Così lo scrivi, e mentre lo scrivi capisci che l’amore non è una tragedia o un fallimento, ma un dono.
Ti ricordi del primo amore perché ti mostra, ti dimostra che puoi amare ed essere amato, che a questo mondo non ci si merita niente tranne l’amore, che l’amore è come diventi una persona e perché.” pg.332
Tartarughe all’infinito di John Green. Ed. Rizzoli
L’amore a volte biforca, e allora qualcuno chiede se si possano amare due persone. O una persona e una cosa. O un impegno totalizzante e una persona. Dipende perché parliamo di ricomporre ciò che si sta dividendo dentro. Dipende perché davanti a un bivio comunque si rallenta, poi la strada prosegue, e raramente si intreccia nuovamente, ma aprirà altri bivi più avanti e nei momenti di nulla ci si chiederà cosa sarebbe accaduto se si fosse scelta l’altra strada. Sarebbe accaduto, ma non sarebbe stato di più o di meno perché noi siamo la nostra misura. Comunque. Sempre. Tutto diversamente si eguaglia ed è quel diversamente che ci definisce e alla fine tutto ci ricompone. È vero, quando impariamo che l’amore può essere corrisposto diventiamo persone. Siamo riconosciuti lì dove prima eravamo invisibili. Si palesa qualcosa che voleva crescere. Quando si impara ad amare non lo si dimentica più. Lo si sbaglia, per eccesso o per difetto, ma sarà sempre qualcosa che si conosce e che insieme è nuovo. In attesa di essere riconosciuto, ci aspetta: non è una speranza, è la nostra follia positiva, la certezza che spinge e acquieta.
Ci sono frasi che non si scordano, riemergono improvvise nella vita e sembrano riassumerla perché l’hanno a suo tempo guidata, fornendo scelte e modelli. Sono racchiuse in libri, dischi e film che hanno inciso così tanto nell’immaginazione, allora, da volerli far propri e vivere come nostri.
Cosa accade nella testa di un ragazzo che vuole leggere il mondo oltre la realtà che vive, che vuole alimentare sogni destinati a realizzarsi, che sente desideri nuovi che lo agitano e risposte insufficienti in che lo attornia? Quando ero giovane, leggevo, libri su libri senza un criterio che non fosse la scoperta e il piacere di leggere, ascoltavo musica che riascoltavo infinite volte, vedevo film che mi parevano così giusti e densi di valori da essere la vita che avrei interpretato. C’era molto altro attorno, ma una città media per quanto orgogliosa della sua Università con la libertà come motto, è sempre conservatrice. Anzi potremmo dire che le città e la maggioranza dei loro abitanti sono sempre conservatori e così le famiglie nel migliore dei casi lo sono, nelle altre fattispecie cercano di essere differenti e magari confondono e rendono complicata la ribellione dei figli. Così la mia città da un lato mi riempiva di stimoli e dall’altro creava insoddisfazione, era una finestra, neanche tanto ampia che permetteva di vedere, ma non di toccare ciò che sembrava nuovo e urgente. Allora erano i libri a formare, assieme alla musica e al cinema. Leggevo, vedevo, ascoltavo non ciò che piaceva ai miei genitori, agli insegnanti e neppure a molti dei miei compagni, ma a me. L’identità sociale si formava per contrasto e Il compagno di Pavese, Il partigiano Johnny di Fenoglio, o l’ Hemingway di Per chi suona la campana, o ancora i due diversi Levi, con Cristo si è fermato a Eboli e Se questo è un uomo diventavano, insieme a molto altro, la risposta a una voglia di giustizia e di politica da mischiare alla vita. Ma questi autori si affiancavano a Bulgakov o alla irta scoperta di Joyce, i russi, gli americani della grande depressione e quelli nuovi, da Malamud a Salinger, mescolati alle letture di Freud e di Russel e chissà di quanto altro che ora si è mescolato con la vita e attende di essere richiamato da quei pomeriggi in cui arrivavo a sera con le guance rosse e gli occhi stanchi. Si chiamano ora romanzi o libri di formazione, ma io non lo sapevo e neppure volevo formarmi, ero incuriosito da un mondo che era fuori e di cui nessuno mi parlava. Non era il mondo dei giornali o della televisione fatta di quiz e di sceneggiati televisivi, di tribune politiche e di spettacoli del sabato sera, era un mondo differente che arrivava con la descrizione di ciò che si provava altrove, di cosa si agitava dentro agli uomini che non avrebbero fatto per forza grandi cose, ma sarebbero stati se stessi. E tutto questo si mescolava con il cinema che mostrava l’Italia del malessere e delle periferie, assieme alla Dolce vita, con la musica che aveva i suoni possenti della classica accanto a una nuova generazione di cantanti che si rivolgevano direttamente ai ragazzi con parole mai sentite prima. Tutto parlava e diventava domanda e insieme risposta, sino a trovare qualcosa che si metteva in accordo con quello che c’era dentro e non era ben chiaro però sembrava giusto. Ecco quella era la vita che avrei voluto.
