Certe cose cominciano bene poi finiscono peggio in un rallentare vischioso che affatica sino alla perdita di senso. C’è una legge dell’usura che riguarda l’attrito, ha dei lati positivi perché il tempo leviga le cose.
Fa attrito il bene?
E cosa ne resta nella sua immagine accuratamente polita che conserviamo in noi?
Nel rinnovarsi il bene come muta? E se esso apprende dai suoi errori, cosa diventa?
Di simmetrie è fatto il procedere del ricordo che poi si muta in storia, sono grandi quelle che prendono i molti, li avvincono in sogni apparentemente uguali e poi si consumano nella relativa abitudine all’accadere. Così per i piccoli immensi sogni troviamo simmetria mai eguale e dovremmo sapere come i sentieri sempre incrociano altro cammino, ma ciò non fa deflettore e giudica unico il proprio sentire, com’è giusto sia. Non è la fine che in fondo interessa ma il principio e il suo primo svolgersi, potente ed ogni volta unico. E simmetrico.
Ma allora, cosa affatica il sentire emotivo dopo l’inizio in cui l’entusiasmo soverchia ogni calcolo di tempo?
Forse il ripetersi mai eguale, che torna. Anche per noi che siamo eccezione, mai regola. Torna il tempo che quando s’avverte è già trascorso, già pesa, già toglie. Non è come allora, quando iniziò ed era nuvola impalpabile di ciprea, un soffio di profumo nell’aria da cui essere imbevuti, respirati respirando. Il tempo gassoso dell’inizio è diventato prima olio e poi pietra e ha frenato la corsa. La dittatura del presente, del perenne decidere senza poter assimilare, è un ansare di pensieri che faticano a coagulare, che sono fatica interiore, un non dirlo mai prima del tempo, perché non sarebbe capito e sarebbe un’offesa. E nel frattempo, se l’abitudine non diventa nuovo, il sapore non c’è più, perché il tempo s’è incattivito in rimasugli. Costretti per recuperarne in senso a cercarlo tra gli spazi. Ciò che non si dice è detto, impreciso nei significati, pauroso nel mancare di contorni. Dilaga, chiede e ripete la richiesta d’essere interpretato.
Uccelli impagliati sognano l’antico splendore. Evocano, ricordano, e rendono il passo più lento, la memoria pasticciata, scrivono cielo e mostrano l’abisso.
Eppure c’è una luce. Non per necessità di naufraghi. È nella sublime incoscienza che vede oltre il succedersi immoto delle cose, il loro ripetersi. È nella capacità di sapere che non si sa, nel maneggiare la naturalezza del volo sentendo l’aria. Ciò che sta in essa, sapendo che oscuramente, felicemente, ci riguarda.
Ricomporre, ripeto la parola ad alta voce, ascolto il significato e il suono che è gia il mastice che rovescia la sindrome di Pandora.
Quanto è stato mobilitato in noi, per rompere un vaso stretto al suo contenuto e quanti equilibri sono, inopinatamente, finiti nella fornace dell’esperienza?
Nulla s’aggiusta e ritrova senso se non attraverso il ricomporre. Lo conosce il kintsugi nel saldare in oro le fratture, trae da esse la pazienza e la rilettura di ciò che s’è appreso e disperso.
Abbiamo dovuto rinunciare al presumere, scelta non difficile se non si vive nel posto sbagliato, ma è rimasto l’intuito, a volte delicato come piuma d’angelo, altre volte lama che s’affila.
Ricomporre però è la conquista dell’interezza, della comprensione piena, non dell’apparenza o di un’età dell’oro mai esistita, rimette assieme i pezzi che erano stati dispersi, ceduti ad altri, dimenticati.
Ricomporre. Vedo un tavolo, di quelli da lavoro. Solido, grande, ed affidabile, allineo i pezzi che man mano si ritrovano e cominciano a dare idea dell’insieme.
C’è una sensazione bella quella del prendere in mano il pezzo giusto, del saggiare gli incastri, sentire la solidità del combaciare, chiedersi dove sia finito quello che manca e ricordare. C’è una fisicità nel ricomporre interiore, il senso che glorifica tutti gli altri sensi, che accarezza con i palmi le rotondità ritrovate e quelle nuove che si sono formate con l’esperienza.
Ricomporre l’esperienza ritrovandone la dolcezza. Messe da parte velocità e consumo, per essere di più, bisogna provare con la libertà della lentezza, con l’auto ironia, il senso del limite, la gioia della leggerezza.
