vigilia di ferragosto

Posted on willyco.blog 14 agosto 2015

Nei paesi si festeggia: è ferragosto,

nei boschi tovaglie imbandite, briciole e formiche,

nel folto, tra rami e funghi, corrono gli gnomi,

ma per noi musichette e specialità tipiche del posto,

La sera, appena fuori non c’è più nessuno attorno,

solo voci da finestre illuminate,

luce di lampioni,

perimetri di case.

Segni d’una notte che non mente

che non avvolge e non rassicura.

Il cielo s’è riempito di nubi gialle e grigie

è la città che proietta le sue voglie,

ma le stelle cadenti si nascondono

e neppure un desiderio durerà a lungo.

Vicini lampi annunciano la pioggia.

e verrà, presto, grigia,

sporca d’abitudini,

pur di non lavare il mondo

s’infilerà tra steli e bagnerà fiori di campo,

gorgoglierà in grondaie di rame rosso verde,

si getterà tra scacchiere di chiusini

giocando con polvere e lamiere,

ma non con noi che abbiamo chiuso il cuore,

Non con noi che circondiamo l’amore di rifiuti,

non con noi che non ci stendiamo più nell’erba

per collocare un desiderio in cielo.

mettere ordine al proprio mondo

Vorrei mettere ordine alle mie riflessioni. Non le penso gran cosa, ma sono mie, come i ricordi, le passioni, le speranze su cui ho costruito la mia storia. Ho iniziato più volte, mi è sempre parso non sufficiente per passare da una narrazione fatta di frames a un insieme organico. Poi ho scritto tre capitoli, rigorosamente a mano e, a parte, la voglia di iniziare da qualcosa che affonda a le radici dove tutto diventa nebuloso e possibile, ovvero un passato remoto, il resto prendeva una forma dik osservazione. Quasi fossi un entomologo e insieme l’insetto. L’ho chiamata condizione quantica perché ha a che fare con l’entanglement ma insieme prova sentimenti. Esiste una meccanica quantistica dei sentimenti? Io penso di sì e penso sia l’unica che ci consente di esplorare e partecipare.
Poi mi sono fermato, assorbito e ammirato, da saggi che leggevo e da romanzi così ben costruiti da rendere poca cosa tutto quello che potevo scrivere. Ho pensato che comunque non era una fatica inutile e che la realtà scorreva tra le dita, la bocca biascicava qualcosa e il pensiero andava lontano, come credo accada ai vecchi musulmani che appoggiati a un muro giallo ocra o di altro colore, ma invariabilmente scrostato, fanno scorrere le sfere della misbaḥah, mentre attendono la sera, il canto del muezzin e soprattutto il fresco della notte. Tutt’attorno ci sono grida di bimbi, la polvere alzata nel loro correre e la vita che si dipana nelle mansioni, nei piccoli affari, negli incontri fortuiti e cercati.
La vita cerca perenni equilibri nel suo scegliere, correre, subire, inventare, amare e poi cuce il tutto e lo colloca in un susseguirsi di scene, di immagini che non sono solo una storia ma l’insieme delle storie possibili per quella persona, in quel tempo.
Questo vorrei fare, sapendo che serve tempo e lasciarsi andare ad un flusso, senza porgli un limite che lo imprigioni in qualcosa che necessariamente abbia un senso e una morale. Il senso è lo stesso accadere che viene raccolto, filtrato e si sofferma sui particolari, sospende il procedere e nota qualcosa che non era nel quadro generale come importante, ma che invece, a ben vedere, lo è e da solo può essere un pezzo di senso. Così accade per la morale che avrebbe il compito di rassicurare, mentre avverto un’insicurezza palese o celata attorno, ne colgo i riti e il tributo di falsità che le viene corrisposto perché tutto torni ad essere abitudine. Di questa morale me ne farei poco e anche chi leggesse ciò che scrivo la sentirebbe come un contenitore a perdere, allora meglio che essa si sciolga nell’opinabile che non abbia giudizi, se non quelli necessari al vivere. E che sia come il biscotto che da ragazzini ci sembrava così buono e che ora diventa diverso, banale, perché il tempo è passato e i gusti sono mutati.

stelle d’agosto

La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le pleiadi faranno fatica a mandare messaggi, così i desideri si accucciano nel fresco della sera.

