c’è festa nel tempo

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Un mattino morbido come la luce che gonfia le tende.

Tempi dolci, anche gli oggetti non hanno fretta. Si mostrano con il piacere languido della notte trascorsa nei sogni. Una pipa sul legno, il computer chiuso, ostrica di facile mistero, piante nell’acqua in controluce, e un taglio di sole che sceglie tra i libri, la musica, le parole per dirsi.

Il caffè spande il suo profumo borbottando, trova il pane tostato, assieme imbandiscono dolcezza alla giornata.

Melenso perché la dolcezza non basta mai, per voglia di coccole, per il miele cristallizzato che si stende sul pane, per il latte, il caffè, per il profumo di casa. Ascolto parole intelligenti dalla radio, le sgrano una per una, le scompongo nel suono, che sia questo uno dei significati dell’udire? Non ascoltare più e render proprio ciò che per altri è diverso? Vedere la trama, perdersi nell’inutile così denso di significato?

Nella luce, camini che fumano,

attorno odore di cose che restano,

vibra un ricordo, si stempera nello sguardo,

dentro/fuori, nulla è urgente:

è festa nel tempo. 

vi racconto perché comincio ad aver paura

Vi racconto perché comincio ad aver paura. C’è una guerra in corso in Europa, è in Ucraina. Può restare un conflitto circoscritto, ma anche no, basta un niente perché degradi in escalation di ritorsioni. Ci si fida che accada come per la ex Jugoslavia, dove tutti hanno fatto combattere in conto terzi, ma non è così. Qui siamo ai confini della Russia e sembra che non ci si voglia render conto che questo Paese non è solo un mercato, ma una potenza nucleare tecnologicamente avanzata, che non può accettare di avere la Nato alle frontiere. Sembra a parti inverse, la crisi dei missili a Cuba. Solo alle porte di casa, stavolta. Manca una politica estera europea, un esercito europeo, una determinazione comune e gli Stati, in ordine sparso, si accodano alla politica americana, che ha altre logiche e sopratutto lavora su uno scacchiere mondiale, magari con i risultati che vediamo. 

Ma questa è solo una parte della paura. Uso la parola paura perché ha un significato preciso, timore non lo ha più, la paura dovrebbe far reagire, analizzare ciò che accade. Chi ha paura si sente solo, bisogna uscire dalla paura e condividere. Sono inquieto, metto insieme segnali, li interpreto, certamente mi sbaglio ma i segnali sono fatti precisi.

Non si parla più di energia, il crollo del prezzo del petrolio ha reso anti economico lo share oil canadese. Per fortuna, ed è una manna per l’ambiente visto l’alto inquinamento di questa tecnologia, ma non si parla più delle importazioni di gas e petrolio dagli Stati uniti verso l’Europa. Intanto è stato revocato il progetto South Stream che doveva portare gas dalla Russia attraverso Turchia e Grecia, la Russia parla con la Cina e noi dipendiamo ancora dai vecchi gasdotti che passano per l’Ucraina. quanto può durare questa situazione se la crisi si impenna? Anche a sud, nel Mediterraneo le cose non vanno bene, l’avventura libica, ha prodotto un bubbone a pochi passi da casa e anche quell’area non è più un fornitore certo di energia.

La percezione di un diffuso senso di malessere si diffonde attraverso l’incertezza: che sta accadendo? E il rifiuto verso l’Europa dei burocrati non riguarda solo la destra o la Grecia, ma la stessa idea di Europa unita, che è più una possibilità che una realtà, certamente non una entità politica rilevante.

Ieri ho ascoltato questo dialogo tra due imprenditori che parlavano nello spogliatoio della palestra. E’ rilevante pur facendoci la tara perché non siamo a un convegno, e sono parole in libertà, senza dover rassicurare nessuno:

…ma tu lo sai che in Grecia non ci sono medicine negli ospedali, la gente è alla fame. Non esporto più in Grecia, ci sono stato il mese scorso, una desolazione. Chi vuoi che compri di prodotti di consumo, non hanno soldi, a Marrachech o Dakar hai più mercato, e se ti ammali ti va meglio. Ieri ero a Bruxelles, incontro con un funzionario UE, 40.000 euro al mese di stipendio. E’ uno di quelli che contano, anche se non un capo. Parliamo, lo dice lui, l’Europa è morta, la teniamo in vita per le banche non per le persone. Poi a cena, in un ristorantino, 148 euro. A testa. È normale, a Bruxelles. Dice ancora, qui non si rendono conto del mostro che è stato creato, ma ogni quindici giorni ci spostiamo con carte e persone a Strasburgo, e poi di nuovo indietro. Ascoltiamo più le lobbies che le commissioni, in fondo coincidono. Equilibri, non c’è politica, solo equilibri e nascondere i cadaveri.

