stamattina: ovvero la differenza tra stronzi e bastardi

Camminavo verso il primo dei guai della giornata. Essendo un guaio ben noto, la soluzione era solo dolorosa, più fastidiosi, pensavo, sono i guai occulti che posticipano i problemi, li lasciano marcire finché colpiscono anche chi dovrebbe risolverli. E’ un tipo di guai che arriva da persone che conosci, che magari hanno un rapporto con te, condividono idee e progetti. Nella mia testa, ripassavo persone vicende, e pensavo che questo mi metteva in difficoltà perché sono abbastanza inerme a questo tipo di attacchi. Non ne colgo il motivo, mi faccio domande, troppo spesso inutili, su di me per capire le motivazioni, cosicché alla fine devo indossare una funzione e agire non secondo quello che sento, ma secondo quello che devo. Così mi avviavo verso il primo si che doveva essere no. L’istinto diceva di sottrarmi, ma sottrarsi è un diminuire l’ego, in fondo c’è presunzione d’essere più forti delle cose, dell’ineluttabile già conosciuto, è il motivo della coazione a ripetere le modalità dell’errore, non l’errore. Ciò che non si controlla è il finto conoscente. Quello che si atteggia ad amico ed è a volte bastardo a volte stronzo. Entrambi portano guai ma lo stronzo è peggio perché non si palesa, parla d’altro, finge, e sopratutto non manterrà ciò che dice di fare. Almeno il bastardo si vanta d’essere tale. Gli piace. Sarà per questo che le donne vogliono redimerlo, e si scottano con cicatrici difficilmente guaribili. Il mio guaio era bastardo ed io cercavo di governarlo, tenerlo intelligente e innocuo. Ma non funziona così e dire di si impegna la responsabilità. Quella pessima cosa che ci mette nei casini e ci costringe a fare cose che non faremmo mai se dipendesse da noi. Ci deve pur essere una ragione a tutto ciò, al senso di appartenenza che ci fa fare del male a noi stessi, pensavo. E così, comunque fosse alla fine mica mi sono sottratto , lo sapevo che dovevo fare la mossa del cavallo ma non era giornata da giochi di ruolo e così alla fine ho detto di si. E adesso si onorano i patti. La differenza tra il bastardo e il responsabile è questa, il secondo onora gli impegni. 

amicizie virtuali

Mi viene chiesto di confermare una “amicizia ” su fb. Me lo chiedo anch’io, confermo? Amicizia ha un significato preciso, e per me il social ha meno rilevanza del rapporto umano vero, però c’è anche questo mezzo. Mica mi obbliga nessuno a starci, basta non raccontare come non si è. Quello che dico, sia nel virtuale o meno, è sotto mia responsabilità, quindi se si parla si dovrebbe permettere d’essere ascoltati. Ma la vita è altro, su fb è tutto è così parziale… Anche se possono nascere vere amicizie, in fondo tra affini ci si riconosce.

Non facciamola lunga, i veri amici hanno il mio telefono, sanno che ci sono, e questo basta per tracciare un confine. Non ho obiettivi, non devo crescere in popolarità, non ho nulla di cui vantarmi, leggo il profilo e acconsento. Può finire qui, ma sarebbe meglio avvisare che sono un po’ esigente e che se qualcosa mi disturba, prima dico che non mi va e poi taglio. E non si tratta di avere idee diverse, o almeno non troppo, ma se i nostri mondi che non si parlano, qui lo si scopre dopo. Mica è come nella realtà che capisco se cercarti o bere il caffè con te. E’ importante un caffè assieme, perché ti parlerei di ciò che penso con fiducia e senza pesare troppo le parole.

Questo è il limes con la realtà: cercare davvero l’altro e unire un piccolo piacere alla nostra fiducia. 

 Amor mio fedele, primo, pure la notte in sogno ti vedo; / mi sveglio e non ti rivedo, / e comincio a piangere a lungo. / Poni il mio amore nella tua anima / com’io l’ho nel mio cuore, / perché così vanno le cose nella vita: / amare come si è amati.

domenica mattina

Questa mattina ho riempito la casa 

di profumo di pane

e di musica.

Tu sorridevi, 

e non era poi così lontano.