È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. È l’ora dei ricordi che si presentano e dicono di altre età. L’orologio scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nelle intenzioni vere del mondo. Le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte. Mai al passato insieme. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.

a che serve l’astrolabio? un mantra per il mobile procedere

Sostanzialmente abbiamo bisogno di sapere dove siamo e che giorno é. Per questo ci occorre non il nostro orologio interiore ma quello esterno, fatto di stelle fisse e di orizzonte, di latitudine e di altezza del sole.

αστήρ “astèr” (“astro”) e dal verbo greco λαμβάνω “lambàno” (“prendere, afferrare”).

Ma anche se ti pare di sapere dove sei, ti senti nell’ingranaggio, in quel tutto che comprende anche il suo contrario, l’anima, l’assenza, lo spaesamento. Sono quelle bolle del sistema che lo stesso tollera per autogiustificarsi, senza le quali l’illusione di scelta cadrebbe.

E va bene sia così. Carichi sempre di significato tutto, te l’ho detto tante volte.
La tua vita parla per te ed è molto più semplice di quanto pensi: non ti sei arricchito, non sei uno sfruttatore, cerchi, nei limiti del possibile, di non fare del male o danneggiare gli altri.
Certo, avevi altre aspettative, molte sono state deluse ma ancora ti servono per mantenere quella sorta di dolente disillusione che più che lacerare, ti macera l’anima.
Il problema è che le aspettative non sono che immaginazione, proiezioni di menti inquiete, anticipazioni di ciò che non esiste.
Hai una vita che comunque hai scelto, una ricerca del profondo e del vero, di cui ti stai riappropriando, persone che ti vogliono bene, coraggio sufficiente a vivere e cambiare.
Non lasciare che la tua mente crei delle scuse per non vivere bene: ogni volta che lo fa, non respingerle ma cerca di osservarle con distacco. E se te lo ripeto è perchè nella vita ci sono già tanti motivi per soffrire senza cadere nelle trappole delle nostre pulsioni di morte, oltretutto immaginarie.
Vai verso est ed il vento comincia a soffiare da quella direzione?
Volta le spalle e procedi verso ovest.
Credo si chiami tao o qualcosa del genere.
Non caricare di significato tutto e sii contento di avere aiutato una persona che ne aveva bisogno. Le intenzioni, rispetto ai fatti, contano poco, comunque tu lo hai fatto. E una forma sottile di dolore rispetto al non vissuto rimarrà sempre: è una ruga in più sulla pelle dell’anima, solo questo.
Quando ti assalgono questi pensieri non respingerli…presta loro poca attenzione, come si fa con un disturbo. Osservali con sufficienza e con stupore vedine i particolari, ma guarda oltre. E ringrazia, facendo pulizia dei timori, per ciò che senti e sentirai, per l’inesplorato che è in te e attende con pazienza, la tua attenzione e amore.

Chiediti allora, a che serve l’astrolabio, se sei tu che sei tornato a casa.

