La pena è un vento senza vela né riparo,
è polvere degli interstizi del pensiero.
Ciò che depone uova di serpe
lo fa secondo arbitrio,
non usa chiedere
e se lo fa è perché dietro ogni angolo
s’acquatta una scelta,
animale per brevi consolazioni,
o risvolto da comprendere appieno.
Il dolore ha i segni del silenzio,
e chi sente il calore che toglie,
ha rispetto, distoglie lo sguardo:
è il pudore che vede
ed attende che la carta muti il suo segno.
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in cerca di sé
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Da dove si fosse originato tutto ciò non importava molto, era una risposta a qualcosa e forse era solo naturale evoluzione, crescita.
Come ci si muta secondo l’età? Ciò ch’era accaduto sembrava la prosecuzione dello stesso bisogno assoluto dei primi anni in cui ci si formava autonomi in famiglia. Quel darsi nella crescita senza un criterio, che non fosse il seguire tutto quello che prorompeva e premeva negli abiti, nel cervello, nei sentimenti, nel cuore in una novità continua che metteva in campo la voglia di misurare sé e il mondo, di non coincidere nei desideri comuni, nel mettere in discussione l’autorità.
Un individuo si forma, cresce, si stacca e nuovamente poi cerca di unirsi quando sa chi è, o almeno presume di saperlo, ma quella seconda unione non è la chiusura di una scissione dallo stesso corpo, piuttosto è il tentativo di riformarlo.
E questo riunire è più difficile, non solo perché ricerca pressoché impossibile a realizzarsi se non per pochi attimi, ma perché è un riunir restando individualità forte, un sentire comune che ha sentire diversi.
In questa fase, che già gli sembrata così forte, l’indipendenza s’era attuata, ne sentiva il sapore pregno di propri umori vitali, coglieva il legame con età vissute e mai sopite. E in essa c’erano le gioie profonde del coincidere, la necessità del distinguersi, il piacere di provare qualcosa che veniva condiviso ben oltre la superficie.
Tutto appreso strada facendo, in misura unica, perché l’unicità è in gran parte l’educazione che portiamo a noi stessi nei sentimenti, a partire dall’ambiente protetto dei primi anni e costruito più nelle difficoltà, nelle timidezze, negli scatti d’orgoglio che la costruzione della propria vita indipendente porta. E poi il lavoro, la fatica, i condizionamenti, le difficoltà e le gioie di un vivere autonomo fino ai diversi modi di vedere che si succedevano in un continuum di apprendimento che non apprende, di cadute e voli che dovevano lasciare il segno per iscriversi nei percorsi dell’anima.
Eppure non erano le difficoltà ad aver mosso prima l’inquietudine, poi il silenzio -che era modo di capire- anche se era stato a partire da quel silenzio interiore, da quella difficoltà a bastarsi com’era, che si era fatta strada la consapevolezza della necessità di un nuovo affrancamento, che pur essendo solo la naturale continuazione del precedente giovanile crescita e indipendenza.
Ciò che aveva mosso tutto era il rideterminarsi per sapere cosa era disposto a dare, cosa poteva essere. Una misura di sé, insomma, che non doveva dimostrare nulla a nessuno, ma costituire quel movimento verso il trovarsi, riconoscersi. E tanto bastava per motivare scelte difficili, banali e alte, sbagli e piccole rabbie per la difficoltà di mutare con la necessaria adeguatezza. Così gli pareva, occorreva velocità e intensità. E c’era la pazienza da apprendere e il proprio tempo, ché mica coincide con quello degli altri, ma è solo proprio, e capirlo.
Profondamente capirlo e farlo proprio.
a sera d’ottobre
In evidenza

Certe sere sto zitto,
guardo l’ombra che si prende l’erba,
mentre l’anima scrolla il peso
del puledro che vuol correre da solo.
Il cielo distilla acqua mescolata a luce,
la dosa sulle foglie,
in gocce la rapprende,
e lo sguardo vede gli attimi di tempo
che scivolano nell’erba.
Libero è il pensiero,
dolce entra nel ricordo,
che mai è lo stesso,
ma nel piatto non muta la pesata.
L’erba, a volte la luce riflette,
altre l’accoglie e la trattiene
così d’ottobre s’affolla ciò che è stato
e si riordina in ciò che innanzi viene.
