andante festivo

 

A Te dovrei dire: oggi siamo stati,

ci siam visti, siamo andati,

e raccontarti le cose piccole che faccio,

ricordarti ciò che già conosci,

e lasciare che Tu parli.

Ecco, dovrei lasciarti parlare,

con quel tuo dialetto dolce, lasciarti dire e ascoltare,

ma quello lo stai già facendo,

e non hai mai smesso.

Abbiamo camminato a lungo assieme,

sono fortunato,

sulla mia parete, tra le altre,

c’è una fotografia in cui la mia mano si appende alla tua,

eri Tu che mi tenevi allora,

adesso pare a me di trattenere la tua mano,

o forse è come allora?

Sai,

è triste, più del solito, il natale,

ma mi manca la tua voce,

perché sia lieve,

nel raccontarcelo tra noi.

la forma delle cose

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La forma delle cose non è, sai, l’apparenza, ma il succo che contengono. Occorre pazienza per una goccia, gusto pulito per assaporare, attenzione e tempo.

Il tempo comune è sempre poco, così sembra, ma il tuo non è così arrogante, si stende lento, si dipana secondo le tue mani. Mani fatte di pensieri, di gusto, mani che accarezzano le cose, le aprono e con occhi bambini si lasciano sorprendere.

Mi piace che tutto rallenti in una carezza timida che percorre un oggetto. In questa sapienza c’è il trattenere il tempo anche di chi guarda. L’ ho imparato per mio conto che i minuti s’allungano e s’accorciano, ma altrove, senza sentire prima dov’ essi fossero diretti. E non importa dove vanno i minuti, anche quello ho imparato, quando mi piaceva distillare.

E già c’era la pazienza che è gusto dell’attesa. Ma tu conosci la lingua delle cose, il loro parlare sonoro al tatto e al cuore.

i migliori anni della nostra vita

La pioggia cade a gocce fredde e rade, il ritorno è sempre meglio del prima dopo una cena ufficiale. Mi piace andare in auto nella notte verso casa, c’è in sottofondo la musica di radio tre, i pensieri si svolgono pieni e liquidi, con una direzione e senza tempo. Le nostre storie sono ricche, ma è passato, ce lo portiamo dietro in ciò che siamo, in come ci siamo costruiti. Per questo le occasioni e le ricorrenze canoniche le sopporto malamente. In quei tavoli ricchi di cristalli, décolleté, abiti scuri, camicie bianche e cravatte serie, non si parla di nulla che scavi un poco. Qualche notizia, osservazioni che già conosciamo, le vacanze prossime e passate, quel minimo di ostentazione derivante dal ruolo.  Bisogna essere brillanti per passare la serata, anche per bilanciare qualche piccola perla che ci vien buttata qua e là a ricordare lo status. Sembra ci sia la necessità di fare il punto su chi si è, in queste occasioni, di complimentarsi con se stessi per dove si è giunti. Un vecchio vizio della borghesia sapere chi è, dopo che non adorna più di ritratti le proprie case. Un modo per chiudere i cerchi di chi conta: poco, molto, davvero.

Conta molto la cortesia. Come sempre, ma qui non si mostra nulla che ci riguardi davvero, perché non è richiesto e sarebbe comunque fuori posto. E’ così, ogni volta mi chiedo perché ci vado, anche se ora le occasioni sono per fortuna ben ridotte, la risposta è: lavoro. Inizia, finisce, si torna.

Si torna nella notte, dopo le molte, troppe luci. Lo spettacolo musicale ha evocato, canzoni erano dell’età di chi festeggiava, ben cantate, le solite sempre belle, e si vedeva negli occhi che riportavano ad altro. Le donne mormoravano le parole, qualche piccola frase le interrompeva, poi riprendevano. Il pensiero scivola, in questi casi, ad un allora, ad un’ occasione, un ricordo, una persona, un momento d’altri anni. Emerge il baco che i migliori anni della vita siano già passati, che ora è il tempo dell’attesa, dello lasciar scorrere. Forse per questo i racconti di ciò che accade ora, sono punteggiati di eccezionale, di memorabile, come se ci dovesse essere qualcosa a cui aggrapparsi perché gli anni pieni di vita sono già trascorsi. Rassegnazione e realtà. In queste occasioni si misurano le abbronzature, il grigio e la quantità dei capelli, la linea che tiene o si corrompe. C’è un allora in cui questo non accadeva, oppure era diverso, era una competizione allegra e tragica, c’era possibilità di mutare anche se ti sentivi un cesso, bastava uno sguardo per rimettere in ordine l’autostima. Adesso invece emerge l’assoluto, ciò che l’occhio non può negare. Rispetto a cosa? Rispetto a qualcosa che non c’è più, che forse non c’è mai stato?