semplici pensieri sulla nascita

Posted on  willyco.blog 5 agosto 2017

Forse più volte nella vita veniamo chiamati a capire il senso della nascita, quella materiale che vediamo in chi ci è Caro e quella interiore che si confronta con qualcosa che non solo è vivo ma è colmo di possibilità. Noi auguriamo buon compleanno a chi amiamo, a chi ha una relazione con noi e non di rado a persone sconosciute che proprio tali non sono fino in fondo, visto che qualcosa in loro riconosciamo e vorremmo fosse una cosa buona. Nascere si ripete dentro di noi ma riconoscerlo è difficile, cioè è difficile sentire il senso del nascere. Lo si confonde con il nuovo, con un’emozione forte, con l’amore ma tutto questo è contenuto nella nascita cioè in quel venire al mondo non è di per sé nascere, tant’è vero che spesso poi le vite ricombinate si ripetono.
Proviamo a riflettere su questo venire, affacciarsi, esserci dentro nel mondo con un verbo che è movimento positivo: un entrare. Quando si entra in una situazione di è timorosi il giusto e insieme pieni di possibilità. Forse per questo nascere una seconda o ennesima volta, possedendo una memoria di essere stati è una nascita differente, difficile e vera. Con la memoria noi apparentemente restringiamo il campo del possibile, le relazioni sociali fanno il resto finché ci si arrende e si è in balia degli anni, di ciò che sembra predeterminato, come avessimo messo in disparte le emozioni, la capacità di cominciare davvero qualcosa di nuovo. Eppure se la memoria, la condizione precedente, resta nel suo ambito le possibilità sembrano ancora agibili, nascere ovvero costruire il nuovo sembra possibile. Quello che dobbiamo aggiungere è la fiducia, cioè il riconoscimento di incompletezza (quello che un bimbo fa naturalmente) e la sconsideratezza ovvero la capacità di non sottostare alla logica che determina il comportamento come prosecuzione del passato.
Per questo forse capire la nascita implica una presunta follia pacifica, una rottura di regole che doni energia, una meraviglia costante, affidamento e l’apertura alla possibilità che ciò che era impensabile accada. Ma nascere è fatica, rischio, rottura delle abitudini e ognuna di queste condizioni dello spirito si frappone tra i nostri occhi interiori e la visione di noi, di ciò che ci è possibile. In fondo siamo noi e solo noi che nell’escludere la possibilità del nuovo lo neghiamo. Forse per timore di quel dolore iniziale che porta il nascere, o della sua solitudine che ci mette davanti alla necessità di riconoscerci direttamente mentre preferiamo specchiarci negli altri. Forse per il timore che lasciata una mano non ci sia un’altra che dia sicurezza al procedere nel nuovo, nell’inconosciuto. Forse per tutti questi motivi e chissà quanti altri ma portare in noi la riflessione, che significa vedersi nello specchio interiore, ci porta nella possibilità. Fuori dal tempo e dal destino, nel far accadere ciò che ci potrà accadere. Quando siamo nati la prima volta non l’abbiamo scelto ma poi crescendo la scelta è tornata nelle nostre mani. Basta saperlo un poco e cercare di capire se ci interessa davvero. Ecco, credo si cominci da questo.

fumo notturno

Posted on willyco.blog 5 agosto 2015

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Fumare fuori, in terrazza, nel buio che avanza. Verso ovest, le nubi hanno ancora striature di grigio, qualche orlo rossastro. Ora la strada è spesso vuota, quando c’è qualcuno, sono auto, persone, pensieri che vanno, che hanno una direzione. Rumore che si dissolve, silenzio, rumore che si ripete. Dalle finestre illuminate delle case tra radure artificiali, qui c’era il bosco, televisioni che parlano, altri silenzi. Si ascoltano molto più gli oggetti delle persone. Qualche voce parla dentro le case, si crede che nessuno ascolti e si è più liberi.

Quando si è giovani si pensa sempre di non essere visti abbastanza, per questo ci si mostra, si parla ad alta voce, oppure ci si duole di non saperlo fare, ma poi tutto diventa relativo. Ma intanto si è perduta l’età delle passioni, quell’innamorarsi della possibilità sino a sentirla concreta. Non si pensa più di studiare qualcosa di strano, d’imparare il sanscrito, oppure indagare su una piccola curiosità che cresce per suo conto e di cui si diventa esperti. E di queste idee non si parla quasi con nessuno perché è una cosa nostra, una passione da condividere solo con chi può capire, perché quella spinta viene da dentro e siamo noi in divenire.

