ah l’amore

Il cielo non è per tutti, neppure il trasalire per amore lo è spesso. Gli anni fanno cadere i sogni a chi vuol essere vecchio, ma per chi non smette di vivere l’emozione del sentire che è diversa da quella del provare. A questo serve una mano nella mano, la dolcezza dello star svegli guardando un buio che s’illumina di pensieri che hanno un indirizzo e un nome. È bello che sia così la vita.

L’ autunno amoroso si scalda in sciarpe colorate,
è il rosso che confonde le guance e alimenta il cuore?
Oppure è il cucchiaino che s’avvolge pensoso nella tazzina:
è pensiero che indugia,
l’abbraccio che non si stacca,
la dolcezza che segue nella sera
e risveglia la mattina.
Non finisce e penetra nei sogni
con foglie che vorticano,
cieli che si perdono, in silenzi infiniti di dolcezza.

 

le ragioni dell’albero

Chi mena il can per l’aia pensa e non rincorre; distrattamente segue e attentamente pensa. Poco vede, l’attenzione è altrove persa: perdere un filo, un pensiero denso, una silloge che mai si ripeterà uguale è il senso del tenere ben stretto a sé il pensiero. E il cane corre attorno, l’han portato fuori, e vuole, pretende qualcosa che conosce. Un osso, una palla sgonfia, un bastone mezzo morso. Poi si ferma, il cane, spruzza d’orina puzzolente un albero, e riparte mentre il pensiero neppure lo nota. Oppure se lo fa sorride. E nessuno difende le ragioni dell’albero che per altro è nato e altro dona senza chiedere d’uscire o correre o riportar la palla.

Solo un aia di mattoni senza grano, è la scena. Un uscio, dei vasi un po’ sbeccati, qualche dalia sparsa, il muro con l’intonaco che sgrana. Ridosso a una finestra delle rose punterebbero alla grondaia, ma ogni anno qualcuno le castiga. Cura d’altri e il pensiero prosegue mentre il cane ora corre per cerchi più larghi come fosse in festa. Forse anche lui ha un pensiero, si rafferma, guarda perplesso, e poi riprende corsa e attesa. Perché si può correre aspettando, ma queste sono cose che lui solo sa.

se

Se pensare alle cose accadute, alle decisioni prese e a quelle subite, servisse a ripassare la vita ed estrarne il meglio, allora quello che è stato accantonato e poi coperto di sabbia riemergerebbe. E servirebbe per parlarci di più, per guardarci negli occhi, anche in video chiamata. Se questo vederci servisse per verificare se il desiderio era tale oppure una foglia di fico, e se quanto ne è venuto dopo era reversibile oppure definitivo. E se fosse tutto questo rivedere che porta verso la domanda: era questa la vita che avrei voluto? Ma visto che la vita vissuta è comunque avvenuta adesso come la cambio?

Allora si capisce se quell’approssimarsi con fatica per capire davvero chi si era e che ha generato tutto questo costruire e disfare non è stato inutile. Perché è questa la genesi del nuovo che c’è dentro di noi, e davanti alla consapevolezza che si fa strada, persino la paura di essere davvero ciò che si è, scapperebbe a gambe levate.


le cose si esauriscono

Quando si fa fatica a dirsi qualcosa interessante, quando le cose scambiate diventano rito e abitudine e non portano allegria, quando finisce la curiosità reciproca, allora si è già accumulato nel rapporto uno strato di polvere grassa, quella che appiccica e non si toglie soffiando. È questa polvere che dapprima annebbia e poi oscura la superficie, spingendo in basso desideri, curiosità, pensieri da scambiare. Spesso si cerca altrove un senso all’eccezionale che fa parte delle vite. Oppure non lo si cerca neanche più, per stanchezza e mancanza di coraggio, e allora bastano le manie che incrementano i silenzi, i piccoli mondi solitari che sviluppano culture compensative che non vengono più scambiate.

Il disinteresse non si decide, lo si lascia, dapprima inconsapevolmente, dilagare, prendere il posto della curiosità e lo si fa diventare giudizio senz’allegria. Così accade anche alle idee che abbiamo amato, agli dei che abbiamo contribuito a far cadere, vengono sostituiti con nuove convinzioni che però non attecchiscono nel profondo e non generano nuovi entusiasmi: la disillusione confina e impoverisce il futuro quando non è passione vera.