Non manca nulla e il lavoro procede, qui un pensiero, lì un ricordo, qua un desiderio, ancora una pulsione che aveva spinto ad essere, fare, osare e che ora diventa legante per altro.
Ricomporre come opera alchemica che oltrepassa il tangibile e modifica chi la compie.
Ricomporre per arare, seminare, e raccogliere con rispetto, equilibrio, gioia d’essere che si prolunga.
Nella sera la pace è un uccello che s’ammanta di rosso e di grigio, e pesca nell’acqua, per suo conto cenando, S’offende del mutare nell’aria, mi guarda, disapprova il mio essere altrove, le ali allarga, abbraccia nel bianco Il colore nel volo. Poco s’agita attorno, appena un sussurro, l’aria è il ferro e l’argento che cuce un tappeto alla sera. Lontano. Tace il piccolo bosco, nasconde ricci e nidi affollati, e mentre l’ombra divora gli arbusti, l’oro dei pioppi conversa col sole.
Le giornate del ricordo sono importanti, sabato quella contro la violenza sulle donne è stata corale per i tanti che sentono questa società intrisa di problemi, antica nella ferocia e nei pregiudizi, moderna nell’indifferenza e nella rapida smemoratezza. Bellissime le manifestazioni, precedute dalle discussioni, arricchite in convegni, esplose nel colore di striscioni e cartelli, nei cori, nella vicinanza forte interpretata dalle ragazze di ogni età, dagli uomini che sentono la contraddizione in sé. Sono emozioni e consapevolezze che resteranno più a lungo del giorno.
Affrontare il problema della violenza sulle donne e non solo, è questione di velocità corale intuitiva. L’educazione, il cambiamento sociale hanno tempi lenti, la violenza crescente, l’odio verso il debole, il diverso, l’intolleranza hanno tempi velocissimi. È il capire ciò che accade e la consapevolezza che ne consegue che sono urgenti.
Essere consapevoli che la violenza non è il modo naturale di vivere in una società malata di competizione, di potere, di sopraffazione, non è natura umana ma natura deviata ed è assurda nel suo rovinare menti e vite. Avere un futuro personale, affettivo, che rende davvero mobili le vite nel loro scorrere, esclude la violenza, bisogna capire profondamente che essere violenti non è un potere ma la dimostrazione della propria incapacità a gestire se stessi, i propri sentimenti, le proprie azioni. Questa comprensione collettiva e profonda è necessaria e di primaria importanza.
Essere violenti, in qualsiasi modo avvenga, è una debolezza che impedisce il bene proprio e altrui, la libertà di essere. E non è possibile accelerare il bene che radica e che per darsi visibilità ha bisogno di tempo, mentre il peggio è solo consumo e istante, più facile, immediato, ma devastante nei risultati. Oggi la solitudine sembra preferire un nemico da combattere piuttosto che un amico da capire e coltivare. Abbiamo bisogno di una tregua dai luoghi comuni, dal sociale non equo. Le donne hanno bisogno di attenzione e di una tregua che le riconosca appieno in ciò che sono e fanno, per attrezzarsi e diventare più forti e la tregua la può dare chi ha il potere considerando importante la violenza sulle donne, difendendole senza attenuanti.
Per questo non basta una giornata, un’emozione, una solidarietà, ma serve tutto il tempo che abbiamo per cambiare, il rumore che mantenga alta l’attenzione e il capire ciò che accade, della sua gravità, diventi coscienza predominante.
Non ho parlato di Giulia Cecchettin, della sua morte tragica, del dolore e dell’emozione profonda che ha generato in moltissime persone. A Padova un corteo di veglia di oltre 10.000 persone non s’è visto mai, ed erano giovani e di ogni età, accumulati dal senso di smarrimento e dolore che genera una morte ingiusta e assurda. È subentrata la consapevolezza che la morte di Giulia è tutte le morti senza storia, senza notizia, ridotte a fatto, mentre sono violenza senza fine che prosegue nella loro rimozione dal vissuto comune. Da questo dolore spero nasca uno spartiacque, un prima che viene modificato dal dopo. Non sarà facile ma Giulia vive in chi la onora con il voler togliere la violenza dall’amore, dalle relazioni e dalla vita quotidiana e non solo in forza di legge ma per convinzione profonda che muta davvero i rapporti tra le persone.
Quando una persona che conosci e che spesso è a casa non ti risponde più volte al telefono cerchi qualcun altro che gli è vicino o lo conosce. Ho cercato allora suo fratello, un mio vecchio collega con cui avevamo condiviso, storie, cene, lunghissimi discorsi, vino. Non necessariamente in quest’ordine, ma sempre con il piacere di incontrarci. Neppure suo fratello ha risposto al telefono.