Star zitto è bisogno di rispetto e quiete,
assomiglia al gatto sazio
e al suo riposo che non chiede.
Verrà la stagion che viene
più lenta, forte,
chiara e gentile a noi
e ciò ch’è stato in essa spero
sia fertile seme.
.
l’affetto delle cose
Nel nome c’era il filo delle voci state,
le stesse che avevano portato rose
in altri giardini,
e poi un risuonar di passi, di memorie,
lo scricchiolare dei mobili amati,
nelle nuove mura.
Occhi aperti nelle notti
srotolavano racconti,
pergamene del senso d’una storia
ricca di cancellature,
d’omissioni comunque dolorose.
Cosa univa il taciuto
se non l’ombra dei fatti,
il rimasto dei sogni
impastato nel futuro
e poi legato dalle cose semplici,
presidi nell’affetto…
Belle come foto sciupate dalle dita,
stavano le storie,
e il sudore senza traccia al giorno
portava fuori d’ogni finestra,
era lo sguardo al cielo
e nella sera grida di rondini
che mutavano lo struggere In malinconie.
In questa notte ora annego,
la mente enumera,
annaspa e cuce,
cerca il buono e il bello
che nascosti non emergono:
e gli errori sono poca cosa
per noi fortunati di tempo e luogo.
Oggi nel macello tutto gronda
e non accende la pietà,
soverchia l’umano che sembrava guida.
Non nobis Domine.
Mani si protendono,
prendono la forma muta
delle inascoltate voci,
e tutto si ripete ancora,
in tragedie di suono e amore,
nei volti che non vedono,
in passioni e miserie che riemergono,
sono lacerti di ricordi e di paure,
mai eguali, sempre irti di dolore
e di speranze nuove.
Nei ricordi non c’è l’acuto,
le geometrie d’angoli e dI punte,
tutto si smussa per sopportar l’offesa,
e tra l’altre, quella data e ricevuta,
per questa povera contabilità di colpe
la memoria è fuga dal presente,
dal dolore, e si racconta
che ogni cosa troverà il suo posto,
in fine,
ma non per questo il male
diverrà più lieve.
,
un uomo comune


In questo nodo di festività che si concentrano intorno al Natale, ci sono difficoltà comuni che accomunano credenti e non credenti. Un disallineamento tra realtà e immaginario, tra visto e sentito che non di rado sfocia nella tristezza e nel desiderio che il periodo passi al più presto. Il peso delle ritualità, anche quelle che nascono per rifiuto o differenza rispetto al vuoto, accompagna un senso di privazione di qualcosa non ben identificato. E questo riceve molte risposte, ma il come uscirne non è un ridisegno ma una fuga. Leggevo uno scritto sull’indifferenza e di come essa sia difficile da raggiungere dopo un sentimento provato, in particolare quando chi ha generato la rottura con un prima, sia presente. Non c’è una invisibilità perché la nostra storia è in noi e continua a produrre, anche se è altro da ciò che veniva suscitato prima. Si reagisce o si subisce e questo avviene anche per le feste che hanno comunque altri significati. Non pochi attendono che si esaurisca il periodo, ma il vuoto rimane con le ragioni razionali.
Questa convergenza di disagio, che quindi non dipende solo dal fatto di credere o meno, dovrebbe far riflettere su quanto significhi questo periodo dell’anno e ansare oltre alle frenesia e ai riti. Quindi, non l’oggetto e la sua immagine, ma piuttosto l’essenza, ovvero ciò che si vuol rappresentare: la spiritualità. Chiedersi quanto essa ci appartenga, vedere come positiva opportunità il tempo che viene distolto da abitudini e superficialità e riportarmi a sé. Quanto ci siamo siamo allontanati dalla ricerca di chi siamo davvero, dalla nostra poesia interiore e come ci possiamo trovare in un nuovo equilibrio di relazione con il profondo?
