fallimenti & co.

Nella storia dei fallimenti perpetrati, subiti, inseguiti con determinazione hai trovato positivi riscontri: qui una crescita, lì una fermata prima dell’abisso, appena oltre una cicatrice che ora sorride, ma ancora duole un po’.

Si sa signora mia, il tempo, l’età, la testa. I fallimenti sono lucertole da prendere per la coda, delicati, ma perfetti per stare al sole, percorrere pietre e rendersi conto che si è vivi.

Eppoi i fallimenti mica te li invidia nessuno, solo tu li puoi capire e capisci anche dei successi non resta nulla ai comuni mortali, che solo tu li ricordi, che a te parevano importanti e agli altri già subito un po’ meno. I fallimenti, invece, ti hanno preso a sberle, corretto con la violenza che cambia davvero, ti hanno costretto a tirar fuori la forza che non pensavi di avere. Ma sopratutto i fallimenti erano te. Non c’è stata fortuna a favorirti, anzi, non di rado, il caso ti ha girato le spalle, oppure non hai capito a tempo che non potevi fare affidamento solo su di esso. Spesso è bastato un nonnulla per rovesciare quello che sembrava andare per il giusto verso e questo ti ha insegnato che la distanza tra una vita e un’altra è davvero minima. Almeno all’inizio, poi divarica.

I fallimenti ti hanno detto che il tempo passa e non è galantuomo, che non verrai risarcito, ma la vita è davvero tua se ritenti.  Capisci che i fallimenti sono la tua misura, che la prossima volta accadrà ancora, ma sbaglierai un po’ meno. I fallimenti sono diari che ti ricordano chi sei stato e te lo dicono davvero, senza sconti e tenerezze. Ed è da loro che senti che la vita è un orologio, bisogna regolarlo ogni tanto e caricare ogni giorno: segnerà un’ora che pare la stessa ma è diversa. Ancora una volta, riproverai, ancora una volta approssimerai il successo che solo tu hai dentro. E sarà sempre un nuovo vivere.

non basta mai

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Alla cassa dell’autostrada, seguendo i pensieri, dissi ad alta voce: non basta mai. E il casellante rispose, a chi lo dice? Non parlavamo della stessa cosa, a me venne da ridere e lo ricordo ogni volta che non basta mai, perché ci sono stati dell’essere, così felici che non si saturano, bisogni che restano tali e sono un modo singolare della vita. Gli innamorati conoscono bene questa furia necessaria d’altro, una sete che lascia sempre il senso dell’insufficienza. E così ogni saluto è una piccola disperazione, l’attesa prolunga il tempo, lo sfilaccia in frange di vissuto indifferente.

Tu mi basti e non basta mai. Chi può dirlo è fortunato, eppure non lo sa davvero, sente l’assenza e non la magia della mancanza, del vuoto che significa bisogno, desiderio che non si esaurisce. Merita il cibo chi ha fame, per questo il bisogno, il desiderio dovrebbero controllarsi a vicenda, non essere in noi un tumulto che vuole uscire e gridare la sua diversità, ma un fiume che spinge. Torno spesso su quest’idea del flusso, mi è cara perché è ciò immagino della vita e siccome si vive per antinomie ed ossimori (anche), cos’è più singolare del provare sete dell’altro sinché si è all’interno di un fiume?

Non basta mai è ancora scevro dalla proprietà, è il bisogno della conoscenza e dell’amore. Che strano, vale per qualsiasi passione questa bulimia del possedere senza possesso, il bisogno di essere più compenetrati dall’altro, di avere di più per essere di più. E si percepisce l’altro come illimitato, non si esaurirà mai, è un continente che si apre. Se ci pensate vale ovunque ci sia una passione vitale, è indifferente alle classi sociali, alla condizione, lo sente l’uomo di cultura e l’illetterato, l’adolescente e il vecchio, lo scrittore, l’artista, lo scienziato, insomma l’uomo che è nella passione. Questo bisogno, per gradi, s’ insinua e genera una richiesta ulteriore, di vista, di parola, di senso, di profondità. Sensibile e immateriale assieme, soddisfa e genera bisogno.

