ritardatari affideremmo i treni in ritardo, gli aerei in ritardo, le lettere che non vorremmo spedire. Insomma tutte le possibilità che non avverrebbero perchè sconfitte dal tempo: una seconda opzione per la vita, gli amori, il lavoro. A loro affideremmo la fretta per scomporla e riconsegnarla ai puntuali. La consegnerebbero in ritardo, ma vuoi mettere avere una fretta privata del tempo.

la diabetica domata

Tutta questa dolcezza

fa ammalar

d’attesa.

Punta di lingua esplora

polpastrelli,

scie d’essenze,

e spezie da tostare

con miele e caramello.

Conosci la golosità esigente

dell’algebra del gusto:

 i sapori non si elidono,

e con discrezione, 

si sommano per strati.

Vuoi seguirmi?

Allora tieni

vicino al francipane,

un miele di corbezzolo,

e dell’amaro in grani,

per confinare a margine

la golosità banale.

 

dalla parte di Esaù

 

Nel nostro modo di produrre, ogni giorno erode il precedente. E’ la società additiva che ha soppiantato quella sostitutiva. Più lavoro, più comunicazioni, più piacere, più precarietà, più incertezza, più beni, più tempo, più velocità. Tutto più e nell’azienda, nella vita quotidiana il più esige un prezzo per rispettare la termodinamica: bisogna togliere al tesoretto personale. I sentimenti, la vita. L’energia mai come ora ha seguito la via più breve ed incurante ha corroso i fragili argini dei precetti socio- religiosi. L’individuo è solo e costretto ad essere massa. Nell’azienda emerge lo stato di necessità come supremo regolatore: il profitto, la crescita senza fine, il singolo libero di realizzare un budget che gli è imposto, pena il fallimento personale. L’utilità sociale dell’impresa si concentra sul salario, sulla capacità di spesa, sull’occupazione qualunque, sul reggere il modello di quel consumo additivo che alimenta la stessa impresa, impoverendo gli individui. I piccoli suicidi si consumano quotidianamente, non sono rospi da ingoiare, ma mutamenti del carattere, limitazione della libertà di giudizio. Chi governa risponde al risultato non al fine, e come in una regata è il vento a determinare il confronto delle abilità, il comando assoluto, la responsabilità assunta che farà strage in caso d’insuccesso. E i piccoli suicidi espungono le parti di sè che si oppongono, le pause caffè critiche, la voce. Tra non molto sarà il silenzio, com’è giusto, perchè nulla c’è da dire se non nel comunicare decisioni. Michela Marzano rilevava che i suicidi totali riguardano gli impiegati migliori, quelli che hanno sposato totalmente il credo aziendale e che vivono lo spostamento di mansione come il fallimento della vita. Altri suicidi e disperazioni si consumano silenziosamente, senza citazione di cronaca, nelle case piene di oggetti, col bio salvifico, tra ridondare di televisori, telefonini, computer e giornali sempre più gonfi e tronfi.  Le vite agende. Confronto i silenzi, il mio è scelto, il tuo è imposto, chi comunica di più? Entrambi siamo pronti a correre, dateci un navigatore che ci aiuti a perderci, un Esaù che cambi le regole della corsa, prima la tappa e poi si vedrà.

 

a gamba tesa

salerno e altro 022

C’è chi gioca sempre a gamba tesa e  per vincere la sua partita, mette in conto di far male. Entra nelle vite senza chiedere permesso, come un piazzista di libri mette il piede nella porta e usa la parola e il corpo per tagliare difese. La libertà è chiudere le porte, dire arrivo fino a questo, il resto non è assicurato. Dipenderà dalla pazienza reciproca.

Sarà per questo che mi infastidiscono quelli che alzano il dito più di quelli che alzano il gomito. 

Sarà per questo che mi rattristano quelli che appoggiano sulle proprie verità la vita altrui.

Sarà per questo che mi piace chi gioca al campo della tosse, che ride, si dispera, ricomincia e dà appuntamento all’indomani.  

Se devo giocare cerco di non farmi spezzare le gambe ed aspetto. Se c’è una ragione emergerà.