Capivo allora lo sguardo assorto,
e paziente, di chi lavorava
e mutava l’anima del legno e del ferro,
i muscoli attenti a saggiare
materia animata nel tatto,
la forza e il profumo scambiati.
L’esattezza costruiva le cose
metteva nel gesto il suo senso,
allineata in un patto sequenze segrete
tra polvere, trucioli e fumo.
Scivolava la pialla,
levava l’essenza dal faggio e dal noce,
poneva l’anime diversa
nella vena del ricciolo tolto.
E profumava di sana foresta
di soli d’estate e notti trascorse,
d’umori fermentati in attesa.
Le dita accarezzavano un liscio di lama,
un biondo vestito
di pelle pronta all’incontro.
Diverso il ferro, scorza più dura,
da lima da sgrosso per l’ossido forte
curato dal fuoco,
i gesti erano lunghi
con l’odore del sangue nel naso
come dopo la caduta che batte sul viso.
Le lime e le loro grane diverse,
erano monodiare di laiche sequenze,
dal grosso allo specchio che riluceva il metallo,
perifrasi alchemica di costante anelare
dal grezzo al sublime.
Il mio giovane sentire si misurava
e coincideva tra volontà e desideri,
la teologia del fare mi giudicava,
tra minio e micrometro
portato nel ferro.
Odore di fatica e bellezza,
di pene e coscienza del limite,
nei pomeriggi d’adolescenti sudori.
Del tempo serbo ricordo, ma poco
come traccia di un amore disperso.
La piccola sapienza d’allora, è svanita,
scordata e inutile,
anche al racconto,
di quel fare non resta l’esempio
e il sapore è donato alle macchine
senz’anima e tempo.
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testarda meraviglia
In evidenza
Chiediamo a noi fatiche
per dimostrare d’essere vivi
scordando l’essere strumenti
per mani antiche,
del tempo prigioniere.
Nel nostro cielo irto di nubi,
consola la proiezione di certezze,
in esse scorgiamo parte
di ciò che dentro urla e lacera,
cosí usiamo la bellezza per affermare
mentre bisbiglia parole per mutare.
La testarda meraviglia,
che spinge innanzi il nostro agire
chiede con insistenza dolce
di tornare all’innocenza
del colore puro,
alla dolcezza d’essere
nel percorrere sincrono dei passi.
Quando passavo nella strada,
ed ero ragazzetto.
le cose chiamavano attenzione,
accendendo improvvise luci,
volevano fermarmi nel tempo loro quieto
ma io non m’accorgevo
e canticchiavo e fischiavo
con la musica che ordinava il passo
e all’improvviso lo mutava in corsa.
Di tutto questo perdermi
non ho alcun rimorso
e ciò che ho perduto, vive,
lampada accesa nel crepuscolo
di fronte al sole.
felicità diffuse
In evidenza
Tutto era movimento,
tutto era aspettativa,
i desideri confusi
sorreggevano quelli precisi,
le gambe volevano correre,
il cuore tumultuare in petto,
la bocca, cantare e ridere
nelle felicità diffuse.
Ai lati della strada, palazzi e case,
il selciato di tracheite si scaldava al sole,
liscio e grigio animale da inverno
pronto al sonno e alle carezze
delle corse lievi.
Camminar correndo
con il pensiero senza peso,
nella luce sguaiata del meriggio,
a volte con pioggia o neve
o sul ghiaccio da scivolar ridendo.
Troppo lunghe le gambe,
troppo lontano l’equilibrio,
troppo vicino il suolo
e sul corpo chiazze viola
nel freddo che ingoiava il pianto.
Pomeriggi d’inverno
che nulla attendevano,
solo il momento del tuo ritorno
e il diritto alla felicità bambina.
grigio cielo
In evidenza

Questo cielo, che piove luce grigia,
pesa sui rami spogli,
distilla gocce che bagnano le erbe
stanche di verde, di freddo,
di occhi che non vedono né curano.