Di notte i pensieri sono morbidi, non hanno concitazione, mi piacerebbe fissarli, ma so che in altro modo torneranno. Non questi, con queste parole, ma torneranno. Non sono forse il prodotto di ciò che sono stato, di come mi sono, con pazienza e rabbia, costruito? Per questo non ci credo che i migliori anni della nostra vita siano alle spalle, che galleggino, già vissuti e relitti,  in attesa di chissà quale terra. Sono in un’età in cui i rimpianti potrebbero uccidere e i ricordi avvelenare i pozzi da cui bevo. Per questo è necessario muoversi in avanti, sentire il buono che verrà, ciò che non si conosce, ciò che si vivrà. No, i migliori anni della vita attendono pazienti di essere vissuti ed essere messi assieme agli altri. Non c’è mai stata un’età dell’oro che non fosse davanti a noi, che non si potesse fare, costruire. Questa è la direzione giusta in cui la vita mette assieme il momento, ciò che piace e ciò che si rifiuta, mette assieme l’incontro inatteso, la meraviglia non vista, con quello che si vive, con quello che non vorremmo, che pesa. I migliori anni sono qui davanti, hanno solo bisogno d’essere riconosciuti. Con l’esperienza accumulata, con gli errori fatti. E dovrei avere la consapevolezza che serve a riconoscerli, a viverli, soprattutto. Così penso e arrivo alle luci della città che sparano la notte verso l’alto, non ci sono molti in giro a quest’ora, chissà chi deve rassicurare tutta questa luce.

Il caldo, ciò che conosco mi attende, nell’allegria dei naufraghi anche ciò che non conosco fa parte di me, chiede di diventare il mio tempo, il mio tempo circolare, il tempo delle stagioni che si rinnova e rinnoverà. Il tempo che promette sempre una buona annata, un’altra che poi andrà nel ricordo assieme alle precedenti.

http://http://www.youtube.com/watch?v=qy0QABfXJoY

bocca, labbra, baci, rossetto

Dal catalogo della tua bocca, labbra, baci, rossetto,

le espressioni lette assieme agli occhi,

l’arricciare del labbro, ragazzo impertinente,

una mostra di sorriso, l’accenno dei denti.

Il senso della musica di Bach sul viso,

scivola al centro delle labbra, 

e distende un muscolo prima contratto, 

s’ illumina un distratto pensiero:

nube che s’avvita si risucchia in sé,

un attimo poi basta.

I suoni sono leggibili se diventano parole, 

le tue labbra sono parole, il viso è parola

mutevole, profonda e fugace,

da prendere e conservare

(belle le cose che si rinnovano nel cuore),

o lasciare sia suono assorbito, sentito, donato:  

un dire d’espressione ora è mio,

racconto rubato.

Mirabile fusione è musica posata sulla parola,

ancella che sogna d’essere regina, ma

cantata sommessa, è essa stessa parola.

Baci, labbra, rossetto,

nulla è più tuo della tua bocca,

che, muta, parla a te senza sapere,

ed a me che guardo e attendo,

gatto assiso sulle ginocchia che s’ascolta,

ascolta.

a proposito di abbandoni

L’amore è un’esperienza personale che a volte si condivide.

Cambia sempre profondamente e nella delusione, nell’abbandono, mette davanti al baratro del cinismo. Nel senso dell’assenza, scompaiono i voli, le felicità improvvise, l’acutezza dello sguardo, il sentire che trabocca e resta un senso di defraudato vivere. Poi non sarà solo il tempo che allevia, ma il dare nuova possibilità, mettendo una misura alla tristezza.

Il sogno e la realtà d’amare, quando si ricongiungono, annullano il passato, ma è difficile parlare di questo nel tempo dell’esperienza, della varietà, del numero. Ci sono amori finiti che s’alimentano d’altri consapevoli, ci sono amori che non si guardano mai allo specchio, amori che fuggono e, di converso, amori pazienti che attendono, amori silenziosi ed altri che hanno bisogno di urlare, amori allegri ed amori che vivono di dubbi. Tutti s’ingegnano nel mettere assieme il sentire con la realtà, sino a modificare ciò che sentono, come vi fosse un’educazione alla possibilità d’amare leggeri.

