si vive tra un sì e un no

Alcune cose importanti e belle le vedi nascere, crescere, compiersi. Ne siamo parte, le possiamo, con rispetto, custodire in noi. Sentire intero il privilegio e la fortuna di conoscerle, di partecipare ad esse. 

Altre cose le troviamo già fatte, sono apparentemente immutabili, come se la bellezza lo fosse davvero e non mutasse incessabilmente dipendendo da ciascuno di noi, dalla nostra attenzione per essa, dall’amore grato che le riconosciamo. Se l’amore nascente sgorga apparentemente senza motivo, e ci prende con assoluti prima sconosciuti, se evolve con noi, con il nostro accoglierlo e fidarsi di lui oppure si deprime nelle negazioni, nel mettere limiti, fino a estinguersi lasciando quel senso di assoluto perduto che segna le vite, ciò che già esiste ha bisogno d’essere riconosciuto.

Per questo quando torniamo nello stesso luogo amato, lo troviamo mutato, le cose non sono al loro posto, qualcosa è cresciuto, altro è cambiato di posto, attorno cose che prima non c’erano, si sono aggiunte. Ciò che si è negato allora forse era un’attenzione particolare e a quella non c’è rimedio.

L’armonia del ricordo si è rotta, sappiamo che i ricordi non raccontano mai la verità, i rimorsi invece si. Allora bisogna decidere se ripetere diversamente l’errore oppure costruire qualcosa di nuovo che generi una bellezza sconosciuta. In fondo le scelte hanno sempre una grammatica binaria, eppure si cercano compromessi nella zona grigia. Si vive a volte pienamente e spesso a mezzo, basterebbe avere coscienza dell’importanza dei no.

 

 

 

poteri futili

‌I poteri futili li ritrovi ogni mattina, stanno in agguato, ti sorvegliano pronti a ricordarti ogni malefatta, anche la mediocre fatta, e pure la bene fatta, però non concordata con chi pensa di avere il potere.

I poteri futili hanno l’incoercibile forza delle abitudini e delle ciabatte, dopo un po’ tendono a puzzare ma il loro distacco è sempre troppo lungo rispetto alla necessità. Basterebbe Ikea per risolvere il problema, delle ciabatte e forse questa non è un’ utilità da poco però sulle abitudini Ikea fa poco oltre a riempirti di candele.

I poteri futili sono come i modi di dire, non hanno una ragione, e basterebbe una scrollata di spalle per liberarsene, ma sono così comodi per riempire i vuoti del ragionamento… Hanno la quasi forza di una scusa mediocre, si possono usare per qualsiasi situazione basta cambiare il soggetto. A volte anche il verbo. Con l’età diventano mappe di google, la stessa fissità dell’attimo, gli stessi percorsi, la stessa voce sintetica. Che magari sintetica non è, però è sottopagata e deve pure ostentare la sicurezza di chi sa: fai come vuoi ma alla fine sono la tua unica sicurezza. 

Fate un esperimento, liberatevi dal consiglio di un potere futile, diteglielo che è vecchio, senza amore, immotivato, privo di logica e soprattutto un dannato moralista. Sembrerà sparire ma la mattina dopo lo ritroverete intatto e con quel sorriso che colpevolizza ogni deviazione, così anche i dubbi che avevate  pazientemente smontato torneranno in massa, allegri e vocianti: e se in fondo avesse avuto una qualche ragione? Eccolo il potere futile che emerge e sommerge, solo un nuovo potere futile caccia il vecchio, ricordatelo e lavorate.

settembre

Anche i giorni pieni, guardati in filigrana mentre stai steso sul divano e osservi quella crepa sul soffitto, hanno un senso strano, un essere coperti di qualcosa dove sotto l’apparenza si nasconde un’irrequietezza, un pezzo che manca e che non ha nome. Ci sono giorni vuoti e giorni pieni che stranamente s’assomigliano, ci sono tempi in cui ciò che ti spinge non è mai abbastanza e sono quelli in cui esce un equilibrio inusitato fatto di corse e di arresti improvvisi, e scopri che entrambi sono felici. Dovremmo lavorare in noi per costruire quei tempi, così imprevedibili eppure vivi , lì come settembre che è una stagione e il suo contrario, un ritorno che è già desiderio di partire e cosi la vita si moltiplica e risplende.