È strano che nella notte ci sia sempre un cane che abbaia, una finestra che si spegne, una voce slegata da ogni contesto. Le luci dei balconi sono immobili, la pipa si spegne spesso, i pensieri corrono ovunque. Si rimpiange ciò che si è perduto, ciò che non è stato o ciò che non è più possibile? L’aria è diventata fresca, i rumori degli aerei che vengono da ovest si confondono col brontolare lontano dei temporali sulle dolomiti. Ogni voce ha il suo suono, ogni silenzio ha il suo suono. Se posso rimpiangere qualcosa è non essermi spiegato abbastanza e aver lasciato pozze di incomprensione, oppure di essermi spiegato troppo e aver tolto ogni speranza. Né l’una né l’altra cosa toccano il futuro, aggiungono consapevolezza alla notte, a quel guardare il cielo che cerca le stelle e non sa mai ben collocarle dentro di sé .

le mie estati erano spinose

Le mie piccole estati erano spinose con punte che si conficcavano ovunque, anche se prediligevano mani e piedi. La sera, mia madre arroventava uno spillo sul fornello e poi estraeva le spine. Avevo prima imparato a non piangere e tanto meno ad aver paura e poi a farlo da solo. Mi sembrava una prova di coraggio ma anche un governare me stesso in ciò che facevo. Andavamo a un mare semidisabitato, ricco di colonie, di case di suore e preti e di ospedali per cure elioterapiche. La casa era in spiaggia ma il mare aveva messo duecento e più metri di dune e sabbia caldissima prima del mare. Un terreno di giochi infinito dove il vento aveva disseminato semi di piante spinosissime, creato ginepri di rovi di more dolci e acuminate e soprattutto aveva elevato le dune ad altezze inverosimili da scalare per le nostre piccole gambe. Ed era un correre continuo, con il costume che continuamente scivolava dai finanche magri finché lo si usava come palla da lanciare iin quelle risalite e discese a pelle nuda. I piedi riuscivano a trovare dei piccoli globi duri, irti di spine, su cui zoppicare e da togliere pungsndo anche le mani. Ciò che non si riusciva a capire era la frequenza di questa spinosità diffusa, come se le piante si difendessero dagli uomini o da qualche sconosciuto predatore. E di certo tutti quegli spini a cui non badavamo se non per le parti del corpo più delicate, erano rivolti a noi perché gatti, topi, lepri e altri animali di caria stazza e velocità entravano e uscì ano dai cespugli, si muovevano nelle macchie verdi irte di punte, con una naturalezza che non imparavamo. Giocare un intero giorno in quei luoghi, mescolandoli al mare, al salso sulla pelle da stendere al sole, creava due felicità difficili da spiegare: una libertà illimitata e gioiosa del proprio corpo e dell’esistente e una dimensione del tempo e dei pensieri che era regolata dalla fame e dal sole. Si rientrava per pranzare e dopo un finto pisolare, si riprendeva fino a ora di doccia e di cena. Ogni giorno era una raccolta di spine, risate e scoperte che sembravano isolare agosto dall’estate e questa dalle stagioni: non c’era nulla di paragonabile nella meraviglia dell’anno e neppure il ricordo assisteva nel raccontarlo. C’era solo l’attesa che si sarebbe ripetuta, con i suoi rituali, le scorribande, le nuove avventure, la scoperta delle ragazze che prendevano il sole nude dentro casotti di cannucciato ben permeabili agli occhi e alle prime maliziose curiosità. E le spine che attendevano di conficcarsi i pelle tenera. Ma non erano un problema, casomai un capriccio della natura che non occorreva capire, solo togliere senza piangere. Ed era naturale come il diventare scuri in pochi giorni, avere la pelle che mutava nel sole e nell’acqua, sentire il corpo che era tutt’uno con i desideri e i pensieri, con i gridi e i sorrisi, con i piccoli segreti raccontati sottovoce, con il gelato della passeggiata serale. Un pinguino prima della notte e del sonno, che aveva un solo scopo:far nascere un altro giorno tutto nostro, tutto mio.