Sarebbe colore di ritratto
questo grigio che si stende,
opera d’ombre e sollievo per un viso intento,
qui è il riposo della passione,
che sente la fatica del giorno
e del domani incerto.
La parentesi che spegne lo sguardo
ancora vede oltre le palpebre socchiuse
e sussurra… tregua,
perché combattere non finisce mai.
dicembre ’68
In evidenza
La città sembrava inerme,
pacifica, ma incredula
per le prime occupazioni.
All’università gli studenti
volevano toccare la libertà senza l’ossequio al potere baronale.
Bestemmie,
in un dialetto che le intercalava.
Era una città divertita o infastidita, abituata alle intemperanze giovanili,
altrove, però, nell’oscurità torbida
di rancori mai sopiti
covava uova di serpente.
Tornava il nero che mai era morto per davvero.
Arrivò la nuova violenza dalla strage di Milano,
troppo intelligente
per non essere parte d’un oscuro piano,
di quella destra che s’era esercitata
nei tentativi di rovesciare la democrazia. Ciò che sconvolse per un poco la città
e soprattutto me,
furono i nomi dei fascisti rivelati.
Quel Freda con lo studio d’avvocato
davanti alla biblioteca dove studiavo,
che beveva il caffè
dove anch’io andavo,
e poi quel Facchini,
conosciuto da ragazzo.
Abitava allora vicino a casa mia,
molto per suo conto
ma anche lui i fumetti li scambiava.
e mostrava con orgoglio
la sua abilità nel costruire radio
e nel trafficare con resistenze e condensatori.
E in quella valigeria di piazza Duomo,
s’erano comprate le cartelle per la scuola,
la borghesia, borse di lusso e le valige in pelle.
Tutto era concentrato in poco spazio,
in persone e luoghi noti,
in cognomi e in mestieri usati,
ma sembrava che oltre l’apparenza
sempre ci fosse ben altro d’importante.
Il Configliachi, l’ istituto per I ciechi,
dalle cui scale volò il bidello
era un posto come un altro,
ma lui aveva iniziato a dire
di questo nero di città.
E poi un filo ricuciva nella mente
Il rettorato ch’era saltato in aria
poco dopo un incontro con rettore, l’antifascista Opocher,
fatto con noi studenti.
Ricordo ancora le sue parole,
che citavano quelle dell’amico suo Marchesi:
neppure i fascisti furono in grado di togliere la libertà all’università,
volete farlo voi?
E noi non occupammo il Bo,
tramutando quella sera
la protesta, in un corteo.
Dopo scoppiò la bomba
e il caso evitò la strage
non la volontà di chi la pose.
Chi doveva capire non capi
e chi sapeva preparava altro.
Ricordare quegli anni è ricordare
ciò che venne poi :
Iniziava la stagione del terrore,
la paura di viaggiare sui treni
e capire che quelle uova di serpente,
quel nero, non se n’era andato mai
ma aveva figliato.
E figlia ancora,
molto più indisturbato.
La città era Padova ed era il dicembre ’68.
prima della scuola, allora
Si rincorrono soli e temporali,
come un tempo I ragazzi nei cortili,
nubi e alberi grondano acqua e luce
e la terra beve:
restituisce dove il pensiero non arriva.
Poco oltre s’elevava un bosco al cielo
nelle radure correvano fiori
e gambe prive di stanchezza,
ora la sera racchiude polle di ricordi,
il tavolo la luce, la finestra il cielo.
Prima della scuola, allora
le mie ginocchia erano strie
di polvere e di sangue,
le tue erano linde e accorte.
Accanto su una pietra antica
era così gentile la tua mano
che toglieva il sudore dalla fronte,
e il fazzoletto odorava di sapone
e casa.
Sarebbe servito al gioco, poi,
ora guardavamo il cielo
che scolpiva nubi e meraviglia.