Questo è un problema che riguarda chi lo avverte, ed è fatto di attenzione verso l’altro e di campanelli d’allarme. E solo noi possiamo risolverlo, sentendolo in agguato e sapendo che nulla fa più disastri, e male, del disinteresse. Anche a chi lo prova. Ci sono modi di pensare che vengono detti o anche taciuti e trasformati in azioni: se non ricevo attenzione allora non mi merita. Non comunica, attenderò che gli passi. Si lascia la mossa all’altro e si pensa che intanto non accada nulla. E invece accade, sta accadendo e sarebbe bene che fosse detto. Per chiarezza, verità, ma anche per capire se questa condizione può mutare. 

Oppure non interessa più che accada qualcosa e questa in fondo sarebbe la cosa più onesta da dire, ma quando succede ormai tutto si è sfilacciato, rotto e rimettere assieme le sintonie è una fantasia che ci si racconta. Come quella di chi si ritrova dopo anni di lontananza e dice che sembra di essersi appena lasciati. Non è vero, il tempo e la vita sono passati e le persone sono mutate, così quello che si riallaccia è qualcosa che omette e sostituisce la vita intercorsa con una fantasia di essa, e in realtà comincia da capo. Per fortuna è così perché altrimenti si riprenderebbe da ciò che ha rotto l’interesse reciproco.

È naturale che tutto ciò avvenga, ed è naturale che ci sia un processo dinamico che tiene assieme le persone, le idee e le cose, sono le convenzioni, le regole sociali, il codice civile che si preoccupano di rendere stabili le vite ipotetiche, ma noi viviamo e cresciamo non perché c’è una norma o una riprovazione sociale, bensì in forza di interesse, passione e amore. Emozioni e sentire che sono forti ed esigono impegno, sincerità e fatica. Forse basterebbe impararlo sin da piccoli e sapere che stare assieme è un’arte e un impegno, non un obbligo.

 

scrivo molto

Scrivo molto. Non come vorrei, né quanto vorrei. Mi piacerebbe che lo scrivere fosse la mia principale occupazione, ma non può essere così, e allora è fatto di ritagli, di fogli che svolazzano, di agende, di pensieri affidati al notes dello smartphone. Scritti, dimenticati, ripresi, ritornati, scomparsi. Pensavo che un blog fosse un modo per trovare persone che hanno lo stesso interesse, che scavano dalle loro parti e confrontano ciò che trovano. Un tempo lo era ora non è più così. Nel mio blog vengono pochissimi amici affezionati. Spesso mi piacerebbe sapere di più di loro. Chiedergli come vivono, come stanno davvero, parlare di impressioni, esperienze, vite. Poi mi rendo conto che questo mondo troppo spesso avvicina in modo strano il sentire ed è raro lo scambio.

Mi accorgo anche che altri passano per curiosità e scompaiono. Credo sia destino di chi scrive non sapere nulla di chi lo legge. Quali interessi suscita. Perché si è interrotta una lettura o cosa si è pensato di un raccontare che sembrava svagato. Sembra spesso un discorso che avviene in un solo senso. Per dare misura delle storie virtuali basterebbe pubblicare i whatsapp o gli sms che si susseguono. Qualcuno l’ha già fatto e ci ha ricavato due o tre libri, ma è un parlare diverso che sempre chiede e dice come si sta, cosa si pensa. E’ il momento e ad esso manca qualcosa: il contorno e la profondità. Manca il divagare, la confidenza di un’amica, il pensiero malinconico che non lascia, il particolare di una chiesa che non sarà mai vista da chi legge eppure ha suscitato curiosità. Come del raccontare il sudore d’una notte d’estate, o il canto dell’allodola prima che filtri la luce dalle imposte socchiuse, il sogno dal quale si è appena usciti, il rumore sommesso che arriva da una finestra vicina con sospiri e rumori d’amore. Tutto questo si può raccontare ma non racchiudere in poche parole.

Scrivere è un bisogno, un peso immateriale positivo che equilibra l’anima. Scrivere è essere ciò che si è, un gomitolo di aspirazioni, di ricordi, di attese, di delusioni e felicità improvvise. Dalla vita con il suo filo che corre ne è uscita una palla, un gomitolo con cui qualche gatto gioca e sembra fingere di capire.