Non so cosa abbiate letto voi, cosa sia stato importante per le vostre idee. Non so se vi tornano le frasi che vi hanno colpito allora, ma sono sicuro che se leggete, siete stati diversi e uguali, anche voi intrisi di sogni e aspettative. Che allora si sono formati caratteri e ideali, desideri e voglie, e che molti dei tempi successivi hanno affinato ciò che allora era da sgrossare, e lo sapevate, ma era così urgente e forte che non si poteva fare altro.
Con timore, trepidazione e spavalderia, non si poteva fare altro e ci avrebbe pensato la vita a togliere quello che era in più.
Di certo ci sarà un senso profondo nel vento di tramontana che porta freddo e limpidezza, nei palazzi e nelle cose che s’avvicinano luminose.
Di certo avrà un senso un guanto rosso abbandonato che nessuno raccoglie, ma anche il fluire tranquillo delle persone sotto i portici e le finestre aperte ad accogliere il sole avranno un senso se per vie misteriose parlano allo sguardo.
Avrà un senso il soffermarsi a parlare con uno sconosciuto che si scusa per il suo camminare lento e racconta che, adesso a ottantotto anni, vede molte più cose d’un tempo, gode di questo sole di settembre e pensa che ciò che ha attorno è bello e merita la sua attenzione alla vita. Avrà un senso desiderare d’incontrarlo ancora per le sue parole cortesi e tranquille che diventano un dono inaspettato.
Avrà un senso tutto questo tempo che non si spezzetta ed è così pieno di nuovo, che posticipa ciò che non è proprio necessario, che chiede di guardare, di accogliere ciò che prima si nascondeva nella fretta.
Avrà un senso profondo il mettere assieme ciò che sembra disparato eppure interroga con la distrazione di chi sa che nulla si perde, tantomeno il tempo, quando esso ci mette in comunicazione con il mondo.
Associare un’insalata greca ricca di feta con degli spaghetti al pesto, non è una buona idea. Provoca una sete che non è sete di conoscenza o verità, ma quella sete bambina che induce a bere direttamente in bocca da una cannella. Cosa che contraddice ogni norma di buona creanza ma da una soddisfazione che accresce il potere dissetante dell’acqua. L’acqua è un archetipo con cui facciamo subito i conti nelle nostre vite. Evolviamo i rapporti col bere, ma l’acqua fresca resta una base su cui si costruisce la sensazione di benessere. E l’acqua direttamente in gola è un sottrarsi alla misura, un oltrepassare la soddisfazione in un dilagare di senso.
Ci fu un’estate in cui la ricerca di lavoretti, mi portò a frequentare una azienda che imbottigliava bibite gassate e acqua minerale. Le bottiglie, allora di vetro, correvano su un nastro, si fermavano a blocchi sotto le cannelle che le riempivano, prima d’essere tappate. Noi toglievamo le bottiglie e le mettevamo in casse di legno. Avevamo una pausa ogni tre ore e il lavoro fisico faceva sudare abbondantemente e ci si poteva dissetare. Nel reparto chinotto avveniva una sindrome singolare, che mi fu confermata dall’infermiere a cui ricorsi per un gonfiore intestinale notevole, tutti i nuovi bevevano dalla cannella nell’intervallo e l’associazione dolce/amaro/frizzante anziché togliere la sete l’aumentava, e spingeva a bere ancora fino a generare quel gonfiore associato ad altri disturbi immaginabili. Passava tutto in un giorno, anche la voglia di bere dalle cannelle per cui la direzione non si preoccupava più di tanto e lasciava che il corpo facesse il suo lavoro pedagogico.