28 giugno 1914, è sera a Karlsruhe
Il 28 giugno 1914 è domenica. Mio nonno e la sua famiglia abitano a Karlsruhe. Lui e’ un uomo giovane per noi ma già maturo nella sua epoca. Ha bei baffi neri e folti, capelli neri. Lo sguardo è fermo, deciso, con una tenerezza particolare negli occhi. Sua moglie è piccola, magra, dolce e bella, hanno due bambini, entrambi nati in Germania, uno è nato da poco, è mio padre, la sua sorellina ha due anni. E’ una famiglia felice, stanno bene economicamente, hanno una bella casa, il nonno ha un lavoro autonomo. Guardiamolo un po’ meglio. Ha da poco superato i trent’anni, ma ha parecchia vita sulle spalle. Lui e i suoi fratelli sono emigrati, pur avendo un lavoro e un piccolo patrimonio nel paese dove, da sempre, la famiglia ha vissuto. Con loro sono emigrate anche le sorelle. Sono passati per la Svizzera, fermandosi due anni assieme e poi si sono separati. Chi è rimasto in Svizzera, chi è andato in Francia, lui ha scelto di andare in Germania con la moglie, che l’ha seguito sin dal primo momento. Sono sposati da pochi anni. Lavora molto, il Toni, ma è contento di quel paese da poco unito in cui si è fermato. Pensa di stare il tempo necessario per accumulare un buon gruzzolo e poi tornare a casa, sui colli, a gestire la locanda, l’appalto dei tabacchi, rimettendo in ordine le case, i campi, e comprandone degli altri. Non è un contadino, nessuno lo è mai stato in famiglia, i terreni servono per la locanda e per l’osteria, per fare vino, un po’ di granturco, animali da cortile, ortaggi e mandorle. Abitare sui colli non è facile in quei tempi, e soprattutto dopo l’unità d’ Italia, il Veneto si è ulteriormente impoverito, per questo sono emigrati.
Di Sarajevo, di quello che è accaduto la mattina, non sa ancora nulla, lo saprà il giorno successivo. Immagino che ne avrà parlato con la nonna la sera dopo, accennando senza calcare la voce per non preoccuparla troppo. Le avrà detto che per loro non cambiava niente, che sarebbero rimasti nella loro casa di città, con i nuovi agi acquisiti e che queste vicende, loro, le hanno già vedute. Non si ricorda, la nonna, dell’uccisione di re Umberto a Monza, e dello zar in Russia? E cos’era accaduto? Nulla. E poi la Bosnia Erzegovina è già difficile da pronunciare, chissà dov’è. Sono paesi oltre il mare, agricoli, come il Montenegro, il regno da cui viene la regina d’Italia. Tutto è lontano dal Baden. L’Italia è alleata della Germania e dell’Austria, cosa può venirne di male a loro? Nulla. Hanno anche preso gli attentatori, quindi ci sarà il processo, la condanna e poi basta.
Loro hanno lavorato senza risparmiarsi, vengono da anni prosperi e felici, sono persone normali e un po’ speciali, hanno coraggio: il futuro sarà positivo.