 

a braccia aperte

È finita sotto i portici del salone, con i tavoli di cibo etnico che ancora distribuivano. Con larghezza, senza chiedere nulla e badando a sfamare quanti più possibile. C’erano molti visi che di solito si ignorano in piazza stasera, bambini, mamme, giovani e non pochi vecchi.
I discorsi sono stati parchi di parole, ricchi di testimonianze. Damilano ha ringraziato più volte, credo fosse anche perché coglieva bene il ripetersi di un piazza piena e degli undici anni in cui la città si apre. Accoglie ‎ non fa domande, ma offre. E chi mangiava assieme erano moltissimi, con quella fame che è insieme bisogno di calore, di tenerezza, di comprensione. Non c’erano i buoni, e neppure i cattivi, c’erano i bisogni e una risposta possibile. Senza paura, il sovrappiù diviso. E quando è cominciato a piovere fitto, ancora le file ordinate hanno preso cibo aprendo gli ombrelli, tirando su un cappuccio, mangiando in piedi in mezzo agli altri sotto i portici e parlando. Non del tempo, ma della vita: tu da dove vieni? Da quanto sei qui? E le lingue si sono intrecciare ridendo, perché c’era chi aveva bisogno da tempo di sentire le parole di casa. E di spiegarle a chi era vicino. Il gruppo che doveva suonare sul palco si è rifugiato sotto allo slargo che attraversa il salone, solo unplugged e le canzoni di un tempo in cui pareva che il mondo mutasse tra le dita si sono susseguiti. C’era molta pioggia, molte persone che lavoravano volentieri e molti sorrisi. Una magnifica serata.

sempre i chierici tradiscono

Tiepidume d’intelletto e fuga
come calor d’alcova di domande irto,
solo dopo il piacere ottenuto e consumato.
Non c’è forse molta superbia nel pensare,
nella convinzione d’esser soli nel suo adeguato farsi,
nel sentire il momento che urge e il suo lavorare in punta di coltello.
Consci di momenti che saranno storia o ricordo,
poco importa, ma per questo inani
o persi nel caldo futile del bastarsi
di propria ragione che non ascolta,
non tace, non parla abbastanza per paura di non esser compresa,
e si chiude,
in attesa che qualcuno, o qualcosa, liberi,
lo spirito che ha paura.
Mentre è paura di fare ciò che è giusto, solo paura

Inchiostri che sbiadiscono

 

Scrivo con inchiostri che sbiadiscono. Come i ricordi, i pensieri che non si tengono, le amicizie stinte dalla lontananza. È stato naturale farlo, cioè senza ricerca o fatica. Cosa conserviamo di ciò che siamo, cosa raccontiamo agli altri che dica ciò che conta? Assomigliarsi sempre, rispettare l’avversario che ci accompagna, capire ciò che oggi conta e conterà domani. Il passato e le parole per dirlo sbiadiscono ma non se ne vanno, lievitano e germinano nuovi fiori.

le sei e mezza della sera

Le sei e mezza, l’ora in cui non bisogna chiedere troppo al caso,
e lasciare che la sera accada con il suo carico di malinconie verticali
che s’inerpicano nella notte plastica,
a generare il caos dentro sé.
Consci che è ben più facile l’ordine,
e il compensare anziché sottrarre il tempo
per generare vuoto da riempire di nuovo.
E su tutto spargere silenzio e rumore bianco
come fosse sale per tacitare il cuore,
con un bruciore che non è dolore,
non ancora, almeno
a zittire Il non fatto, il perduto, lo scordato recente e quello antico
che emerge come un conàto di passato,
di delusione,
di speranza prima smussata e poi spezzata,
ed ora cos’è questo brulicare? Un nulla che s’avvolge,
molla carica che minaccia e non lascia spazio al nuovo.
 Un nulla che non è natura,
obesa di meraviglie e sorprese,
che rasserena e mette un dito verticale sulle tue labbra
intimando la notte, il sonno, i sogni e il risveglio poi, nel giorno nuovo.