Sai cosa ho pensato tornando? È perché non siamo alla fame come in Grecia ma non abbiamo niente in mano, nessuna sicurezza. Sai che faccio, porto via due rami d’azienda, un pezzo un Italia per il marchio, il resto all’estero per le tasse e la sicurezza del futuro. Renzi ? Bravo si, ma un sacco di parole, ma almeno Berlusconi mi dava garanzie. Cosa vuoi che me ne freghi del senato, in sei mesi in Europa, dove non può ricattare non ne è venuto nulla. Voto lega anche se sono quattro sfigati, che vivono di rendita sulle disgrazie. Ma ha ragione Tsipras questa non è l’Europa di Spinelli è un mostro delle banche. Hai visto con Junker, che gli hanno fatto per i suoi trascorsi di primo ministro? Nulla. Il fatto è che c’è un patto tra popolari e socialisti, e non si può dire che il dittatore è morto, finché non si sono sistemate le cose per la successione, come facevano in URSS o nei paesi comunisti. Prima o poi crolla tutto e chi si salva è chi l’ha visto prima.

L’altro interlocutore concorda, è un professionista, parla del falso in bilancio, entrambi ridono sulle norme che rendono possibile il “nero”. Salutano ed escono.

L’impressione che ne traggo è quella di una Italia divisa, dove la realtà è altrove da quella dell’ agenda di governo. Il debito italiano è 10 volte quello della Grecia, non possiamo fallire senza far scoppiare l’Europa, ma siamo anche nella paralisi. Ho visto gli interessi pagati in questi anni a chi ha finanziato il debito. Ovunque, c’è stato un flusso enorme di denaro verso i creditori che non sono prestatori d’opera o promotori di sviluppo, ma semplici prenditori. Per paradosso si finanzia l’usura perché continui a fare il suo mestiere. Questo ottenebra tutto, l’economia è disgiunta dai popoli e dalle persone, non conta più neppure il successo personale, tutto viene subordinato a decisioni prese in consessi dove l’unica cosa che conta è : ti ho dato i soldi, li rivoglio indietro con gli interessi, il contesto non è affar mio. Per questo non si capisce quali siano le politiche di sviluppo, se il sistema è divisivo le politiche tornano negli Stati, diventano non competitive, ma aggressive e questo è il contrario del processo di unificazione. Ieri è stato detto alla Grecia che la democrazia, ovvero la decisione del popolo conta fino a un certo punto, ci sono regole sovraordinate che limitano la democrazia, il pagamento del debito ad esempio. Eppure Tsipras non chiede il suo annullamento, ma di pagare secondo la crescita, ovvero aiutateci a crescere e vi pagheremo prima. pare non sia accettabile, sarebbe un precedente.

Torno ad un altro precedente, il riconoscimento unilaterale del Kossovo indipendente dalla Serbia fatto dall’area dei Paese Nato. E’ un seme tratto dal vaso di Pandora. Non si sa cosa possa generare, ma sicuramente cose non buone visto che ha violato trattati e frontiere. Infatti la Crimea è altrettanto legittima se lo è il Kossovo, e anche le nazionalità interne agli Stati Europei lo diventano, la Catalogna, oppure i Paesi Baschi, o il sud Tirolo, o chissà quanti altri pezzi di nazionalità che sono distinte e autonome dentro a Stati che hanno altra lingua e cultura. L’Europa dei popoli serviva a questo, se è persa traccia, soffocandola nell’Europa della finanza, che neppure è Europa, ma qualcosa di sovranazionale che sta indifferentemente a Shanghai o Ginevra, o Londra.