Nei mesi successivi, già alla fine di luglio, le cose cominciarono, invece, a precipitare. All’inizio non capivano, L’Italia era ancora alleata di Germania e Austria ma non entrava in guerra. E gli italiani cominciarono a non essere più graditi. anche il lavoro era diventato più difficile, così, credo, che se fecero una ragione quando furono costretti a rimpatriare. Con due bambini piccoli, vendendo il vendibile, ritirando i risparmi. Chiudendo casa con i mobili, le cose della vita costruita con fatica e dicendo ai vicini che sarebbero ritornati. Partirono con le sole valigie, fatti salire su un treno che riattraversò la Svizzera. Questa volta non si fermarono, ma sarebbe stato meglio. Chissà cosa pensò mio nonno, probabilmente non aveva voglia di ricominciare subito e i marchi oro e le sterline erano abbastanza per tentare un’ attività al paese. Poi, in realtà, non ricominciò nulla di definitivo e quei soldi consentirono a mia nonna di essere indipendente fino al 1920. Così tornarono e dopo pochi mesi, il nonno fu chiamato alle armi, per chiudere la sua vita in una dolina sul Carso, nel ’17. Era una persona pacifica, non aveva voglia di guerra, ma qualcun altro l’aveva attirato in una trappola del presente. Quel presente che non ha futuro quando le cose vengono spinte troppo da chi non ci pensa, anzi lo vuole determinare il futuro mettendoci la volontà di onnipotenza. Mio nonno invece pensava, e sapeva, che il futuro si costruisce con la giusta lentezza, ma lui era solo maggioranza. Non contava poi così tanto. Così fu uno dei 12 milioni di morti soldati. E la bimba fu uno dei 5 milioni di morti civili, morì di spagnola nel ’19. La nonna fece il possibile, anzi molto di più. Non si curò del patrimonio, seguì i figli e poi mio padre. C’era un posto per il dolore e uno per la vita? Lei fuse tutto e conservò di mio nonno il ricordo di un uomo giovane, dolce e deciso. Ne parlava poco, ma le poche volte che questo ricordo doloroso oltrepassava le labbra, era con grande tenerezza. Lei che non si era più risposata, che aveva affrontato e ricostruito la vita dopo la dissoluzione di ciò che aveva e dei legami con i parenti. Da come l’ho conosciuta, e l’ho conosciuta e amata molto, non le importò mai delle cose perdute, non ne parlava, ma delle persone sì. Era attenta agli affetti rimasti e al nonno, del resto s’era liberata con noncuranza.
E’ il 28 giugno, è domenica, la famiglia è riunita per la cena. Dalle finestre aperte entra il caldo già estivo, le voci un po’ strane della strada, la brezza della sera. Forse mio padre piagnucola o forse dorme, la bimba gioca. Magari c’è un po’ di nostalgia ma il futuro è pieno di tenerezza come il presente. Lontano è successo qualcosa che li riguarderà, non lo sanno. Anzi credo che mia nonna non abbia mai ben collegato le cose e forse è stato bene. Lasciamoli così in una piccola grande felicità, in una domenica di giugno di centoundici anni fa.
oscurità
Quando, nella notte, il sonno si ritrae,
diviene fatica il sogno,
l’oscurità prende la ragione,
allora è forte il desiderio del giorno,
unica salvezza per discernere,
risposta se vi sia tempo alla vita.
Forte è il peso del reale,
e non è neppure la verità
ma chiede alle dita della bellezza
se ancora potranno scorrere,
meditando pensose, sugli uomini.
Se l’un l’altro potranno unire
l’unità che trabocca dal bisogno.
Sappiamo troppo del mondo,
ed è solo l’apparenza,
per sentirne il dolore vero,
la tenebra che avvolge le coscienze,
bisogna ascoltare e parole terribili vengono pronunciate: ricada su di noi il sangue,
ma siano sterminati.
Baratri d’odio vengono aperti nella luce,
odio che s’accumula ovunque,
odio che rende i corpi, le menti,
spazzatura d’umanita, negli sterpi gettata.
Odio che toglie luce,
che nega la tragedia,
odio che vorrebbe essere ragione,
odio che corrode,
che giustifica ogni crimine,
odio che uccide l’ amore che redime.
Sappiamo troppo per non provare
e capire che questo non finisce
che ci riguarda perché ci muta,
perché lacera prima le parole
e poi il silenzio.
Connivenza, disumana indifferenza.
Saremo travolti dall’odio
senza un risveglio di pietà,
senza un accendere la luce,
per guardarsi attorno,
vedendo gli affetti che respirano
che sono con noi nei sogni.
Non basta rinviare al giorno,
esso porta tempo e luce
e quanti di energia da spendere,
per fermare l’abisso,
ma vuole che ci sia argine al vuoto,
che l’odio si fermi
e venga sconfitto,
per conservare la capacità di ridere,
per amare e fare e disperdere,
ma vivere,
vivere e far vivere,
amare e insieme vivere.
pensieri confusi sull’innocenza




Tu mi parlavi di un’età dell’innocenza. Un azzerare il tempo che tira una riga tra un prima e un dopo, e l’età dell’innocenza non sembrava essere solo quella dell’equilibrio nel desiderio, la soddisfazione piena dove tutto è semplice e possibile.
