21 settembre e oltre: diario d’una settimana d’autunno

 

 

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Questo post si costruirà giorno per giorno in una settimana particolare, quella dell’equinozio d’autunno. Saranno osservazioni sparse, una sorta di diario in cui mettere ciò che mi colpisce e che si lega alla mia storia, quindi sarà una lettura lunga e noiosa per ripetitività, ma la vita è così e rileggersi fa bene per capire quanto e come lo sguardo si muova davvero attorno.

22 settembre

Ogni anno qualcuno festeggia in questo Stato fariseo e baciapile, dove le elezioni si vincono o perdono in Vaticano, la breccia di porta Pia. Ho il dubbio che non sia stata l’Italietta dei Savoia ad annettere Roma e lo stato dei Papi, ma viceversa, e allora cosa c’è da festeggiare se non il fallimento dello stato laico?

Sul balcone di questa casa in cui sono ospite, giustamente non c’è una bandiera ma un vaso che ospita del basilico dalle foglie minuscole e dall’intenso profumo, dispensa molecole di bellezza attraverso il vento che lo agita e che si insinua tra i suoi rami. Sullo sfondo un immenso muro di mattoni e tufo con una finta finestra e sopra il cielo, ora azzurro, ora scuro di nubi dense d’acqua. Questa pianta è un insieme di pensieri che vanno dall’elargire, alla forza dell’indifferenza, e nessuno di questi pensieri si conclude in cambiamenti di paradigmi. Il paradigma è quanto di più simile ai pensieri ossificati conosca, fondamenti che attendono pazientemente d’essere contraddetti e nel frattempo divengono comode abitudini da non discutere. La vita è fatta di paradigmi e intime insofferenze come se la sconsideratezza del cambiare dovesse sempre trovare una ragione superiore che le impedisca di farlo, e se questo genera l’ inquietudine, solo chi ama molto riesce a scordare. Intanto il basilico s’agita e sciala la sua anima, come usano fare i pazzi e i poeti, regalando sorpresa alla vita.

In Catalogna ribolle la richiesta di autonomia dalla Spagna. I catalani mi sono simpatici, non so se abbiano ragioni sufficienti ma se per i matrimoni si è riusciti a superare il vincolo dei patrimoni, perché non dovrebbe accadere per gli Stati? Dicono che valga il principio di una redistribuzione della ricchezza entro i confini di quel corpo che si chiama confine di stato, penso che il problema della ineguaglianza non lo affronti davvero nessuno e tantomeno gli Stati che si sono formati, in forza di conquiste o convenienti matrimoni, piuttosto è un problema di un potere che si pensa più forte, non in ragione del consenso ma della dimensione geografica. Un concetto arcaico, uno Stato che possegga molta tecnologia, un uso sapiente delle sue risorse, una gestione accurata dei problemi e dell’amministrazione dei beni pubblici ha molto più potere e durata di uno stato che è solo un corpaccione su cui si alimentano furbi e corvi. Basta guardare l’atlante dell’ultimo secolo per vedere quanto siano mutati i confini e l’idea di futuro dei popoli. Insomma se esiste un problema, esiste una soluzione che può essere contrattata, altrimenti le posizioni esacerbano e ciò che era una collaborazione su nuove basi diviene divisione e odio. È la democrazia, bellezza, non sempre è un prato su cui riposare.

Stamattina ho camminato tra strade incongrue, determinate da antiche speculazioni edilizie. Nei varchi, tra le case, si vedevano sfondi di muri e terrazze con l’incuria che accompagna la bruttezza. Questo quartiere ha meno di un secolo eppure è un fagotto di case in cui si trovano a loro agio etnie differenti, lingue e culture diverse. In fondo sono loro che hanno dato un tono e un’identità che superasse la borgata, e se mancano servizi decenti, se tutto s’accumula come la spazzatura sui e fuori dei cassonetti, è quell’esercizio del potere distratto, incapace e interessato all’ altro, che va sotto accusa, ma questo potere è il terminale di altri poteri che non erano dissimili in passato e allora bisognerebbe che chi costruisce le opinioni, osservasse la realtà, e proponendo critiche e soluzioni facesse davvero il suo mestiere e non rilevasse il dito ma la luna che esso nasconde.

Il fatto è che dopo oltre un secolo e mezzo, l’Italia laica è muta e quella farisaica e baciapile trova sempre un compromesso per non mutare natura.

23 settembre

Attorno, per le strade, c’è un disordine del cuore. Non ci sono argini, penetra nei vestiti, resta appiccicato sotto le scarpe, vorremmo si fermasse sulla porta di casa. Anche per questo togliamo le scarpe, per sentire un qualcosa di nostro, una consistenza diversa: la natura viene dal pavimento, ci pare, ma la membrana osmotica che impedisce al disordine di entrare ha larghi buchi e cosi, in piedi o sdraiati mentre pensiamo d’essere salvi, un dubbio ci percuote in un momento incongruo: chi c’è là fuori?

Di allegria dovremmo discutere non di esorcismi, di risate che seppelliscono il potere di chi si sostituisce all’immaginazione, la mortifica. Non capisci che vorrebbero un mondo grigio in cui tu possa dipingere solo con i colori che ti vengono venduti? Un mondo in cui lo scandalo delle strade sconnesse, della spazzatura che si insinua negli angoli, dell’ incapacità di rispondere alla vita degli esseri umani sembri solo un prodotto del caso e della necessità. Quando i bersaglieri superarono Porta Pia mica sapevano che quella porta confinava un potere che sarebbe dilagato, e non è colpa della chiesa o degli epigoni di un messaggio che era radicale e parlava d’altro, ma di chi si serve di questo per entrare nelle coscienze, per dire che non esiste responsabilità, che si può accettare l’inaccettabile e sperare, che qualcosa o qualcuno ci metterà una pezza. La vera differenza tra uno Stato che si costruisce è uno che si disfa è la cura con cui esso ascolta e provvede. Non assolve e spera, ma  ascolta e provvede.