parliamo del lavoro

A maggior ragione oggi, più di ieri, è necessario parlare di lavoro; con la pandemia in atto e il PNRR che ripercorrerà i sentieri dei potenti e un sistema consolidato di diseguaglianze. Il lavoro ci è mutato tra le mani e non si è modificato a favore di chi lavora, l’abbiamo sottovalutato quando era più semplice, così oggi la capacità di capirlo costringe a rincorrere i dati più che quello che contengono. Ciò porta a ipotizzare mondi possibili ed economie alternative che per la loro qualità di cambiamento diventano di immane difficoltà realizzativa. Deaglio dice che bisogna partire dal lavoro com’è diventato oggi e su questo esercitare una comprensione e una guida che lo muti o almeno ne attenui gli effetti più impattanti in termini di precarietà. Ad esempio se la competenza diventa rapidamente obsoleta avere percorsi pagati di formazione continua che siano a carico di chi lucra su queste forme di innovazione dovrebbe diventare una componente del ciclo lavorativo. Portare il sostegno a chi perde il lavoro non verso la pensione ma verso un nuovo lavoro dovrebbe essere la caratteristica assistenziale di questo mercato mutato che non si basa più sul lavoro fisso e la competenza acquisita. Cambiare in questo modo il mercato tra domanda e offerta di lavoro non può prescindere dalla constatazione che gran parte di esso è ormai concentrato nei servizi, garantito da contratti e sindacati, nel lavoro fisso e che la manifattura in Italia produce un quarto del PIL.
Tutto questo e molto d’altro giustificherebbe una comprensione della situazione e un intervento da parte dello Stato che progetti un nuovo futuro che non è il PNRR. Difficile che lo faccia un solo Stato con successo più semplice se diventa un problema europeo e l’ambiente, per necessità, sembra dettare nuove regole. E non saranno indolori. Quello di cui non si parla spesso è se il lavoro, anche quando c’è, sia sufficiente nella sua retribuzione per assicurare una esistenza libera e decorosa. Oggi questo non avviene se non in parte e segmenta la parte più attiva della popolazione tra chi ha troppo (minoranza) e chi ha troppo poco.
Troppo o poco rispetto a una società che impone livelli di consumo insostenibili e funzionali a una produzione globalizzata che comunque retribuisce troppo poco gran parte del lavoro che impiega. Una via d’uscita sarebbe quella di aumentare costantemente il valore di ciò che si produce attraverso la ricerca e l’innovazione, ma questo è il settore in cui l’Italia spende meno. Altra consapevolezza da acquisire sarebbe quella che il lavoro senza limite a cui viene soggetto chi ha un contratto precario e non solo, isola ulteriormente la persona dal contesto lavorativo e sociale, non diviene parte di un gruppo che produce qualcosa di cui sentirsi protagonista ma è solo un fornitore senza identità collettiva. Questa parcellizzazione della persona che segue le tante altre presenti nella società della realtà digitale, impedisce una crescita comune. Si guarda il PIL ovvero quanti beni e servizi vengono prodotti ma non la società che li produce e così una nazione di schiavi potrebbe avere un pil elevato ma nessun diritto per chi lo ha prodotto. Ebbene una nazione di schiavi ha ancora la possibilità di un senso collettivo dell’identità derivante da una funzione, può socializzare l’ingiustizia e il sopruso e ribellarsi, una nazione di individui in competizione tra loro, con retribuzioni al limite della sopravvivenza non percepisce più l’ingiustizia come fatto collettivo, anzi la ingloba nella percezione normale della realtà. Questo è il campo in cui un nuovo umanesimo dovrebbe esercitarsi.