Non basta mai, dopo l’impeto del tumulto diventa placido nella pianura del vivere, gonfio e sorpreso di sé, e scopre il suo bisogno d’altro. Che sia questo ciò che si confonde con il per sempre? Il non basta mai non si esaurisce, confluisce in una conoscenza fatta di consapevolezza e si trasforma. E’ diventato altro, si guarda, e nei casi migliori è conscio di non possedere perché ha trattato e tratta la bellezza. E’ felice di avere ciò che gli consente di procedere, di riscoprire nei dettagli, e ciò che prima era sfuggito nella voracità diventa prezioso. Quanto è stato lasciato indietro, incluso nello sfolgorio del bisogno, come riluce adesso che con la calma si vede ciò che sembrava celato. Eppure era alla vista, chiedeva d’essere solo riconosciuto. Dal non basta mai alla meraviglia del continente che non si scoprirà tutto, la sensazione che mai si riuscirà a percorrere una passione interamente. E’ la consapevolezza dell’ignoranza che toglie la fretta al non bastarsi ce n’è fin che vuoi e vorrai.

Non ti basterò mai finché mi cercherai. Non funziona sempre così, spesso è il presente, la passione, l’abbaglio a prendere per mano e ad esplorare con furia. Altra modalità del vivere. Coesistono, a volte accade l’una, a volte l’altra, a volte assieme, ma è il tempo a fare da crivello, ciò che resta non basta davvero mai. Sbaglia chi pensa che i ricordi, le persone si esauriscono in sé, c’è una porta rimasta aperta, una luce che filtra, un percorso che è continuato, ciò che siamo è la somma di ciò che non è stato assieme al poco che davvero è stato. E’ ciò che non è bastato che ci ha segnato e ci segna. Beato chi davvero chiude, il sazio che incurante si abbevera e poi continua immemore. Beato oppure monco di una sensazione di infinita dolcezza qual’è quella di guardare nel vuoto e vedere altro? Il bisogno e la sua soddisfazione, l’opera d’arte come metafora della vita, e quale opera si può davvero sentire conclusa? Per questo anche quando basta, ciò che conta non basta mai. 

corrispondenze

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Corrispondenze. Idem sentire (arduo). Voler avere lo stesso ridere, le stesse lacrime (sogno romantico). Decrittare segni, con attenzione. Sì, attenzione, questo è importante. Cogliere nelle parole un desiderio di vita. Quello. Proprio quello che corrisponde alla vita sognata e vera. Termine di confronto che fa diminuire l’altra, quella dovuta. Eppure reali entrambe, solo che una è un amore sognato, un desiderio che s’avvera, l’altra è dovuta e quindi sembra povera.  

Quando s’avverano i desideri, non si sa bene che farne, l’avverarsi è la loro morte. A che corrisponde un desiderio avverato? E in fondo a quel desiderio ci si era affezionati. Per questo i divoratori di reale sono tali, con una fame inesausta per coprire il vuoto e l’impazienza. Rispettare ed essere attenti alla vita, significa avverare i desideri con rispetto?

Costruire allora una macchina compatibile e discreta dei desideri, con un flusso che esce e spinge piano, in una direzione. Stare immersi in esso, dov’ è caldo, ci si avvera, soddisfa e ri genera.

la malora

I grandi spazi sono immersi nella penombra, dove di solito c’è lavoro, persone, rumore, solo silenzio. E’ mattina, fuori c’è il sole, ma la luce fatica a farsi strada tra le alte pile di carta, tra le grandi macchine ferme. Una è lunga più di cento metri, progettata e realizzata in azienda. Un serpente di rulli, di pinze pneumatiche, di piccoli tunnel di ferro dove ogni cosa è stata pensata per essere perfetta. Il risultato perfetto, qui non ci sono tolleranze. Ma è tutto fermo. Alle difficoltà crescenti di un mercato che non perdona ed ha reso precaria la vita di chi vi lavora, si è aggiunto il furto dei cavi elettrici. La malora. Quello che fa andare tutto storto. Un mese fa uno dei due titolari si era ucciso in azienda. non aveva retto dopo anni di fatiche per resistere, alle difficoltà crescenti di pagare gli stipendi, ad una situazione che ormai era consegnata alla volontà delle banche.  In fondo non serviva altro che un po’ di fiducia, di apprezzamento per un lavoro che ha clienti e commesse, ma non c’era stata. Fiducia e lavoro, le uniche due forze che hanno fatto crescere questo territorio, non ci sono più. Le banche che hanno appoggiato i soldi facili dell’immobiliare, ora sono piene di insoluti. Bisognerebbe chiedere loro conto della devastazione del territorio, dei soldi facili basati sulla crescita del valore degli immobili, ma nessuno o quasi, ha più voce, né voglia. Servirebbe Iacona per raccontare questa storia. Una storia bella d’impresa, dove l’imprenditore lo trovi in camice in azienda e sa tutto del prodotto, del ciclo lavorativo, delle macchine che servono per dare sostanza alle idee. Una storia iniziata all’università, come lavoro per mantenersi agli studi, rilegando enciclopedie a fascicoli. Conoscere, do you remember?, Fratelli Fabbri. Ogni casa ne aveva una. Poi passione per il lavoro, crescita, mercati, estero. Una bella storia, come tante altre che hanno affollato il nord est, fino a questi anni. Fino alla fatica a reggere la concorrenza. Qui la parità dollaro euro significa il 30% di sconto prima di cominciare a discutere, ma è così. I mercati ragionano in dollari. Allora con le difficoltà c’è stato lo stringersi attorno all’azienda. Potevano andarsene, non l’hanno fatto. I lavoratori l’hanno capito. Ci si affeziona al lavoro. Non è questione di articolo 18, è che se uno ha un mestiere, quello può fare. E chi gli dà lavoro, di lui ha bisogno.  Sono i lavori dequalificati, quelli dove uno vale l’altro, e che sono sempre più diffusi, che mancano di rispetto al lavoro. Lo impoveriscono e lasciano chi lavora senza identità. Un po’ di soldi e basta. Qui non era così, pur tra le difficoltà e la fatica.  

