minestrone alla Mendelssohn

Tuberi, verdure fresche, zucchine, peperone, carote, pomidoro (due), verdure congelate. Tutto a tocchetti, prima il soffritto, poi le verdure a stufare e infine a cuocere. 20 minuti di pentola a pressione, alla fine basilico fresco, sale e olio crudo e si può mangiare. Minestrone bollente sul pane tostato. Buono!

Allontano il pensiero dall’altro minestrone, quello della politica italiana, vincolata alle sorti di Berlusconi. E chi se ne frega, non se può più, basta! La stessa minestra per 20 anni, e pure oggi è passato il messaggio con il solito copione dell’attacco ai giudici, dove Forza Italia, è l’ultima spiaggia. E non pochi ci cascheranno ancora. Lasciamoli al loro destino. Anche del governo mi importa poco. Che si può fare quando ciò che si deve salvare, ovvero l’Italia, non è condiviso. Parliamo di due Italie e di italiani diversi, ci sono quelli che sono senza lavoro, oppure anche con il lavoro non arrivano alla fine del mese e quelli che questi problemi non li hanno. Non c’è un solo paese perché la solidarietà non c’è, si toglie l’imu sulle case di lusso e si aumenta l’iva che pagano tutti, che vergogna.  

L’impressione è che tutto sia stato inutile, che i sacrifici di questi anni siano stati bruciati in una fornace, ma soprattutto che siamo finiti in una situazione di prigionia e chi ci tiene prigionieri, è l’eterna vicenda di Berlusconi che passa tutto in seconda fila. I problemi italiani si chiamano lavoro, ilva, inquinamento nel napoletano, servizi a costi sempre più elevati, povertà crescente. E invece si continuano a riempire i giornali di analisi sottili sulla decadenza, e sulle sentenze. Basta non se ne può più. Dopo tre gradi di giudizio, chi di noi, compresi quelli che votano forza italia, avrebbe la possibilità di ottenere tali e tante garanzie, tale e tanta pubblicità, di offendere un potere dello stato senza querele. Nessuno. E quindi il problema non sono i nostri diritti ma un eccesso di garantismo nei confronti di una sola persona. un fatto mai accaduto in una democrazia con tale protervia e insistenza. Così il paese smarrisce la realtà dei problemi e diventa una pentola a pressione.

Libero il cervello, questo problema non deve più condizionarmi, punto sul mio minestrone, ascolto la terza di Mendelssohn e faccio pure il bis.

domanda a te

Cos’è

che ti toglie il sorriso,

fruga nella tua giornata,

e mescola il sospiro?

Aria e pensieri,

che compagnia greve ti segue…

Finché,

la notte,

s’ accoccola stanca su te,

impasta il sonno,

con morbide zampe di gatto

e piega alla speranza:

domani.

l’abito e il monaco

Giacca e camicia bianca, sì, cravatta no. Meglio l’abito scuro, evitare il pastello. La divisa dei dirigenti pd non concede molto alla fantasia. Qui il Formigoni pensiero non ha allignato. Per fortuna, in tutti i sensi. C’è una visione ottocentesca del dirigente progressista, da borghese che parla e persegue cose differenti rispetto all’abito. Era così anche nei funzionari del pci, abito scuro per i comizi e camicia bianca, come i contadini quando volevano protestare. I rivoluzionari e i teorici della rivoluzione non erano descamisados, mettevano anche nell’abito il carisma, la compostezza di un pensiero che andava alla radice, rivoltava la malapianta, faceva emergere un futuro diverso, dove l’uomo stava bene e non veniva sopraffatto dall’uomo.

Il dirigente attuale, dipende se populista o meno (anche nel pd il populismo ha allignato), nell’abito porta il discorso, le idee. La proposta politica ed economica no, perché quella non l’ho ancora sentita, casomai le allusioni ad essa. Poi in questa stagione di feste del pd, si è diffusa la moda dei talk show o dell’intervista, il discorso non è comizio ma dialogo con un intervistatore. L’intervistatore si sceglie in campo non immediatamente amico, così si toglie l’alea che ci sia una combine e poi lo si invita ad essere libero: domande anche scomode. Quasi tutti lo fanno davvero perché le domande sono le solite e nella testa di tutti: perché il pd non vince? Nelle risposte l’abilità sta nel convincere senza dire che si è sbagliato molto, che non si è capito bene cosa accadeva. Un tratto comune è quello del non dare colpa all’elettore, ossia appena un poco, accennata, come a dire: se siamo nella cacca non è mica tutta colpa nostra, tu come hai votato? Dov’eri quando ti disfacevano il Paese lisciandoti il pelo?