Un mio caro amico mi ha raccontato che più o meno un secolo fa era accaduta una tempesta elettromagnetica solare così violenta che per settimane c’erano state aurore boreali a tutte le latitudini, disturbi dell’umore, tracce sulla crescita delle piante, animali che impazzivano, interruzione in tutte le macchine elettriche che a quel tempo facevano ben poco per tenere assieme la civiltà. in questi giorni c’è una tempesta in corso, ma ci ha regalato solo splendidi tramonti, se avesse voluto infierire l’intera civiltà si sarebbe paralizzata e nessun telefonino, centrale elettrica, macchina ecologica e non ecologica avrebbe funzionato. Che fare in questi casi se non tornare a carta e penna e così ho fatto: un biglietto in cassetta postale con la richiesta di notizie. Dopo qualche giorno è arrivata la telefonata da un nuovo numero e con essa la relazione dello stato di salute non buono del mio amico e ancor peggio quello del fratello. Era in un istituto ormai da mesi, spesso scordava dov’era e cercava il suo banco da lavoro, la lente da mettere all’occhio, gli infiniti cassetti da cui estraeva viti e ingranaggi, poi la sua mente andava ai viaggi innumerevoli fatti in tutte le parti del mondo, in condizioni molto vicine agli abitanti dei paesi che visitava, allora venivano fuori racconti di avventure, di fatti inusitati per l’esperienza comune, di meraviglie viste e perdute, ma ben presenti nella sua mente. I vicini lo ascoltavano, poi pensando fosse un romanzo, ed invece era una vita, si stancavano e andavano dietro ai loro pensieri.
Il mio amico, mi raccontava con precisione cosa era accaduto e accadeva al fratello e a sé e traeva delle conclusioni sul vivere, sulla necessità di avere qualcuno vicino, sulla solitudine che inevitabilmente prende il sopravvento quando ciò che si ha da dire è molto, troppo per chi ascolta e non ha la stessa esperienza. Finché parlava, poi glielo dissi, immaginavo che al fratello, portassero il tavolo da lavoro, quello con il ripiano che aveva una insenatura per il corpo che si inseriva in esso, le fotografie ormai falsate nei colori messe in cornici con altre fotografie messe ai lati come compagnia di terre lontane da tenere vicine e che lui, messo davanti alla finestra come a casa, ricominciasse a mettere insieme macchine, piccoli automi meccanici, orologi che avevano bisogno di essere lubrificati, come accade alla mente quando ricorda e a volte si ferma per guardare lontano, oltre il vetro ma in realtà guarda dentro e vede, e sente, e un ricordo si mescola ai suoni esterni, e ha un sapore che nell’aria non c’è, un colore che non esiste perché è un frullo di luce che per un attimo ha colpito la retina molto tempo fa.
Le sue mani, il corpo stesso era un tutt’uno con ciò che aveva fatto e faceva, la delicatezza dell’entomologo, la sensibilità del pittore, la precisione dell’inventore che organizza in nuovo modo il consueto e rispetta ciò che già funziona per farlo funzionare meglio. Lui era tutto questo, capace di camminare per giorni mangiando banane e cocco in luoghi in cui passavano ben poche presenze estranee, era in grado di vivere tra persone che adottavano i linguaggi sconosciuti o dimenticati, del corpo, del viso, del tatto, delle mani e tornato a casa scaricava la sua piccola macchina fotografica. Faceva stampare le fotografie che erano sempre poche ma ciascuna l’inizio di un racconto, salutava il fratello e riprendeva il suo posto tra suoni di pendoli, battere di secondi, impercettibili sussurri di orologi di gran pregio che solo lui sapeva rimettere in ordine nella città.