A volte vorrei che la naturalezza buona del basilico che elargisce e non si cura di chi aspira il suo profumo, fosse nella nostra anima profonda e diventasse cura gratuita, indifferente di chi ne fruisce. Cura che trova necessità nell’essere e nel divenire, cura che accomuna, tiene assieme e indica regole, raccoglie una carta buttata, rende lindo un marciapiedi perché è naturale, è bello e basta, e di questo costruisce un substrato di felicità possibile.

oznor

 

24 settembre

Ieri ho incontrato Gianni Cuperlo in stazione, aveva il sorriso e la cortesia che si manifesta quando l’interlocutore sta in quella zona della mente in cui c’è il conosciuto ma non ancora l’identificato. Poi ha detto che andava a Imola, gli ho risposto che speravo fosse Trieste la meta. Mai come ora, in Friuli, la sinistra è stata priva di città da governare, di idee per il futuro da mostrare, di uomini che divengano simbolo di un fare politica che nasca dal basso. Ci siamo salutati con l’arrivederci che si riserva alle battaglie comuni. Avrei dovuto dirgli che il pd mi è distante, che non vedo salvazione in quella chiesa. Così, come per ripetere un antico adagio che tiene unite le parti e il peggio che esse contengono: extra ecclesia nulla salus, ma se l’ecclesia fomenta la contraddizione, annulla la critica e il futuro condiviso cosa resta di questa parola? Davanti a fatti importanti e decisivi che il mondo ci getta addosso servirebbero menti forti, spiriti indomiti e zeppi di futuro, disinteresse per il sé e amore per il noi. Questo sarebbe poi il ritratto degli statisti se si unisse pazienza, principi fermi e prudenza, ma non è così e molti si accontentano di ciò che trovano tra le pieghe di un discorso. Non è il caso di Cuperlo, abituato a leggere il presente e capirne la direzione. Mi chiedo erò perché quando eravamo nello stesso partito, nelle conclusioni arrivasse ad un penultimatum, come a dire che non ci si può staccare ed è meglio attendere che qualcosa mostri l’evidenza. Non è accaduto e lo vedo solo, mi spiace per lui e per la sua grande intelligenza non apprezzata nella corte dei consenzienti.

Fuori  c’era la grande stazione con un fuorilegio di pareti vetrate a specchio, la parte in basso rifletteva alberi e piccole case, un cavalcavia malmesso e intasato, come a sancire un confine tra un dentro luminoso e impenetrabile e un fuori che si alimenta di quotidianità, di autobus affollati e pare, frequentati da abbonati, perché sul mio in circa 40 persone solo in tre avevamo fatto il biglietto. Ma poi a sera le persone, escono da dietro lo specchio, percorrono quelle strade, vedono i cavalcavia sconnessi, sentono l’incuria e la sporcizia che si appiccica. Non c’è una bellezza che riscatti l’affollare senza regole, lo strombazzare dei clacson, i cartelli che annunciano pizzerie e pasti a basso prezzo sovrapposti e sguaiati, e come si può vivere bene nella città della bellezza se questa è diventata orpello, se s’è nascosta, se si offre al turista con la sciatteria del tutto permesso perché in fondo ciò che resta di bello è comunque unico.  È imbarazzante credo, la vita dell’archeologo, se scopre qualcosa sa già che finirà sepolta oppure in magazzino, perché non c’è modo di proteggerla. In fondo ciò che si vede è la pornografia del bello ovvero ciò che non ha sentimento per la sua nudità. Poi di notte tutto dirada, le pietre illuminate prendono un altro spessore, nulla è aperto, ma ciò che si vede riacquista l’umanità che aveva perduto e si può pensare che infinite vette di passione e di amore declinato sino all’odio, si sono svolte, hanno creato, provocato le vite successive. Ciò che ci si mostra è un segno che attende d’essere decifrato, riportato in quella modernità che nessuno o quasi più indaga. Siamo lettori distratti di segni e ci accontentiamo di rimasticature facili del vedere. Come non avessimo occhi e intelletto.

 