Il passato però non fa bene a nessuno e quindi il discorso sfuma, anche perché i fatti hanno una loro forza che andrebbe imbrigliata, ricondotta verso un destino comune da raccontare chiaro e limpido. Ecco, questa del destino comune è una narrazione zoppa, si evidenziano le tinte corrusche, le difficoltà, ma cosa ci sia oltre il livido, è avvolto nel buio. L’economia sembra una gabbia da cui, non solo non è possibile uscire, ma che ha poche possibilità di essere modificata nei vincoli. Qui manca un pensiero robusto, di pensatori lunghi e forti che interagiscano con la politica, la condizionino nell’intelligenza e nella visione della realtà, propongano soluzioni da dibattere e questo si sente.

In altri casi dall’intervista si torna al comizio, reinterpretato come spettacolo, Renzi è bravo in questo, ha capito che per arringare bisogna usare frasi brevi, praticare l’arte del mordi e fuggi, cucire la battuta con la realtà, che significa conciliare l’assurdo con il reale, usare immagini più che metafore, perché le metafore esigono ripensamento eppoi sono pericolose quando si trasformano in slogan. Bersani non l’ha ancora capito, anche se ha un pensiero più solido e consapevole, sofferente nel dire, ma per un po’ i giaguari sono al sicuro, nessuno li smacchierà più. In Renzi la sostanza latita, viene rinviata, manca cioè il pensiero politico forte a medio termine, si capisce più o meno cosa si farà subito, ma perché non si sa. In realtà la categoria dell’emergenza ha contagiato tutta la politica e attira con il fascino del quotidiano, del sondaggio che assicura di essere amati, producendo una tendenza al consenso, al lisciare il pelo e dire ciò che chi ascolta vorrebbe sentirsi dire. Con ciò si perde di vista la necessità che ci sia sostanza in ciò che viene proposto e che i no abbiano una loro necessità, ma anche un beneficio futuro. Da Renzi non ho capito ciò che vuole per sé e se il pd è per lui strumento, oppure se si metta al servizio di una proposta, che non è ancora enunciata, che diventi di tutti e da perseguire comunque, anche oltre la sua persona.

Il dibattito sulle proposte è cosa che latita assai e a parte i contributi di Barca, non ho letto nulla che sia davvero una prospettiva a largo spettro, ma questo è altro discorso.

Comunque, tutti hanno imparato da Veltroni, che per dare accento al discorso, arringare, se si è da soli su un palco, ci si toglie la giacca, si arrotolano le maniche della camicia bianca e non si mostra la canottiera come fece Craxi in un congresso del psi, al più la maglietta della salute come fa Landini, sintomo di attenzione al benessere.  

Però esistono anche le frange, i folletti che praticano un abbigliamento più fantasioso, Civati ad esempio, e queste tendono a sottolineare che c’è un modo d’essere e pensare alternativo e possibile, restando sé stessi e parlando di politica. Sono minoranza e non ho mai capito bene perché. Forse il modo di porsi, l’abito, e se questo tocchi il carisma non è dato sapere, anche perché il carisma sembra una virtù transeunte nella politica e nel pd in particolare.

Tutti privilegiano l’intelligenza, e questa è buona cosa. Da qualche tempo anche la battuta e la frecciatina interna, fa parte del discorso, per la gioia dei giornalisti credo, ché altrimenti avrebbero problemi a interessare i lettori. Nessuno è in grado di rispondere a una domanda che suona più o meno così: perché questo Paese è governato da una coalizione che nessun elettore ha votato? Al più rispondono con il mantra dell’emergenza, ma la riflessione si ferma a quel punto, forse si dovrebbe dire che tornare a votare senza una prospettiva è prematuro, che le idee mancano, che governare è una cosa e che proporre una evoluzione della società è un’altra.  

Ho parlato solo del pd, degli altri non so che dire, almeno nel pd c’è dibattito, si discute, ci si conta, altrove c’è il pensiero unico, nessuno ha un’idea diversa da quella del leader, non c’è una proposta di futuro che regga il confronto con la realtà. C’è un atteggiarsi, un dire che sposta l’attenzione, ma non riesco a sentire una proposta che si renda conto che pezzi del Paese stanno precipitando. Neppure sul contingente sento proposte vere e così temo che oltre l’abito non ci sia davvero nulla.

torna un ordine

Poi le cose si sistemano, in un modo o nell’altro l’ordine torna. Dovremmo tenerlo a mente.

In fondo bisogna esercitare la pazienza e la speranza, non scivolare nell’ansia che impedisce alle cose di avere un loro senso.