E intanto ogni 15 giorni le carte fanno la spola tra Bruxelles e Strasburgo, ecco perché comincio ad avere paura.

vento notturno

Il vento è arrivato da ovest e poi si è girato da est. La bandiera sul tetto, l’ha seguito, un po’ confusa da queste folate, e così si è piegata e sfilacciata in brandelli senza gloria. E’ arrivato improvviso ed è durato tutta notte con scrosci di pioggia. Neppure la luce l’ha fermato, ed è parso strano perché qui il vento spira forte solo nei cambi di stagione. Ma lui forse non lo sa e ha gettato contro case e alberi, una fredda pioggia notturna, poi col mattino la neve e poi di nuovo la pioggia. Alla fine è rimasto solo lui, che ora nella nuova notte fa vibrare ringhiere, scuote alberi e rami, schiocca tele, dissemina il buio di rumori. Nel buio cerco d’indovinare la tenda dimenticata dall’estate, la lamiera del cantiere vicino, qualche porta malchiusa che sbatte, e tutti gli orifizi che ora suonano note di basso. Ma il vento non è contento di vuotare le strade, di portare ovunque cose e rifiuti, così a tratti preme sui vetri, li scuote con rabbia e poi per un attimo quieta per illudere il sonno. Non porta profumi come in altre stagioni, è forza senza nome che agita ed inquieta uomini e animali prima del sonno.

nota triste

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Una nota triste nella voce, sembra si noti. Eppure è solo malinconia. Quando non si curano i dettagli ci si rivela. L’indecisione, le strade da percorrere, le scelte. Parlar meno e più dentro, per capire. Il rapporto con l’umore è personale e misteriose sono le vie per cui muta. Così la tristezza segue suoi percorsi, non se ne andrà se non scacciata da qualche piccolo entusiasmo. Il pensiero torna su ciò che si perde, si rompe, si guasta, o semplicemente su ciò che fa male. Come togliere l’innominato che avvelena il cuore? 

piccoli totem

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Sto aspettando che le mele caramellino in forno. La casa è silenziosa, specialmente quando i vicini non hanno ospiti. C’è il rumore sospeso che generano le pagine quando vengono girate. Si sente schioccare il fuoco e il bilanciere della pendola che oscilla. Nelle case dove ho vissuto c’è sempre stata una pendola, il battito regolare mi ricorda la vecchia sveglia di quand’ ero bambino. Ce l’ho ancora quella sveglia anche se ha difficoltà a funzionare bene e gli ingranaggi in disordine. In fondo m’assomiglia, è regolare e disordinata, accelera e rallenta, ha qualche anno più di me, ma abbiamo vissuto a lungo assieme. Gli oggetti che hanno seguito innumerevoli traslochi sono ormai pochi e piccoli, avranno un senso finché ci sarò e il ricordo li collocherà in fatti, affetti, cose conosciute e poco raccontabili perché, come gran parte delle vite, non hanno senso se non per chi le ha vissute. Il tempo è una immensa discarica di oggetti che si perdono e di immortalità fugaci. E tenere stretto il proprio tempo significa conservare ciò che emerge, non ciò che teniamo stretti.

Piccoli totem, simulacri e simboli di continuità, quel prima che c’è stato, accompagna, e ciò che consegniamo deve comunque avere una nostra traccia insegnata. La memoria in questi rintocchi regolari. Come il cuore.

scanner

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Storie, racconto, presente, ricordo che si mescola, sensazioni, ciò che si vede o si prova, spesso entrambi. Raccogliere l’emozione, approssimarla, sezionarla per vederne il cuore, astrarre il generale, l’evidenza di ciò che si ripete, oppure usare termini contenitore, specifici se hanno una storia, gioia, felicità, dolore, disperazione, atonia, catatonia, speranza, è il tempo che regola le serie, come si mescolano e dove si fermano. Ancora metafore, notte, buio, luce, nuvole, strada, vicolo, scrivere di cose, di come esse entrino nel sangue, per dove, le aperture del sentire, del piacere, come si annidino, per sempre, oppure per un poco, la genesi di un’emozione, la sua evoluzione, con pochi aggettivi necessari, un suono, un’immagine casuale, la realtà col minimo di volontà. Flusso. Distrattamente un barattolo viene preso a calci, il suono rimbalza, eccita il calcio successivo, toglie il pensiero, riporta indietro, monello, rimprovero, desiderio, calciare, ancora, rumore, finisce com’era iniziato nel suono che si spegne, pensiero, il flusso riprende, deviato, tenue, si può persino parlare di ciò che si pensa, placebo. Nell’angolo una lampada accesa, luce gialla paglierina, limitata, un cono, sottofondo di musica dal pc, un canale digitale mescola la luce con il clarinetto, il sax e il pianoforte, il pensiero si fa morbido, si ferma sul margine della luce, o dell’ombra, non c’è limite, terra di nessuno quindi terra tua, la razionalità si decompone, si quieta, assenza di parole, sensazioni, fuori resta fuori, scendere dentro mentre s’allungano le gambe, rosso, morbido, avvolgente, pulsa piano, tepore, assenza/presenza, tu, insieme eppure soli, solitudine equilibrio dolcezza per sé, comprensione, misericordia. Lista recente di chi non ha usato la dolcezza, poveri che rubano ai poveri.  Auto terapia, pace con sé, sonno leggero e vigile. 

