dolce e inerme è il restare

In evidenza

Apprestarsi al meriggio,
fidando nei gesti appresi
e all’avaro pensare,
al fraintendere
che è richiesta.
Scorrono semi d’intuito,
scintille che non appiccano fuochi,
e anelano aria pulita,
come la mano che sente dell’acqua la carezza
ne scioglie gl’innumeri fili.
È così l’aria che di noi serba impronta
e mescola allegra ignare persone,
e non conosce la direzione del caso
ma avvolge di refoli tiepidi la pelle,
il viso, il corpo che l’accoglienza indiscreta.
Così è la luce, e il sospendere la penna sul foglio,
aspettando che la parola si colmi,
mentre è il senso che riempie
e ferma ogni tempo,
lo confonde, lo quieta.
Dolce e inerme, è il restare,
sospesi e inconclusi
come ogni buono che ci attende.

hai…

In evidenza

Chiusa la porta
ora l’aria è una lama che sfugge,
la luce batte sui vetri, 
sgomita, apre varchi, 
chiede alle probabilità,
che gli occhi socchiudono,
che il sogno inizi. 
Là dove il verde si guarda
e s’intenerisce di sé 
chiedi a chi tiene conto,
dei fili dell’erba, 
d’ogni orma passata, 
del volo in ogni sua specie. 
Vedi come scava la luce nei muri, 
cogli l’ombra dei passi 
che addolcisce la pietra, 
E senti del cuore gli inciampi, 
il canto sommesso delle cose in disparte, 
e il dire tuo, nel pensiero che esita,
diviene cura eccessiva del gesto,
sino al sospiro che ammutolisce. 
Immagino la penombra, 
il rumore della quiete 
e l’offerta che sceglie, 
dal senso la forma del dirlo,
accosti il sentire
come fosse colore
e dissona o converge
del tutto la piena armonia.

le parole si accolgono prima di capire

In evidenza

Le parole sono imprecisioni del sentire che attende di capire.
Noi che innocenti diciamo siamo i mediatori dell’attesa.
So che non è risposta al percorrere il profondo,
ma così il pensiero corre libero
fino ad inciampare in una riflessione
che fa ciò che deve
e si sofferma e guarda la nuova luce generosa.
Poi dirà qualcosa fuori tema a sé,
le cose migliori nascono dalla fatica del niente
dalla mente che ascolta e accoglie senza chiedere.

pomeriggio di novembre

In evidenza

È così raro tenere il filo dei ricordi senza tempo,
cucirli d’ordinato andare
mentre gli occhi s’alzano verso il vetro e il cielo.
Dolce è passare il dorso della mano,
e scrivere immemori il vapore,
presi dalla trama delle gocce
che corrono e cancellano la storia.
Pomeriggio d’autunno di cui amare il calore immoto,
è tenera la penombra della quiete prima della lampada,
che rammenta il segno d’un rumore antico.
Il pensiero annusa il tempo
e taglia il cotone con forbice affilata,
attento al gesso dei confini,
per cucire una sorpresa stata.
Come voce nel teatro vuoto,
nella casa dagli accostati scuri,
la notte entra staffilando la residua luce,
il credo dell’amare
è rimasto a guardia del sentire.

uomini e case 1

In evidenza

La porta a due battenti, le due palme, il viale
sassi bianchi di torrente,
sono ingresso alla vita che si srotola,
corsia di fatti, trama e ordito.
Una foto color seppia ritrae la casa,
l’ uomo al centro stringe una borsa
come l’urgenza che lo chiama ad andar via,
ai suoi lati moglie e figli.
sorridono stupiti per la fotografia.
I pensieri si sono rappresi allora
e se anche il loro tempo si sforza
non potrà tornare.

La casa del dottore aveva una porta ad arco,
due finestre ovali ai lati,
un viale di sassi bianchi arrotondati dall’acqua di un torrente,
due alte palme si guardavano prima del selciato,
tappeto prima della casa,
era di trachite grigia a rettangoli spaziosi,
aveva accolto giochi e tavoli d’estate,
timidezze prima del bussare,
occhi bassi e sorrisi al cielo
nell’andare.

Al dottore nel 1927 la bicicletta
fu rubata, mentre di notte
aiutava un parto complicato.
Tra luci fioche la vita faticava a uscire,
e lui ragionava, cercava soluzioni
nell’ arte appresa mai per ciascuno eguale.
Infine tutti erano immersi nel sudore
la mamma, il bimbo appena nato, il dottore.
Del furto parlarono I giornali,
ma non dissero ch’era tornato
a piedi nella nebbia,
tra capezzagne e fossi,
nel buio Il cappello grigio era ben calcato.
Più della pioggia, i pensieri, la soddisfazione,
dai salici il viso carezzato,
con la borsa stretta in mano,
nella notte vagava tra campagna e case.
Cercava il ricordo d’una strada
e ancora udiva del nuovo nato il pianto
stretto alla camicia di mamma
come la sua madida di sorriso
e bianco.

Tornava spesso tardi,
dalla casa, sul sasso bianco di torrente,
si sentiva il passo,
nella notte sempre atteso e stanco.