Per questo pensai che ovunque fosse avesse bisogno della sua zattera, del suo tavolo, della luce concentrata, della lente sull’occhio e delle pinzette di varie dimensioni, ma tutte minuscole come i cacciaviti e le frese sottili. Pensavo al cassetto dei quadranti dove si mescolavano nobili e plebei in allegra confusione, perché l’utile non dipende dal nome ma da ciò a cui qualcosa serve, pensavo alle viti che erano come i grani di pepe che aveva portato dall’isola delle spezie e che forse per lui avevano lo stesso profumo. E forse pensava, chiamandolo e prendendoli tra le punte aguzze delle pinzette, ai nomi delle cose che ruotano, che trasmettono il moto con lentezze esasperanti, che dominano il tempo e sono così inusitate da richiamare ben altro nella vita quotidiana. Nomi antichi che venivano dal medioevo, nomi dati da eretici ugonotti poi ginevrini, nomi che si erano portati in una sacca gli attrezzi per la misura del tempo, per costruire orologi, assieme alle bibbie e le eresie che avevano rimesso in moto l’Europa e poi le Americhe. Nomi che gli orologiai scambiavano tra loro, che regolavano il mondo, il correre dei treni, gli appuntamenti amorosi e quelli d’interesse, nomi che muovevano migliaia di persone , che li allineavano in catene di montaggio, nomi da campanile quando l’alba e il tramonto, la fame e il sonno non bastavano più. Nomi assemblati con cura senza errore perché in un orologio è il mondo che funziona e il tempo si muove danzando con esso, in sincronia perfetta.
L’orologiaio che aveva conosciuto il mondo, gli orologi d’acqua e di sabbia, le sfere giganti delle torri, gli astrari e la precisione delle menti che sapevano descrivere l’ora dal moto del sole o da quello della luna. Lui che aveva capito che atmos, l’eterno orologio che si muove per le variazioni di pressione era pur sempre un’approssimazione del tempo, come ogni orologio, compreso quello atomico che basa se stesso nei tempi di decadimento di una particella, compreso quello dell’universo dove il tempo conta davvero poco ed è l’energia a farla da padrona finché non emergerà la gravità quantistica a rimettere ordine alle cose. Lui sapeva che ciò che metteva assieme, per quanto preciso, era una approssimazione di una convenzione e che l’esattezza era in chi guardava le cose evolvere, lo sapeva mentre adattava se stesso a ciò che mutava, fosse l’inferno della Dancalia o il verde infinito dell’Amazzonia o semplicemente ricostruire una mozza o un bilanciere perduto. Il tempo era nell’uomo e lo approssimava e da esso era approssimato. Questo lo rendeva leggero su ciò che di mirabile faceva, conosceva il senso del tempo e della sua misura e di tutto ciò che era apparenza e veniva portato al polso, messo su un mobile importante, appeso a un muro pregiato, conosceva il limite. Il tempo ripete se stesso, mentre l’uomo era una fonte continua di meraviglia, questo era il senso dei suoi racconti.
Non gli hanno dato la sua zattera, così penso che dolcemente si sia lasciato andare al flusso dei ricordo, al fiume di tutto il tempo che aveva regolato e che ora non aveva più significato. Penso che ora sia un bel viaggio, l’ultimo che ancora può raccontare senza parlare, certo che chi lo ascolta adesso sarà attento e sorriderà alle sue parole su ciò che è urgente e ciò che non lo è mai stato.
Nel tempo gaio in cui tutto importa, molto è disperante e finge la stessa natura della felicità, così la leggerezza è virtù di molti. Non di coloro che scavano nelle passioni, le scorticano come le parole che faticano a dire e restano intonse a percuotere il rimorso di ciò che non vien detto, allora le guardano sino a trovarne l’inconsistente anima ch’è solo porta per un altrove in perenne attesa di scoperta. Ci fu un tempo in cui l’addio era leggero, un prolungamento del tempo che ormai aveva preso altra attenzione. Certo c’era un arrestarsi, un riflettere, ma breve perché altro urgeva e soverchiava, cambiava il colore dell’alba e della sera, si immergeva nel giorno pieno d’attesa e di speranza nuova. Il soffrire entrava in un bilancio dove chi vinceva era l’urgenza del nuovo che cambiava l’ordine delle cose e come resistere a questa ondata di vita che non tollerava indecisioni. Si soffriva il giusto che sempre è ingiusto, così il difficile veniva consumato, reso relativo, portato nella natura delle cose e nessuno, o quasi, che aveva esperienza di notti consumate nell’attesa dell’alba, di un peso da portare verso una stazione, oppure un auto o un passo che s’allontanava verso un impreciso dove, giustificava se stesso se non con la necessità. Questo sentire sarebbe venuto poi, nel denso ribollire dell’interrotto, del non consumato, visto nell’esame impietoso dell’esausto andare, o nello strascicar parole che a nulla servivano se non a non dire. Quella parola che difficilmente si usa, regnava nel profondo e si scontrava con clangore immane di pensieri contrapposti: tradire era procedere, rompere ciò che sembrava essersi consunto e invece si sarebbe legato con tutto quello che prima era stato e ciò che sarebbe poi venuto .