parlando di lavoro

Parlare di lavoro oggi quando esso ci è mutato  tra le mani e la capacità di capirlo costringe a rincorrere i dati più che quello che di esso contengono, è arduo. Anzi confermato la diarchia tra concretezza e realtà raccontata con la conseguenza di astrarre dalla realtà vissuta e rifugiarci in mondi possibili ed economie alternative che che per la loro difficoltà diventano di immane concretezza realizzativa. Bisogna diffidare dalle proposizioni che iniziano con ” sarebbe facile” perché implicano una volontà univoca e collettiva che raramente esiste in natura se non come la conseguenza di catastrofi già avvenute.  Deaglio dice che bisogna partire dal lavoro com’è diventato oggi e su questa realtà esercitare una comprensione e una guida che lo muti o almeno ne attenui gli effetti più impattanti in termini di precarietà. Ad esempio se la competenza di chi lavora nei settori di successo diventa rapidamente obsoleta, bisogna avere percorsi pagati di formazione continua che siano a carico di chi lucra su queste forme di innovazione modale e questa formazione dovrebbe diventare una componente del ciclo lavorativo.

Portare il sostegno a chi perde il lavoro non anticipando la pensionea ridotta o il non lavoro assistito ma avviandolo verso un nuovo lavoro dovrebbe essere la caratteristica assistenziale di questo mercato mutato che non si basa più sul lavoro fisso e la competenza acquisita. Cambiare in questo modo il mercato tra domanda e offerta di lavoro non può prescindere dalla constatazione che gran parte di esso è ormai concentrato nei servizi e che la manifattura in Italia produce un quarto del PIL concentrandosi in lavorazioni meno complicate, avendo colpevolmente perduto la chimica, la costruzione di treni e di aerei ed ora, quella di auto di massa.
Tutto questo e molto d’altro giustificherebbe una comprensione della situazione in cui versa il lavoro e un intervento da parte dello stato che progetti un nuovo futuro e non lo subisca. Difficile che lo faccia un solo Stato con successo, ma è più semplice se diventa un problema europeo.

Quello di cui non si parla spesso è se il lavoro, anche quando c’è, sia sufficiente nella sua retribuzione per assicurare un’ esistenza libera e decorosa. Oggi questo non avviene, se non in parte,e segmenta la parte più attiva della popolazione tra chi ha troppo (una minoranza)h e chi ha troppo poco.
Troppo o poco rispetto a una società che impone livelli di consumo insostenibili per l’ambiente e per chi acquista, funzionali a una produzione globalizzata che comunque retribuisce troppo poco gran parte del lavoro che impiega impedendogli di acquistare ciò che produce. Una via d’uscita sarebbe quella di aumentare costantemente il valore intrinseco di ciò che si produce attraverso la ricerca e l’innovazione, ma questo è il settore in cui l’Italia spende meno. Altra consapevolezza da acquisire sarebbe quella che il lavoro senza limite, a cui viene soggetto chi ha un contratto precario e non solo, isola ulteriormente la persona dal contesto lavorativo e sociale. Questi non diviene parte di un gruppo che produce qualcosa di cui sentirsi protagonista ma è solo un fornitore senza identità collettiva. Questa parcellizzazione della persona, che segue le tante altre presenti nella società della realtà digitale, impedisce una crescita comune.

Si guarda il PIL ovvero quanti beni e servizi vengono prodotti ma non la società che li produce e così una nazione di schiavi potrebbe avere un pil elevato ma nessun diritto per chi lo ha prodotto. Ebbene una nazione di schiavi ha ancora la possibilità di un senso collettivo dell’identità derivante da una funzione comune, può socializzare l’ingiustizia e il sopruso e ribellarsi, una nazione di individui virtualmente liberi, in competizione tra loro, con retribuzioni al limite della sopravvivenza non percepisce più l’ingiustizia come fatto collettivo, anzi la ingloba nella percezione normale della realtà. Questo è il campo in cui un nuovo umanesimo dovrebbe esercitarsi e generare una visione perseguibile di cambiamento.

via da noi con noi

Un caffè di troppo,
l’ultimo sempre eccede,
così il passo s’allunga,
e la mano stringe troppo il volante.
Nell’impazienza del semaforo,
chi ci precede nella coda, rallenta,
non si capisce il motivo,
forse un pensiero, qualcosa che vorrebbe tornare,
e i secondi s’accorciano nella nostra impazienza,
nell’essere già altrove..
Perché ci lasciamo accadere tutto questo,
vivendo vite senza traccia,
la fretta non lascia, né sugo né ricordo.
C’è stato un tempo bambino
in cui lenta e pensata era la vita,
e così bella,
eppure non ce ne siamo accorti,
anche ora accade, mentre fugge
via da noi con noi.