Fuori il cielo ingrigiva

attendendo pioggia,

mi sembrava d’aver acceso

un mio sole

che scaldava attorno.

hanno vinto gli integrati

Viviamo in una complessità crescente. Ingovernabile dal punto di vista della comprensione. Il cambiamento è così veloce e continuo che la sua metabolizzazione è impossibile. Nessuno, compresi gli artefici del cambiamento, è in grado di prevedere dove stiamo andando. Intanto la testa si adatta secondo ciò che conosce. C’è chi si attacca alle tradizioni, alla sua cultura appresa, cerca punti solidi anche se vede che il mondo che li ha prodotti sta scomparendo, come se questa interiorizzazione del conosciuto si trasformasse in qualcosa di stabile. Altri puntano sulla non conoscenza, non ritengono, e non vogliono, capire, restano alla superficie e utilizzano l’utilizzabile. Altri ancora, vivono il cambiamento come condizione essenziale per sentirsi vivi, devono cambiare per non pensare a ciò che accade e comunque hanno una fede illimitata sulle capacità correttive della scienza. Ben pochi si chiedono dove stiamo andando, si fermano per una riflessione, si oppongono con motivazioni che analizzano, prevedono e danno alternative. La divisione è ancora tra apocalittici e integrati, solo che hanno vinto gli integrati e gli altri aspettano, amaramente, di avere ragione.

ma è proprio vero?

Ma è proprio vero che tutto è permesso, che noi, solo noi, siamo il paradigma del vivere, che la ricerca del piacere è di per sé giustificazione per ciò che siamo? E quanto è vero, se alla fine siamo sempre scontenti di noi, anche quando non ce lo diciamo perché camuffiamo la scontentezza sotto il vitalismo, ovvero l’ossessiva ricerca del nuovo, del movimento, dell’azione. Nell’inazione ci sono i nostri spettri, le verità che conosciamo e pure quelle che eviteremmo volentieri perché ci chiedono ragione. Nello stare fermi, in tutti i sensi, il tempo diviene solido e ci riflette. Un tempo libero da costrizioni che fa riferimento a noi e così si destruttura, diviene vivere senza accezione. La passione prima della passione, il desiderio ricondotto a compatibilità con quello che abbiamo dentro.

l’anima gemella e perfetta

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http://www.lastampa.it/2014/05/04/blogs/cuori-allo-specchio/caro-angelo-esiste-pi-di-unanima-gemella-DBQliLQhFbbRrawTo7OP2H/pagina.html

Ho letto nella rubrica di Gramellini (lo trovate qui sopra ciò che ho letto), la proposizione dell’eterno dilemma della scelta tra diversi amori. Che poi è la riproposizione della domanda se possano amarsi più persone contemporaneamente e cosa dare a ciascuna di queste che riesca a soddisfare entrambi e alla fine scegliere oppure farne a meno. Tema difficile se affrontato solo sul lato sentimentale, meno complicato se esso viene aiutato da una serie di strumenti che si chiamano morale, società, religione, ecc. ecc.

Le risposte in calce all’articolo sono tutte condivisibili, sagge, acute e corrette. Direi anche rispettose della persona e del probabile esito delle storie amorose, come vi fosse una casistica e una conseguente tassonomia che aiuta a risolvere i problemi della vita amorosa, ma in realtà sappiamo che non è così e che il fattore umano è, per sua natura e vocazione, poco incline alla logica e soprattutto apprende dopo e non prima che si verifichi qualcosa che lo riguarda. La coazione a ripetere non sarebbe così diffusa se così non fosse.

Con molto meno acume, qualche anno fa, mi ero messo a fare un flow delle storie che accadevano attorno a me, ne ricavai un post che non venne ben capito, in quanto ciò che per me era materia di discussione fu preso, invece, per una sorta di tracciato razionale (e quindi cinico) dell’affettività mutevole del maschio. Con tutte le negative conseguenze del genere, che pare non goda di buona fama. Dopo, ho maturato che le cose sono ben più complesse, che ogni storia fa per suo conto, che nessuno vuole assomigliare neppure a se stesso e che, in realtà, a far da argine alla bizzosità dei sentimenti e al bisogno d’amore, sono sostanzialmente tre forze: la società con i suoi vincoli economici, la paura di sbagliare, la perdita di consenso sociale e di status. Ci sono indubbiamente altri elementi, ma se escludiamo il possesso della persona amata, credo che altre spinte a decidere nel senso conservativo si possano includere nelle tre forze principali.