25 settembre

Portici e percorsi in cui le auto rispettano chi va a piedi sono un segno di civiltà. Magari è l’affermazione della gentilezza di chi può, ma come distinguerla dalla comprensione del forte verso il debole? Se ne prendono i frutti e li si consumano assieme, questa è la civiltà. Da ieri sera si susseguono le valutazioni sul risultato delle elezioni in Germania. Qualcuno festeggia, ridurre l’alterigia di chi ha dettato le regole per anni procura una intensa soddisfazione. Eppure Frau Merkel è stato un punto di indipendenza e di dignità per l’Europa, si è comportata con i potenti della terra senza timore. Da ultimo Trump non è stato risparmiato nel suo sguaiato mettere i piedi nel piatto altrui e rimesso a posto. Ha svolto un’azione di equilibrio che credo continuerà a svolgere anche con una diversa alleanza con i Verdi e i Liberali. Ho una qualche conoscenza dei Verdi tedeschi, avendone frequentato una roccaforte, Friburgo, e il suo Sindaco. Sono persone determinate e coerenti, che portano avanti una politica alternativa, non necessariamente di sinistra, ma attenta al futuro del pianeta. In questo casca l’asino italiano che non ha saputo far evolvere, né un movimento verde che fosse consistente, né una sinistra verde che nell’alternatività dei modelli economici trovasse un nuovo umanesimo da perseguire. Eppure siamo un Paese squassato dai problemi ambientali. Fa pena la polemica tra governo e regione veneto sui PFAS, sapendo da anni qual è l’industria che li produce, dove, e come continui a sversare nelle falde. Tutto ciò è avvenuto, come per le banche venete, sotto gli occhi della politica che non è intervenuta ma anzi è stata il luogo in cui l’intraprendenza e i successi sono stati vantati come una identità collettiva. Questa identità porta a far denaro a scapito della salute, a spese dei più piccoli e non solo non è identitaria ma è parte di quella visione di rapina che caratterizza il mondo dell’economia senza regole né etica. C’è una responsabilità che nessun codice penale persegue ed è quella che fa compartecipe chi governa del proprio territorio, del suo benessere, della sua evoluzione. In questo l’autunno del positivismo e dell’età in cui tutto era possibile si consuma e coincide con questo autunno. La sinistra ha il compito di risollevare le bandiere dell’eguaglianza, dell’equità, della legalità, della solidarietà, gettate nel fango da tanta ignavia consumata in questi anni. Se la sinistra in Europa cerca affannosamente modelli e speranze in qualche successo elettorale sbaglia di grosso perché è dentro di sé che deve cercare le proprie ragioni di esistere, vedere i problemi nella loro realtà e dimensione, non aver paura di dire e di opporsi, fornire un futuro possibile e migliore alle generazioni attuali e future. Già il fatto che si dia per scontato che i nostri figli e nipoti vivranno peggio dei padri non è sinistra, ma accettazione della logica che per pochi eguali servono tantissimi diseguali e sofferenti.

Capisco che queste note sono poco allegre, che in esse si prefigura fatica e impegno. Capisco che nella visione del mio piccolo mondo vedo ciò che stride, ma a valorizzare ciò che è buono, ciò che lotta ci pensa la speranza e forse la testa di ognuno. Attorno ci sono bellezze inenarrabili, uomini forti, speranze che crescono eppure anch’esse soffrono di un isolamento senza pari. Faticano a contaminare e non divengono movimento, parte buona del cambiamento. Il capolavoro dell’unica ideologia rimasta: il capitalismo, è stato quello di far credere che da soli è meglio, che il successo non si possa condividere, la ricchezza non sia spartibile. Ha proceduto, e procede, per cooptazione ed espelle gli inadeguati. Si mostra, attrae di luccichii e di immortalità presunte chi vede, ma è un mondo chiuso che non pratica la pietà e l’umanità. Sono passato da una città all’altra, vedo più cura nella mia, strade asfaltate di fresco, maggior rispetto delle regole, eppure gli uomini non sono differenti e le menti sono rigorosamente chiuse. Fa sorridere la chiusura delle feste di partito di ieri, ciascun leader ha rivendicato un primato per governare il Paese, ma nessuno ha detto che lo farà mettendo assieme le persone. Nessuno ha sostenuto la necessità di una maggiore unità per uscire dal pantano in cui ci troviamo. Forse era emblematico che il segretario del maggior partito riformista parlasse da una festa che curiosamente portava il nome del giornale che ha lasciato fallire e chiudere: l’Unità. Quella parola dovrebbe essere declinata appieno perché solo essa serve e invece viene usata come una vestigia del passato. Che tristezza.

sdr

26 settembre

Sceglievano i sassi con dimensioni più o meno uguali e colori da armonizzare dal chiaro allo scuro, li prendevano da largo secchio di ferro, da muratore. Stavano seduti su uno sgabellino bassissimo e con una sola gamba centrale. Prendevano il sasso, ne studiavano la forma per un attimo e poi lo infilavano in un letto di sabbia grossa stesa sulla terra lasciando attorno, un filo di spazio che sarebbe stato riempito ancora con sabbia e argilla macinata. L’avrebbero sparsa alla fine, col gesto del seminatore, né troppa né poca, ma intanto con un martello strano, quasi una piccozza, spingevano il ciottolo a fondo, fino a incontrare la terra sottostante. In cinque anni li ho visti una volta aggiustare la strada davanti alla scuola, facevano lavori che duravano nel tempo. Quella stessa strada ha ancora i sassi passati per quelle mani antiche. Non l’hanno asfaltata ed è una delle sue bellezze. Le altre sono il nome, Agnusdei, le case, che seppure rimodernate, sono quelle di un borgo del centro, la scuola, grande, che occupa quasi tutto il lato destro della strada. Di fronte alla scuola c’è il cancello dell’asilo Montessori, si sentono le grida gentili dei bimbi che giocano, le corse sulla ghiaia, mentre dalla scuola viene il silenzio delle prime giornate dell’anno scolastico. I finestroni hanno ancora gli stessi infissi di legno, c’è il tasso da cui sognavo di ricavare un ramo per farne un arco, l’ampio androne con la scalinata. Ora è una scuola media, con qualche classe di liceo, segno che la buona scuola non è ancora arrivata a dipanare i grovigli degli spazi. Era una elementare di città, importante quanto basta, frequentata dai figli di una società commista: professori universitari, impiegati, artigiani, operai, poveri senza lavoro. La scuola iniziava ad ottobre, noi che abitavamo vicino ci aggiravamo attorno con fare strafottente per scacciare il timore di quelle aule e per capire come sarebbe stato poi l’inverno, il chiuso, il peso di una disciplina rigorosa. Non credo che la scuola fosse davvero meglio allora, c’erano insegnanti dotati per il loro mestiere, altri meno, però lo standard era alto. Quello che in realtà differenziava era l’approccio, la classe correva con i primi e il resto si perdeva per strada. C’era un senso diffuso d’indifferenza di chi eravamo in realtà, o meglio di chi potevamo essere. La scuola riproduceva, figliava una seconda volta i pargoli dei professori, degli impiegati, degli artigiani, degli operai. Dei poveri proprio non si curava se non attraverso una mensa a mezzogiorno, che assicurava loro un pasto caldo e alla scuola un perenne odore di minestra di fagioli e patate. Camminando su quei ciottoli fatti per le ruote dei carri, pensavo che la scuola dovrebbe essere la maggiore preoccupazione di uno Stato, il tesoro da cui attingere il futuro e quindi da amministrare con dinamica attenzione. Fissato un impianto giuridico, che significa avere un fine preciso, costruire un edificio in grado di dare ciò che ci si attende. Ma cosa si attende dalla scuola? Che essa crei cittadini amanti del sapere, attenti alla legalità, in grado di applicare a se stessi e agli altri, quando ne avranno modo, quei principi che tengono assieme lo stato e che vengono racchiusi nella carta costituzionale. Uomini, liberi, rispettosi delle leggi, solidali, amanti della conoscenza. Se questo è il fine, ciò che ci sta attorno testimonia un fallimento, forse non della scuola ma della sua importanza. Ecco, credo che relativizzando la scuola, rendendo soli i bambini e poi gli uomini, creando una competizione basata sul possesso materiale, nessuno di quei principi immateriali di cui sopra dicevo, diventa reale. La scuola fallisce perché lo Stato, la società, la negano nei fatti. Le tolgono l’autorevolezza, la rendono un rito di passaggio, anziché essere lo strumento che permetterà poi di discutere, di edificare, di controllare il proprio destino, insomma l’essere individuale e collettivo.