Quell’esperienza, che durò poche settimane, mi fece riscoprire il potere dissetante dell’acqua. Meglio se era un po’ gassata, magari con le polverine di allora: Idrolitina e Alberani. Preferivo l’Alberani, che mi pareva avesse più gas e che assomigliasse appena all’acqua di seltz. Questa era un’altra cannella presente nei banconi dei bar del centro, da cui veniva estratta con maestria dal barista che aggiungeva un tumulto di bolle alla bibita confezionata per gli adulti. Li invidiavo tantissimo, come invidiavo i bottiglioni variopinti dei bar di periferia, anch’essi contenenti seltz che sognavo come una ricchezza per l’estate casalinga. I bottiglioni erano allegri, per gli esercizi meno tecnologici e alla buona, li vedevo usati con parsimonia, su sollecitazione di chi ci accompagnava, a volte, allungavano la spremuta che doveva farci bene. Erano quasi una cannella, col loro becco ricurvo e il rubinetto a leva, ed evocavano un erotismo da gole assetate. Tra noi, nei pomeriggi ricchi di polvere e di sudore, si favoleggiava l’effetto di quel getto da cui attingere a piena bocca. Fantasie. In realtà ci restavano le cannelle delle fontane e se si diceva uno schizzo di seltz per sottolinearne la preziosità e il diluire accurato, una ragione ci doveva essere.
Bere a cannella e a garganella, bere lasciando che l’acqua invadesse il viso, impastasse e togliesse la polvere. Bere lasciando che la bocca si riempisse, che l’eccesso corresse giù per la guancia e poi si perdesse bagnando di gocce tutt’attorno. Bere per dire al corpo che poteva essere dissetato finché voleva, che avrebbe avuto ciò che desiderava. E se i grandi ci dissuadevano dall’acqua troppo fredda d’estate, non erano le cannelle a darla quell’acqua ed era lui, il corpo, che stabiliva la misura della violenza. È andata bene, mai una congestione, ma in tempi in cui tutto faceva paura, anche l’eccesso aveva un limite: la soddisfazione. Ancor oggi se vedo una cannella mi viene da piegare la testa e bere, magari solo un sorso, ma libero. Credo sia rimasto quel piacere intatto e connesso all’acqua che sgorga e scorre con dolcezza. Quasi un atto d’amore.
Fu come l’amore, qualcosa che non si poteva dire e neppure tacere. Fu una ventana che prese il cuore e il cervello, un segnale che ben altro doveva accadere. Quelli che vissero, partecipando, quei giorni, ne furono presi e segnati per anni. Manifestazioni, voglia di riscatto, speranza, ma anche sconfitte cocenti, arretramenti. E di questo bisognava parlare, bisognava partecipare perché accadesse il buono e non l’epilogo tragico.