Parlo di senso conservativo perché in realtà c’è una singolare dicotomia tra quanto si dice e quanto si pratica, infatti pur essendoci letteratura, arte, poesia, film, racconti, emozioni condivise ecc. ecc. che spingono verso una interpretazione libera dei sentimenti, una simpatia e riconosciuta forza all’amore, infine si lascia la persona a decidere senza un supporto esterno che aiuti a scegliere una nuova storia sentimentale in modo equilibrato. Insomma si fa carico a quest’ultima della decisione e relativa responsabilità di infrangere tutta quella serie di forze di cui accennavo sopra senza avere equivalenti forze che la sorreggano in senso contrario.

Nella società occidentale il nomadismo sentimentale non è gradito, è permesso ob torto collo, confinato in certe età o classi sociali, ma non ha uno status sociale se non attraverso elementi patrimoniali risarcitori. Il divorzio è uno di questi. Non è dappertutto così, cambiando culture cambiano atteggiamenti e alcune delle forze che spingono verso una conservazione diventano più labili, o diverse e in alcuni casi, ce lo dice l’antropologia, non esistono proprio. Quindi il principio di natura che la società e la chiesa invocano non sono così universali, ma sembrano piuttosto rispondere ad un medio star bene dell’individuo, ad un farsene ragione, accontentarsi, lasciare che passi e, in attesa che ciò avvenga, conservare quello che di buono c’è. C’è molto di positivo in questo, che porta a scoprire lati dell’altro che si erano trascurati oppure dati per scontati, anche se non passa la convinzione che l’elemento ancestrale della conservazione del patrimonio inteso come sostentamento e status, faccia capolino in tutto ciò.

Eppure mai come in occidente c’è tale e tanta letteratura che va verso la valorizzazione del sentimento come discrimine principe per una decisione. Ma se si passa dalla teoria alla pratica sociale si conclude che questo vale solo per evitare un male maggiore: il disamore, i maltrattamenti, lo star male. In questi e altri casi negativi è consentito passare ad una nuova esperienza piena di sentimento con altri ed essere ben accettati socialmente. Una sorta di male minore che diventa bene, insomma.

Lo scopo di queste righe è dire ciò che sommariamente penso, non altro, ovvero i miei dubbi che tutto questo sia stabile e naturale. C’è talmente tale e tanta felicità, energia, infelicità connessa ai rapporti umani amorosi che ciascuno ha molto da dire sull’argomento, a partire da se stesso. Ciò che mi preme è aprire una riflessione che considera come poi ciascuno trovi un equilibrio e una condizione vitale, e come questa presupponga una durata, breve o lunga che sia, un farsi, e non un’eternità. Mi chiedo quanti sentimenti vengano uccisi o piegati nel possibile e cosa sia davvero questo possibile, se si supera il senso comune. Me lo chiedo non perché non condivida quanto scritto nell’articolo, ma perché penso che questa parte della nostra società occidentale sia ancora monca di riflessione e pensa di racchiudere nei termini: anima gemella, ciò che gemello per sua natura e sentire non può essere, occultando il vero fiume impetuoso e sotterraneo, ovvero il rapporto amoroso. Non ho risposte, ma argomenti per riflettere e se qualcuno contribuisce, sono felice. 

 

 

vorrei parlarti del mio vento d’aprile

Golfi così ampi e campi, sembrano respirare

nello sguardo che si perde,

e tra essi,versi crepitanti, odorosi di resine,

bruciano, nei fuochi di stoppia e rami.

Vento d’aprile,

dall’orizzonte vicino di collina,

dalle altezze d’albero, 

dal verde verticale, che spinge

verso il blu di cieli rigati dalle nubi

e poi s’atterra in tinte pastello, e bruni

risucchiati verso il nero d’anfratti e terra: 

pianura, monte e mare,

c’è vita tra bianchi di calcare,

grigi di selce, 

rumore di sassi smossi dall’onda,

spuma che si scioglie o vola via,

strappata.