I miei sono pensieri datati, come il mio corpo, come gli occhi che guardano quelle finestre grandi e vedono altro. Come i sassi che percorro volentieri in questa giornata settembrina di sole e di aromi ormai estenuati. C’era il basilico nella terrazzetta di casa, l’odore dei quaderni e della boccetta nuova di inchiostro: blu royal. C’erano voci che sono solo dentro di me e il cuore si stringe. Poi accelero il passo perché non va bene che ti venga chiesto cosa ti commuova.

27 settembre

Infilata tra la campana della raccolta vetro e un muretto, c’è una testiera d’un vecchio letto da una piazza e mezza. È di legno impiallicciato, fatta tra le due guerre, o forse prima. A fianco le stanghe che coprivano la rete. Alte come si usava un tempo perché sui letti si saliva più che buttarcisi. La testiera è in buono stato, con preziosismi d’intarsio e traforo, il legno è stato piegato col vapore per simulare la piccola onda che poggiava al muro ed era destinata a sorreggere il secondo cuscino, quello alto, per leggere o respirare meglio. La piediera si intravvede seppellita dalle stanghe e ripete in modo più semplice e simmetrico la testiera. Era un letto comune nelle famiglie borghesi, riservato ai parenti rimasti zitelli e agli ospiti. Non un lettuccio ma neppure un matrimoniale, perché anche nelle famiglie allargate c’era una gerarchia. Era il king size degli inglesi, forse più abituati ai zitellaggi maschili. La provenienza del mobile si vede in una casa in restauro, poco lontana, un tempo i muratori portavano a casa il legno per bruciarlo, ora con i riscaldamenti centralizzati sarebbe un inutile “intrigo”, come ben esprime il dialetto e quindi l’hanno sistemato vicino al cassonetto. Però non finirà in discarica, a notte, prima che passino i mezzi della nettezza urbana, vedo spesso una prima raccolta di “rifiuti” interessanti che finiscono su camioncini di rumeni o moldavi. Recuperano, rimettono a nuovo oppure portano direttamente nei mercati del bric a brac, per offrirli a signore interessate e finti esperti compassati, in cerca dell’affare. Accade anche con i libri, con cartoline e corrispondenza che emergono quando liberano soffitte o case da quello che un tempo era simbolo di conoscenza e affetto. E i collezionisti scartabellano tra mucchi di carte, valutano rilegature, leggono lettere e buste di persone che forse non avrebbero gradito tanta attenzione, cercano tra le fotografie qualcosa che poi sarà messo in una raccolta o ancora rivenduto. Una volta al mese si scatenano i cercatori d’affari e meraviglie e neppure si pongono la domanda da quale discarica d’affetti venga il pezzo raro che hanno tra le mani. In questa terra in cui spesso si sono smarrite le memorie, oppure non ci sono proprio state, per i nuovi benestanti spesso non è conveniente cercare in casa chi c’era davvero prima e così ho visto fotografie spacciate come foto d’antenati, mobili restaurati e palesemente falsi, il tutto ficcato in un presente opulento e farlocco che voleva rispondere alla necessità che ci fosse un onorevole prima. Spero che questo aiuti il gusto della memoria anche se parte da storie approssimative. In fondo il gusto di alterare il passato è connaturato con l’uomo, mi basta si trasmettano i brandelli di un ricordo apparentemente povero, perché nel culto del presente non siamo nessuno, neppure il prodotto delle nostre fatiche se manca il contesto.

28 settembre

La stagione muta i colori, cominciano le tinte calde che colorano in un ultimo sforzo vitale alberi e strade. Nessun colore è come prima e neppure il tempo ovvero la vita ha gli stessi modi di attendere. Lo vedo nella differenza tra il giallo e il verde che si manifesta sul balcone: l’elicriso perenne ha ripreso il suo colore dopo essersi estenuato nei fiori e nel profumo, mentre il girasole si spegne con la stagione. Due diversi modi di durare e di essere e dell’uno e dell’altro c’è insegnamento sul tempo. 

Ha chiuso la furiosa estate il girasole 

e mentre l’elicriso ritrova il suo verde senza fiore,

il giallo dei grossi fiori s’è mutato in bruno.