Bisognerebbe ci fosse un’etica anche nel rubare. Togliere i cavi delle dorsali elettriche per vendere il rame ha messo in ginocchio tutto e tutti. Un danno immane che nessun rame rubato commisura. Un danno che pesa su chi è in ginocchio e fatica ad alzare gli occhi. Un danno che è una pugnalata. Servirebbe etica anche nel rubare. Non si ruba il lavoro a chi non ha alternative. Servirebbe Iacona per raccontare. Servirebbe fiducia. Loro ci provano. In silenzio. Ancora.

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Quando potrete riprendere? Gli ho chiesto.

E chi lo sa. Un mese forse. Sono cavi speciali, li fanno su misura. Pensa che sono lunghi 150 metri e pesano ognuno 7 quintali e mezzo e li hanno tranciati e sfilati tutti. Stiamo facendo ancora l’inventario delle automazioni distrutte per sovraccarico. Dovevano essere in tanti: c‘hanno impiegato una notte intera. E hanno fatto un disastro. Anche negli spazi di lavoro. Sembrava fosse cascata una bomba. 

Non c’è rassegnazione, ma la botta è stata devastante. Il lavoro, i contratti da rispettare. I clienti da non perdere. Con fatica ci provano. Con immensa fatica.

piccoli amori

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C’è fortuna nell’avere passioni forti che si sorreggono su piccoli amori. Eccessi contenuti nelle vite, poesie tracciate nell’aria, a volte su carta, ma tutto nell’ironia del limite.

C’è allegro timore nello sporgersi un po’ oltre la barriera e, mentre lo spiritello guarda verso il basso, provare un brivido. Non cade, lo spiritello, assapora ciò che attrae, e torna a sé.

Dicevi che aprire una porta serve a fuggire verso l’altro. E se le passioni fossero invece molle caricate, spirali che attendono mani pazienti nel fare, orecchie ed occhi impazienti nell’udire e nel guardare?

Nel lasciar entrare ci può essere fortuna di piccoli amori racchiusi nelle vite. Sono galeoni costanti, ben pasciuti di mare e merci rare e preziose, decisi a navigare in venti tiepidi. Assieme.

Grandi di costanza, di misura, forti di tempo. Altri corrono, spingono, percorrono, si spengono.  Non loro.

Troppa tempesta non dà mai tempo per togliere la sete che ha provocato. E non è saggezza, al più conformità, ad un andare che non si spegne, che curioso percorre, mischia, discerne, posa e ritorna.

Con sorriso di fanciullo e un inchino, ritorna. 

leggere

Uno di quei libri che ti prendono per stupore e scrittura. Dove attendi accada qualcosa che faccia bene al protagonista e a te. E tutto scorre verso una fine, perché bisogna pur concludere un discorso quando si sente che è ora. Può essere dopo 80 pagine o 800, basta non menare il can per l’aia. Anche per le storie diventa tardi e, dopo aver guardato i visi e l’orologio, resta solo da salutare e andarsene. Al più si può sperare che il sogno riprenda il raccontare e corregga la realtà, ma quando accade? C’è un momento perfetto per chiudere, quello in cui c’è una fine e non è desiderata. L’arte è cogliere quel momento.