Le religioni hanno risposte che indicano strade ma espropriano la spiritualità libera dall’uomo e la confinano nelle regole, nei dogmi, nella mortificazione del sé umano. La società di mercato compie un’operazione analoga e crea nuovi rito e felicità indotte, mai libere e rispettose dell’uomo. Chi non vuole né le une né l’ altra oppone un rifiuto, non rinuncia alla propria spiritualità e non si adegua e sa che la risposta alle sue domande gli impone di trattare la propria dimensione spirituale uscendo dai pregiudizi e vedendo dentro di sé. La religione è un prodotto degli uomini, un bisogno di spiegare, non si può essere indifferenti ad essa, né a chi crede, allora resta l’agnosticismo, e si cerca di avvicinare lo spirituale al pensiero, riducendolo, per quanto si può, al comprensibile, al razionale e dove non si può, si medita su ciò che non si capisce.
Come entri lo spirituale nelle nostre vite, è parte dell’esperienza di ciascuno, ma anche, e soprattutto, dell’accettazione di questa parte essenziale dell’uomo, che non è solo superstizione o bisogno di sicurezza, però esiste e vale almeno quanto il razionale o la parte che assegniamo ai sentimenti nel guidare le nostre vite. L’uomo, noi, siamo tutto questo insieme, nel mescolarsi di dimensioni diverse che danno una direzione, ed il prediligere l’una o l’altra dimensione orienterà le scelte che facciamo nelle relazioni, nel vivere concreto, nel rapportarci con noi stessi.
Sull’eclisse del sacro, sulla superficialità di questi giorni, chissà quanti articoli, blog, riviste manifesteranno il disagio esistente tra l’immagine luccicante delle festività e il sentire delle persone. Anche se questo riflettere sarà ben inserito tra una pubblicità di orologi, un’altra di profumi, una di un’auto seguita da quella del cibo firmato.
E chi, come me, si interroga, tornerà ai classici senza tempo, avrà rispetto della poesia e della bellezza. Cercherà con umiltà di trovare una via che non getti il positivo di un malessere che ci chiede di assomigliare a noi stessi. Dopo le reazioni che oscillano tra il rifiuto del troppo che ci attornia e la ricerca di significati a ciò che si sente e si vede, si pensa a ciò che non può ripetere l’infanzia ma può recuperarne il meraviglioso che l’accompagna, e ci si accorge che il filo che tutto cuce è nell’amore che esiste attorno.
Un ripasso di ciò che conta davvero, oltre le modalità, oltre il vincolo delle giornate, ascoltando gli affetti e le domande che arrivano. Bisogni forse troppo simili per non dire che questo senso del religioso sconfina troppo spesso nel bisogno d’amore e che forse andrebbe investigato in questo senso.
Ma come si legge, non ho soluzioni, so chi non sono ma non so chi sono. Forse perché è il cammino che conta e la riflessione che continua. Questo è uno dei temi del vivere. Almeno per me.
paesaggi







C’era nell’aria una vaga apprensione,
come usa, non di rado, agli umani la vita.
La delusione viene senza compagnia,
prende, divora l’orlo delle ore di luce.
Fuori, nell’aria che presume la neve,
l’erba s’oscura,
le luci nette hanno traversato l’ombra appesa,
e si sono soffermate sulle coste dei libri.
Il tramonto s’è acceso, indifferente
non odora di nulla,
se non delle età altrove vissute.
La pace è parola breve,
chiude in sé l’abitudine
mentre s’apre per accogliere il nuovo.
Nel profondo d’ogni dubitare
c’è il germe della tempesta,
ed è un nonnulla improvviso,
un suono di basso,
pedale d’organo e vortice d’abisso,
che ruota e aspira ogni quiete,
e invoca il sogno e il sonno che ripara
mentre nel nulla s’annulla.
Edifici dismessi: la tipografia
La macchina è un corpo piegato,
sinuoso nello spazio ristretto,
funziona nella sera, sola, gioca in curve veloci, pagine e dorsi.
Oltre è buio e silenzio,
attendono le pile, i pallets pronti ad essere inforcati,
sono libri or fuor d’interesse.
Un’altra sera, eravamo in due,
si sentivano i passi,
rimbalzavano su scaffali e soffitti,
su tubi d’aspirazione, sulle condotte colorate di rosso e di blu,
sui fasci di cavi e sulle macchine ferme.
Nel disfarsi d’un progetto ci sono catene d’eventi,
e i muri ricordano tutto,
le macchine una ad una si fermano,
le dita e le voci non accarezzano più i quadri di luci,
tutto si spegne un poco per volta.