L’elicriso ancora spande liquerizia,

imbeve le ore del meriggio,

e dialoga con l’aria,

accanto ascoltano e guardano, gli steli del lungo girasole: 

ora piegano il capo che non pensa al corpo,

e in quell’esile verde si consuma il loro tempo, 

ma altro si prepara, e dopo la caduta, una nuova vita.

Basta attendere, non è ora,

ma i semi sono sulla terra,

penserà ad essi l’acqua,

Il freddo che sminuzza piccole zolle,

la mano che li ricopre e aspetta,

mentre il vicino verde e la liquerizia

risplendono negli ultimi soli. 

 

oznor

 

Si chiude un pezzo lungo che è partito in un luogo e si è svolto in spirale sino al balcone: equinozio, il giorno ha la stessa lunghezza della notte. Ora già non è più così e mentre ora il tempo sembra ridurre le occasioni, a noi è data la possibilità di guardare cosa attendiamo, quale giorno vorremmo, cosa siamo stati e come vorremmo essere.

11 settembre

L’aereo non atterrava, nella mattina di luce,
volteggiava tra Roma e il Tirreno,
a terra venne il buio, ma per ciascuno a modo suo.
Molti anni prima, qui era sera,
ma lo stesso giorno, di mattina in Cile,
e anche allora ci parve che morisse un mondo.
Un altro mondo,
non quello che ora scinde l’inquietudine e l’attesa,
di chi e cosa, bene non si sa,
ma l’11 settembre chiede dov’eravamo e dove saremo.
E l’inquietudine storce le bocche
scuote capelli e teste,
non nobis Domine non basta più,
dove siamo noi quest’oggi?

non possiamo essere diversi da ciò che siamo

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Stasera c’era una luna incredibile in cielo. Incredibile perché inattesa. Era grande, appena gialla, con le tracce dei crateri. Era sopra la basilica, poi sopra una statua, ancora sopra una giostra con i cavalli e le carrozze. Una giostra illuminata, di quelle antiche, dove i bimbi vanno finché non hanno gusti inutilmente forti e condizionati da mode, finché sanno ridere per un apparente nonnulla e non si sforzano. Era una giostra in cui a volte c’era qualche bambino piccolo con la mamma o con il nonno. I padri sono ancora a lavorare la sera e arrivano stanchi a casa: non amano le giostre come i bambini e così la giostra è sempre semivuota.

La luna era inattesa e grande, come la sera che calava dolce. Ed era dolce davvero perché l’aria non era più né calda né troppo fresca, non ancora. E le persone stavano sedute sui muretti, nei bar che sono sul corso o che guardano il Prato, e mangiavano o bevevano quieti, come si fa quando si vuole stare con una persona e si cena o si beve assieme, ma senza uno scopo vero perché ciò che importa è stare assieme.

Non possiamo essere diversi da quello che siamo, non possiamo fingere e adeguarci, e sottometterci o urlare sempre. Non possiamo e se guardassimo davvero dentro a quelle tracce che chiamiamo pensieri, se li liberassimo dal ragionamento resterebbero due poli: una grande immensa solitudine e un immenso grande amore che attende di avere un ponte. Per colmare la solitudine, per diluirla, per cancellare l’urgenza delle risposte e affievolire le domande.

Non possiamo essere diversi da ciò che siamo davvero, per questo la luna era incredibile, le parole usate per giustificarci non uscivano ed era chiaro che dobbiamo cercare dentro altre solitudini le parole che servivano. Che ne faremo di noi se tutto ciò che abbiamo è una giustificazione a non essere, un chiedere scusa e un prendere a prestito parole che non hanno consolato.

La luna era un ponte fragile di meraviglia tra una solitudine e un bisogno d’amore. E continuava a sorgere stasera, ed era grande di sé, attirava gli sguardi, forniva materia per qualche parola che aggiungesse dolcezza ai discorsi, al parlottare, persino ai silenzi che s’arrampicavano per scavalcare ostilità radicate, aggiungeva un punto di tregua. Era un dirsi sapendo troppe cose e così solo i bambini la guardavano davvero incantati, ma per poco prima di riprendere un gioco, una domanda, una corsa, o un giro di giostra su un cavallo di cartapesta. Loro, i bambini, sono abituati alla meraviglia e ancora non sono diversi da quello che sono e magari sono tornati dal mare, o sono rimasti a casa, e gli è sembrato naturale perché sono ancora bambini.

Non possiamo essere diversi da ciò che siamo e non possiamo far sempre tacere il bambino che è in noi, per questo guardavamo tutti la luna e lasciavamo che entrasse dentro, e lei entrava, girava con la giostra, addolciva i discorsi, gettava un ponte che faceva sognare.

la memoria dell’aria

Che sarà rimasto dell’impronta del corpo davanti al quadro di Bridget Riley?

Gli atomi e le molecole d’aria per accoglierlo si sono spostati, dei neutrini l’hanno attraversato indifferenti, qualcuno si è messo un po’ a lato e ha intrecciato le aure. Ma senza volere.

E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato, è rimasta solo l’eco e l’impressione d’una vibrazione che si trasformava?

C’erano voci attorno. Alcune normali, altre sussurrate, avranno spinto l’aria addosso. Senza sapere hanno accarezzato un timpano e gli abiti che si muovevano, ma anche il viso e il collo d’uno sconosciuto.

E del viso che s’è girato, degli sguardi incrociati, dell’attenzione momentanea che ha trovato un particolare che stupiva, cos’è rimasto?

E mentre il quadro, lui fermo, faceva muovere piano i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto, lo sapeva che pian piano stava diventando un foglio su cui ciascuno scriveva con caratteri solo a lui conosciuti, che ne dipingeva un lato, che metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta e che infine lo lasciava cadere volteggiando nella pila di fogli della sua memoria?

