Del mondo poi m’informo
e anche della piega che prendono le cose.
Chiedo, ascolto spesso spero,
ma a volte vedo buio,
in quest’inverno che rifiuta il freddo.
Se mi chiedi cosa m’inquieta sono impreparato,
sensazioni, ti direi,
motivi imperturbabili e lontani generatori d’evenienze,
che pare scuriscano le cose.
Allora devo scuotere la testa
perché scappino i presagi,
anche se il pensiero ci ritorna,
si ferma e poi procede,
scrolla e testardo ricomincia.
Abbiamo bisogno di luci limpide
e sentire, di cose semplici da tenere tra le dita,
e mi rifugio in te,
chiedo con dolce discrezione:
mi bastan cose piccole:
il come stai, chi ti gira attorno
eppoi come procede.
Ascolto e mi tranquillizzo un poco,
pensando che nulla poi ci faccia male,
se l’amore conserva il suo potere.
Verso il sonno c’è troppo silenzio,
e della notte mi pare resti il buio,
o che il cuore batta per me solo,
e vorrei chiamarti e dire,
ciò che m’inquieta e prende,
eppure che da tempo non so bene,
però ti parlerei d’altro solo per sentire la tua voce,
perché resta il pudore d’una debolezza tenera
anche se è amore
che illumina e mai chiude.
Archivi categoria: l’ironia dei naufraghi
Oh scarsa mia opinione, oh timidezza,
ho celato le spinte del cuore,
in rossori incongrui di sé vergognosi,
così anche la fantasia che ribolliva,
è stata gettata come dadi sul tavolo,
sperando che il doppio sei non uscisse,
per non giustificare l’essere felice.
E ancora, ciò che sapevo,
l’ho celato tra sguaiati paraventi di riso
e scarsa curanza di me,
perché volevo sì, essere invisibile,
ma pur capito,
come l’uccello che alza a noi lo sguardo,
e se ne nota il facile fraseggio d’ali,
la livrea e la grazia, ma non la fatica,
e neppure il suo essere creatura d’aria,
pensando l’essere per lui facile
ciò che a noi sarebbe impossibile.
racconti per notti di vigilia
Le billette si allineano nel piazzale. Disposte per orditi e trame salgono di 8-10 ordini in quadrati di sei metri o più. Qualche colata e le pile si alzano, poi i camion caricano e portano via. Il freddo del metallo lo conosce solo chi ci ha messo le mani. Anche con i guanti spessi, quel freddo ti entra dentro, supera i calli, s’infiltra sino alle ossa e lì resta in agguato per la notte, per quando sarai più vecchio. E’ un freddo solido, squadrato, 140 per 140 fanno 900 kg a billetta di 6 metri. Così è un freddo pesante, potente, autonomo e indifferente. Com’era indifferente il calore, prima bianco e poi rosso ciliegia, oltre mille di gradi di colata che rapprendono per loro conto, diventano billette che scivolano sui rulli. I muletti caricano, portano fuori. Nel piazzale. All’aria. Aria fredda d’inverno e alito di metallo caldo che muove l’aria, deforma lo sguardo. Non è respiro d’uomini, non c’è vapore, è una vita per suo conto. Allineata. Impilata. In attesa. Intanto scaglie d’ossido si staccano e volano leggere. L’anno scorso con la prima neve, foglie di ferro quasi molecolari, si mescolavano all’aria. Erano larghe e leggere, sembravano uccelli nel mulinare dei fiocchi. Scaglie prima grigie e poi rosse di ossido. Ruggine che volava. Come ciocche di capelli di una bella donna capricciosa che li taglia e ti guarda con sfida. Oggi non c’è neve, ma scaglie di ossido continueranno a volare dai camion in una scia destinata all’erba di scarpata, ai fossi. La poesia in fabbrica te la porti dentro, fuori turno. Nei turni serve attenzione, bisogna esserci con la testa e non sbagliare. Nella poesia si sbaglia sempre, sei fuori dal mondo, vedi i particolari e il generale, ti soffermi, pensi con un respiro possente e lieve alle cose, ai sentimenti, li accendi e prendi fuoco con essi, poi subentra il ragionamento che è come il metallo, solido di sé. Lo puoi far fuori questo pensare, ma vicino alle siviere, tra macchine enormi, pensi a ciò che dovrai fare e che fai adesso, non hai tempo, ti muovi con il tempo del metallo. A fine turno potrai esistere altrove e nel piazzale dove volteggiano camion, gru a ponte e muletti, la poesia sarà quella che ti fa alzare gli occhi quando sui pioppi di cinta compare il primo verde.