In realtà continuerò a scrivere anche se non so che ruolo abbia nella mia vita. Nel gioco della psicanalisi ad un certo punto mi sono accorto di aver compreso parecchio di me. Potevo allineare tutte le manchevolezze, sapere da cosa si erano originate, ripescare gli incontri che mi avevano impaurito, cambiato, e quelli che mi avevano reso quasi felice. Ho visto l’origine profonda e quella banale di alcune malinconie, ho intravvisto il sauro che dorme dentro, dove si arriva a fatica e mai senza pagare pegno. Ho interpretato sogni, cambiato qualche piccolo atteggiamento e infine mi sono accorto che all’analista non avevo più nulla da dire perché parallelamente era andato avanti un discorso sulla carta che si era originato ben prima e che continuava per suo conto a interpretare, cercare, mettere in fila. Ci siamo salutati neanche tanto bene, voleva continuassi, ma non avevo più nulla da offrire che mi desse un senso differente ed era una consapevolezza profonda, come quella del non dare consigli, del considerare che i pesi si portano da soli e si lasciano nel giusto posto . Per me quel posto era la pagina, la penna, le parole che si formavano e venivano da una fonte comune che si era arricchita per strada, ma era sempre quella. Quella fonte ero io. Con tutte le emozioni raccontabili e non dicibili, con le manie piccole e grandi, le paure e gli scatti improvvisi di felicità. Ero io nel momento in cui camminavo senza meta facendo le stesse strade, nei pensieri che avevano il ritmo del passo, nei desideri e nelle delusioni. Ero io negli errori piccoli e grandi commessi, nel senso di fallimento rispetto alle grandi attese. Ero io che mi perdevo e che accettavo ciò che mi sembrava grande e alto, tanto da farne un pensiero che poi lo portava a terra e lo rendeva comprensibile, fattibile. Ero io che mi cercavo nell’inutile perseguito con acribia determinazione.

In questi giorni ascoltavo la lettura della Coscienza di Zeno e pensavo che il flusso ininterrotto di pensieri, con cui vedeva la vita mettendoci la giusta ironia, non gli toglieva la necessità di raccontare il sentire e così faceva Grace Paley nei suoi racconti in cui si guardava vivere. Di questi esempi ce n’erano a migliaia e tutti avevano scritto per una necessità che precedeva il bisogno di avere lettori, di sentirsi bravi e che quella fonte, di cui parlavo e che tutti abbiamo, si disseccava solo quando si era inutili a sé. Per questo ancora scrivo e continuerò a farlo, non per i lettori che vorrei mi parlassero ma per quella solitudine del parlar dentro che viene compensata o da qualche persona che arriva al cuore e non ha bisogno di bussare oppure dal far uscire le parole che dicono come e cosa si è. Parole come sangue che fluisce e circola in un corpo più grande, un dentro e fuori di se stessi che è l’abbraccio che posso dare a me stesso e al mondo.

(302) Vivaldi – Dixit Dominus (RV 594) – YouTube

 

la dimensione delle cose

Stavo a mezzo tra smartphone e soffitto, aspettando che finisse la magnetoterapia. Farsi una incrinatura al piede di questi tempi non è una grande idea, farla in casa dando una pedata a un gradino ancora meno. E non passa, passano i giorni e lei resta lì a impedire di camminare oltre il necessario. Basta attendere e quello facevo cercando di resistere al sonno. C’è stato un tempo, pensavo, in cui le cose in cui si credeva erano così importanti da soverchiare le analisi, persino la realtà. Soverchiare è una bella parola, che muta in sovescio nella pratica agricola dei terreni poveri e la si fa facendo interrare le piante e il materiale organico nel terreno così da arricchirne la parte organica. Soverchio è il troppo, quello che prende il sopravvento, nel far nascere il nuovo diventa il necessario. Così accadeva a noi che eravamo presi dall’ideale e lo facevamo prevalere. E questo fruttificava, generava coesione, faceva fare fatiche altrimenti evitate, ci appiccicava finché diventavamo noi ed eravamo una forza che credeva e praticava una strategia per raggiungere un fine.  