sordità lievi e profonde

Il mio udito l’ho dissipato senza pensarci molto negli ambienti di lavoro. Non tutto  l’udito, ma le frequenze medie ossia quelle tra i 4000 e i 5000 hz hanno un discreto baratro che si allarga. Si sarebbe potuta ottenere una pensione, forse, ma avrebbero dovuto pensionarci tutti perché tutti vivevamo 8  ore al giorno in piccoli ambienti con 80 db di rumore. Eppure da noi si frequentava il nuovo, le tecnologie di punta, però erano gli albori di un’informatica, meccanica e rumorosa, dalle perforatrici alle stampanti che allora era meraviglia oggi preistoria.

Ci si riusciva a concentrare, incuranti dei rumori, cercando un baco del programma nei tabulati, poggiati su una memoria di massa che vibrava. Una pignatta di 7 o 9 dischi sovrapposti che ruotava ad alta velocità e si faceva accarezzare dalle testine che leggevano tracce magnetiche e forse si facevano il solletico con il loro muoversi preciso. Come una mano che sfiorava  la  pelle, ne uscivano brividi e dati  che si sarebbero riconbinati dentro una macchina grande come un armadio 4 stagioni. Ma intanto noi leggevamo immersi in vibrazioni e rumore, a volte distratti e presi dal fascino in quelle luci colorate che lampeggiavano testimoniando flussi.  Una circolazione senza sangue avveniva intorno a noi, ricca di vita strana, di azioni, di prodotti finali puntuali e preziosi.
Dalle perforatrici alle stampanti ad aghi o a tamburo c’era una filiera in cui l’uomo contava e al tempo stesso era a servizio. Sacerdoti con riti e dogmi e forse questo essere parte di qualcosa che nasceva non faceva badare troppo al rumore.
L’ esame audiometrico e il tendere l’orecchio confermava quelle piccole carenze, poi c’era il ripetere le parole, l’influenza crescente del rumore di fondo sull’intelleggibilità di una conversazione, di una jam session in ambienti piccoli e rumorosi. I concerti li sentivo bene, anche adesso li sento senza problemi, ma era il sovrapporsi dei piani sonori che diventava più arduo separare. Passavano gli anni e alle dissipazioni venivano aggiunti insulti. Uno, ma non fu l’unico, lo portò una compagnia aerea che pressurizzava malamente la cabina: sbarcai con un dolore che non passava, era notte, un antidolorifico, c’era un filo di sangue sul cuscino al risveglio e un timpano se n’era andato. L’altro timpano decise di seguirlo in un viaggio successivo. Viaggiavo molto a quel tempo, tanti aerei e non sempre al massimo dell’efficienza. Fare causa, chiedere il danno? Troppo complicato e non c’era tempo.

Il medico mi ha detto che devo accertare cosa se n’è andato, che la sordità isola rende più soli. Non so se sia vero, in fondo un po’ di solitudine per esercitare meglio i sensi, l’ho sempre cercata. È la complessità che isola, l’incapacità di avere una relazione col mondo perché non lo si capisce più, ma a me interessa ancora molto chi mi è prossimo. E anche chi mi è lontano. A volte vorrei capire le ragioni profonde di ciò che mi appare irrazionale, crudele, inumano, oppure vorrei penetrare negli sguardi, nei pensieri che sento attorno e che si caricano di emozioni frustrate. La gioia è semplice da capire, anche il dolore lo è, molto più difficile capire l’indifferenza. Credo che questa si sia insinuata nei meccanismi, nella tecnologia, nei rapporti e che renda tutto più complesso, inafferrabile. È un rumore di fondo che rende sordo il cuore e l’intelligenza e viviamo immersi in esso.

La sordità deil’udito si cura, così la miopia o altro ma la sordità dell’intelligenza o la miopia di essa sembra non abbiano ausili, dipendono da noi e questo noi che diventa difficile rende davvero solo. Lo devo dire al dottore, che è questa la disfunzione su cui riflettere e agire.