Che significa vivere nel giorno? Rincorrere l’attimo, la sensazione, l’emozione, oppure trovare il proprio tempo interiore, il battito profondo della nostra vita che accompagna il presente? In questa freccia positiva del divenire, trovo un senso all’ansia, e riconduco la fretta al suo posto: attraversare le strade, inseguire un amore che parte, cercare una cosa che serve davvero subito. E per il resto mi occupo e mi affido; bisogna avere fiducia nelle cose, nelle persone, nel caso, fare ciò che si può (e non significa tutto il possibile) e lasciare che qualcosa di buono accada anche senza il nostro decisivo intervento.

la rava e la fava

Mattinata colma e calma. Si comincia con una riunione senza odg. I presenti attendono e sono solo. Imprecare contro chi latita non serve, usare il mestiere, puntare sul tre. Il tre è magico, rassicura. Tre punti: stato delle cose, necessità e prospettive, obbiettivi. Arriva la “spalla” è pessimista, lo prenderei a calci sugli stinchi. Mi propongo di cucire le proposte con il motivare, essere realisti, porre mete raggiungibili. Ostento determinazione e fiducia: non ho alternative e quindi deve andare bene. In un’ora si chiude. Saluto e schizzo via verso un appuntamento. Ho 15 minuti per attraversare la città. Ne impiego 20 e sono in anticipo, miracoli dello spazio tempo, aspetto in cortile. Mi piace aspettare, serve per pensare ad altro e sono talmente tante le cose che si possono fare aspettando…

Nell’aria c’è un profumino di salsa al pomodoro. E’ la seconda volta che capito da queste parti all’ora di pranzo e sento lo stesso profumo. immagino pastasciutte generose, canottiere e calzoni corti, il mezzo bicchiere di vino e il pisolo breve dopo pranzo. Fa caldo, c’è un sole sfolgorante e doveva piovere.

L’incontro dura 5 minuti e riattraverso la città. Il bello delle città medie è che tutto è vicino, magari ci si impiega un’ora per il traffico, ma è vicino. Mentalmente attiguo.

La mattinata continua verso il pomeriggio. Centro studi: dopodomani c’è il convegno. Devo ancora iniziare a ragionare sulla mia relazione. Potrei parlare del nulla: non so nulla, sono un esperto. Cerco di raccogliere le idee su un lavoro precedente, tra miriadi di contrattempi e decisioni da prendere. Bisogna sostituire l’addetto alle riprese, ispezionare la sala. Fatto tutto per telefono. Che meraviglia il telefono quando serve a risolvere. E che dannazione quando dall’altra parte rimandano le decisioni. Manca il ministro, non si sa se verrà qualcuno in sua vece, anche l’assessore manda un sostituto. Già, forse veniva solo perché c’era il ministro. Il rischio è che si squaglino tutti.  Allontanare il negativo, calma, le cose si risolvono. Sembra un cubo di Rubik, si mescolano le relazioni e i colori, speriamo resti un cubo. Le certezze sono rimandate al pomeriggio. Mi viene in mete Garcia Lorca e le fatali 5 della sera. Non accade nulla alle 5 della sera, solo in Spagna ci sono le rese dei conti, qui al più pensano all’aperitivo.

E’ strano che il tempo in cui dovremmo fare altro di urgente si accorci, che qualche impiccio nuovo e non rinviabile si sovrapponga. Rinvio la relazione, qualcosa inventerò, mi alzerò presto domattina. Mi sembra d’essere tornato a scuola quando il presto alla mattina metteva a posto la coscienza sull’orlo della paura. Domattina non ci sono per nessuno. Forse, dipende. Quel che è certo è che qualcosa mercoledì bisognerà dire. Magari che sia consequenziale, nuovo e magari con qualche spruzzo di intelligenza: una cosa impossibile. Resta l’insalata di rava e fava, invocare la narrazione, alludere, lasciar intuire. Sì ma qualche idea domattina dovrà uscire.

Calma e gesso che le settimane passano e pure i convegni. 

settembre

E’ un pensieraccio, di quelli squinternati, senza approfondimento, che prendono per l’immediatezza e per un colore grosso e vivido, uno sbaffo di smalto su un muro bianco. La gente di lago è settembrina. Ecco l’ho detto, già un po’ vorrei approfondire, rifinire la frase, aggiungere un aggettivo: è settembrina e morbida. Morbida d’onda, chiusa nelle case con grandi finestre, adusa a vedere la neve e non considerarla un’eccezione, con l’ orecchio che avverte la differenza nello sciacquio e coglie il vento associandolo al bianco delle vele. Settembrina nella dolcezza del tratto e nella elasticità dell’acciaio che contengono. Molle lente, caricate per durare, tempi di pendolo e rintocco, ghiaia che si sposta senza alzare fango.