Poi il corpo si muoveva, gli occhi cercavano di essere sorpresi e occupavano nuovi spazi mentre vibrazioni, atomi rimescolati assieme a pulviscolo danzavano. Era la memoria dell’aria che finiva in uno stipo dell’universo dove tutto il possibile di quel momento si archiviava in attesa di un nuovo presente.

E il corpo era parte di quel possibile che coincideva con una delle infinite bellezze disponibili.

 

perché non me la prendo con i politici se non quando davvero serve

È facile prendersela con i politici. Si mostrano molto e pavoneggiano, dicono sempre troppo e senza obbligo di coerenza, fanno cose di parte spacciandole per tutti, non capiscono la realtà che viviamo davvero e non sono più intelligenti di molti di noi, ma solo furbi.  E si sa che i furbi non piacciono, anzi si piacciono solo tra loro e si stimano per questo.
E noi cosa c’entriamo?
Durante la formazione in quel percorso che ci ha fatto cittadini di un paese democratico, ci è stato insegnato che chi esercita il mestiere dell’amministrare e del fare leggi, è il terminale temporaneo di un processo di dislocazione del potere

Un potere che essendo del popolo dovrebbe partire da noi, approvando, attraverso il voto e la delega, un progetto e dar mandato a chi lo propone. Ma soprattutto verificarlo nella sua attuazione.
Tutto questo per ordinare e rendere equo e giusto il mondo in cui viviamo. Poi ci accorgiamo che non è vero, che non accade quello che ci era stato detto, ma soprattutto verifichiamo che non siamo uguali detentori del potere perché ci sono molti altri più “importanti” di noi che ne hanno uno infinitamente superiore al nostro e questi non hanno bisogno di delega per trattare con la politica: le banche, i potentati economici, i grandi funzionari pubblici, sono pezzi di potere senza elezione. E ci accorgiamo che le loro decisioni non hanno di fatto sindacabilità. Quindi solo un pezzo di potere viene da noi e questo non ci fa cambiare le cose, cosi preferiamo pensare che quando si vota si esaurisca la responsabilità di una scelta, mentre è in realtà il controllo che ci tiene in democrazia e ci fa contare davvero.
Il controllo è quella cosa che non accetta ciò che gli viene raccontato, ma fa la fatica di verificarlo e apprezza chi è indipendente più di chi si conforma.
Eppure viviamo in un livello crescente di baggianate, di eccitazione alle soluzioni semplici quando il mondo è invece complesso e rende tutto precario. Pensiamo alle nostre vite, di facile c’è ben poco ma sappiamo che senza un po’ di fatica non si va avanti, per questo dovremmo pretendere dalla politica e dai politici, di rispettare i programmi ed essere coerenti con la realtà. Però non basta perché trovato un evidente responsabile poi non ce la prendiamo allo stesso modo con il vicino che non pratica la legalità, che dice cose che non condividiamo, che è esso stesso furbo.

Al più si ribatte, si evita che invada i nostri spazi e in nome di una libertà precaria dal punto di vista concettuale permettiamo che pensieri e pratiche illiberali, coercitive, razziste allignino tra noi.
La religione con le sue barriere ha aiutato i processi di delega, ha giustificato il peggio in nome di qualcosa che doveva essere più alto e soprattutto ha reso indiscutibile la delega del potere. Aveva capito che nel portare il potere verso il basso si generano processi di discussione e di controllo che se aumentano la differenza rendono anche più evidenti le storture e urgente il loro metterci mano.

La società laica dovrebbe quindi esercitare costantemente la critica e controllare la delega ma non solo verso l’alto ma anche e sopratutto in orizzontale perché senza una presa di coscienza che le idee perniciose restano tali anche in democrazia non si riesce a vedere la stortura che esiste nei comportamenti, nella prassi quotidiana, nelle furbizie, nella giustificazione dei piccoli abusi, nell’interesse che pur essendo giustificato ha un limite: non togliere nulla agli altri, non far male, rispettare le regole comuni perché questa è la base del rispetto reciproco. E se le regole non vanno bene protestare finché cambieranno. Per questo me la prendo con i politici il giusto che conservi il rispetto per la funzione che hanno, ma me la prendo molto di più con la chiacchiera che osserva ciò che sta nel piatto dell’altro e non guarda nel proprio, me la prendo con chi non fa nulla e si lamenta, me la prendo con chi non ha un’idea comune, che non fa nulla per un futuro in cui si stia meglio. E questo è più difficile di imprecare contro qualcuno che è talmente distante da non sentire.

 