C’erano cento persone ora trenta eran troppe
e nel rumore dei passi si sentiva l’attesa,
il fermarsi che voleva spiegare,
discutere,
mettere evidenze a compensare gli errori.
Prima che tutto fallisse,
prima che una vita
diventasse indifferente,
nessuno sembrava percepire il tracollo,
governava la speranza a dare un senso all’evolvere.
Questione di soldi, d’interessi, impazienze,
poi sulle macchine la polvere ha iniziato a cadere,
si sono chiusi i portoni
e il freddo ha investito ciò che di silente restava,
Ora dagli alti lucernari, a entrare fatica la luce,
non illumina più, inutile essa, ascolta i passi,
e cerca nel suono che qualcosa muti l’attesa.
la sera arriva sempre più presto











La sera arriva sempre più presto. La stagione regala meravigliosi tramonti, ma chiude le finestre all’avanzare della notte. Sull’altra sponda del lago le luci si accendevano prima, mi perdevo a guardarle nell’ora in cui l’attesa è calda di promesse. Pensavo la notte che entrava scivolando da sotto le porte, che stupiva le abitudini sollevando gli sguardi da un lavoro, mentre invadeva corridoi e cucine. Gli alberi della litoranea erano punti di luce gelosa dei lampioni e cerchi si susseguivano alternando chiarore ed ombra nei marciapiedi . Qualche panchina ospitava le parole scambiate prima di un abbraccio, di un lasciarsi fino al giorno successivo, non c’erano addii, pensavo, ma luci e calore che abbracciavano le luci dentro i cotoni pesanti, le prime lane che avvolgevano i corpi. Il tramonto che vedevo si stingeva in coni pieni di verde donati dagli alberi sopra i vecchi affusti in ghisa dei lampioni. Un mondo quieto, ignaro, che si preparava alla cena, allo scegliere il che fare in attesa del sonno. Fuori dal grafo che unisce i punti e le relazioni del perimetro di ciò che conta per la sua vita, c’era un altro mondo che alterava l’ordinata sequenza delle scelte. Mi sembrava un mondo meraviglioso per il molto che poteva dare, ma insieme irto di minacce. Capivo cosa significava quella parola che il medioevo ci restituiva: essere in balia di qualcosa, di qualcuno, di volontà senza regole negoziabili e avvertivo la mia scelta del posticipare, dell’omettere ciò che avrebbe potuto irritare la sera e la notte.
Ascoltavo spesso la quarta sinfonia di Brahms che mi sembrava riassumere l’attesa di un secolo ormai lontano, ancora così romantica nella volontà, nell’indurre l’idea che il singolo potesse affrontare non solo il proprio destino ma quello dei molti essendo parte di un’idea grande, bella, di pace e di inclusione. Era un tempo denso, non troppo distante, in cui la gioia immotivata poteva dialogare con le malinconie della consapevolezza del tempo, del luogo, del modo. Ma ora che posso dire del tempo che ci lega, del camminare portando speranza, dell’ascoltare intelligenza, mentre attorno si diffonde indifferenza e incoerenza tra le logiche del buono possibile? Capisco che le parole dicono poco, ma non è logico, naturale dare speranza ai propri affetti, preservare gli amori, la bellezza che abbiamo la fortuna di ricevere? E perché allora la notte non è quieta e non si fa strada la coscienza dell’essere protetti, che chi ci è caro avrà la bellezza da noi vista e molta di più, che noi stessi, il mondo, possono pensarsi in pace non travolti dall’innominabile?
La conclusione di questo riandare a un tempo che mi sembrava denso di speranza e con difficoltà, è in un epitaffio: “il terrificante inizio del ventunesimo secolo, un tempo senza dio, contaminato da arrivisti e corrotti, nel quale il capitalismo finanziario, con la complicità dei governi conservatori e la passività dei socialdemocratici, ha soppresso il welfare state” (Fernando Valls, El Pais). Dovremmo aggiungere che i diritti, la dignità, l’equità che poteva essere una conquista comune, ridiventano parole e sono la fotografia di un gruppo infelice e succube. E’ l’immagine degli abitanti di questo occidente mediterranea, atlantico, ora globalizzato e succube? Siamo noi? Può essere, la fotografia è precisa, ma include sentire e chissà quanti si riconosceranno, perché non per tutti è uguale.