Ciascuno è somma di ciò che è stato e sottrazione di quello che in vario modo gli è stato tolto. Gli addii sono sia nell’una che nell’altra parte e ciò che si è dato verrà subito, muta solo il porgere e il ricevere, l’essere sinceri con se stessi per dire ciò che è sentito e non può che far male mentre sembra solo bene. Non ci sono bilanci possibili, la vita è ciò che siamo nel momento in cui la pensiamo e sentiamo nostra, il resto è biografia. Essere fieri di ciò che si è diventati con fatica, piacere e fallimento e scontenti di non essere ancora ciò che si sarà.
In quei tempi così morbidi di vita, seta e sonno, dicevo che di me t’importava poco, troppa fatica per vedere oltre le parole, i piccoli moti d’espressione che già erano l’anima remota che s’agitava riconoscendo sé e te e che doveva usare il ragionar di perdere per trovare ciò che bastava, ma non bastava, ora come allora l’amore non si spegne, casomai muta e chiede d’essere riconosciuto, ed esaurito il tempo breve per capire mentre eravamo immersi nell’attenzione del desiderio, ciò che rimaneva era il ritirarsi come usa fare la luce al giorno, mentre gli sottrae memoria di colore, mette nella penombra i dettagli e chiama sommessamente a soccorso l’intuizione. Era poco e molto a seconda dell’ora della notte o dell’umore che il cielo regalava al giorno e agli uomini in attesa, eppure quel poco ancora cuce pezzi di tessuto, spazio, tempo, stato che non dissolve ma rammenda l’universo piccolo in cui ciascuno si rinchiude, fatto di finestre e piccoli canti d’ombra dove si posa polvere preziosa come ciò che ottenebra.
Gli anni perduti, sono quelli che sembrano mancare alla memoria, ma non lo sono per davvero perché inattesi, torneranno. Anni perduti sono quelli ben presenti, fatti di chiusure, conclusioni senza concludere, acquisizioni sospese, addii senza motivo.
Anni perduti sono quelli scialacquati nel dover essere, nelle prigionie di mode e di buoni sensi. Anni perduti sono tutti quelli che non hanno cambiato dentro, che non hanno camminato, che non si sono rincorsi nelle passioni, che sono diventati sabbia senza essere pietra.
Le sedute di analisi disseminate nella coscienza, semi che fruttificano per loro conto, maleducati ricordi che non leggono l’identità, fatiche difficili senza produrre svolte apparenti, sono anni perduti?
E aver ben presente come ci si lascia in una stazione, un po’ travolti dalla disperazione del rivedersi non quando si vorrebbe, ma seguendo la necessità, l’evocare nella mente ogni amicizia che si credeva vera e si è lasciata impallidire e svanire, sono anni perduti?
Le parole di Osip Mandel’stam in Tristia hanno l’odore del fuoco dei bivacchi, il freddo della notte che si insinua nelle parole e la definitività degli addii con l’amore vivo che ferisce e sutura, senz’altro pensante o di mano leggera nella vita. Oggi è meglio di allora, eppure questo addensare di sentire senza orizzonte certifica gli anni come necessari, importanti, definitivi, mai perduti. Quindi anche dove il cielo si rovescia nell’alba, la disperazione diviene dolore e partenza, nulla pensa che tutto sia stato inutile. L’analisi dovrebbe essere così definitiva e profonda da essere un eterno addio che apre nel sentire diverso il mondo e al tempo stesso tiene ben fermo ciò che si è stati davvero, perché quello stare si ripeterà come ogni verità.
Cosa c’entra l’analisi con gli anni perduti lo si trova nella sua necessità di veder dietro l’apparenza, nel cogliere noi nel pensiero e gesto solo a noi noto, ma in quegli anni del disvelamento, noi dove eravamo?
Presso il limite della terra fu come un’acqua che imbeve
e mentre l’attenzione scivolava a ciò che in fretta asciuga,
un appoggio si scioglieva,
veniva preso, portato altrove
e così divenne malfermo lo stare
e difficile andarsene.