Tamigi

Sotto la terrazza ci sono piccole onde marroni che sciacquano sassi marrone. Dove ci sono uffici e pub c’era una fabbrica di pesce affumicato e in salamoia. L’odore è entrato nella calce e nei mattoni che non sono stati demoliti, e si sente. Bisogna annusare e ascoltare ma si sente. Arrivava il pesce e le mani delle donne toglievano ciò che non era necessario. Fanno sempre così le donne. Poi immergevano i pesci squamati nella salamoia calda e poi in quella fredda. La mani erano rosse e levigate dal sale, se le avessero messe a bagno nell’acqua trasparente l’avrebbero colorata e succhiata dalle unghie, dai polpastrelli, dai palmi. Respirando sale e pesce il naso si affila, diventa trasparente come porcellana controluce, annusa e scarta. E sogna, ma per suo conto. Meglio la salamoia che l’affumicatura che entra in tutta la pelle, sotto i vestiti, ovunque ci sia qualcosa da imbibire di fumo e di carne di pesce. Però le cassette di aringhe allineate e luccicanti d’oro erano più belle dei barili pieni di pesce che guazzava in un sale marrone. Estetica del conservare. Ma questo era prima. Ora c’è una terrazza sull’acqua e si vede bene il tramonto. Anche attraverso la birra, si vede. Nell’angolo c’è un signore vestito di lana scura, pesante per la stagione: guarda l’acqua e i palazzi dell’altra riva. Ha un bastone di legno duro levigato dal palmo. E il palmo si è curvato per accogliere il bastone. Non guarda i ponti e nemmeno il tramonto, guarda l’acqua che si sovrappone con piccole onde marroni ai sassi marrone. Le mani sono grandi e pulite, nodose di artrite, solo le unghie hanno una corona nera del tempo in cui trasportava carbone dai barconi.
Pensa alla sera, a un naso che sembrava porcellana contro la lampada e le mani rosse che lavavano le sue nel secchio. A lungo.
Alza gli occhi verso i grattacieli e annusa il muro che sa ancora di salamoia e pesce. Poi guarda l’acqua che sposta i sassi e non sposta il tempo.

ad alta voce, inflessibili per un poco

I proclami, le prese di posizione “definitive”, spesso contengono l’insofferenza per la propria solitudine. Cosa sia poi la solitudine è difficile dirlo, perché contiene molte assenze, proprie e altrui, tanto che alla fine si mal sopporta persino la propria differenza. C’è il bisogno di una linea che definisca chi sta da una parte e chi dall’altra di noi, insomma di escludere per rafforzare la propria coincidenza con il mondo. Il nostro mondo. E perché mai perdere tempo con ciò che non è affine, utile o semplicemente troppo complicato? Non ne vale la pena, ma se non accade matura una frattura che fa dire cose assolute in un mondo evanescente e sostanzialmente indifferente. Quasi ad enunciare dei principi che poi principi non sono ma sono ingarbugliate sofferenze senza voglia di nome. Non ritorna molto delle nostre posizioni e un embè seppellisce come un like. Allora tornare a noi, che conteniamo problemi e soluzioni, sembra l’unica cosa davvero giusta.

17 agosto 1917

Il 17 agosto era il suo compleanno. 17 anni li aveva lasciati nel secolo precedente e 17 nel nuovo. Era abituato a fare conti, confrontare numeri, vedere i risultati. I numeri erano curiosi a volte, ma non tradivano, si sommavano, sottraevano, dividevano, ma alla fine restava un numero che rappresentava qualcosa di univoco. Un dare e un avere. Lui pensava che doveva ancora avere molto. Aveva persone che amava, due figli, una moglie, un lavoro, una vita da vivere assieme, quindi i conti erano aperti, i numeri dovevano tornare.
Quella notte ci fu il trasferimento che era stato comunicato in giornata. Poche parole in italiano ripetute dagli ufficiali, verso i sotto ufficiali, e poi giù fino alle orecchie dei soldati. Le sue. Tra soldati parlavano in dialetto, il battaglione era stato costituito all’interno di due province vicine. C’erano anche altri che venivano da regioni diverse e parlavano altri dialetti, ma alla fine ci si capiva. Lui era abituato a capire lingue e dialetti differenti, parlava anche la lingua di quelli dell’altra parte dei reticolati, ma non serviva, non c’era molto da dirsi in linea, c’erano solo urli e sfottò. Ed erano meglio i secondi perché significavano quiete.
Venivano da un turno di riposo, dopo essere stati in linea dal 13 maggio al 23 luglio, sempre da quelle parti, ed erano stati dimezzati: 1806 uomini e 36 ufficiali morti. Poche centinaia di metri conquistati, erano passati da quota 224 a quota 247. Numeri che erano piccoli dossi e buche che lì si chiamano doline. Buche in cui si ammucchiavano vivi e morti, pietre e ordini, assalto e fortuna. Numeri. Si contavano muti, la sera, poi c’era la notte per pensare e la speranza che la sera dopo si potesse contare di nuovo.
Chissà cosa pensava ricordando maggio, giugno e luglio. I visi si confondevano, le persone e i fatti, tutto nel rumore degli scoppi, la corsa dell’assalto, l’acquattarsi nella dolina. Fare, sparare, correre e attendere la notte, non pensare, restare vivo.
Nei momenti di quiete ci si aggrappa a quelli certamente vivi, alla famiglia. Contava la famiglia e lui, lui e la famiglia. Vivo.
Durante il riposo e le esercitazioni si formavano gruppi, assonanze sociali, quasi parentele, ma sapevano tutti che erano su un crinale, vivere era questione di attimi, dipendeva da una coincidenza con una pallottola o una scheggia, dalla caduta di quello a fianco, dal caso.
Fino ad agosto riposo, meno di un mese e poi il 17, il giorno del suo compleanno, di nuovo in linea, immersi nel caldo torrido del giorno, con la pietra che si arroventava e lì c’era solo pietra. I pochi alberi erano stati spazzati via dai bombardamenti preventivi, i cespugli bruciati dai lanciafiamme. Pietre a pezzi, sminuzzate, frammiste a metallo di scheggia, reticolati, doline e trincee, teli sbrindellati e la comunanza di essere accalcati gli uni sugli altri. In attesa.
Il tempo si comprime e dilata, lì per giorni si caricava con la molla dell’attesa. Non passava mai ed era sempre corto, immediato.
La notte del 17 era fresca, come tutte le notti, si faceva sentire l’alito del vento del mare di Trieste che s’incanalava tra quelle valli strette, lambiva quei cumuli di pietre.
A luglio, dal colle di Sant’Elia, il mare si vedeva e sembrava così strano che laggiù ci fosse una vita normale, che le persone andassero al lavoro, a casa la sera, dormissero in letti normali, facessero l’amore, bevessero birra fresca nelle osterie e a cena accarezzassero la testa dei figli chiedendogli com’era andata la giornata. Li, anche se non  formalmente, c’era la pace.
Il Papa aveva parlato di inutile strage per tentare di fermare la guerra, non c’era riuscito anche se i re e gli imperatori erano tutti cristiani. Ma poi quelle parole così comprensibili e adatte ai tempi non erano esse stesse una contraddizione: quale strage può essere utile?
Lui non pensava tutte queste cose, la notte del 17 agosto, sentiva che andava in linea, compiva gli anni, e sperava che quella pace poco distante nelle retrovie avrebbe potuto raggiungerla. Contava i giorni in cui restare vivo. Iniziava quella notte l’11.a battaglia dell’Isonzo, un numero palindromo. E bisognava conquistare quota 219 poi quota 246, la dolina della bottiglia.
Ma tutte queste cose non gliele dicevano, quando la molla del tempo si scaricava, usavano parole semplici: baionetta in canna, tutti fuori, all’attacco. Qualcuno gridava Savoia, qualcun altro moriva subito, altri correvano e i feriti urlavano. Col cuore in gola, sparavano e correvano, vivi, finché durava.
Era la notte del 17 agosto, compiva 34 anni, si chiamava Antonio, aveva due figli piccoli e una moglie e li amava tutti.
Restò vivo e li pensò fino al 22 agosto, in quattro giorni morirono tra quota 219 e 246, 1594 soldati e 67 ufficiali. Numeri, ma Lui fu uno di questi e il suo luogo convenzionale di morte fu indicato in quella dolina della bottiglia che ora non c’è in nessuna carta geografica.