Come trovare un senso privo di luci nette, una fotografia casuale dove il particolare è prigioniero di un caso, ingrandire, decifrare lo stupore di chi si sente visto, scoprirsi nello stesso stupore. Ciò che passa, passa, non c’è controllo su ciò che resta davvero, i luoghi comuni sono più vitali perché non vengono messi in discussione, abitudini senza riflessione, poco resiste all’analisi, è più forte ciò che si vuol credere, vedere, fede, siamo intrisi di fedi, insicurezze, risposte, labilità di esse, paure, insicurezze che sembrano nuove e in realtà si ripetono, generano fedi. Mania, problemi irrisolti, rinviati, indefinitamente, piacere come risposta, la sua ricerca, c’è felicità nel caso, la felicità del non esserci. Simmetrie, la disperazione è un eccesso, la tristezza è simmetrica, servono punti di riferimento, solidità, tranquillità, assenza di passione, leggerezza che si sbriciola tra le dita, tempo senza nome, né oggetto, un portolano per andare, sennò lentamente si muore, si spegne lo scanner.

l’entomologo

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Se la pelle è di vetro, si impara a difenderla bene, mai abbastanza però. Ci si applica come si può, chi è fragile è spesso anche ingenuo e non diventerà mai furbo. Però impara ad occultare quel tanto che consente la vita. Se si è fragili è facile essere feriti, è una banalità. Ed è pure banalmente indifferente pensare che a chi accade si sviluppi una sorta di abitudine. No, al più nasce la difesa del ritrarsi e lasciar trasparire poco. Oppure si può scivolare nel cinismo, ma quella è una malattia che uccide anzitempo e chi è fragile non ha voglia davvero di non sentir più nulla. Almeno il pessimismo  ancora conserva la capacità d’essere stupiti dal contrario di ciò che si prevede, no, il cinismo è proprio l’incapacità che qualcosa sia positiva e riattivi lo stupore del mondo, insomma non è cosa da fragilità di sentire.

C’è però una similitudine che attrae chi per noncuranza viene maltrattato ed è quella dell’entomologo che osserva, classifica, mette sotto teca e ragiona sulla meraviglia inanimata. Affascina il guardare le cose da distante, l’ordine e il ragionare per classi e sottospecie. E’ apparentemente freddo il mondo dell’entomologo, però attrae come liberazione dal soffrire. Si pensa che il rischio si distribuisca nell’attimo dell’etere e poi della formalina, poi tutto è fermo. Ma poi non resta nulla di ciò che prima palpitava, l’attrazione e il pensiero che essa suscitava. Solo la bellezza dei colori, la finezza delle ali, l’immaginazione che tutto questo era leggero e volava. Per questo chi conosce la fragilità del volo, pur nella tentazione, rifiuta d’essere entomologo di altri, sa che per difendersi non bastano le classificazioni, ma casomai volare altrove e più alto. Siamo così imperfetti nel fidarci che nessuna esperienza può davvero far da guida e il prezzo della vita è un compromesso tra una corazza e una leggerezza che consentano di essere liberi nell’universo. Se la pelle è di vetro rafforzare la libertà di dir di no è già un buon compromesso per discernere ciò che poi conta davvero.