E così entro in settembre. Si è consumata l’attesa del caldo, la promessa garrula dell’estate, le pagine intonse in cui era possibile scrivere tutto. E con essa declinano i pomeriggi lunghi di noia calda, la luce sguaiata a picco, l’attesa della festa rumorosa, i colori bruciati che ravvivano solo nella sera. Dopo la folla orizzontale del mare, il profumo di salso bistrato di abbronzanti, ci si rizza per settembre, si cammina, si legge il verde che supera il giallo, è un andare senza fatica, un tenere la porta aperta al giorno, senza più il dovere di divertirsi e la relativa colpa nel non riuscire. Settembre è l’altra faccia dell’estate, il ritorno a casa mantenendo voglia di sole queto e acqua per riposare lo sguardo. Forse per questo mi porta al lago, verso una propensione al sentire/sentimento che l’estate rende leggera. Frizzar via di luce e ascoltare il suono che entra assieme al colore, accogliere, pensare che si cambia, lasciare che il pensiero riallacci e apprezzi ciò che altrove viene compiuto. Non noi che perseguiamo le nostre vite con soddisfazioni ardue, ma altri che scavano con metodo e leggerezza, che cercano in sé il senso di ciò che sta attorno, che non si fermano e si compromettono nel vivere.

Settembre, un tempo per fermarsi di più nel mattino, sentire sulla pelle nuda la sedia, la gamba ripiegata, il caffè che riempie l’aria, trattenere un gesto, un fiotto di bene, guardar fuori e dentro, ascoltare una felicità sottile che sa d’acqua dolce, di luce riflessa, di parole rade punteggiate di piccole risate: moti protesi nella terra di nessuno dove si condivide. Settembre. 

giornata rozza

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Una giornata rozza, senza creanza, tagliata di forza e di noia, scolpendo il tempo con malavoglia.

Le cose cominciano al mattino, dopo che si è pulito il viso dai sogni della notte. Con questa frase in testa scorrono le ore, il senso di colpa che galleggia come schiuma sulla birra, e invece bisogna passare attraverso l’inconsistente per giungere al fresco, al frizzante che raschia la gola, al dolce amaro. Ho sete, sulle labbra resta la schiuma, così è il sapore di questo giorno che è scorza da togliere con i polpastrelli, tagli dritti di luce, nuvole e vuoto da colmare. Bisognerebbe scorrere i giorni con sagacia di colore, ma ogni volta che emerge un bisognerebbe è lo scontento che lo spinge a far capolino, così si è prigionieri d’un bisogno, mentre utile sarebbe capire la natura dello scontento, la molla che ci spinge, il giudice che, muto, fa no con la testa. Utile sarebbe usare i polpastrelli per modellare i pensieri acuminati, ricoprirli d’ironia, farli ridere spesso. Bisognerebbe, sarebbe, si dovrebbe, li guardo questi verbi che non ho e invece possiedo solo un mantra che mi ripeto tra le ore:

Che sia il giorno efficace per noi. Che le ore siano senza colpa, senza traccia, senza righe per scrivere ordinato, senza saluti inutili, senza parole gonfie  di vuoto. Che sia una giornata senza, scavata di fino, non lo scorrere rozzo, non questo buttare la palla in avanti, non le mani annegate nella timidezza delle tasche.

Oggi serve un cuore gentile, coraggio leggero e un poca d’incoscienza: per raggiungere la vita utile a sé bisogna attraversare l’inconsistente.  

pescatore

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Filo sottile luccica al sole,

taglia un riflesso, si tuffa verso l’acciaio d’un amo, 

c’è vita lì sotto, oscillare morbido d’alghe,

flessuose spine dorsali a spingere squame,

un verde che colora di blu

e sprofonda, già nero, tra carcasse d’incuria e antiche alluvioni .

Basta un rovesciar di pancia,

e si vedono espanse le nubi paffute,

il verde dell’erba, i sassi che carezzano l’acqua,

lontano e sordo si sente rumore e dell’uomo le tracce.

L’uomo…

reggere una canna è impugnare un arco,

tendere una corda, 

scoccare verso l’abisso,

saggiare la cieca fortuna con la freccia che incontra il bersaglio.

Se cieco è l’arciere s’unisce il pensiero alla preda,

e l’attesa è quasi spuma di nube,

un andare di sguincio,

di chi vuol vedere e solo poco essere visto.

Unisce un pensiero l’arco e la corda,

un desiderio s’ astrae

nella freccia scagliata nel cielo rovescio

e le ore passano brevi,

l’odore di salso dell’acqua, la sera, la strada,

lo spaesato ritorno.