E’ la stessa attenzione che ora segue la danza delle forche dei muletti che sollevano e allineano le billette. Tutti diminutivi per cose che pesano, sono potenti, buone se non ti cadono addosso: billette, muletti. Adesso il pensiero si ferma, torna indietro. Alla Tyssen, agli operai, non gli hanno fatto male le billette, è stato l’azzardo di altri sulla loro pelle, l’olio ha preso fuoco e l’incuria ha fatto il resto. Chissà chi si ricorda ancora della Tyssen e dei sette morti di Torino, sono passati 17 anni. Anche dei cinesi di Prato nessuno si ricorda più, bruciati nel capannone dove dormivano e lavoravano. E dei cinque morti di Brandizzo, cinque come a Calenzano dieci giorni fa. Qui sono morti in due, sei anni fa, investiti dal metallo fuso a 1600 gradi, che è piovuto da un crogiolo. Non ha retto il supporto, un errore di fusione, c’è stato il processo, le condanne, come per gli altri incidenti sul lavoro poi ci sono gli appelli, finché nessuno si ricorda più. Solo le famiglie ricordano. Sono passati pochi giorni o anni e non ci si ricorda più di nessuno, solo il cuore ricorda. Il cuore è qualcosa che si costruisce e che mette assieme, che ti fa provare, sentire e vedere gli altri. Non ci appartiene mai davvero. Ma adesso facciamo fatica a stare assieme. La classe operaia non esiste più, non esistono le classi come le abbiamo conosciute, sono diventate stratificazioni di bisogni diversi per età e appartenenza geografica. Da noi si sfogliano come le billette, si disperdono nei fossi dell’individualismo. E questo cambiare la società non è successo troppo tempo fa, qualcuno s’è portato via per interesse lo stare assieme. Prova a pensarci, è accaduto. A chi è servito?
I capannoni sono aperti su un lato. Ci sono i portoni, ma sono sempre aperti. Se guardi da fuori vedi luci rade, buio e ogni tanto lingue di fuoco: i forni covano metallo, lo scaldano, lo sciolgono. La ganga galleggia sul metallo fuso, poi finisce, a mucchi appena fuori. Dalla parete che manca entra vento d’inverno, entra ed è respinto dal calore. C’è poesia nel calore del metallo che scende dalla siviera negli stampi, sembra colore denso che cangia e che cola, c’è la poesia di una forza antica. Cose d’altri tempi, come il carbone, il minerale, il calcare. Cose senza tempo. Sarebbero facili le similitudini, evocare miti e vulcani, ma sono così banali le similitudini. Da queste parti si usa rottame. Rottame che arrivava dalla Russia, rottame di guerra fredda, di altre povertà, adesso arriva da paesi che erano poveri. C’è stato un tempo in cui, dopo Cernobyl misuravano la radioattività. Chissà se la misuravano sempre. Nelle case e nelle fabbriche attorno, anni fa avevano steso lenzuola fuori delle finestre. Si riempivano di polvere scura in pochi giorni, la gente protestava e non accadeva nulla. Anzi non è accaduto nulla: la fonderia c’era prima delle case, hanno detto, colpa vostra. Sono diminuiti gli scoppi di notte, la gente si è stancata, non ha più protestato. Quando ci si stanca ci si abitua, c’è qualcosa che non si vorrebbe, ma c’è e viene confinato in un angolo. Sta lì acquattato come una bestia in sonno, poi di tanto in tanto, muove la coda e fa paura. Speri si riaddormenti se non puoi affrontarlo. E’ questo sonno che ti fa male.
Per capire dove sei, in acciaieria, bisogna guardare quel pavimento grigio, le rotaie dei carrelli, ascoltare i rumori, sentire l’ozono e il carbonio che pizzicano il naso, vedere le pance dei forni, il calore, le tracce di ciò che resta e ciò che se ne va. Questa è realtà, solida e a turno continuo. Qui capisci che la realtà non dorme, ma fuori non ci pensi mai. Tu dormi e la realtà prosegue, la raccogli la mattina ascoltando il giornale radio, come la polvere sul lenzuolo fuori dalla finestra. Tu dormivi e la realtà apparecchiava il giorno. Particolari e generale. Guardi nel piazzale ed è quel volteggiare di scaglie d’ossido che è poetico, sembra neve sporca, sembra la pelle del serpente che volteggia nell’aria. Sembra ed è solo ossido che si posa. Piano, piano, come neve. Appunto.
mediterraneo
Attraverso i ballatoi delle scale arrivano voci di bambini, Si spandono nelle sale vuote del museo d’arte contemporanea.
Seduto davanti a una scultura cinetica di Eusebio Sempere, mi perdo nel suono delle voci che si sovrappongono di echi. Ascolto e guardo. Lo spagnolo è una lingua a fiotti, un blocco di parole che s’assottiglia, fino a tacere, fa una pausa come a pensare a dove è arrivato e riprende con un nuovo fiotto. E’ suono con parole che riconosco, ma m’interessa il suono, cosa so di questi luoghi, che furono la sacristia di un’ impero enorme? Poco, nulla del vivere se non assimilandolo a ciò che si contamina nel Mediterraneo e nel sud, quindi presumendo. Nulla delle sue imprese, del fare materiale che incrociava culture così composite e differenti, traendone identità strane ed orgoglio smisurato. Dal presente emerge qualche archistar, la letteratura ricca di radici che trae da lingue e un passato ameno complesso, ma mi sfuggono gli ingegneri, i matematici, le scuole di fisica. Di sicuro c’erano e ci sono, perché hanno realizzato macchine di lusso, aerei, orologi di pregio, steso strade ferrate con uno scartamento orgoglioso ed incomunicabile. Hanno costruito come dovessero conquistare il mondo dei trasporti, della meccanica, dell’aria (air nostrum recita il motto della compagnia aerea regionale valenciana) e si sono fermati ai Pirenei. E’ mia ignoranza, conosco poco, Braudel soccorre, mentre a scuola ci si ferma a casa propria. Così passa solo musica, letteratura, teatro, poesia, pittura. Cose che, con più facilità, vanno in giro per il mondo, si spostano, toccano, entrano e si confondono con altro conosciuto, senza la necessità di creare imperi. Ma cosa so davvero di questo mondo? Nulla, eppure erano dalle nostre parti poche generazioni fa, cugini dei Savoia, presenza nei cognomi, parole nel mio e in altri dialetti, scambi economici forti. Su tutto il Mediterraneo.