Così pensavo mentre affluivano altri pensieri su un adesso che è fatto di legami labili, di ideali abbattuti e di progetti che magari sono condivisi all’inizio e generano un entusiasmo come si fosse tornati a quel noi che fa sentire più forti e distingue, ma poi ci si accorge che nel carretto non tutti spingono. Anzi è diventato un carro di Tespi e c’è la rappresentazione che va su un canovaccio, dove il puparo fa tutte le voci e i pupi si adattano dapprima e poi anziché ribellarsi se ne vanno. In fondo è la rappresentazione del potere che va in scena e chi di lo prende, lo esercita. Racconta che è quanto può fare, ma gli altri intanto, quelli che avevano messo assieme, il progetto, il programma, diventano sempre più sbiaditi. Il progetto viene corretto con il pennarello sottile dapprima e con quello grosso, che cancella e poi,non nasce. Non c’è nessun sovescio e ciò che cresce è stentato mentre grande è la delusione. Ma è questa, pensavo, la dimensione delle cose oppure è l’eterno scarto tra desiderio e soddisfazione quando il primo è in realtà grande, comprensivo di molto e di molti e la sua realtà molto più piccola? Sulla dimensione delle cose ci sarebbe molto da dire e da ridere. Intanto che da essa nasce una spinta forte quando ciò che si fa, si pensa vero è forte e migliore per molti, se non tutti. Poi questa dimensione si frange in tanti piccoli atti, gesti, pensieri, dubbi che mediano con la realtà in corso che non si vuol cambiare, perché è comoda. Così la dimensione rimpicciolisce per chi ha il potere e invece resta grande per chi ha lottato, contribuito a metterlo nelle mani di chi ora lo esercita. E per chi ha creduto, le cose sono ancora importanti, sono costate fatica, hanno generato speranze e sorrisi. Insomma si è sentito diverso nel fare quello che era necessario per cominciare a cambiare. E insieme ad altri, pure importanti e sorridenti, ci si è ritrovati, sentiti vicini. Si sono date pacche sulle spalle, si è parlato di realtà e di sogni, il cambiamento è sembrato a un passo, e bastava tendere la mano e un nuovo cantiere si sarebbe aperto.  

La dimensione delle cose cambia quando ci si accorge che si è stati usati, oppure che si è inseguito qualcosa che sembrava una realtà, e lo era, ma poi è stata ridimensionata perché non siamo tutti uguali, non aspiriamo alle stesse cose. E anche i grandi ideali, i fondamenti che devono essere in continuazione ripetuti per essere almeno un poco mantenuti, non sono uguali per tutti. La giustizia è un po’ diversa, e così, l’equità, il giusto e l’ingiusto spostano il confine a seconda di chi li guarda. E il benessere, lo star bene, diventa un fatto personale, non collettivo. A volte qualche limite viene superato, l’etica mantenuta e la morale più codina ridotta a tacere, ma è uno sprazzo di felicità. Un conformarsi progressivo a qualche altro interesse. Muta la dimensione delle cose e il nostro sguardo diventa prima torvo e poi divertito. La consapevolezza di essere stato preso in giro fa rimettere ordine sugli scaffali, davanti ciò che è importante e dietro, ben dietro quello che lo è meno. Non si diventa cinici, ma subentra il disincanto perché qualcuno davvero ci aveva incantato e mostrato una realtà che non era vera. Ci si dice, facciamo il possibile, seguiamo la coscienza, ridiventiamo cani sciolti e un sorriso appare perché era bello essere assieme e di sicuro torneremo ad esserlo. Per la realtà delle cose, perché ciò che è troppo è troppo e anche nel carro di Tespi i guitti annoiano, così nella commedia prima si era seri, poi si è riso e infine sono subentrati i fischi. Dovrebbero sempre vincere i paladini e invece dapprima perdono ma poi tornano più forti di prima perché ci dev’essere un lieto fine e questo lo vuole il pubblico.  

Così pensavo e poi un po’ più leggero perché le cose si rimettono in ordine non prendendosi sul serio, sono andato a fare il pane. 