elogio dello shampista

Ci sono molti birignao, luoghi comuni, paccottiglia e saggezza a metro. Cose che sembrano prive d’intelligenza e di profondità. Collage e rimasticature. Ma prima di girare la testa infastiditi, perdiamo un minuto per capire cosa c’è dietro quello che consideriamo kitsch. Cosa pensano queste persone che sembrano avere un pensiero superficiale e sopratutto sembrano non pensare per loro conto. Chi le ha educate a dare forma alle loro emozioni con pensieri altrui? Le loro non sono forse le stesse emozioni che prova chi ama indipendentemente da intelligenza o grado di cultura? Oppure si pensa che l’emozione sia funzione della capacità di apprendere? Non c’è una eguaglianza nella capacità di sentire? Perché se così fosse, ed è una tentazione non solo snobistica, alla superiorità economica e a quella intellettuale, si aggiunge quella del sentire, il che basta per mettere un dominio nel dominio, una discriminazione nella discriminazione. In fondo l’intelligenza dà il meglio di sé quando attacca il potere, ne dimostra l’inconsistenza dei presupposti partendo proprio dall’eguaglianza. Quando attacca il comune sentire rifiutandolo e basta, quando non ha la funzione di far emergere la persona, si pone oggettivamente al servizio del potere che l’asserve. Si può pensare alto, essere comprensibili solo a sé, ma bisognerebbe ricordare che nel luogo comune si annida la stessa trappola e la stessa intelligenza di chi sa usare bene il rasoio di Occam. Allora indagare nelle pieghe del banale fa scoprire non poco di noi e forse lo rende meno banale, nei sentimenti in particolare, visto che sono così eguali. Forse la sfida maggiore non è la tecnologia, è piuttosto innalzare il senso comune, renderlo un po’selettivo, magari schifiltoso, ma cosciente. 

c’era il sole


C’era il sole. Come oggi. Una giornata come questa, fredda e calda al tempo stesso. Eravamo andati alla ricerca di chissà che, ciascuno per suo conto eppure assieme. Anche oggi l’orrore delude, come allora: c’erano le baracche, il portone, il filo spinato, un forno crematorio che pareva ricostruito, un museo piccolo che colpiva molto per la sua assenza di suono, come un urlo soffocato in gola. La piccola città vicina, i boschi. Ricordo una curva di strada in salita, non distante dal campo, gli alberi e la sterpaglia che si fermavano su un muro di contenimento ben curato e a sinistra dei prati, una casa col camino che fumava. Pensai che quella casa c’era anche allora, che qualcuno, scappando, ci passò vicino (dai campi di concentramento/sterminio, qualcuno scappò, quasi nessuno ce la fece) e che l’odore del crematorio doveva arrivare sino alle finestre. Dovevano sapere. Conobbi il sindaco, socialdemocratico, gli chiesi con garbo, se qualcuno si oppose in paese: al campo, ai suoi odori forti di carne bruciata, al viavai di vagoni ferroviari. Insomma cosa sapevano davvero. Tergiversò, disse cose generiche, poi parlò della Rosa bianca. Lasciai perdere.

Furono giorni di sole pieno e freddo. Pensai che c’era anche allora, all’ effetto che faceva il sole a chi non aveva speranze eppure amava la vita come mai prima. Forse lo sentivano un insulto, forse una benedizione e una spinta a vivere. Forse. In questi anni è cresciuta la consapevolezza che qualcosa di orribile si è consumato senza una plausibile spiegazione. E al tempo stesso le cose vere, quelle accadute, si sono allontanate, anche quelle meno nobili che rendono più forte l’orrore. C’era con noi uno scampato al lager, è ancora vivo, ma non parla più. Gli anni, l’età avanzatissima. Mi disse allora: quando l’ultimo di noi morirà, tutto assumerà un’altra forma, diventerà storia e basta. Storia dell’orrore, assieme a tanti altri orrori.  Ho pensato in questi giorni che è vero, s’affievolisce il ricordo, la dimensione, l’atrocità moltiplicata per 10, 1000, 100.000, milioni, quando già il dolore di uno è insostenibile. Si organizzano viaggi della memoria, ma l’olocausto diventa una pagina di un popolo, soggetto di libri e film, epitome della follia di un dittatore, di un gruppo, di un popolo. S’affievolisce l’orrore, il grido, l’assurdità che ciò sia accaduto. Può riaccadere, quindi. Altrove, riaccade. Ci sono segnali del risveglio della bestia, l’orrore non l’ha uccisa e attorno l’intolleranza cresce.