Si celebrano gli sconfitti? Solo nei romanzi, nella vita diventano naufraghi senza patria. Non c’è salvazione senza un sogno, senza una terra a cui tornare. Si accatastano le vite nell’inverno del nostro scontento. Servirebbe un incipit, un vessillo, un orifiamma che indichi il senso del vento, e poi la corsa in direzione contraria e ostinata a riprendere ciò che è nostro: la speranza di un futuro in cui cresca l’umano. Nel sole che ha illuminato il giorno e domattina tornerà, nel sole mediterraneo, dove le navi portano rifugiati e noi non sappiamo accogliere e ora neppure noi sappiamo dove andare, trovare un senso, perché ciò che s’è smarrito è il senso. Del fare, dell’essere, dello stare assieme. Parafrasando Pintor, agire è uscire dalla solitudine, essere nuovamente proprietari delle scelte che ci riguardano.
L’indifferenza cresce quando il necessario c’è, ma la grande contraffazione immiserisce, poco a poco, tutti, e nel cedere un metro di diritti umani e poi cento, un campo, un paese, si consuma la voglia di lottare. Il grande paradosso è questo difendersi, anche da se stessi, dalle proprie paure e miserie, dalla incapacità di ritrovare il noi comune che rovesci le regole imposte dal profitto sfrenato. Come non ci fosse più un limite a cosa ci toccherà perdere ancora. E sappiamo che ora sono le vite, la scelta tra la pace e la guerra, tra l’umano e l’inumano.
Vorrei una fotografia felice in cui guardarsi a lungo, decidendo se riconoscersi o meno, ora e in futuro. Seguire col dito le pieghe del sorriso del momento, che è fiducia del divenire. Riconoscersi è essere consapevoli, affrontare la sofferenza per uscire dall’inazione, dal subire ciò che non ci appartiene. Ma insieme, perché da soli non c’è storia.
La sera arriva sempre più presto, eppure la luce manterrà le promesse, chiede ai sogni di interpretarci per il giorno e così bisbiglia nella notte le parole che noi decidiamo di ascoltare. La luce torna e ci troverà sereni nell’agire per non cedere alla solitudine.
silenzi assordanti
Ma voi chi siete, cosa siete diventati? Perché questo silenzio connivente sulla deriva bellicista, sul chiamare i cittadini europei alla guerra? Sappiamo tutti che una guerra nucleare farà piombare il mondo in un nuovo inizio che vedrà l’assenza o quasi della specie umana, che polverizzerà ogni passato e futuro che annullerà la bellezza che ci è rimasta dopo ogni distruzione.
Non capisco questa distrazione di massa e perché le coscienze critiche non trovino sostegno generalizzato. Chi è travolto dal presente, dalla povertà e dal bisogno consuma le sue energie per sopravvivere e sono 10 milioni i poveri in Italia, ma gli altri che hanno un relativo benessere, cosa pensano?
Quando vedono le immagini di Gaza e sentono le decine di migliaia di morti civili, di bambini che oltre per le bombe muoiono di fame, di assenza di farmaci, non pensano che tutto questo verrà moltiplicato per mille, per 10.000, che l’odio non si estinguere.
Se vi fosse un uso delle armi nucleari, il bombardamento di una centrale atomica, la radioattività andrà ovunque e continuerà a far morire chi non muore subito. Pensano di essere esentati per le furbizie e i calcoli politici chi, come la Meloni, dice e non dice, ma l’Italia ha basi militari e atomiche, americane e nato, è un obiettivo militare primario e come tale sarà oggetto di attacco. Basta una atomica in pianura padana per far scomparire 20 milioni di persone, i più fortunati subito gli altri poi, tra sofferenze senza speranza di aiuto.