Impugna l’arco paziente, arma la freccia,

tendi e scocca verso l’abisso, 

la fortuna è frinire di cicale,

un salto di squame,

dei cerchi che s’allargano pigri.

Cieca la freccia cerca il bersaglio, 

danza suadente nelle acque gonfie di fresco,

e della luce, sorniona, attira un riflesso d’argento.

Ma che importa la luce,

non c’è nulla da vedere che non avveleni, 

pensieri di squame, 

d’acqua e di bolla.

Lassù la luce, 

che prima d’un balzo era solo riflesso:

non importa, non voglio,

tento la luce seppure questo è il mio mondo.

Scocca la freccia, ch’è  desiderio e bisogno, 

oscilla vogliosa di preda,

ma guizza il pensiero non pensato,

che fa di necessità la vita:

tenere a bada i bisogni è spesso saggia limitazione dei danni,

un salto è per la luce, 

un ragno d’acqua o la fortuna d’un ignaro piccolo volo… 

Nel crepuscolo salta e irride, lampo di squame,

spingendo verso casa,

la mano, l’arco, la corda,

ci sarà nuova attesa in un nuovo duello,

si perde, ora, l’eco d’un tuffo, nel fresco della sera che avanza.

il ricordo sentimentale

Il ricordo sentimentale, ciò che sono stato e ciò che sono, in fondo, oscilla su quanto siamo stati amati e se era adeguato quell’amore. Oscilla per tacitare un bisogno che non è mai muto e poi per scoprire noi in quell’amore d’altri, fatto di tentativi, intuizioni, sbagli, ricerca dell’altro e d’altro. Il ricordo oscilla su questo e trascura il resto, si spinge sino all’orlo dell’abisso della consapevolezza, ne saggia la vertigine e si ritrae, pauroso di sé, del proprio bisogno e dell’inermità  che questo include.

Quanto sono amato e quanto mi corrisponde questo amore? Le vite si disegnano su questa consapevolezza/ricordo, spesso l’adeguano e la mutano in costruzione d’intelligenza che trasfigura la realtà per adattarsi l’amore e la sua misura. Vale la considerazione soddisfatta del conquistatore/trice, il sono stato tanto amato, a sanare il ricordo di qualcosa che manca? Oppure vale l’ adeguarsi che considera possibile l’adeguabilità dell’amore e se ne fa ragione? Oppure è ancora l’inquietudine che vince e diviene speranza/attesa che qualcuno scovi quella parte di noi di cui abbiamo il sentore ma non sappiamo cos’è, che trasformi la cura in sostanza di sicurezza, che tolga definitivamente la paura di non essere amati.

E questa attesa ha risposta quotidiana che scaccia il pensiero oppure si sofferma, si interroga e misura? E ancora, alla fine emerge una ragione, un relativo e si cerca il molto in ciò che si ha oppure ci si chiude nell’accontentarsi? E’ il ricordo sentimentale che trasfonde sul presente, misura la soddisfazione del vivere, si interroga, si risponde, a volte muta direzione, riprende l’attesa. 

pioggia d’agosto

Cerco nella pioggia di questa notte un segno. Questa, della ricerca dei piccoli segni che dicano ciò che già sappiamo, è arte da indovini da bar, fonte di parole inutili sul finire di stagione, pronte a stupirsi d’un caldo improvviso, di un mare ancora pieno di persone, dei vestiti che restano vaporosi come i pensieri inutili sul tempo. Si cerca il fine della stagione, quasi non si sapesse quello che alla lunga verrà, e che in questo mese indeciso, comunque qualcosa è passato. Conosciamo il ripetersi, attendiamo ciò che ci piace con leggera malinconia per il passato, sempre inadatti alla sorpresa del nuovo. Eppure tra le righe dei pensieri questo fa capolino, si attende che qualcosa ci sorprenda, raddrizzi le facili previsioni, ci porti oltre le gioie che già fanno parte delle abitudini.

Guardo il tempo, seguo le temperature, in realtà non cerco la fine di qualcosa ma un mutare d’aria. E’ alle spalle un anno e so che non è vero, che il tempo non si misura in anni ma in stagioni. E che neppure si misura, ma si guarda nel suo ripetersi mai uguale partecipando a ciò che viene. Essere nel tempo e fuori d’esso, nel nuovo e in ciò che si ricorda: indago i motivi del qui e ora. Così nel dormiveglia di quiete, sfavillano i pensieri e ascolto la pioggia sul tetto.

Domattina il sole si farà strada tra le nubi, puntiamo sui Rokes, va … 🙂