Il Mediterraneo non è un insieme di paesi, il Mediterraneo è un modo d’essere, fatto d’acqua, di mestieri comuni di mare e di terra. E d’ingegneria del bello più che dell’utile, aggiungo di mio. Forse per questo chi si affaccia su questo mare costruisce imperi e poi se ne disgusta, fino a demolirne altri, in America latina ad esempio. Nel Mediterraneo per demolire imperi c’è un vero talento.
Il Mediterraneo è un luogo, dove i popoli si intersecano in continuazione e soprattutto conoscono la luce, il sole, il cielo. Forse per questo la precisione e l’utile sono fuggiti più a nord dove la luce è più breve, gli inverni più lunghi. Calvino, Lutero avrebbero avuto le stesse idee nascendo a Palermo o a Cadice?
Fantasie.
Nella Spagna a dicembre è caldo, anche quando manca una settimana a Natale. Intorno abeti incongrui, neve finta che non riesce a distogliere lo sguardo dalle architetture di tufo e arenaria: sono belle gonfie, gravide di significato. Altro che ascetismo vegetale rivestito di luci, qui la festa dura tutto l’anno e il gotico è solo un mezzo per alleggerire pilastri ed archi, dando modo di riempire di più i volumi. Tutto si riempie troppo, è il calore del pomeriggio, delle notti, che trabocca, che investe il ragionamento. Anche il mistero usa altri simboli, sguazza nel colore, sfugge le geometrie e cerca i corpi. Dove altrove impera il numero, qui il ragionamento misterico prende la forma, porta lo sguardo verso il particolare che lievita l’attenzione. Non si semplifica nulla, il corpo emerge e lotta con lo spirito ed è il senso che predomina. La complessità dell’attrazione, del desiderio, della vita, è senso. E’ come vi fosse senso ovunque. Investe i rapporti che si toccano e si difendono, l’alterità diventa altezzosità. L’altezzoso si spegne nell’intimità, ma all’esterno disegna il suo ritratto, riempie l’aria di volume, fornisce contenuto. A Murcia, la cattedrale ingloba pezzi di moschea, ma non s’accontenta e contiene un’altra chiesa nella navata centrale e non c’è più spazio per la folla dei fedeli verso un unico altare, cosicché si distribuiscono in decine di cappelle laterali, lasciando a ciascuno la preferenza di santità, di grazia da impetrare, di sequela. Gli ingegneri gonfiano gli edifici, i fedeli le attese, l’aria risuona di carillon di campane, i mendicanti si contendono le uscite e i benefattori. Mediterraneo. Al freddo del centro Europa è stato donato il rigore, la regola Kantiana, in Spagna, nel sud, il rigore è regola scritta, ruolo, funzione da mostrare, come la manutenzione delle cappelle assegnate alle famiglie finché il santo diviene persona di casa, con diritti e doveri. Funzioni esteriori e rigorose, decoro e status.
Uscendo ho trovato un signore anziano che camminava con una cappa nera, bastone e cappello. Non mi stupisco di ciò che ignoro, guardo, di queste persone, non so nulla.
Intorno le auto e la spiaggia come a Cannes o a Napoli: Mediterraneo.

Elogio della verza
Con i primi freddi, anzi con la prima brinata, le verze ben presenti in ogni orto, diventavano più buone. Così si diceva, forse perché la fibra dura delle foglie esterne, ghiacciando, diventava morbida. Mio nonno allora cominciava una cura a base di zuppa di verze, il broeton (gran brodo, forse per la quantità di liquido che accompagnava le foglie), e di verze soffegae (soffocate dal coperchio, stufate). Diceva fosse una dieta dimagrante e depurante in preparazione degli stravizi delle feste, ma soprattutto era un antidoto al freddo che entrava da ogni interstizio (e ce n’erano molti) nella casa. Di sicuro qualche effetto l’aveva perché qualche chilo lo perdeva. Lui sosteneva che la verza aveva proprietà sgrassanti visto che si accompagnava così bene con il maiale. Le spuntature, le costine, i cotechini, insomma dove c’era grasso, la verza assorbiva. Così diceva mio nonno che tutto era fuorché un nutrizionista. Di certo gli piacevano i sapori forti, quelli di pianura, da nebbia e da gelo. Tornando a casa col tabarro, a cassetta sulla carrozza col cavallo o in bicicletta doveva avere un freddo terribile.