l’eroticità dell’anima

Non so se l’anima esista oppure sia un gomitolo di mitocondri lampeggianti. Non sapendolo mi acconcio a ciò che sento e credo in una eroticità dell’anima. Ma “senz’obbligo di pedale”, come per Anna Magdalena Bach nell’orgelbuchlain, che non osava la pedaliera pur essendo maestra di tastiere. Così nascono queste note dopo aver preso sonno finché leggevo. Non mi succedeva da tempo, ma il pomeriggio, il fumo breve e la testa folgorata da tre righe su una persona che non conoscevo. Stanchezza accumulata e distensione da meraviglia.

Avevo letto una descrizione di un letterato triestino, scopritore di talenti. Bobi Bazlen. Una persona libera, insofferente ai vincoli. Così veniva descritto: nomade, disinibito, informale, dissipatore, inesperto, maldestro, veggente, ondivago,
Enigmatico, senza alcun punto fermo.

E mi chiedevo quante delle pulsioni che possiedo gli assomigliavano o erano solo desideri. E così pensando mi ero perso nei sogni.

Per le persone intimamente libere non c’è cronaca dei giorni passati, troppo lenta con le sue decisioni annunciate e nulla che accada nei tempi giusti. Pensavo. Tempi sospesi e scacchi virtuali, conversazioni in attesa di qualcosa che non si dice e i silenzi che fanno conversazione.

Quando frequentavo la Sardegna mi stupivo per la maestria dei sardi nei silenzi: un incrociare d’occhi e tanto bastava. Al bar per il terzo caffè, ed erano appena le nove, guardavo con ammirazione questa sapienza antica dell’ammiccare. Non sapevo nulla di questi codici, mi dovevo fidare e camminare sul filo, ma l’azzardo mi attirava: sentivo lealtà nei silenzi e nelle parole necessarie. Se riuscivo a concludere bene un contratto erano cose importanti, serviva fiducia reciproca e competenza: era il primo tentativo di rivitalizzare un’area chimica, un tempo importante, e farlo senza uscire dalla chimica, ma introducendo altro e migliorando l’ambiente e i servizi alle imprese e alla produzione era una sfida all’ingegno.

Arabo e noia immagino a raccontarlo, allora e ora, ma era realtà fatta di posti di lavoro e redditi. Dovevo scendere dai sogni, togliere le convinzioni di ciò che sapevo ed esplorare ciò che non sapevo per scoprire il nuovo. Insomma osare per capire, guardarmi dentro e scoprire il bene che fa fare al meglio le cose.

A guidarmi era la mia traccia di bene pollicino, per trovarmi nel bosco e sentire il mio richiamo. Lo sentivo assieme alla voglia quieta di una strada che portasse da qualche parte.

Questa era l’idea di partenza, ossia che le cose, i luoghi, le persone, i progetti, avessero un’anima. Partire da un disordine che fosse libertà per giungere a un’esistenza che durava.

Poi andò altrimenti, ma non ci furono errori e il nuovo era a disposizione. Da qualche parte mancò il coraggio e il bene, per questo, quelle parole su Bazlen, risuonavano, come una vita esistente, passata e futura, che pur diversa, aspettava di svegliarsi ed essere in grado di cogliere la realtà che serviva: l’amore che necessita, il comunicare che usa assieme la parola, gli occhi, il gesto, il sonno e il silenzio.
Eccola l’eroticità dell’anima.