(301) ALFREDO KRAUS, Canción de la Espada, El Huesped del Sevillano. – YouTube

edifici dismessi: la legatoria



L’ultima macchina è stata piegata,
divenuta sinuosa nello spazio angusto,
ancora funziona, ma è sola e s’alimenta di curve veloci.
Poco oltre il silenzio,
mancano commesse per ciò ch’era eccellente,
ora è fuor di misura d’interesse.
Una sera, eravamo in due, a parlarne
si sentivano i passi nei grandi spazi,
rimbalzavano le voci su scaffali e soffitti,
sui tubi di aspirazione, sulle condotte colorate di rosso e di blu,
sui fasci di cavi e sulle macchine ferme.
Nel disfarsi di un progetto ci sono catene d’eventi,
e i muri assorbono tutto,
anche le macchine subiscono tutto,
gli uomini ricordano che prima accarezzavano i quadri di luci,
ed ora scompaiono poco a poco.
C’erano cento persone ora ne bastano meno di trenta
e nel rumore dei nostri passi si percepiva il non procedere,
il fermarsi che vorrebbe spiegare,
discutere,
mettere evidenze a compensare errori.
Prima che tutto fallisse,
che le vite tese nel dimostrare un valore
fossero indifferenti,
nessuno sembrava cogliere il tracollo,
ancora governava la speranza di dare un senso all’evolvere.
Questione di soldi, d’interessi, d’impazienze,
e poi la polvere ha iniziato a cadere sulle macchine,
i portoni si sono chiusi,
mentre il freddo ha investito ciò che di silente rimane,
ora dagli alti lucernari, la luce fatica a entrare allegra,
e neppure illumina, ascolta i passi,
cerca nel suono qualcosa che riporti la vita.

curricula vari 2

C’erano due tavolini sotto il portico, col piano tondo d’alluminio, uno di fronte all’altro, con due sedie ciascuno. Quelle sedie di tubolare di ferro verniciato, con i braccioli e le stecche di legno per la seduta e l’appoggio della schiena. Sarebbero stato il luogo ideale degli amori incipienti, degli sguardi e delle parole a bassa voce condite di sorrisi e invece erano la sosta del prolungato bere serale. Un litro, qualche bicchiere in più per chi passava. Vino rigorosamente rosso, poco artefatto, con un piattino per il mezzo uovo e l’acciughina, il tutto condito di parole, soprannomi, motti di spirito e richiami a chi, conosciuto, passava nella piazza antistante. Chi conosceva Freud taceva. Rideva e basta, imparando l’autoironia e il limite del dileggio. Davanti c’era il Pedrocchi, caffè storico da signori, anche se il lato in vista era quello delle due ali che abbracciavano la piazzetta racchiusa dai leoni di pietra. Insomma il luogo del farsi vedere della borghesia cittadina, ma anche il lato della sala verde, riservata agli squattrinati e ai discorsi infiniti sulle politiche cittadine, nazionali e mondiali.

Sono stato svezzato in questi luoghi e in quell’osteria, la domenica ho imparato a crescere, in mezzo al fumo e ai giochi di carte, conoscendo la malinconia del dì di festa che se va. Lo dico per sincerità, perché la formazione è tutto ed è ciò che decide se si sarà un imprenditore di successo o un operaio, un medico o un avvocato oppure un candidato imputato. E’ nei luoghi che hanno costruito i corpi, reso importante il vino, le parole da dire, l’arte di interrompere i discorsi che fanno male che ci si forma. E si impara a giocare a tombolon o a tressette, ad arrabbiarsi buttando per aria le carte e poi a farsela passare subito, riprendendo a giocare. E’ in questo mescolare nel lessico materno e poi da finto adulto che si univa ciò che la scuola insegnava in altra lingua e con ben altro pudore. Ma soprattutto si imparava a non vantarsi troppo, a tacere quando era tempo, a raccontare bugie sostenibili. E quello bravo raccontava balle ma veniva creduto perché non eccedeva. Un’arte. Una classroom in cui l’economia (che consiste in ciò che uno sa di avere in tasca e che pensa di poter raccontare di avere) veniva fusa con la formazione delle menti e dei corpi per farne un tutt’uno e sapere quando era l’ora di andare.

Così ho imparato la chimica, prima d’essere interrogato e poi sono uscito a incontrare quel mondo affine, ingegnandomi a non mostrare la passione per ciò che leggevo e non era la pagina sportiva. Così ho appreso che la parola ha un luogo in cui deve essere giustamente inserita per avere più significato. E che ci sono cose che è meglio tenere per sé. Ora non posso chiedere di fare il chimico e neppure vantarmi di qualche successo nel settore, però il vino adulterato e quello che fa male, ho imparato a riconoscerlo. E così le parole quando diventano acide e il discorso pericoloso lo sento subito, così potrei offrirmi come buon esperto di modesti pericoli nelle relazioni, ma dubito sia un mestiere. C’è troppa supponenza nel potere vero o fasullo, e in chi lo esercita, per cui penso che sia poco richiesto e tantomeno pagato chi può suggerire alternative all’arroganza. Per questo sono disoccupato in ciò in cui sono stato formato e devo usare altri poveri talenti per mettere assieme il pranzo con la cena (leggera).