Accadono cose terribili, disdicevoli anche per i ben pensanti, si disfa la materia di cui è costituito il comune sentire che ci sia una specie, una sua conservazione, un futuro che si poggia sul presente. Cos’è il presente se non è paziente costruzione, il capire dove sta l’errore, non ripeterlo, ripartire, collocare il piccolo, ma grande, contributo che definisce le vite come accesso alla contentezza di essere. Tracciare un confine tra possibile e impossibile, star bene e star male, momento e continuità, desiderio e felicità. Tutto questo è rimesso in discussione perché c’è un filo ma non si vede più dove esso finisca. Cade il principio di precauzione, l’intuito non sorregge e si dimostra fallace perché a cosa non consegue cosa se è l’abisso che si apre. Cave, cave, attenzione, attenzione, dicevano i latini e già poteva arrivare il morso se l’intelligenza non sorreggeva, non diventava modo di tenere la distanza
Noi leggiamo, leggiamo, leggiamo. Viviamo il presente come annuncio di bellezza, ma poco ci curiamo di essere costruttori di progetti comuni. Abbiamo opinioni, convinzioni, principii, tutto importante e personale, cercando il bandolo mentre non si vede la matassa, così il proporre torna a noi, ai principii e alle convinzioni su cui si è costruita la vita. Magari saranno utopie, pezzi di sogno che diventano materia, eppure in questa realtà guasta sono piccole barche su cui è ancora possibile navigare. Ora le domande si affollerebbero e una sola le riassume: basta tutto ciò oppure ciò che è semplice diviene conquista per avere una possibilità di esistere?
L’aria dell’autunno è ancora dolce. Ieri sera s’ infilava sotto i portici della città semi vuota per il ponte. In piazza delle erbe, le bancarelle dei pakistani vendevano frutta, verdura e sorrisi. Ormai resistono solo loro alla fatica d’essere in piedi dalle 4 del mattino sino a notte. In piazza della frutta, si alzavano i fumi delle castagne cotte tra il profumo dei funghi, della frutta secca, delle spezie. I bambini, affascinati dal volare delle faville, quando si alzava la grande padella dal fuoco erano parte di un rito del passato che tutti abbiamo vissuto, e distoglievano gli occhi dal video gioco o dal telefonino.
L’aria era così ricca di profumi, di colori accesi e sapori, che l’inverno sembrava lontano e non faceva presagire la pioggia di stasera. Sotto i portici del ghetto e del prato, c’erano i bar con tavolini all’aperto pieni di ragazzi, e sul liston e tra le piazze si celebravano i riti vecchi e nuovi dello spritz, della vasca (ovvero del percorrere ininterrottamente il percorso dell’appuntamento serale), del parlare di tutto e di nulla fino a notte, con un bicchiere in mano.
Anche con la pioggia è bella la città in autunno, tra qualche giorno le prime nebbie veleranno il prato della valle, ma basterà alzare gli occhi e le stelle e la luna saranno al loro posto, limpide. Ormai le nebbie dense della mia infanzia, sono un’eccezione; merito del riscaldamento delle case, dicono. O forse di quello globale perché dai colli, la città sembra avere un cuscino di calore sulla testa fatto di vapori e luci gialle, non rimedia all’artrosi di una vecchietta accogliente, con qualche acciacco, ma ha ancora il fascino immutato di quando ci pareva giovane nei suoi mille e mille anni. Però anche adesso riesce a stupirmi, a mostrarmi una strada mai percorsa, un giardino dentro un vicolo, il ricordo d’un accadimento su una lapide che riporta a fasti antichi.
Qui l’autunno dolce è di casa perché questa città ha questa stagione sulla pelle e nel cuore. Saprà agghindarsi di verde e di fiori a primavera, e riempirsi di neve d’inverno, mostrando un antico temperamento nordico che non ha più negli occhi. E lo si percepisce nell’arroventarsi d’estate e nel tenero scacciare i suoi abitanti verso il mare e i monti vicini, ma per la città la sua stagione amorosa è l’autunno.
Questa città è un bel posto per me, sarà perché ci sono nato e ciò che vedo sono pezzi del ricordo di altre età. Anche altre città che amo sono vicine, perché in fondo, con i suoi campanili e i dialetti che mutano tenendosi stretto il suono, questa regione è un’unica grande metropoli, rigata di fiumi, di campi, di vigne dove la pietra si innalza al cielo sia quella degli uomini che quella dei monti. Pianura assolata, montagne, mare, qui tutto ciò che conta è vicino, tutto influisce, ma anche sta per suo conto, tutto è a portata di auto e di giornata. In fondo gli antichi veneti avevano scelto bene e saputo sfruttare l’incrocio dei fiumi e delle strade.
La provincia ha il fascino del piccolo, del percorribile, degli eventi giornalieri, mai pochi, ma ancora importanti perché non soverchiati da troppi avvenimenti.
Ho scoperto di essere un provinciale, probabilmente molto presto, quando ho pensato che questi erano i luoghi in cui tornare e ancora non avevo deciso di andare. E anche se vedo tutti i limiti di una città mai troppo grande, penso che i pregi li cancellino piano piano tutti e che il segno resti positivo. Insomma non mi sono mai pentito d’essere in questi luoghi.