Poi era arrivata la città. Aveva occupato il guasto della lega di Cambrai di quasi 500 anni prima, assorbiti gli abitati e tutto si era frammisto nelle diete della periferia che era ancora campagna. La verdura aveva dominato estate e primavera, l’autunno era stato un po’ più parco, ma col gelo c’era poco. Era tempo di carciofi, radicchi di campo, trevigiano da imbiancare per marcitura delle foglie esterne e poi le verze, i broccoli. Le patate, raccolte a fine estate, erano scorta di carboidrati che non mancava, ma la verdura fresca serviva, eccome se serviva, visto che le vitamine della frutta erano precluse. Quand’ero bambino ricevevamo due casse che a me piacevano come contenitori per i giochi. Erano fatte di vimini e scorza d’albero intrecciate, piene di arance, limoni e mandarini, mandate da amici di Latina e sempre manomesse nel trasporto, perché gli agrumi, come datteri e banane erano merce rara e costosa. Ma erano una festa a parte, che non era né frequente né diffusa.
Per trasmissione culturale, credo, i nonni mi iniziarono alla cultura della verza, università essenziale del sapere padano. Non quello di Bossi e Salvini, ma quello che scorreva da migliaia d’anni nella valle più produttiva e a quel tempo povera, d’Europa, la pianura padana. La verza la si trova ovunque nelle ricette invernali delle regioni della valle, nella cassoela milanese, nelle ricette piemontesi ricche d’agli, fino farle parlar slavo e mescolarla con i fagioli nella jota delle valli friulane dove l’Italia non si distingue più dalle genti dell’est. A casa sarebbe stata, assieme al baccalà, ai radicchi con pancetta e gli gnocchi, una costante invernale. Come il freddo e la neve. Credo che poche piante siano generose e umili come la verza e che poche si prestino altrettanto all’estro: dall’essere bollite per stomaci deboli, sino al trionfo della stufatura e al sapore sapido che chissà da dove viene estratto considerata la semplicità che l’accompagna nella preparazione. Quindi semplicità, umiltà, generosità, doti che accompagnavano i popoli della pianura, avvezzi a conoscere invasioni d’altri e forse per questo dotati di un salutare relativismo verso il potere. Dalle mode culinarie straniere, dalle culture, traevano quello che poteva essere coltivato e incontrare il gusto. Credo che gli gnocchi conditi con zucchero e cannella di tradizione tedesca e triestina difficilmente avrebbero attecchito in alcune parti povere del veneto, nel polesine o nella bassa padovana ad esempio, se non fossero stati il succedaneo festoso ma compatibile, del blasonato agro dolce, dei saori raffinati, gloria e necessità della repubblica del leon. E così per il cren che nelle ruvide basse immerse nella nebbia, accompagna ancora i bolliti, mentre nelle parti più raffinate e pedemontane il dolce e il pepe si mescolano nelle mostarde, nella pearà, nella pevarada e poi mutano sino agli gnocchi con le susine e nelle brovade di confine .
Una cucina povera e ricca di sapore, accogliente e discreta, era la più bella metafora delle persone che ho conosciuto da bambino. Metto due ricette semplicissime, che faccio abitualmente e non per nostalgia, ma perché mi piacciono proprio nella loro ruvida schiettezza:
el broeton
La verza, meglio grande, viene lavata e privata delle foglie esterne con la costola più dura, queste vengono sminuzzate in pezzi più piccoli o affettate a strisce corte. In una pentola capiente, si mette a soffriggere una cipolla tagliata sottile con uno spicchio d’aglio, appena il soffritto è biondo si mettono le foglie sminuzzate, poi si aggiungerà anche il torsolo tagliato a pezzi. Si lascia che le foglie si insaporiscano per bene e poi si aggiunge acqua in relazione alla consistenza della zuppa che si vorrà ottenere. Si mette il sale grosso e si copre e si fa bollire molto a lungo. In pentola a pressione almeno 40 minuti, oppure un’ora e 20 e più in pentola normale. E questo è il broeton che va servito caldissimo, con olio crudo, pepe e formaggio. Una volta si usava polenta fredda dentro il brodo, oppure pane biscotto.
‘e verze soffegae
Per fare invece le verze soffegae si taglia il resto di verza in quarti, con la parte delle foglie più tenere e centrali, mondate del torsolo, e si tagliano a strisce sottili. In una padella si soffrigge cipolla e aglio (a casa usavano strutto, ma va bene l’olio) e man mano si mette la verza, si condisce con pepe e sale e con un po’ di dado granulare. Si copre e si mescola ogni tanto. Alla fine, quando le verze sono color giallo carico (25-30 minuti) si spruzza d’aceto e si consuma a fuoco alto per un minuto. Vanno bene come contorno per carni o anche da sole se arricchite di salsiccia sbriciolata e cotta assieme.
Infine con le foglie più tenere si può cucinare la verza lessa e condirla con olio e sale, oppure con la parte più interna, i cuori, tagliati sottili e soffritti, farne un brodo per i risi e verze. Insomma ci si può sbizzarrire nella semplicità.