Di questo, e del vento che accarezza le foglie

prima di strapparle nelle ventate d’aprile, 

del suo percuotere lamiere, 

e fischiare con voce di basso, 

di tutto questo vorrei dirti,

ma le parole

sono bulimici ciechi di gusto

e divorano perdendosi nel senso.

Per questo non so dire,

né dirti, se non un silenzio

che nei miei occhi canta.

il veneto non è venezia

Le parole che corrono di più, tra battute e sarcasmo, sono : pagliacciata, imbecilli, figuraccia. Bevono l’aperitivo e ridacchiano, questo è un bar frequentato da poliziotti e si sentono le valutazioni tecniche della retata di indipendentisti veneti, il reato, l’efficacia della minaccia. Sembrano rimpiangere, come han fatto non pochi giornali, gli altri terrorismi, quelli seri che da queste parti non hanno scherzato, le brigate rosse e nere, l’autonomia. E poi ridono sul fatto, la gravità penale che rende tragica una farsa, la futilità dell’agire che diventa segno di inadeguatezza, eppure… Eppure credo si stia sottovalutando un sentire che cresce e si espande in aree sinora immuni. Pensate cosa sarebbe accaduto a Torino se invece di avere una marcia dei 40.000, i quadri si fossero alleati con gli operai.

Provo a ragionare: Venezia è stata repubblica per almeno 900 anni, non c’è stato europeo che possa dire altrettanto, e al mondo non c’è mai stata una così lunga identità sociale tra governanti e governati. Cero è finito tutto nel 1797, ma è davvero finito tutto? Parlo del sentirsi una cosa a parte, conquistati ma non inclusi. Era già accaduto con gli austriaci, il 1848 a Venezia fu diverso rispetto a qualsiasi altra rivoluzione europea dello stesso anno, perché tornava su una bandiera già usata, non su una nuova, le idee erano nuove, non il vessillo. Comunque non molti anni fa, parlo del dopoguerra sino a metà degli anni ’50, le spinte alla specialità del Veneto erano forti ed erano interne alla D.C. che riuscì ad assorbirle. Ma come? Con una modernizzazione delle opere pubbliche e con una disattenzione alle regole che permisero lo scempio urbanistico spacciato per progresso. In realtà chi aveva inventiva e forza per lavorare, faceva quello che gli passava per la testa. Altrove è stato uguale, ma qui incontrava l’idea del far da sé, di uno stato lontano che facilitava una autonomia del fare. Questo trasformò un territorio agricolo in una serie infinita di aree produttive manifatturiere e industriali basate sull’autoimprenditoria. Quella piccola e familiare, anche quando cresceva. Qui si è praticata una autonomia di fatto e un individualismo corretto solo dalla Chiesa.

Senza aziende di stato, con una auto imprenditoria di metal mezzadri che trasformavano le stalle in aziende, per crescere economicamente, lo stato doveva esistere poco, imporre poche regole, consentire una evasione controllata. I consensi plebiscitari della balena bianca in Veneto, hanno occultato lo scarso legame ideale che esisteva tra questi territori e l’idea di Italia, anche perché questa idea non è stata molto esplorata neppure altrove, erano il conformismo e la convenienza i veri leganti tra politica e cittadini e siccome lo sapevano tutti, la politica nazionale ci ha sguazzato alla grande. Anche la lega di Bossi ha adoperato questo sentire, prima eliminando la liga di Rocchetta, uno degli arrestati, e poi spostando il baricentro in Lombardia, evocando al contempo quella bizzarria della Padania che non aveva né cultura né identità possibile. Sembrava al più un nome di formaggio di serie b, oppure una grande pianura alluvionale, ma qui i contadini tengono alla loro terra, è loro e non si confonde con quella lombarda o piemontese, come poteva essere sentita come una comune piccola patria? Diciamo che non aver avuto politici di rango che interpretassero il Veneto è nociuto alla causa della specialità della regione. Perché di questo si trattava e si tratta. Lo stato centrale non è in discussione, se non per le sue perversioni, a cui la Lega e il PdL governando il Veneto e anche il Paese, per 20 anni, non hanno messo alcun freno, anzi attribuendo secondo convenienza le colpe e scaricando le responsabilità. Quindi non si è risolto nulla. Le alluvioni degli ultimi anni, la crisi economica gravissima, hanno fatto risaltare la sproporzione tra ciò che si è promesso e ciò che si è fatto, lasciando le imprese e i cittadini privi della tutela precedente e soli davanti alla crisi. Si dirà che accade ovunque, che da altre parti va anche peggio, ma qui il tessuto sociale era fortemente permeato di un rapporto tra positività: il lavoro senza limiti, la crescita, lo scambio, la banca, la parrocchia. Tutto tenuto assieme da una idea di autosufficienza, ora questa idea è in crisi e l’insofferenza verso uno stato patrigno cresce.