Questa terra è il luogo che mi ha generato, con la possibilità di essere ciò che sono. Nascere qui ha significato avere un cielo e una finestra da cui vederlo, una strada per andare a scuola, un cortile per giocare, il luogo in cui crescere. Così è stato per altri, con cui condivido la lingua, le storie dei genitori e degli antenati che si intrecciate nei secoli. È un luogo da cui partire, ma che genera nostalgia anche quando provo la meraviglia del mondo nell’andare. Forse per questo indefinibile sentimento torno a questa terra, al calore materno che è nelle pietre, negli alberi, nelle case, nel cielo. È il luogo in cui ho imparato ad amare, ad avere memoria, per questo la chiamo mia terra e non mi serve possederla, ciò di cui ho bisogno è camminare nelle strade, fermarmi a riposare lungo il fiume, guardare le case, le persone, il cielo e ascoltarne le parole. Anche le lingue che non capisco, ascolto, e diventano parte di questa terra che chiamo mia ma ne posseggo solo il posto dove dormire, mangiare, lavorare. Quando penso che andrò via, so che altrove non ci saranno le stesse sensazioni, che in un altro luogo per chiamarlo mio, ci sarà bisogno d’ amore, di pazienza, di capire bene cosa pensa chi lo abita. Finché questo non accadrà sarò un ospite e sarò parte di quel luogo solo quando le storie e il capirsi si intrecceranno, ma ci vorrà tempo e forse non basterà. Possedere una casa, della terra, avere denaro non renderanno mio quel luogo, perché mio significa appartenere per essere uno e questa non è una proprietà. Undici anni fa ero in Syria, in un piccolo villaggio del nord ovest, non c’era nessuno per le strade, le case ogni tanto lasciavano che un bambino uscisse per chiamarne un altro e giocare. Faceva freddo, c’era vento, allora una mamma o una nonna usciva e chiamava i bambini dentro. Al caldo. In una lingua di cui non capivo se non la musica delle parole. C’era amore e sollecitudine nelle voci adulte e i bambini rispondevano con lo stesso altalenare di toni, di vocali e consonanti, come in una canzone mormorata all’orecchio dell’amata. Una di quelle case a un solo piano, c’era una insegna in legno con scritto a pennello: museo e dentro l’unica stanza, un bellissimo mosaico di epoca romana, forse di quando Tito era imperatore. Mostrava con migliaia di tessere sapienti e colorate, una grande geografia di navi e pesci nel mare, di coste e deserti, tracciava i luoghi e i nomi delle città . Molte di queste città erano state potenti, ricche di uomini e monumenti, ma erano scomparse, e quel villaggio era quanto rimasto di una di esse, particolarmente grande. In quei luoghi le generazioni si erano succedute, erano passati i persiani, i greci, i romani, i crociati, gli arabi, i turchi e poi nuovamente gli europei, i francesi, gli inglesi e poi di nuovo gli arabi. Per alcuni di questi quella era diventata la loro terra, perché l’avevano amata, si erano fatti possedere da essa, avevano imparato dai vecchi abitanti, abitudini, lingua, il tempo della vita e della morte. Avevano onorato e preteso rispetto agli uomini, tanto che ormai chi si era fermato, diceva che era la sua terra. Uscendo dalla casa museo, era tornato il vento, nubi di polvere portavano le ceneri di chi era passato, i bambini giocavano, le donne e gli uomini accudivano le poche pecore nei recinti. Era la loro terra, non occorreva possederla, bastava vivere in pace, crescere i figli, parlare con i vicini e ogni tanto ridere o piangere assieme. Nessuno di loro versava sangue altrui per avere altra terra, che non sarebbe stata la loro e avrebbe preteso altro sangue e tolto sapore e volontà alla vita. La loro terra era piccola e bastava per vivere, chiunque si fosse aggiunto avrebbe avuto bisogno del necessario e poi di vivere in pace con chi c’era. La mia terra non è bagnata di mio sangue, mi disse la mia guida, e neppure mi appartiene ma è il luogo in cui vivere. Qualche volta ci hanno cacciato, poi siamo tornati, perché chi aveva preso il nostro posto, versato il nostro sangue, non era riuscito a dire che quella terra li possedeva, erano solo i padroni e volevano cose diverse da quello che essa poteva dare. Potevano essere cittadini del mondo, se avessero condiviso la pace e la vita e il mondo sarebbe stato loro e nostro.