Quei coriandoli nel deserto che danno titolo al libro diventano metafora della naturalezza dell’intelligenza e carnevale della vita. Della sua serietà nelle cose terribili che riguardano i singoli e noi tutti, ma anche del transeunte, del mutare l’importanza dell’immediatezza in un continuo introdurre variabili in un’unica equazione. La vita si complica e si semplifica, anche dove le storie sembrano così lineari. Sentimenti, personale, collettivo, passioni. E intelligenza, che si esprime secondo rivoli che i più subiscono, ma che riporta a sé, al bisogno di capire, di scomporre i problemi, conoscere e fare passi avanti. Capisco che non fu un confronto all’interno di un gruppo straordinario, forse irripetibile, che visse in Italia, a Roma, in quella via di Palisperna in cui si rivoluzionò la fisica, ma che riguarda tutte le intelligenze, quasi che alla fine il procedimento fosse lo stesso e tra il genio e chiunque, non esistesse un modo differente di mettere in relazione intelligenza e vita, casomai il problema è comporre tutto con i sentimenti, la sensibilità, le passioni. E’ inutile cercare di arrestare il progresso della conoscenza, l’ignoranza non è mai migliore. Lo afferma Enrico Fermi e il protagonista del libro, Enrico Persico, fisico pari a Fermi ma senza Nobel, racconta di averlo sempre pensato. Ma lui è diverso e, in fondo non accetta la sua diversità che lo rende umano e quindi grandissimo. Nella storia si comprende che ci fu chi vide l’implicazione della scoperta, anche nei suoi effetti distruttivi e se ne ritrasse e chi invece continuò. Si apre il dubbio su quanti modi ci siano per conoscere, quanti di questi siano silenti, leggeri sulla storia, non meno importanti e per altre vie si facciano strada. In fondo è così superficiale attaccarci ai simboli, alle mode, a un Nobel. Quando le vite sono così intrise di conoscenza c’è chi vede oltre e decide, anche di condurre l’intelligenza altrove, come fosse uno strumento e non un fine.

Bello leggere un libro di grande nitore e dolcezza, inusuale di scrittura e per ciò che evoca, dove le donne sono grandi in assoluto, nel loro modo così singolare di essere altro, e gli uomini si rincorrono. Come fosse un gioco, e forse è davvero un gioco preso troppo sul serio. E’ così bello e raro quando l’intelligenza si accorge degli altri, frequenta l’ironia, e non il sarcasmo, che vien da pensare che questo sia il modo di conoscere davvero. Non l’unico: quello che si vorrebbe.

il libro è Coriandoli nel deserto di Alessandra Arachi e questa non è una recensione, ma una manifestazione di felicità di leggere.

il blues del flaneur

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Finito il mattino.

Una sorsata lunga, con un colpo di tosse. Succede agli ingordi di vita d’aver bisogno d’aria e di espellerla con violenza. Preparare il pranzo, un rito, una sicurezza. Bricola per la barca. Musica di sottofondo, orecchiette ai broccoli, polpette al sugo. Buone. Così il vino rosso e i pensieri che saltano. Come su un torrente in montagna: da un sasso all’altro, con timorosa allegria. Si apre il pomeriggio, mettere in fila sogni, pensieri, desideri. Lavoro, obblighi. Eh sì ci sono anche quelli nella vita del flaneur. Guardarsi con benevolenza, lisciare il pelo al gatto e leggere ciò che è scritto. E ciò che è scritto è ciò che ciascuno scrive. Fa sentire liberi questo. Si può dire di no, oppure sì, e c’è una sottile soddisfazione nel farlo. Conformarsi a sé. Lasciare che il pensiero corra e pensare a chissà che.

Pomeriggio.

https://www.youtube.com/watch?v=kwC1Wb-qUJY

richard strauss

Ascolto Strauss, che accettò Hitler e ne trasse vantaggio. Ascolto gli ultimi lieder, ed è tangibile la sua malinconia di fronte alla fine del bello, della cultura tedesca sotto i bombardamenti, della vita. Sento che questa malinconia comprende cose e uomini assieme. Ciò che c’era non ci sarà più, nessun nuovo compenserà l’annientamento. Eppure era chiaro, insito fin dall’inizio che il reich avrebbe distrutto oppure sarebbe stato distrutto. Perché Strauss non vide? Ascolto il suo stupore dolente di essere stato privato della vita consona al genio, ma della vita altrui perché prima non è importato? Per convenienza, o incapacità, anche l’arte diventa cieca e i grandi cadono in misere pozzanghere. Resta arte, anche se proviene da chi non capì o non volle capire, e perse poi (l’arte dei vincitori non ha problemi)? Sì ma così si rivela il limite dell’arte, la sua imperfezione e approssimazione. Il genio non muta, ma si stacca dall’uomo quando non vede la realtà nel suo divenire (uno scopo dell’arte è cogliere il muovere della storia e l’assoluto insieme) e si induce al compromesso, alla connivenza. Perde la purezza in cambio del potere e del denaro. Non sempre e non tutti, ma è forte l’attrazione del successo, dell’adulazione e dell’assoluto per decreto. Ed è il limite dell’arte che nasce dall’uomo: l’uomo stesso. La natura non ha di questi problemi, frequenta il reale e l’assoluto, assieme. 