Questo al nonno scappato di casa a 14 anni perché amava i cavalli e ritrovato dopo sei mesi in un circo a Napoli, sarebbe piaciuto.
una infinita bolla

Per scoppi, come se nel ventre oscuro dell’anima di pietra e fuoco, s’accumulasse un’infinita bolla. Così lo specchio nero del mondo da lì sale, per vie oscure, sublima in rocce polite, in creste taglienti, e il mondo ci attraversa e guarda sé, neutrino che segue un pensiero senza limite. E non si cura, non ascolta se non per sue vie che radicano infinite, che non fanno domande, non si voltano e procedono mentre attendono un passo.
Mai è il suo nome mentre interroghiamo il caso, seguiamo la possibilità e la chiamiamo speranza. Mentre parliamo al suo posto, mettiamo in bocca le battute al mondo e aspettiamo parli mentre il silenzio diventa insopportabile e allora di nuovo la parola, la nostra, riempie un luogo, risuona nelle nostre orecchie. Miracolosa la parola fino a un nuovo silenzio, fino ad un’abitudine interrogante che tace e rapprende il poco che resta nell’aria e in noi.
Così il silenzio accompagna a lungo e poi quando trasuda non finisce a tempo debito. Il tempo non ha debiti, casomai crediti e chiede conto mentre in disparte s’accumula il non fatto o ciò che dev’essere ripensato e ripreso in un interminabile gioco dove ciò che si scarta è sempre maggiore di ciò che si sceglie e però non scompare, ma sta quieto, in attesa. Di grandi coni d’infiniti grani è fatto ciò che resta in disparte. Ne vidi di enormi nei porti, si stagliavano contro il cielo, limitati solo dalla gravità e dall’attrito tra particelle. Poteva essere grano o zolfo, e allora il colore giallo riempiva l’aria d’indebita allegria, oppure era carbone lucente e grasso che assommava al vento polvere e piccoli mulinelli, tingendo cupo il cuore. Altrove erano minerali di ferro, rame e manganese che beffardi riflettevano la luce in caleidoscopi rivolti al cielo, o ancora coni di rottami tagliati da trance impietose, ridotti a parvenza di ciò che erano stati funzionanti, ma ancora vivi nelle tracce dei colori che li avevano vestiti. Erano arlecchini di passato, e mentori e presaghi, indicavano. E quei coni enormi nati da benne indifferenti, erano acquattati in attesa d’un nuovo essere.
Così è il tempo che non si compie, che non ha un fine e una linea: granuli e gravità che rotolano in nuovi equilibri e levigano le forme. Capsule d’attesa in un porto e possibilità scartate prima che divengano rimpianti.
Così il cuore che è un cono che si staglia verso il cielo e ha innumeri grani che danzano nel silenzio d’una musica d’attesa.
il tango del silenzio
Perché ora ti fidi, hai detto che non finiresti più.
Forse era la sfrontatezza sicura di chi attende,
o la luce che sorride dell’ignota possibilità
e del segreto d’una scaramanzia in attesa d’avverare.
Allora, nel suo fidarsi, il corpo s’è disteso:
dismessa l’arroganza il seno
il viso interrogava in attesa d’espressione,
e intanto, in un silenzio sorridente, hai porto la guancia,
perché era ora d’andare.
E di scoprire almeno il poco e l’importante
di ciò che s’era trascurato nel mettere da parte.
il buon errare

Come si dovesse ristabilire un equilibrio, un’ autostima da recuperare appieno, dopo la sconfitta nelle sue varie forme (e l’abbandono o la delusione sono tra queste), appare la rabbia. Chi ci legge, la vede negli atti, la sente nel tono, persino il negoziante straniero la coglie è ci sorride chiedendo e ragione. Una ragione che non c’è perché la rabbia è l’ultimo atto di debolezza, il colpo di coda, già oltre il tempo massimo. Ciò che genera è un gesto che forse scarica la delusione, ma impedisce di guardare avanti con razionalità.
Accade sempre quando c’è passione, si rompono le amicizie per questo. Forse perché le cose in cui crediamo portano con sé una carica emotiva, amorosa che le fa sentire come estensione di noi e quindi intangibili. Comunque sia, in amore, politica, vita quotidiana, la tentazione di rompere il giocattolo emerge. E siccome questa tentazione è sempre prossima nelle passioni, meglio fermarsi e capire prima dell’irreparabile. Ciò che diviene insopportabile è quasi sempre un bersaglio fittizio e neppure collegato alla ragione profonda del proprio disagio. Allora vale il rifiuto della rabbia, meglio gettarla nella fornace della prossima volta, nella certezza che nulla si conclude mai davvero e che il futuro sarà non una rivincita, ma un dar ragione alla ragione.