La casa ora resta sola,
dopo la tangenziale,
isola tra case,
e dietro il muro di mattoni,
c’è il piccolo viale,
tondi sassi di torrente,
due palme e un selciato,
sulla porta nessun nome,
solo la foto color seppia
a ricordare che molto era dovuto
a chi qui era vissuto.

bisogno di quiete

In evidenza

Perché scrivere pessime poesie,
se non per dirsi che si vive,
che si sente nel rumore del mondo
ancora l’uomo e la sua cura.
E attorno, guardando,
preziosa è la pace del colore senza tempo,
del suono d’acqua sulla riva
che afferra e si ritrae.
Lo sguardo scioglie sé nell’infinito
ed è finalmente piccola cosa
senza pretese e ordine,
vibrazione quieta d’universo
che il suo posto e luogo
sente e vive.
È allora che la speranza incredula
emerge e attinge al buono
senza nome o dimensione,
senza cinico rifiuto
della grammatica realtà,
e delle sue terribili parole
mutate in ferocia e sangue
e rovine e terra
e pianto.
Dire bimbo o donna o vecchio è già dolore
e nel sentire la violenza nasce l’agire,
il disgusto per ciò che piega le menti
oltre la maledizione di Caino.
Si scontra in me la realtà
nel dilaniarsi d’ogni comprensione
col bisogno d’una quiete
dove l’animo si posi,
e poi riprenda la paziente lotta.

la giovinezza non finisce mai

In evidenza

Forse perché la giovinezza non finisce mai
il tempo scorre, ma amico a noi rallenta,
e trascina nel vivere tristezze e gioie
che sgorgano in progetti
e incauti entusiasmi,
così si vedono le giornate che aggiungono e poi tolgono,
mai banali per davvero,
mai prive d’un colore, d’uno sguardo che stupisce e allegra,
ed è scoperta d’un vivere
in cui v’è posto per diversa attenzione
e meraviglia.
In questo vivere gli anni,
come costruzione
e attendere ch’essi donino cura,
s’anima la speranza dell’amore.
Sentire di cui si sa molto e nulla,
oggetto per timido timore
d’infingimenti e oneste ritrosie,
ma vitale e vivo, come usa la perfezione senza pretese,
ch’è finestra felice aperta all’aria.
E anche quando l’impalpabile è freddo
Il desiderio alla limpidezza muove gli occhi,
dice che tutto è difficile e promette,
ma che anche il bianco e nero
è così ricco e profondo di colore.

https://youtu.be/GW1bda-Mp_w?si=y8Mn0Rq5-GPTba-N

a sera d’ottobre

In evidenza

Certe sere sto zitto,
guardo l’ombra che si prende l’erba,
mentre l’anima scrolla il peso
del puledro che vuol correre da solo.
Il cielo distilla acqua mescolata a luce,
la dosa sulle foglie,
in gocce la rapprende,
e lo sguardo vede gli attimi di tempo
che scivolano nell’erba.
Libero è il pensiero,
dolce entra nel ricordo,
che mai è lo stesso,
ma nel piatto non muta la pesata.
L’erba, a volte la luce riflette,
altre l’accoglie e la trattiene
così d’ottobre s’affolla ciò che è stato
e si riordina in ciò che innanzi viene.
Star zitto è bisogno di rispetto e quiete,
assomiglia al gatto sazio
e al suo riposo che non chiede.
Verrà la stagion che viene
più lenta, forte,
chiara e gentile a noi
e ciò ch’è stato in essa spero
sia fertile seme.

.

si sta così bene qui

In evidenza

La sera ghermisce luce e case,
spinge il pensiero dentro bozzoli sicuri,
è l’aria che distrae,
sceglie colori,
coglie attese,
mette improvvisa fretta a gambe e auto.
Nella luce che traccia grumi d’ombra
c’è un riposo del sentire fatto di garza,
pronto a rapprendere in parole,
e sorrisi, e dita che sfiorano le dita.
Parla il tempo con la luce,
ora è foglie e cioccolata,
sussurri ritmati dai cucchiaini nelle tazze,
occhi che cercano,
e la voglia che la notte non porti altrove.
Si sta così bene qui,
tra luci gialle e voci sovrapposte,
si sta bene nel pensiero traboccato,
spanto sui tavolini come sentire.
Immersi in luci che sembrano riflessi
le parole ancora taciute,
sono calde di azzardo e timidezza.
Gli occhi s’alzano,
benedicono la stagione del tepore,
guardano nella via
dove scorrono auto e gambe veloci,
e s’intrecciano I destini
evocati dai portoni aperti con intenzione.
Sopra la città una cupola di luci
tiene assieme ciò che non si conosce
con i sentieri dei corpi e dei pensieri.
Scie scrivono ovunque,
il desiderio di non essere
mai davvero soli.

il vero si nasconde

In evidenza

I gesti che si ripetevano erano aria smossa
che subito si ricomponeva,
ma serbava memoria
come accade alle cose e ai suoni.
Gli anni chiedono dell’amore,
delle sue occasioni,
a chi accumula tenerezze e malinconia,
e ne tesse abiti per la notte
quando gli occhi guardano il soffitto
e i minuscoli chiarori sembrano lampade
che rivelano il senso di ciò che è stato.
Nelle stanze, sulle pareti
e nelle parole che piano si rincorrono
stanno viottoli nell’erba,
strade senza pretesa che conducono lontano,
vicino è tutto ciò che è pace
nel cuore inquieto il vero si nasconde
ma interroga e conta le albe passate.
e i giorni e le vie percorse,
tra pietre divelte dalla furia del nuovo.
Sui muri il segno aggiusta
l’inquietudine di tante proteste,
e il luogo dove tornare
ha perduto le tracce dei colpi di tosse,
gli scalini scavati,
il profumo di caldo e di cibo, la sera.
Il passo ha il presente e il futuro
e i particolari s’affollano,
vociano e mostrano istantanee
su cui scorre il pensiero
e morde l’assenza.

.