La mia terra non è mia, non mi appartiene, io appartengo a lei, e lei lo sa quando mi fermo, la sera, a guardare gli uccelli, il cielo. Quando ascolto la musica delle parole è poi cammino in mezzo a esse, sa che con la notte cerco il caldo della casa e che mi basta perché ciò che mi dona è quello che mi fa sentire parte di lei. Per questo amore questa terra è mia.
Quando il covid infuriava, teneva le persone in casa, riempiva i telegiornali ci si ripeteva in una l’indeterminatezza felice che finita la pandemia, nulla sarebbe stato come prima. E si intendevano i rapporti sociali, l’affannarsi per fare mille cose, la competitività esasperata, tutto questo è molto d’altro, sarebbe mutato in un mondo in cui gli affetti avessero più importanza, certamente più attento alle persone, alla cura, ai servizi comuni, alla salute. Il regno dell’inutile dannoso e del vano brancolare nel buio di una corsa senza meta, sarebbe mutato in un guardarsi attorno e nell’ assaporare le cose che pazientemente ci rassicurano e attendono di essere apprezzate. Tutto poi è mutato come sappiamo, in una ricerca spasmodica di recuperare vacanze, produttività, tempo che libero non è.
Si è dissipata la paura (ed è un peccato perché siamo stati male per niente) che ci aveva indicato il nostro malessere in un parlar d’altro, in un essere come ci vogliono, scevri di dubbi, pronti a dire si, incapaci di una reazione che muti la condizione che in fondo, nessuno ha scelto. Come accade in uno stagno, l’improvviso rumore ammutolisce le rane, non capiscono, la memoria si cancella e riprendono a gracidare. Magari una serpe d’acqua ha mangiato una di loro, un luccio ha fatto il pranzo, ma finito il rumore sono rimasti cerchi d’acqua che s’allontanano verso le rive. Come non fosse accaduto nulla e così è bastato che le notizie scomparissero dai telegiornali, che la scienza tornasse nei laboratori e tutto è ripreso come prima, sostituito dal brusio delle guerre che basta si pensino lontane perché non esistano. I politici che ora governano avevano detto cose importanti durante la pandemia, ma la campagna elettorale è venuta quando è sembrata tornare la normalità che è più precaria di prima, però è sempre normalità. Così non è cambiato nulla se non in peggio, meno sanità, meno attenzione al sociale, più povertà, una crisi alle porte, però chi poteva è andato in vacanza, è tornato a fare mille lavori, a competere, a essere insoddisfatto pensando che questa sia la normalità. Siamo soli perché quello che ci viene raccontato non solo spesso non è vero ma perché non vogliamo vedere ciò che conta davvero, non sentiamo le altre persone come portatori di problemi uguali ai nostri, vuotiamo il mare con il nostro cucchiaio mentre esso ci minaccia. Sono tutti segni quelli che ci colpiscono per poco tempo, la nostra mente dovrebbe metterli assieme. Una alluvione non è una fatalità, una guerra non è una necessità, un servizio vitale che non funzione non è una normalità. Se non si cambia perdiamo pezzi, persone, umanità, ma soprattutto perdiamo speranza di avere tempo futuro, di durare. I figli che non nascono non sono un problema demografico, ma la disperazione di non essere all’ interno di una società che non lascia soli, che si prende cura, che rende liberi perché possiamo amare non amazzarci di lavoro e di solitudine. Doveva cambiare tutto e non è accaduto nulla o quasi, se non in politica, non nella vita vera e il 50% che va a votare si è stancato, della sinistra e ha dato la maggioranza della minoranza degli italiani alla destra. Anche questo è un segno quando la maggioranza di chi può votare si fa guidare da meno del 30% dei voti. E ora quelli che negavano la pandemia l’hanno cancellata insieme al cambiamento, basta non parlarne più e non è accaduto mai. Non so se sia la stanchezza di un vagare senza meta che cancella i nuovi segni ci appaiono, oppure la fatica di decrittarli nella loro evidenza perché indicano una strada in cui assieme si può crescere e star meglio, ma costa fatica. Come sempre nella vita, sta a noi mettere insieme la grammatica di ciò che accade, scegliere se stare in pace, con un mondo diverso oppure sperare in una salvezza che qualcuno ci regali e non voler vedere che già ci viene preclusa perché chi ha il potere salverà i pochi che per lui contano. Non lo fanno tutti i giorni? Nello stagno spariscono gli indifesi, quelli che non si rendono conto che in molti possono mutare le cose che li riguardano e il racconto del mondo, così la biscia d’acqua e il luccio ingrassano, ma almeno, loro, non sono ingordi e lasciano le rane cantare.