Da queste parti il temporale si preannuncia passando dalla lietezza del sole a un cielo che si fa bianco di nubi, e poi grigio, ma sembra ancora tutto in forse e potrebbe accadere che il cielo si liberi lieto oppure che cessi il vento. E allora siamo a un attimo prima che la pioggia cominci violenta a spazzare tutto. Così allora, ed era lontano, in Cile, ci fu un prepararsi di eventi, un confluire di congiure che noi percepivamo da distante. C’arrivava un’ eco di fatti banali, di situazioni contraddittorie. Il governo e il parlamento nazionalizzavano le miniere di rame e i grandi proprietari stranieri, americani, reagivano con gli embarghi. Si bloccavano i camionisti, nei negozi sparivano i generi di prima necessità, Salvador Allende ribadiva la via della democrazia alla nazione e parlava, come aveva sempre fatto nella sua vita, di socialismo. Non erano i proclami di Fidel, era un medico che aveva vissuto le miserie del suo popolo e le aveva capite, ora proponeva che un Paese con risorse e voglia di lavorare pensasse a se stesso. Credo che anche Berlinguer e altri leader comunisti, fossero poi colti di sorpresa da ciò che accadde l’11 settembre, perché è vero che s’era in epoca post coloniale, che le aree di influenza erano ancora ben salde nelle mani dei potenti, ma si era anche negli anni ’70, la guerra fredda era stata scaldata dai fatti del Viet Nam, c’era stata una sollevazione mondiale di giovani e di speranze che era partita proprio dagli Stati Uniti. Insomma c’era un cielo pieno di nubi ma tutti speravamo nel sole, anzi ne eravamo certi. Poi avvenne tutto in poche ore, certo ci fu una regia, due mesi prima il comandante in capo delle truppe, un vecchio generale fedele alla Costituzione, René Schneider, era stato ucciso in un tentativo di golpe, e il tentativo di coinvolgimento dei militari nel governo non era andato a buon fine. Anche la nomina di Pinochet a capo dell’esercito, ritenuto da Allende persona fedele alla democrazia fu un errore, l’11 settembre i militari attaccarono il palazzo presidenziale con gli aerei. Allende rimase a difendere ciò che aveva sempre affermato, la legittimità e il diritto e morì. Pinochet prese possesso del Cile in nome e per conto, non dei cileni, non della democrazia, ma degli interessi degli Stai Uniti, con la connivenza di gran parte di quello che allora era detto l’occidente democratico. Insomma non avevamo capito che il mondo non era quello che diceva di essere, che la democrazia non funzionava come libertà del popolo di scegliere, che non bastava la coerenza per mutare una nazione se questa era negli interessi geopolitici ed economici di altre ben più grandi, che arrivare per via democratica al cambiamento non aveva alternative, ma era una debolezza non una forza. Ciò che accadde in Cile scosse il mondo, ma non gli impedì di accadere. Berlinguer scrisse i suoi articoli sul compromesso storico partendo proprio dai fatti del Cile, trovò in Moro un ascoltatore attento e partecipe. Qualcosa di nuovo si delineava anche in Italia, poi ci fu il rapimento e la morte di Moro e venne altro.
Improvviso in politica è qualcosa che sembra una contraddizione e lo è se non si osservano bene le forze che si muovono sotto gli interessi contrapposti. Così mi viene da scuotere il capo quando si respingono i profughi economici mentre anche le nostre aziende depredano l’Africa, quando i piani di aiuti finiscono in minima parte a chi ne ha bisogno, quando si mantiene il sottosviluppo perché interessa la manodopera a basso costo. Certo poi qualcosa accade all’improvviso, ma se pensate bene, raramente mantiene la rotta verso una maggiore giustizia ed eguaglianza. E al contrario di allora, oggi c’è molta meno attenzione e passione, così l’indifferenza lascia passare tutto e nulla muta per davvero in meglio. Con tutto il nostro ragionare, con la convinzione del logico e del giusto, se non c’è passione e un noi che davvero prevalga, alla fine altri ci guidano e l’improvviso diviene solo il temporale.
Il biglietto da visita – che cosa antica da porgere sorridendo – ha un lato colorato (è il particolare di un acquerello di Paola, un’amica che sente le persone) con un’ immagine di un uomo in riva al mare assieme a un cane. Mi identifico molto in quell’uomo, penso rappresenti il mio presente e il futuro. Il cane e l’uomo sembra stiano andando, ciascuno seguendo un pensiero e parlando in quella lingua che è un impasto di affetto e libertà. Indicano uno stare e un voler essere che si ricombina con l’altro lato del biglietto dove il nome, il “mestiere” sono in caratteri piccoli. Pur in grassetto restano esili e dispersi in un bianco ruvido che si sente al tatto. I caratteri hanno preso, alla fine, una forma regolare, scacciando l’idea che le lettere avrebbero potuto liberarsi e anziché in file orizzontali avrebbero potuto correre sulla superficie, felici come il cane di tanto spazio e novità di cose.