Fatelo per egoismo, rifiutate questo gioco alla guerra, per sopravvivere, tornate nella realtà. Protestare, rifiutare la morte propria e di chi ci è caro è ragione sufficiente per riempire le piazze, far ragionare i governi, impedire che ci sia la terza guerra mondiale. L’ultima, quella che non salverà nessuno e non vincerà nessuno.
dire è non dire
Si snoda il racconto di una storia oscura, dice di cose evidenti, ma parla anche d’altro, di un sottofondo che la sorregge e non emerge. E’ una di quelle storie che non si capiscono bene, estratta dal fondo melmoso che ciascuno si porta dentro. Sembra semplice, ed invece è complessa, fatta d’un malessere che ha più nomi: quello contingente, ed è ciò che viene vissuto, ed altri nomi apparentemente più lontani. Reminiscenze, sorta d’aliti di antichi pasti mai conclusi, che fanno capolino e sembrano non entrare nel sentire, senza parole per dirsi e dire. Difficile dar loro nome perché sono storie parallele all’esterno, vicende apparentemente già terminate che si annodano in chi racconta. Semplicemente ci sono e confluiscono tutte nello stare a disagio con sé. Questo è il sentire vero, e il racconto cerca di dare evidenza a una serie di fatti, parla di particolare e di generale, li mette assieme, e prova, con fatica, a collegare ciò che è distante, e che si dovrebbe davvero cambiare, con quello che è più vicino e pare avere decisioni semplici. Ma esiste una decisione che ci riguardi profondamente e che sia davvero semplice?
In fondo il racconto è ricco di quelle richieste di intuizione che generano puntini che attendono nomi. E in quei puntini c’è la misura della richiesta di partecipazione, sono piccoli-grandi vuoti che si generano quasi da soli per far capire che il racconto è ben più complesso dell’evidenza. L’evidenza è una ferita che deve essere ripulita, suturata, ma il motivo per cui si è generata è anche in quelle sospensioni. Il racconto è un processo curativo, prima che salvifico, e come ogni cura mette in discussione il rapporto con il medico. Genera il dubbio se tarda il risultato e però ci si deve fidare, servirebbe la comprensione, richiesta con la parola, e il silenzio. Anche pensarci, senza proposta di una soluzione, va bene, ciò che urta è la proposta facile che dice: bisogna cambiare per star bene. Per questo non serve un racconto, chi racconta sa che non va bene e sta cercando con fatica una via d’uscita.
La meccanica semplice ed oscura, è fatta di racconto, ascolto, reazione, e se l’ascolto è giudicato insufficiente, confluisce in una chiusura-reazione.
La difficoltà raccontata, è di quelle profonde, un mal stare da scelte in gestazione, oppure da scelte che non verranno prese, ma che comunque interferiranno fortemente con il concetto di star bene. E’ eccessivo pretendere attraverso un racconto una svolta, chi parla lo sa, e forse quello che vuole nel raccontare è un aiuto a decidere costruito con partecipazione e rispetto, con la comprensione della difficoltà, non una soluzione. Ciò che il racconto della difficoltà d’essere, narra, è il capire la ferita e il suo legame con altro.
Il limite della parola è questo, pensare che essa sia in grado di rappresentare davvero il malessere, oltre la partecipazione empatica di chi ascolta. E’ il limite dell’analisi che si esaurisce nella parola, senza una nuova storia da scrivere, e chi racconta si chiude nel momento in cui sente l’ascolto come non adeguato al dolore e alla sua complessità. Mentre sa benissimo che la semplicità sarà creata nello sciogliere molti nodi con difficoltà, e per questo rifiuta il consiglio, e vuole la partecipazione, magari silente. Un effetto del racconto può essere l’aggressività, ovvero la reazione che ribalta sull’altro l’insufficienza propria e della risposta, come se la mancanza d’intuizione fosse una colpa. In sostanza gli si chiede con rabbia perché non capisce e lo si traduce nel vedere la sua fragilità: ma tu che sei debole come me, come puoi avere le idee chiare? Se tu stesso stai male, quando mi proponi soluzioni apparentemente facili, mi stai parlando di ciò che ti infastidisce nel mio malessere. E perché non le applichi su di te?
Quando scatta questo meccanismo di reazione, può esserci solo la rivalsa, a volte la rabbia che fa dire parole eccessive che mostrano altre difficoltà, seguite dal ritirarsi verso la coscienza che è inutile parlare di sé e dalle difficoltà si esce solo attraverso se stessi. Allora il senso di solitudine è grande.
Controllare il balzo della bestia interiore, ammansirla, convivere, è un mantra. Dal racconto, fattosi soliloquio muto, sembra emergere un tentativo di conclusione: bisogna correre con l’animale, riconoscerne il senso del pelo, capirlo senza la pretesa di esaurirlo. Ma è un tentativo, perché anche da soli, il racconto è sempre un dialogo a più uscite e soluzioni.