Guardando avanti c’è comunque una risposta dovuta : dove abbiamo sbagliato? E se pure non emerge l’errore, qualcosa che ha condotto le cose in una direzione diversa dalla nostra volontà c’è stato. Anche se fortuna e fato conducevano le linee del destino a quell’esito, almeno il non aver compreso a tempo ciò che accadeva, sarà stata pur stata un non vedere. Non penso ci sia colpa in tutto ciò, quando si vive si è miopi. Riesaminare, con la giusta distanza, è piuttosto la necessità di guardare in noi prima che all’altro, perché se ci piace vivere, con noi facciamo sintesi. E il nostro sarà un perenne confronto, un imparare che non apprende abbastanza, che ci condurrà in una mischia o in una relazione guidati da un sentimento che ci procura energia da spendere.
Nulla di più fallace dal punto di vista della razionalità. Nulla di più bello dal punto di vista del vivere.
C’è sempre del buono nell’errore ed estrarlo prima che si aggiunga errore a errore è un amaro che fa bene. L’in cauda venenum come agire, sperimenta l’impotenza del rancore: è un pasto che non soddisfa mai
fraintendimenti
Ho parlato a lungo dell’amore,
forse era solitudine, ancora sconosciuta, che scavava il senso alle parole.
Era così arcigna e acuta,
vetta ancora non scalata appieno,
e nel bosco confuso in cui si cresceva, persino le foglie incerte dell’autunno
ne avevano timore.
Eppure era lo stesso lasciare
incontrando il nuovo,
era volo e terra e di nuovo volo,
ma con altra compagnia
e senza il sole dell’estate
a tracciar profili e attese.
Mancava lo spingere scherzoso della primavera,
l’osare dei germogli,
l’umore scivoloso e dolce
che spingeva allegro lo sbocciare. Staccarsi, volare, capire
ed essere molti
restando un sé concluso.
Cosa non dappoco,
eppure in questa nuova follia
l’imprevisto, l’incontro era il nuovo,
che interrogava il sole
Lo stesso che chiedeva di riscaldar l’inverno.

una perdita di sé ?

” Davanti a lei c’era il solito viso giovane di Senkichi, ma non aveva il fascino oggettivo che si può provare per il corpo di un uomo al quale ci si comincia ad abituare. No, era un fascino magnetico, sempre più ambiguo, sempre più totalizzante. qualcosa in lui l’aveva rapita e non sapeva se sarebbe riuscita a separarsene. La sua voce, un gesto banale, il suo sorriso, un’abitudine insignificante come la smorfia esitante che faceva ogni volta che accendeva un fiammifero e ne ammirava la fiamma… Non poteva lasciar andare tutte queste cose che, soprattutto da quando avevano iniziato a convivere, si erano incollate al cuore di Taeko come vischio. Se qualcuno le avesse estirpate con la forza, la sua pelle si sarebbe lacerata fino a sanguinare. ”
Yukio Mishima. La scuola della carne. Feltrinelli
Taeko, la donna, ama e si lascia prendere dal fascino e, man mano, trasforma la presenza dell’amante in vita propria. Appartiene e la sua libertà evolve solo in relazione all’altro finché coincide con l’appartenere. Ma Senkichi non ha lo stesso sentire e ha una libertà che non corrisponde con eguale appartenenza, ha vita propria, e Taeko, mentre dipende sempre di più, lo capisce. Oppone desideri, destino proprio, ma solo nella sua mente, in realtà tutto è a due e vorrebbe un’ attenzione assoluta, essere libera di appartenere ed agire in conseguenza. Non essendo così, si lascia andare all’obbedienza, si conforma agli ordini erotici, modella la sua vita su quello che le viene chiesto, immagina una conclusione comune come libertà condivisa, ma sente che l’altro vive più vite e lei è solo una di queste. Di questo colloquio con l’amato, molto avviene nella sua testa, anche la richiesta di rassicurazione continua per timore della perdita che sarebbe perdita di sé, è implicita. Chiedere troppo potrebbe implicare l’addio. Teme la fine dell’amore come fine propria e il dolore fisico indicibile che ne conseguirebbe, è sul crinale, ha paura, non rompe l’incantesimo e quindi non può andare per proprio conto, deve procedere.