Il cartoncino spesso del biglietto evoca un bisogno di solidità, così le misure contenute, senza ulteriori stravaganze, portano una idea di sé che si muove sulla coscienza del limite proprio. È un biglietto che è quasi una figurina, di quelle che un tempo si collezionavano da bambini, ed è forse un inconscio rappresentarsi come persona. Per un po’ di tempo ho accarezzato l’idea di farne diversi di questi biglietti e magari lo faro per il piacere di un dare spazio alla fantasia. Qualcosa che sia libero e pensoso come una carezza sulla testa del cane che è solo piena d’affetto e cammina in riva al mare che tutto contiene e non ha bisogno di spiegarlo. Semplicemente è. Per questo e molto altro, quando lo porgo, non commento più il biglietto e sorrido.
Ciascuno ha seguito una scia, a volte era dentro, macerata da lunghe elucubrazioni, più spesso era fuori. Come la spinta nella folla portava in una certa direzione. Neppure si sapeva bene quale, all’inizio, poi era diventata più precisa, e infine una meta. Si sa che le mete raggiunte lasciano vuoti, risucchiano tutto il tempo dell’attesa. Si sa che dopo una meta non si sa dove andare e che è fatica ricominciare a mettere in ordine pensieri, fatiche, aspirazioni, desideri. E pur sapendo tutto questo, ciascuno non s’accontenta e va da qualche parte con intenzione. Spesso è proprio l’intenzione a non essere sufficiente e la cosa sognata resta poco più d’una curiosità appagata. Mi direte, ma di che stai parlando? Di tutto quello che sta dietro la pazza folla di cui ciascuno di noi fa parte. Anche quella ragazza a cui dissi di non buttarsi via e lei non capiva. E non s’è buttata via, ha vissuto quello che la mia testa rifiutava, posso io giudicare quello che ne è venuto? No, non era la mia scia ma la sua. Ognuno segue qualcosa, si circonda di qualche sicurezza e s’accontenta senza mai accontentarsi davvero. Un detto imbecille dice che è meglio un rimorso di un rimpianto, entrambe le condizioni fanno riferimento al rapporto tra desiderio e colpa, come se non esistesse l’uomo in mezzo e come se ogni felicità non riscattasse, almeno per un poco, una vita fatta di compromessi. Non provare il senso di colpa è necessario per seguire la propria scia, c’è un’etica interiore che parlerà al limite, un chiedere permesso per non perdersi. Forse era questo il senso di quella frase del non buttarsi via: resta te stessa sempre, anche se non sceglierai ciò che a me sarebbe piaciuto. Una libertà insomma, una piccola, grande libertà da spendere, come fa il mio coetaneo nel tavolino a fianco, che si gusta un rosso e non persegue il ridicolo d’essere altro da sé.
Ci sono parole come arrabbiato, traditore, dolore, importanza, contare, libertà, sovranità, democrazia e molte altre, che meriterebbero una riflessione per capire se possiamo usarle. Cosa facciamo noi per il nostro Paese? Cosa facciamo noi per la libertà? Cosa facciamo noi perché la legalità sia la norma e non l’eccezione? Cos’è la democrazia oggi, in Italia, nel mondo? Ognuna di queste parole contiene un prezzo, una fatica e invece pensiamo di aver pagato il biglietto e di assistere a uno spettacolo. Di avere un diritto all’indifferenza, all’inumanità perché tutto ciò che non ci riguarda direttamente non esiste. È così che il buono si raggrinza in ambiti ristretti e il resto diventa grigio terreno d’opinione, ma cosa ci autorizza a diventare Dei, signori del bene e del male, detentori dell’indifferenza? La colpa è un retaggio antico, spesso usato a sproposito, inutile se non produce frutto, se non aiuta a trovare in noi l’umanità che ci è stata regalata da innumerevoli dolori passati, dal pensiero e dalla vita di chi ha avuto il coraggio di guardare il nero che alberga in fondo all’uomo e di indicare una via d’uscita. Per questo le parole diventano specchio, predizione, futuro e se le parole scaturiscono dalla violenza, la libertà, la democrazia perdono significato, non aiutano a trovare soluzioni umane e non salveranno nessuno. Neppure chi pronuncia quelle parole.