buon ferragosto

 


Ieri c’è stato un pullulare di arrivi. Era la seconda ondata di furbi, quelli che avevano evitato le code del sabato e della notte di venerdì e si sono ficcati in quella della domenica. In questi giorni l’altopiano moltiplica per nove gli abitanti. I ristoranti sono zeppi e fanno i doppi turni, le strade dei centri dei sette comuni si riempiono di persone che si trascinano da un negozio a una gelateria e poi a un tavolino per arrivare a pranzo o cena.
Il turismo è invecchiato, i giovani non amano le camminate da malga a cima a malga, così arrivano i proprietari delle case costruite negli anni del miracolo economico veneto ormai anziani e il turismo di prossimità che cerca refrigerio rispetto alle temperature asfissianti di pianura. Qui il benessere è stato ostentazione e incentivo a un costruire privo di criteri e di cultura locale. La tradizione era logica, forte e povera, con una lingua propria e incomprensibile che non aveva nulla di altoatesino o austriaco, era il costruire di chi lavorava e non poteva rappresentare le icone dei cittadini di pianura che confondevano l’ altopiano con le Dolomiti o il cadorino. E i locali hanno aiutato ad estraniare il territorio nel riprodurre case tutte uguali e fuori della tradizione del posto, anzi, e se ci sono comuni che hanno oltre l’80% di seconde case un motivo c’è ed è evidente: l’interesse e l’arricchimento facile. Ne hanno usufruito tutti, costruttori, commercianti, artigiani, professionisti, agricoltori, alberghi e ristoranti, ecc.ecc. finché si è creato un clima di separazione basato sul solo interesse tra chi risiede e chi dovrebbe venire in vacanza ed è sempre più di passaggio. Innumerevoli case non si aprono più perché i figli hanno altre destinazioni e gusti rispetto ai padri e se devono ostentare qualcosa lo fanno altrove. Così i cartelli di vendesi si mostrano sui balconi di legno, sui legni tagliati alla tirolese e pur con un’ attività di acquisto favorita dai prezzi abbordabili, fanno fatica ad essere tolti. Quindi il futuro di questi luoghi, anche a causa del clima, sarà diverso e dovrebbe essere nella testa di chi ha capacità di intuire il futuro e potere per propiziarlo, mettere in atto ciò che serve a salvare l’antico e rendere più innovativo il nuovo. Cose difficili perché hanno bisogno di tempo e di discussioni che rompano luoghi comuni e abitudini facili, ma si potrebbe fare.
Intanto i vigili impazziscono per l’afflusso di auto e si celebra l’orgia lipidica di ferragosto. Ieri per i sentieri un po’ erti non c’era quasi nessuno, a parte le auto che devono dimostrare perché si acquista un fuoristrada per muoversi in città e i quad, l’equivalente delle moto d’acqua, questi sì con giovani pieni d’ansia di sgommare in salita, ma tutto sommato erano pochi e appena fuori dalle strade forestali correvano gli gnomi. Capire il cambiamento dovrebbe essere il tema di questo pezzo di mondo che si autocelebra, ma non intellige, non produce novità che renda le crisi davvero semplici. Sembra che tutto si riduca all’equazione: chi possiede, ha futuro e invece proprio questa equazione viene messa in crisi non dall’etica o dalla morale, magari fosse così, ma dalla stessa economia che divora il mondo e  che ha bisogno di acquirenti per le merci e di denaro da trasformare in spazzatura.
Qui ancora la natura e il dialogo con essa possono fare la differenza e trasformare i luoghi di brevi vacanze in posti in cui vivere. C’è molto verde e aria buona fuori dalle strade. Stasera faranno i fuochi per deliziare gli spiriti e cacciare i demoni che affollano le strade. Buon ferragosto.

facili rinunce

Dei tanti che con me fan uso di pazienza,
e che grato ricambio esercitando silenzio e stravaganza,
preferirei rinunciare a chi mi spiega ciò che ho detto
presentandolo come pensier proprio.
Nelle originali fesserie so provveder a me stesso.