Si confonde il Veneto con Venezia, che è una eccezionalità e un punto ideale con problemi propri e risorse ben diverse dal resto del Veneto. Ma il resto del territorio regionale è attorniato da due regioni, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia, che trattengono rispettivamente il 90% e il 60% della tassazione nel territorio, e gli effetti si vedono. Decine di comuni di confine chiedono di passare, secondo vicinanza, dall’una o dall’altra parte. Per convenienza, naturalmente, ma anche per equità perché non è possibile competere con chi a pochi km ha benefici importanti. E’ un fenomeno che non ha eguali in Italia, eppure nel riformismo urgente anche del governo Renzi, non c’è traccia del palese divario che esiste e che è fonte di diseguaglianza (e di innumeri sprechi)  tra regioni a statuto speciale e quelle a statuto ordinario. E’ evidente che dove la vicinanza è più forte, l’ineguaglianza emerge con maggiore evidenza e anch’essa provoca insofferenza. E il fatto che ci sia una ineguaglianza tra cittadini già alla nascita, e indipendentemente dal censo, è sotto gli occhi di tutti, ma non viene considerata un problema nazionale.

Quindi ci sono una serie di fattori che mettono insieme un mix pericoloso: una identità forte con una lingua ancora molto parlata, una crisi economica, una differenziazione inconcepibile tra territori contigui, uno Stato che non aggrega ed è lontano. Diamanti, Bettin e altri analisti, certamente di scuola non leghista, rilevano da tempo, il sentimento di insofferenza che si diffonde e cresce. E che non è di per se stesso secessionista, ma chiede almeno in parte un autogoverno delle risorse prodotte nel territorio. E proprio in questi giorni c’è un fiorire di altre sensibilità che parlano di questa insofferenza: Cartongesso, ad esempio, recente premio Calvino, oppure il film, Piccola patria. Ma Mazzacurati, Segre, Carlotto e molti altri ne hanno parlato e questi si aggiungono ai saggi, noir, testimonianze letterarie, poetiche e filmiche, che raccontano che si è superata la sociologia di Schei e di Signore e signori. La letteratura, la poesia, il cinema sono sensori importanti perché escono dalla cronaca e interpretano un sentire. Il fatto che tutto questo venga sottovalutato, che emerga solo la farsa di un gesto pateticamente eversivo, ha almeno due pericoli: l’ignoranza del sentire comune e quindi l’assenza di risposte con il conseguente radicamento del problema, la spinta verso atti più perniciosi e meno carnevaleschi. Concludo su quest’ultimo punto. Se da un lato si sottovaluta, dall’altro non si considera che esiste comunque un terreno fertile per teste calde e per radicalismi. Per queste cose serve una risposta legale che metta assieme l’attenzione con il rispetto della legge, che faccia capire che lo Stato esiste e agisce. Insomma fare quello che dovrebbe fare la politica: risolvere i problemi e non ignorarli.