Un testimone sopravvissuto, ricordando quanto avvenne in Francia nel 1942, quando furono rastrellati 13152 ebrei, di cui oltre 4000 bambini, poi avviati ai campi di sterminio, disse che la Gestapo da sola non sarebbe mai riuscita ad arrestarne così tanti e che i bambini non li avrebbero presi. Erano stati il governo di Vichy, la polizia francese che aveva proceduto con ferocia e inumanità non richiesta, che utilizzò la delazione e l’indifferenza dei cittadini. Nessuno di quei bimbi sopravvisse e per molti anni nessunopagò una colpa di inumanità immane. Ecco perché dovremmo stare attenti con le parole e con l’indifferenza perché tutto poi diventa possibile.
Averne il sospetto e non poter dargli la giusta dimensione, ovvero lasciarlo crescere come un palloncino e farlo diventare certezza. Una certezza che può volare per aria, tanta è la sua leggerezza e la sua libertà dal bisogno d’essere ricordata. Una certezza che si collega alla passione e al tempo e ne stabilisce il legame comune, che è quello d’essere privi di limite.
Mia nonna si sedeva vicino alla finestra su una sedia di legno curvato. Il sedile aveva dei disegni floreali a rilievo su cui mi divertivo a passare le dita per leggerne delle storie. Lei preferiva quella sedia, in tutto ce n’erano sei, alle altre. Lungo la parete, vicino al secchiaio, c’erano due sedie impagliate che quasi sempre avevano sopra qualcosa. Erano abbastanza rozze, rispetto alle altre, comprate al mercato di piazza dei frutti e tagliate da qualcuno in campagna, d’inverno, quando oltre alle uova e le verze, c’era poco da vendere al mercato. Per ultime, due Thonet, stavano ai lati di un mobile che faceva da madia e canterano, con la loro aria di ragazze alla moda d’un tempo e la fragilità della paglia di Vienna, venivano usate quando c’era necessità per accogliere qualche ospite non troppo corpulento. Ma ho l’impressione che in quegli anni ci fossero pochi grassi tra i parenti. Mia nonna, dicevo, sedeva vicino la finestra e si prendeva qualche lavoro da fare tra le mani, ma non lavorava. Guardava fuori e pensava. Di certo aveva molto a cui pensare, una vita densa, ma alle mie domande non rispondeva se non con frasi brevi, modi di dire che venivano da un dialetto arcaico. Guardava il sole che illuminava la casa vicina, poi un terrazzo tra due case e infine il palazzo dell’università. Tra la nostra casa e quel luogo del sapere così famoso, c’era un ramo del fiume che entrava in città, ma più che vederlo, se ne sentiva l’odore d’acqua che d’estate, diventava più acuto per i resti di pesce delle pescherie gettati nel canale.
Gli occhi di mia nonna erano belli, scuri e acuti, scrutavano dentro di sé e fuori, avevano un’aria ironica che toglieva domande anziché aggiungerne. Avevano un senso del tempo, quegli occhi, e vedevano e guardavano. Quando era vicina alla finestra vedeva mentre il pensiero ripassava la vita, forse, oppure si concentrava su cose sue che attendevano da tempo una soluzione. Con me, invece, guardava. Mi mostrava le cose, raccontandole più che additandole, con una discrezione particolare perché non si evidenziano gli interessi, mi diceva. Gli interessi mostrano le nostre debolezze, quello che vorremmo e non abbiamo, quello che non sappiamo e vorremmo sapere e ci rendono più deboli a chi possiede e a chi sa. Qui non capivo bene, ma mi adattavo a meravigliarmi senza sguaiatezze, e imparavo a indirizzare lo sguardo, riservando lo stupore a ciò che davvero lo meritava. Mia nonna aveva scelto di vivere qui e ora e il suo senso del tempo era infinito. Avrebbe potuto scegliere di avere passioni che la assorbivano totalmente e ancora il suo tempo sarebbe stato infinito, ma non le era stato concesso, per cui con un atto di libertà grande aveva diviso i suoi interessi tra gli affetti e la necessità. Ogni necessità aveva il suo tempo e la sua ripetitività e lì si esauriva. Ogni tempo si chiudeva con un fatto e al tempo stesso si apriva su qualcosa di nuovo che sarebbe potuto essere. Quando eravamo assieme si dedicava totalmente a me, non pensava ad altro; quando si metteva a fianco della finestra si dedicava ai suoi pensieri.