del perseguir l’inutile

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Oggi qualcuno, in radio tre, si chiedeva perché e a chi si scrive. Sembrava mi stesse parlando: scrivi per te? E chi se ne frega…

Capisco, bisogna scegliersi un interlocutore. E allora io scelgo te che sei curioso e paziente. Maschio o femmina, ti chiedo di sederti e ti mostrerò le parole che metto in fila. Alcune mi piacciono molto, sono piene di significato e simboli, altre le uso perché sono me, le porto appresso da sempre o quasi, altre ancora mi sono piaciute ma si perderanno, comunque quello che ne esce mi riguarda. Ma qui mi fermo perché la testa è tua e se posso permettermi, quel chi se ne frega, lo puoi adoperare subito, ma è un po’ fascista. Cioè si interessa poco degli altri e in particolare di chi non la pensa allo stesso modo, ha la puzza sotto il naso di chi si sente al disopra. Però se questo è il limite dell’attenzione, allora forse rappresenta in modo improprio, ma bene, ciò per cui uno può scrivere, l’utile ad esempio. Oppure l’attenzione legata a un vantaggio possibile (ancora l’utile). Oppure, ancora, il bisogno d’apparire (che è anch’esso legato ad una utilità personale). Naturalmente ci sono molti altri motivi per cui una persona scrive, ma se guardi bene, il concetto di utilità si troverà spesso. Qui invece c’è molto di inutile, diciamo che al più riguarda i curiosi, i perditempo che si fermano a guardare i lavori e giustamente pensano che li farebbero meglio.

Il rapporto tra chi scrive e chi legge, mi ricorda la fatica di chi guarda, da dentro, l’orologio della torre. Si è saliti per il panorama, ma se si legge l’ora, ascoltando il ticchettare dei meccanismi, è una soddisfazione. Così emerge che, per me è importante ciò che non ha un fine su cui si misurare il successo, e la fatica di leggermi sarà, al più, un andare assieme da qualche parte.

Allora scrivere è distillare parole, lasciare che salga il loro grado alcoolico attraverso il sentire, berle degustando, e pensare ad altro. Ché poi è proprio quest’altro che c’interessa, non l’utile o quello ch’è scritto, ma ciò che ha suscitato.

l’odore dei libri

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In casa c’è odore di libri e di sole. Lo sento quando entro, quando mi sveglio, quando mi guardo attorno. Mi piace come si mescola con il profumo del legno. Penso sia il mio odore. Ieri sera ero in una grande libreria, un bel prodotto di architettura, ammiccante e furbo, ma c’era odore di soldi e carta più che di libri. Le grandi librerie sono come gli ipermercati, generano confusione di scelta, non diventano luoghi. Il credo del marketing è la quantità, il cliente dev’essere irretito dall’opulenza, chiamato all’acquisto come a una liberazione. E’ prigioniero del sistema e deve pagare un riscatto. Invece sto riducendo gli acquisti, non di libri o di musica, per altri inutili, ma di cose. Esco dalla paura del restar senza. E preferisco le librerie piccole, una in particolare. Siamo amici, è un posto in cui stare. Sfoglio, spulcio tra gli scaffali, leggo. Sono un buon cliente, porto a casa e posso restituire ciò che non mi piace. E’ un piacere andarci. Tornare.

I libri nella casa mi rassicurano, anche se son troppi. Parlano con un fruscio sommesso di pagine sfogliate. Hanno l’odore delle idee, dell’inchiostro usato, della carta che invecchia assieme a me.

E’ questione di stile. Capisco che ora lo stile si è fatto più morbido, conformato a me e rifiuta l’apparenza. Così invito poco, non ho voglia di spiegare. Chi viene non chiede o parla di contenuti, vita insomma e non è la stessa cosa.