lettera a un amico di cui non ho più l’indirizzo

Mio caro P. ricordo bene quando l’ansia di provare era forte, quando tutto era a disposizione e tutto meritava d’essere assaggiato. Mi sembrava che essere coincidesse con esserci, che sentire fosse qualcosa di fugace come la felicità, anzi che sentire spesso coincidesse con l’essere felice. È durata molto a lungo questa sensazione e motivava per una corsa senza fine, finché mi trovavo stremato da continue sensazioni. Sembrava che il tempo non fosse mai sufficiente, che ciò che non provavo sarebbe stato definitivamente perduto. Qui ci si può aspettare una conclusione che svolta e continua, ovvero quando è cambiato tutto ciò. In realtà questo non lo so dire perché non mi sento di essere diverso, ossia lo sono ma non per qualche motivo che non sia la naturale evoluzione del mio percorso. Insomma si invecchia, si sovrappongono esperienze e conoscenze, si sbaglia, si sceglie. Ma non sono particolarmente stanco di questo arruffati vivere che non trova punti definitivi a cui fare riferimento, che continua a generare certezze precarie da dubbi fecondi. Osservo e vivo e neppure ho smesso di sentire, anzi direi che ho raffinato questa capacità, Quello che è mutato è il rapporto con il tempo. Ho sempre pensato che c’era tempo, non poteva essere diversamente nella spinta a fare che non poteva esaurire tutto ed era incapace di mettere da parte ciò che non era possibile in quel momento. Quel sentimento è mutato: era un esserci tempo ansioso mentre ora la calma è essa stessa passione e fuoco e il tempo è cosa mia. Se mi guardo attorno, la mia vita è così, con le persone che hanno sempre da dirmi molto più di quanto dicano, con l’interesse per ciò che si muove sotto la superficie e che fa coincidere quello che provo con quello che mi porto dietro. Non è una collezione di sensazioni, ma un cammino dell’essere che riceve molto da alcune persone e da altre in misura minore, con una graduatoria non del sentire ma del condividere. E condivido senza mettere limiti di tempo. Non uso volentieri gli avverbi di tempo assoluti, i mai, i sempre, forse perché so che, molto spesso, questi rassicurano chi li pronuncia. Rinuncio a questa sicurezza perché ho fiducia in ciò che accadrà, ormai mi conosco un po’ e so che il mio essere fedele a ciò che sento è una costante della mia vita. Anche nel mutare, nel pensare diversamente, ciò che conta non viene scartato e resta ben radicato per tenere solida la mia casa.

Questo frammento di lettera poi non ti ha raggiunto. Mittente sconosciuto era scritto sulla busta, eppure l’indirizzo me l’avevi dato tu. Forse anche questo è un segno che cuce e scuce i rapporti, che significa e trae conclusioni. Le mie parole erano la risposta a un ricordare tuo, agli anni in cui si correva e la notte era sempre giovane, ma sentivo in ciò che mi avevi scritto quella rottura delle alternative che impasta la bocca. Allora eravamo una rete di relazioni, dicevi, un impasto di confusi ideali e una miniera di irridenti osservazioni. Nessuno era solo e al tempo stesso eravamo amalgama non reazione creatrice del nuovo. C’erano tanti “nuovi” che si sovrapponevano e facevamo cose diverse. Ce le mostravamo orgogliosi ma già annoiati, come fossero diapositive di vacanze e avvenimenti già vissuti e archiviati. Nelle tue parole sentivo una nostalgia che era saudade, ovvero non avere un posto dove star definitivamente. E in fondo era il rifiuto dell’attesa che tutto fosse perfetto; il sentimento che il tempo fosse relazione e novità ovvero un infinito deposito di scelte in cui era possibile condividere, ridere, essere leggeri e riflessivi e ascoltare o cantare assieme guardando le scintille d’un fuoco notturno andare verso il cielo. C’era risacca di vita nelle tue parole, voglia di tempesta e di sabbia sollevata dal vento perché dopo il mare si puliva e veniva voglia di nuotare e di asciugarsi nudi al sole o alla notte, mentre tutto attorno finiva e mandava profumi inusitati d’estate del vivere. Cioè un tempo infinito che doveva solo essere fatto, reso tangibile, vissuto.