Se qualcuno vuol sapere come va a finire meglio legga il libro, a me interessa capire perché una cultura così differente dalla nostra com’è quella giapponese e in autore così imbevuto di tradizione come Mishima, diventi tanto simile la paura dell’abbandono nei suoi effetti. L’abbandono non ha sempre avuto la stessa fisiologia in occidente, in epoche, anche recenti e attuali, dove le migrazioni sono frequenti, c’è quasi un’inclusione della modalità del lasciarsi nell’ordinato evolvere delle storie amorose. Prima per una necessità che era immanente, dettata dalle cose, ora per una sorta di termine dei vincoli. Per cui è anche strano che questo sentire si sia portato, intatto nel dolore che provoca, nelle vicende di una società come la nostra, più leggera nei contenuti, meno vincolata. Diminuendo i vincoli sociali e religiosi legati al contratto matrimoniale e alle storie amorose era sembrato inizialmente che i sentimenti perdessero incrostazioni, fossero più naturali e liberi, che le storie avessero un evolvere che tralasciava gli assoluti e puntava sulla realtà. Come vi fosse finalmente un primato dell’amore, soprattutto nella sua eguaglianza di sentire e che il resto assumesse man mano la consistenza degli obblighi e della loro soluzione sociale. Invece non è stato così e pur essendo diverse le situazioni in occidente a seconda del contesto nazionale -ciò che è normale in un paese protestante sembra non lo sia in un paese cattolico- l’amore ha evidenziato la difficoltà di essere simmetrico e ha forse accentuato il dolore dell’abbandono. Più libertà ma non eguale, più dolore nell’abbandono, ma non eguale. A ben vedere tutto come prima. Quindi una fisiologia dell’abbandono e del dolore connesso non si è sviluppata. E non parlo delle grandi storie d’amore, ma della quotidianità dell’incontrarsi, amarsi, tenere assieme l’amore, oppure lasciarsi. Che questo accada in ogni cultura, anche se in modi, e credo con intensità differenti, rendono l’abbandono un punto fermo di analisi. A partire dall’abbandono (o dal suo non esserci) si arriva alla tipologia d’amore. E qui, ancora, oriente e occidente si incontrano, l’appartenenza e il sono come tu mi vuoi, è dipendenza, snaturamento del sé. Ma se si chiede a chi percorre questa strada, ci si sente dire che questa libertà consegnata all’altro è prova dell’amore e ancor più è dono assoluto. Piegarsi diviene facile se l’insicurezza di essere amati è alta, eppure in tutte le altre manifestazioni del vivere la vita sembra continuare con gli stessi principi di prima, è solo in quell’ambito che non ci sono più resistenze. Se in una storia non c’è simmetria, qualcuno rincorre perennemente e oscuramente sa che l’abbandono è già compreso nell’inizio, quindi ciò che si vorrebbe, indipendentemente dai sistemi culturali in cui si è nati, è che quel destino fosse rovesciato, che non fosse vero. Così Taeko, immagina evoluzioni cruente e comuni, non riesce a vedere un futuro felice e trasferisce alla passione asimmetrica il compito di far coincidere con un dolore/piacere, il destino comune. Manca un’ ipotesi dell’abbandono come evoluzione della storia amorosa, anche come sintesi di realtà, come passaggio/nascita verso qualcosa di nuovo che sia maggiore perché comprende una crescita. Il dolore come riconquista del reale e di sé, l’amore come qualcosa che mentre segna le vite, le spinge avanti, fa desiderare un nuovo assoluto. Manca questo pezzo nella cultura e quindi ciascuno lo elabora come meglio crede, trova una soluzione oppure implode in ciò che non stato. E questa singolare comunanza rovescia l’analisi: per sapere chi siamo e come saremo amati dovremmo capire perché l’abbandono pesi così tanto in noi come paura assoluta. Anticipo di una solitudine, questa sì assoluta nel nostro vivere, una incompletezza a trovare l’altro e quindi a sentirsi amati per davvero. Manca una educazione ai sentimenti, e questo è così poco naturale da far presupporre che sia un’area lasciata intenzionalmente vuota, come se nell’infelicità degli uomini ci sia un esercizio di potere.
colloqui di fine novembre: la vita come opera letteraria














C’è differenza tra vivere e lasciarsi vivere. Lo dici mentre cerchiamo un luogo dove fermarci per uscire dal rumore e dal freddo. La città di mattina si muove a fiotti, come le tue parole, che spiegano, si gonfiano finché parli e sembrano scavare a ondate, con furia che si ferma indecisa e poi riparte. Infatti esiti a volte, usi quelle forme che servono a prendere fiato, i come dire. Mi pare che tu stia cercando più a fondo. Così, mi pare, frasi dubitative… Mi pare.
Si parla e si riflette sul vivere. E si cammina. Sul serio e metaforicamente, dico, che è vero che le nostre vite non sono solo storie. Dopo le leggiamo così. E a volte anche finché sono in corso, quando si deve occultare qualcosa. Relativizzare. Mai nello stesso momento in cui, con precisione millimetrica, ciò che sentiamo accade. Talvolta si immaginano le evoluzioni delle vite, anche un fine , ma appena dopo i fatti. E se si è aperti a ciò che c’accade, la storia va ancor più per suo conto, ne siamo immersi. E’ una strada intrapresa, una direzione da assecondare con lievi movimenti di guida. Un obiettivo intermedio che consegna alla nebbia una destinazione non determinata.
Ti ricordi Ulrich, l’uomo senza qualità? Mi dici. Ad un certo punto, spiega che vorrebbe vivere come un opera letteraria, con una vita che si svolge e si interpreta, senza tempi inutili, per vivere di più? Poi se lo osserviamo, leggendolo, di Ulrich, si colgono le abitudini, l’amante, gli obblighi di un incarico da portare innanzi, molta quotidianità, insomma. Ecco, credo che il pensiero di trasformare la vita in racconto lo facciano tutti quelli che leggono molto. Forse anche quelli che scrivono. Meno i pittori o i fotografi che hanno bisogno del reale per farsene attraversare e sentirlo. Anche chi ama solo il piacere è così. O magari ne dipende solo quando emerge la pulsione e la sua soddisfazione diventa più forte di un fine che la comprenda, e poi tutto torna nei ranghi. I lettori invece, confrontano le storie che leggono con la propria, si riconoscono nelle parole, nelle situazioni, nei personaggi. Cercano la realtà che per loro coincide con la verità. In fondo avere a disposizione tante vite vissute aiuta a verificare la propria. Costruirla. Riconoscerla. L’analista dice che quelli che procedono a questo modo non si vedono sino in fondo, scelgono un modo di interpretarsi e basta.