In quegli anni, furono poco più di dieci, ci fu una normalità che rese tollerabile la soluzione finale. C’era  stata la satira antisemita e anti avversario, la stampa, l’intellettualità che trovarono ragioni, la discriminazione che creava nuove ricchezze, occasioni, posti di lavoro. Penso alla libertà di dire nefandezze, mi è tornato in mente in questi giorni in cui in Francia il tema della libertà ha trovato nuova linfa, ma anche dubbi su ciò che può fare la libertà quando viene posta al servizio del male, della discriminazione, del dileggio, della negazione del bene, e del giusto. La libertà allora uccide, non salva più l’uomo, non gli da diritti ma glieli toglie. Cosa accadeva allora mentre si toglievano diritti? Perché filosofi, giuristi, artisti diedero spazio e sostegno a tutto questo? Per interesse credo, per convenienza, ignavia, codardia, consenso. E tutti gli altri, queli che neppure ebbero una briciola di vantaggio ed eguale colpa? Primo Levi e diversi altri, non molti, cercarono di capire, investigare ciò che stava prima e durante, e perché convenne conformarsi a ciò che palesemente era orribile. Una risposta fu che bastò parcellizzare le cose, dire quello che bastava, separare gli atti in una meccanica di funzioni civili e piccoli problemi risolti, scindendo il fine e il risultato dal proprio contributo. Altri scientemente perseguirono, condussero, fecero con scientificità. Il tutto portò a questo risultato. Ma qualcosa sfugge, non ci fu ribellione delle coscienze. Si cita spesso la banalità del male di Hannah Arendt, le sue tesi sono suggestive, forse tolgono però dimensione all’orrore e lo portano nel quotidiano. Ci fu anche quello, ma non solo, perché c’erano gli artefici e i servi e poi un consenso diffuso. E tutto questo accadde anche in Italia. Se non ci fosse Israele, i sopravvissuti, le comunità ebraiche e un dibattito che continua sulle ragioni, non se ne parlerebbe più, come accade per gli zingari, i prigionieri politici, i comunisti, gli omosessuali, i testimoni di Geova. E anche questo rimuovere sarebbe da indagare.

C’era il sole, come oggi. Non capivo e neppure adesso capisco molto. A Ravensbruck, nacquero bambini nel campo, qualcuno sopravvisse. Pensavo che certamente ne nacquero in tutti i campi. E che questo sembrava talmente fuori d’ordinario per quell’orrore da usare l’avverbio persino. Come se l’orrore contemplasse solo la morte. Forse è questo che innesta l’oblio, non ci si confronta volentieri con la morte, al più si pensa che non ci debba riguardare. Quelli che non hanno paura della morte sono i bambini e a loro dovremmo parlare dei campi e di quello che accadde. Con le parole giuste perché le morti vengano distinte e perché certe morti non debbano accadere. Ecco quello che penso ora, che se ci fosse una educazione alla paura della morte, da adulti cercheremmo di rimuovere solo la nostra e tutte le altre le vedremmo. 

distratta evidenza

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E c’è pure un prima

e poi un dopo,

molti dettagli,

e qualche ragione che davvero spiega poco.

Le cose sono illuminate,

hanno di certo un nesso,

ma sono smemorate, 

e l’ allora non è adesso:

di certo ci fu spinta,

una motivazione dietro,

e fu scritto tutto in fretta,

sull’appannar d’un vetro.

Si spiega sempre troppo,

e qualcosa ormai s’è perso,

evidenza cara dovresti aver rispetto,

sarebbe giusto dicessi che l’anima si mosse,

che ci furon circostanze,

e molto contò il senso d’un cuore che si scosse.

E se poi non dicessi ed ascoltassi quieta,

come quando ci si sofferma nel dondolar di barca vuota,

lo sguardo all’acqua che accarezza,

l’orecchio allo sciacquio dell’onda,

vorremmo insomma un po’ d’intelligenza illogica,

distratta quanto basta

per lasciar che parli ciò che adesso rosica.

E a raccontare allora basterebbe:

che ci fu sì l’ apparenza,

che si mossero tempeste

ma la realtà del cuore

era ben diversa e verde.