Una spiegazione

Forse cominciamenti è poco comprensibile se non dico che ho fatto un piccolo esperimento che mi riguarda, ovvero ho preso alcuni inizi di post non pubblicati e li ho troncati cercando di trovare successivamente ciò che avevano in comune. Insomma ho cercato di trovare una parte di me che emerge. Non credo che la cosa interessi molto chi mi legge, ma per me era significativo. Un buon inizio vale un libro, nel senso che se ci si impantana subito la narrazione, l’analisi, non prenderà mai avvio, ma questo riguarda anche noi: sappiamo che le nostre storie si avvitano quando ad una scelta sbagliata, per giustificarla, si sommano tutte le altre. Trovarci in quello che ci appartiene non è solo un esercizio e neppure un atto dovuto, è una possibilità. Non so come continuano le mie storie, ma se sono me, mi corrispondono e non saranno difficili da portare avanti.

ti parlo della primavera

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Mi verso il caffè nel bicchierino, come si fa a Trieste, come faceva mia nonna, che triestina non era. Ha un sapore di casa, il gusto lungo del caffè estratto con dolcezza. Le dita faticano a tenere il vetro bollente, così sorbisco lentamente, con gli stessi gesti antichi che ho ritrovato percorrendo quel grande arco che va incontro al sole e attraversa i Balcani verso Istanbul e poi giù, attraverso Siria ed Egitto sino al Corno d’Africa. La stessa strada che hanno fatto i piedi dei nostri antenati. Sorbire, scaldare le dita, poggiare, parlare con lentezza, e ricominciare. Chissà se è primavera in Eritrea oppure il sole già brucia e di giorno s’esce poco. Guardo fuori dai vetri, il cielo s’è ingrigito, ma il mandorlo è luminoso. Tiene per sé una luce che restituisce in quei fiori di cinque o sei petali che ora sono dappertutto. Anche sul tavolo dove ora sparge petali e riempie di profumo intenso la cucina.

Dovrei parlarti della primavera qui in pianura, ma ho solo colori che gli aggettivi sporcano tanto sono teneri. Solo il verde tarda un poco e non è ancora così nuovo. Camminando attorno alla città ho visto i campi coperti della peluria degli steli appena accennati tra il bruno della terra, si capisce che questa nutre e verrà sopraffatta da ciò che sta nascendo. Già muta nel verde al limite dei fossi, tra i narcisi a frotte che, secondo loro alchemici sogni, si sono installati in gruppi fitti lungo i clivi. Ci sono molti colori e dappertutto. Le fioriture sono così improvvise, da un giorno all’altro, e noi così immemori, che ne siamo sorpresi e additiamo tra noi sorridendo ciò che accade. I marciapiedi di città sono tappeti di fiori che macchine solerti spazzano di buon mattino. Ne sento il rumore da casa, vengono anche nel vicolo, ma gli alberi le sbeffeggiano perché appena se ne sono andate ricomincia la pioggia di petali sulla strada. Ho osservato che il grigio nero dell’asfalto sta bene con tutto, anzi ravviva i colori. Insomma attorno c’è un gran lavorio di piante e di fiori che non lascia indifferenti.

Tra i negozi sotto i portici, sono le pasticcerie a parlar presto di primavera. I dolci teneri e le focacce hanno preso il posto dei fritti, ultima propaggine d’inverno e carnevale. Mi pare che pure la gola cerchi adesso una sua età dell’innocenza e che il correre sui prati, il primo sudore che si rapprende all’aria, corrisponda a un sentire che rende leggera la voluttà. Non è ancora tempo dei vestiti che giocano col corpo, però i soprabiti ingentiliscono il passo. Anche la sensualità s’alleggerisce e attorno è tutto un produrre d’ormoni, di fluidi che scorrono, gemme e steli che s’inturgidiscono, vien naturale che il corpo li segua e si conformi. Non c’è il greve del chiuso, delle passioni in cui l’aria s’addensa, i colori e i sensi s’inscuriscono, adesso è la luce che trionfa e pare tutto avvolgere di leggerezza. Ho l’impressione che tra i tanti tipi di bellezza, ce ne siano alcuni dove essa si rinnova e che sia inutile cercare di prenderla perché deperisce tra dita e che pure le mie parole non ti dicano molto di ciò che davvero accade attorno. Sarebbe un buon modo parlarne rivolti al cielo, stesi sull’erba a guardare nuvole gonfie di bianco. Senza alcuna fretta , con un tempo nostro. La vedi quella che sembra un cappello con un viso che sorride e quell’altra non pare un cinghiale che rincorre una palla ? Parlar di ciò che pare, perché ciò che è, sta dentro ed ha una sua bellezza che entrambi sappiamo. Solo che non si dice.