Non lo capisco ancora bene, segno che devo fare strada, andare più in profondità, ma il senso del tempo e della sua durata, mia nonna l’aveva risolto. Non si lamentava della vita, non raccontava stanchezze, stava in silenzio se la conversazione non la riguardava, però su ciò che la appassionava, diceva. Prendeva iniziative, era libera, partecipava, andava. Aveva trovato il modo di vivere qui e ora e al tempo stesso di curare le piccole cose che potevano crescere. Segmenti di necessità e libertà messi assieme e in sequenza, senza che la necessità diventasse un limite alle passioni. Piccole cose che potevano crescere e che chiedevano armonia, equilibrio. Lei aveva trovato un modo che permetteva di vivere in armonia e questo dava al tempo il suo senso, ovvero che era uno strumento, a disposizione e inesauribile. Capisco ora che non mi additava questa meraviglia, ma me la mostrava con il suo modo di vivere, m’invitava a guardare e poi a trarre le mie conclusioni. In libertà, e non subito, il tempo sarebbe stato quello delle domande, quando la necessità avrebbe trovato il suo limite e le passioni sarebbero state più forti.
Lo sappiamo che la vita è eterna, anche la nostra vita. Lo vediamo in ogni bellezza che ci colpisce, in ogni attenzione che rivolgiamo al nostro corpo quando lo riconosciamo. Lo vediamo in ogni cosa lasciata in disparte per essere centellinata con la giusta attenzione, lo cogliamo in un colore che non ha un nome ma vibra splendente della sua lunghezza d’onda, lo sentiamo nel sole che preme sui vetri e che orienta i girasoli che s’affollano nei vasi. Lo possiamo intuire nella penombra che, perfetta, disegna ogni arco di portico e si ripete mai uguale, ogni giorno, la possiamo sentire nelle battute scambiate tra un venditore di verdure, una vecchia cliente e un ragazzo sui pattini che distribuisce assaggi di coca cola light. Lo sappiamo senza che nessuno ce l’abbia detto ed è dentro di noi che la sentiamo questa eternità che quando si accoccola serena, ci rincuora e ci dice che tutto è nuovo non che tutto passa.
Un’amica mi manda fotografie da Lisbona, ha il tempo giusto del viaggiatore, guarda, gode del sole e della musica di strada, beve birra e caffè, si muove curiosa. Il suo pensiero solleva il desiderio di andare, di seguire l’istinto che non consuma ma si sofferma, che si perde, si stanca e si ritrova. Ogni sera e ogni mattina, nuovo.
E allora di che lamentarsi? Del tempo che passa? Della noia? Della complicazione e del modo di vivere, oppure di noi, dell’insoddisfazione che si racchiude nelle parole: non ho tempo. Mai abbastanza sembra, mai conforme a un dovere che deve dare un senso, una utilità indimostrabile e lontana. Persino del dire si accavallano le parole. Mai come adesso le parole sono state tante e divorano la curva del tempo, lo allontanano da noi, lo nutrono di imperativi mentre la comunicazione mette assieme ed è fluida. Non usa il devo ma il sono. Allora dire poco allunga il tempo e lo rende uno scialle in cui avvolgere se stessi e il senso, ci fa guardare benevoli alle parole che si accumulate e fa scoprire che troppe sono fruste, usate senza attenzione, mentre altre giacciono nuove e meravigliose nella nostra mente. Così il passato si stende davanti, si apre e diventa futuro, non sale sulle spalle e diventa piombo. Noi siamo il nostro tempo, noi con i nostri immensi ricordi, noi con il crogiolare dei piccoli fallimenti, noi con le pagine che attendono pazienti, noi con la certezza che si può andare, sempre, da qualche parte, e sarà nuova se sapremo sentirla nostra. Non d’altri, nostra come il nostro tempo.