Quindi caro Signore, le chiedo di considerare questo curriculum per ciò che vale e non come una richiesta di assunzione, anche perché ciò che lei potrebbe offrirmi è un inquadramento e questo, glielo debbo dire, è cosa che non sopporto.

curricula vari 1

La luce entra da una finestra sempre aperta in fondo al corridoio. Scandisce le ore della notte e del primo giorno con la volubilità delle nuvole. A Teti alloggiavo fuori comune, dalla finestra entrava il fresco della notte e al primo accenno di chiarore, il suono dei campanacci delle pecore che svegliavano il giorno. Occuparsi di sviluppo territoriale portava in territori bellissimi e devastati. Il mio compito era rendere interessante il degrado, vederne l’evoluzione e fattibile la rinascita. Nel mio biglietto da visita avrei dovuto mettere: realizziamo sogni per rendere ricomponibile, il dissipato. Era il quinto lavoro fatto, nella vita fare più cose nel tempo mi sembrava naturale. Quello è sembrato il punto d’arrivo, una passione che cresceva. Poi è rimasta solo la passione e il lavoro un desiderio. Lo paragonavo al volare di coriandoli nel carnevale della fretta. Ma questo non lo pensavo allora, dopo ore d’auto e di boschi, di sughere e di parole che costruivano progetti da trasferire sulla carta e poi da portare in giro per l’Europa. Pensavo che un’unica passione, vera, assoluta, profonda, sarebbe stata il compiersi dell’indole, la logica conclusione di una aspirazione negata.

La luce ora riempie il corridoio, apre il giorno senza progetto. Offresi pensieri liberi che possano costruire valore compatibile con la dignità del lavoro, che rispettano l’ingegno del mettere assieme, immaginano l’unicità del costruire in luoghi dove si attraversi una foresta, anche modesta, per andare al lavoro e tornare ad una casa. Il tutto serenamente.

l’incompiuto

Nobilitare l’incompiuto e costruire la realtà imperfetta. Vivere il momento e poi il successivo, attendendo o precedendo, sempre gironzolando intorno al pendolo di ciò che accade. Spostare il limite fino al quotidiano lasciarsi andare, punteggiato dal dover rincorrere, fare, sostare e ricondurre tutto nel vivere che accuratamente cancella l’orizzonte. Un presente fatto di presente, di affetti immediati, amori che attendono, dolcezze, abbandoni.

Grace Paley dovreste leggerla, lasciare che attraverso le sue parole, entri la relatività del lasciarsi, la marginalità orgogliosa fatta non di appartenenza od ostentazione, che l’ essere e il dire sia così fluido che quasi incespica nei troppi pensieri e risponde subito, pensa, corregge e tace, e diventa testimonianza d’uno scavare interiore. Gli americani sono fatti così, viaggi, polvere, case e cattivo alcool oppure stanziali in giardinetti e case di periferia. Una realtà masticata come tabacco e poi sputata, come le parole per non essere troppo soli, ficcati in uno spazio che non è mai giusto come misura.

La vita è una miniera da cui si estrae ganga confusa con poco materiale prezioso, ma l’evidenza del buco che cresce, del togliere giorno per giorno, lo nota solo il minatore. E così la terra diventa imperfetta, come noi, apparentemente più povera. In realtà è trasformata in altro che prima non era. Portare questo scavo in noi significa accettare lo scarto, l’imperfezione, il dolore quieto del togliere e la preziosità del trovare ciò che prima era sepolto. Parlare o stare in silenzio allora si confonde con l’apparenza destinata a tutti, elargita senza fretta e senza scopo, mentre tra le domande o le parole buttate per caso ( e caso mai non è) c’è questo muoversi saputo, scavato, estratto, vagliato e tenuto.

Tutti hanno un segreto, pochi hanno chi lo può sentire, condividere e farlo diventare incompiutezza manifesta. Ovvero occasione di fare e costruire qualcosa che riguarda un passato da far coincidere con un pezzo di vita che non guarda oltre ciò che lo attornia. Un pezzo di vita che è miliare per un futuro ricordo, ma adesso è un fiducioso abbandonarsi. Come dopo l’amore, ancora l’amore che continua e scorre quieto, che segue la mano che accarezza e gli sguardi che salgono piano come le voci, verso il soffitto e poi ricadono in tiepida pioggia dorata.