Adesso si tace, ciascuno per suo conto, la vita attorno è più svelta di noi. Essere seduti fa scendere i pensieri lungo il corpo. Cambio discorso. Hai mai osservato, ti dico, che se guardi una bella donna in piedi lo sguardo e l’attrazione sono rapidi, uno scatto d’occhi e sensazioni. Senti che ti prende e cerchi un senso d’insieme come in una fotografia. Da seduti, la stessa donna diviene più morbida, procede per somma di attrazioni, ti soffermi sul viso, sul corpo, assorbi la bellezza lentamente, aggiungi pennellate, e lasci lavorare i sensi in modo calmo e intenso.
Non abbocchi.
Quando non si sa che fare si accavallano le gambe. Lo faccio con frequenza. Ci sarebbe bisogno di silenzio e invece tutt’attorno ci sono rumori che mostrano le vite altrui. Cose che si muovono o stanno ferme, il fare, le identità, tutte storie che si svolgono per loro conto. Un’immensa biblioteca di caratteri, di segni di cui non resterà traccia comune. La raccolta delle vite avviene in silenzio e si confina in cerchie ristrette. Di parole scambiate e sensazioni che restano, vibrazioni che si disperdono portando altrove energia. Il voler bene resta, ed è la propria storia mescolata per buona parte con la storia di qualcun altro. Abbiamo paura a legarci nel profondo, troppo invasivo, siamo troppo nudi nello stare assieme, non è per questo che attrae il piacere che mette assieme sensazioni che poi si spengono e ricominciano finché si può? Mi chiedo se sia questo il principio di piacere. Intanto hai ripreso a parlare, m’ero distratto un po’ troppo.
L’analista sostiene che vivo in modo letterario. Lo dici guardando le persone attorno, non me. Dice che quando gli racconto qualcosa seguo una trama e questo lo fa sentire in superficie. Credo semplicemente che sia in difficoltà perché le storie raccontate e vissute non lasciano troppi margini. Sono conseguenti, già decrittate, e io ho un rapporto particolare con i ricordi e il presente, questo lo so, ma davvero non saprei come vivere diversamente. Non si può essere diversi da ciò che si è, se ci si racconta la verità. Ossia lo si può essere per costrizione, per convenienza, ma che vite sono in definitiva, vite d’altri vissute nostro tramite.
Magari viviamo tutti in modo letterario, ti dico, o forse chi consideriamo notevole vive così. E magari letterario significa avere un filo, una trama che conduce le cose. E poi non è così per tutti? Conosco così poco degli altri tanto che adesso mi pare di non conoscere nulla di me. Più si procede e meno certezze restano. Vengono a galla le sensazioni, i sentimenti, ci si fa guidare da essi, ma se appena guardiamo sotto si vede che sono ancorati a principi forti che risalgono a chissà chi. Noi ne siamo portatori e in parte sono nostri davvero. Per questo lasciamo che la confusione galleggi, spuma per pelle e cervello per vivere capendoci qualcosa, sotto è tutto così torbido, c’è solo forza che tiene e si confronta. Bisognerebbe dare un nome alla forza per capire qualcosa. Ma dimmi, tu sai perché il piacere non è storia, perché si smarrisce e mal si ricorda? Ecco, vedi, questo ti dà misura della mia confusione. Sul piacere si orientano le vite e io non so capire cosa significhi davvero. Sembra un ornamento di qualcos’altro che avanza con fatica. Si adoperano piacere e felicità come sinonimi, eppure non lo sono, l’uno si può perseguire, l’altra è una condizione che movimenta tutta la persona. Ma entrambi non durano, però significano molto. Forse quel modo letterario di cui parla il tuo analista è la ricerca della felicità sempre e del piacere a volte, e il modo è una direzione verso cui scrivere la propria vita. Come si può. In balia dell’esterno, del caso e dell’interno con le sue forze oscure. Forse una storia è il tentativo di un ordine.
E forse chi non scrive e si affida, cerca le stesse cose. Lo dici guardandomi. Semplicemente spera la felicità e il piacere, ma lascia fare alla volontà che dura un attimo, alla decisione del momento. E’ un altro modo di vivere, con la storia che si scrive da sola. Hai notato quanti forse abbiamo adoperato? Si capisce poco e quel poco sono i comportamenti di tutti. Ci assomigliamo tutti, ma ciascuno vuole le cose in modo differente. Come dici tu, capisco poco anch’io e se mi guardo dentro ancora meno. Vivere letterariamente significherebbe rispettare un teorema, arrivare a una sintesi filosofica. Cose d’altri tempi, ora è tutto relativo, solo noi in fondo non lo siamo.