Credo sia una tentazione (pensai), quella dell’innocenza, a cui non sfuggiamo mai, per un bisogno di essere stati prima dello sfiorire. Partire da un profumo greve di realtà, che è un intelligere il mondo, i rapporti tra sentimenti, le cose, cercando di scrostare vecchie morali consunte che mantengono ben occultati i modelli di una primigenia purezza.
Che fosse per l’uno o per l’altro bisogno, questa parola emergeva tra le tue ed era un sinonimo di bellezza. E la mia testa correva ad altre vite dove la purezza e la bellezza si erano fatalmente scisse in un continuo bere dalla coppa della velocità del vivere ed era un’impressione che nei tuoi confronti non avevo mai avuto.
Come cercare allora la purezza/bellezza (dissi), se non nel gesto puro, nel sentire puro, dove tutto si annulla nel rapporto tra chi sente la bellezza e l’oggetto di quella percezione. E quanto si complica tra umani tutto questo, nell’introdurre la comunicazione, lo stesso sentire che diventa una condizione del condividere nel profondo. Non esistono bellezze asimmetriche che portino alla purezza (pensai), le bellezze parziali sono sempre una copia mal riuscita e chi le vive sa che quel pezzo di sentire ha bisogno di qualcos’altro per completarsi. La bellezza si completa in noi (questo pensai), abbiamo noi il pezzo mancante che ci affranca dalla nostra condizione, ci rende altri.
Chi percepisce la bellezza non può restare uguale a prima e questo mutare lo rende fragile, inerme, consegnato all’incapacità di comunicare ciò che sente davvero.
(dissi) Forse allora la purezza di cui parlavi, era un rapporto con sé, un accogliere e portare dentro la bellezza e farsene riempire. E non sempre tutto ciò rende lieti (pensai), vedendo la tua tristezza. Però per alcuni era impossibile rinunciarvi, qualsiasi altro succedaneo sarebbe stato inferiore a ciò che si era sentito/provato. Era l’età dell’essere che doveva nascere. Quella che accanto al sentire la bellezza la faceva diventare coscienza di sé. Non è scontato essere sensibili (dissi) e spesso chi lo è, non vorrebbe esserlo, ma senza sensibilità l’essere diventa poca cosa.
Ma non bisogna scindere le cose (pensai), è necessario che il sentire e l’essere si fondano, che la bellezza, e l’acutezza del percepire diventino gesti, forza. Che capire ci renda indipendenti, perché (e questo lo dissi) la nostra purezza/bellezza non può dipendere da qualcuno, ma dev’essere nostra. Perché solo noi la completiamo. Possiamo donarla, se vogliamo, ma dev’essere nostra, una modalità del vivere con noi.
Cosa, quantomai fallace, molti pensano che l’età sia una misura del tempo, che essa deve essere riempita di cose e sentire comuni e che bisogna correre per provare il più possibile. Così nasce l’idea che l’innocenza non sia possibile e casomai un intralcio, che essa risieda in un tempo forse mai vissuto, ma di cui si conserva un ricordo.
Mettendo sempre insieme desideri e realizzazione, (pensai) pensano che questa sia la strada verso la soddisfazione e che questa coincida con equilibrio, pace interiore e bellezza e la scindono da quell’innocenza che sembra far d’impaccio.
E tutto ciò mi sembrò sbagliato, in sé povero di unione tra sentire ed essere. Come essere una cosa diventata che solidifica e non una possibilità che fluida, si attua, e muta in continuazione, e ha questo faro dell’unire il sentire e l’ essere e di farne per sé qualcosa di più alto e privo di connotati.
Puro per l’appunto. Ecco questo pensai e non lo dicevo, ascoltavo, e sapevo che non finiva mai il capire la genesi interiore che era ora povera, corrosa, realtà.