Così nell’abbandono è inclusa la speranza e la forza del nuovo, di ciò che verrà. Quasi impossibile vederla, bisogna lasciare che si faccia strada e cresca, poi la vita ricomincia.

recensione

Delle 342 pagine se ne possono togliere almeno un centinaio, il romanzo perfetto, senza ambizioni di eternità, dovrebbe stare sotto le 250 pagine. I personaggi? Francamente troppi e si mescolano troppo con le descrizioni dei luoghi e dei sentimenti. La scrittura è nervosa, spesso indecisa, chiusa in frasi corte, a volte cortissime: è ghiaino che scricchiola sotto i piedi. E’ impossibile muoversi in questa storia, che poi sono molte storie intrecciate, smozzicate e lasciate spesso all’intuizione, senza far rumore. Quindi ghiaino e passi nel buio per il lettore che procedendo non capisce più se il rumore dei suoi pensieri-ghiaino, faccia parte o meno delle storie del libro. Questa è la cosa curiosa e, a mio avviso, di maggior pregio, ovvero un attrarre-respingere continuo del lettore. La mia copia è alquanto ammalorata perché ho interrotto, buttato il libro, anche materialmente, e poi l’ho ripreso, più volte, spinto da una curiosità pettegola su come voleva andare a finire. No, non bastava leggere la fine, o a tratti all’interno, serviva immergersi in un guazzabuglio tenuto lessicalmente assieme da un editor di rango, il vero autore del libro, ed è il cumolo di parole che generano fili di possibilità ad essere attraenti, non i personaggi mal scavati, privi di spessore, nessuno memorabile. La quarta di copertina dice un sacco di bugie, ma questa è una costante, mai fidarsi della quarta e neppure del colofon, alla fine se sarà il libro del mese o dell’anno, saremo noi a deciderlo. Questo, ha vinto anche un premio, e allora? All’editor dovevano darlo il premio, ma ai manovali nessuno pensa mai, ai più basta abitare la casa.

Insomma storiettee, raccontini cuciti con fatica, e non senza fatica si giunge alla fine, resterà un’impressione di orecchiato, di aver sentito qualcosa che prometteva molto e si è risolto nell’ennesima occasione sprecata.

Giunti all’epilogo, vi ripeterete: anche questa è fatta, adesso basta. Ma non vi ha obbligato nessuno. Ricordatelo la prossima volta.

p.s. mi chiedono spesso di scrivere una recensione, eccola.

chissà se ho chiuso il gas e altri 100 modi per tornare sui propri passi

In attesa della perfezione d’un recinto, un quadrato di novanta caratteri di larghezza e quaranta cinque righe d’ altezza, torno sui miei passi. Verifico con minuziosa attenzione ciò che non vedo, mi pongo domande urgenti del tipo, ho chiuso il gas? e la porta, ho poi chiuso la porta? Come se dei gesti, delle abitudini, divenissero magia di scongiuro: la sicurezza, il tenere gli affetti, il conservare integro il me, e che per un gesto, di ciò che è, non restasse traccia, perché una vita nuova si fosse rappresa in una fobia che parla d’altro.

Basta scrollare il capo, scavalcare con lo sguardo il momento, per sanare un pentimento e già la vita si ricompone ordinata, come un caleidoscopio in cui, non il disegno ma,  il colore diventa importante. (e qui vorrei che le parole cadenzassero, acquistando il ritmo loro di battuta, staccate ed eguali scendessero nella tua, come nella mia mente)

Trattare le paure con paure più piccine,

scomporle in singole perle, fidando che la collana potrà riprendere splendore,

inseguire l’idea che le cose, come le parole, possan divenire scabre;

non definizioni di vocabolario, ma duri pezzi di bambou pronti all’uso d’astuccio.

Fibra che s’addensa. Non fa così la vita? S’addensa,

in qualche sfera che c’appartiene e non si condivide davvero, se non per lucentezza

e preziosità, sapendone difficile il racconto del suono nel rimbalzare, il suo correre veloce, l’essenza di luce e madreperla dura e fragile,

così che un bicchier d’aceto potrebbe dissiparla per farla definitivamente nostra.

E a che servirebbe allora, aver bevuto l’essenza? se tutto si riduce a fisiologia di desideri, scariche di liquidi ed ormoni,

dov’è la preziosità nostra? Lo dico a te, essenza di conoscenza,

che non sai trattenere e dissipi pensando che sia questo il modo di fuggir la morte che t’ impaurisce,

te che non credi d’essere eterna e percorri di corsa ogni parete di stanza.

Non sono le stanze tue, forse ricordi di ciò che non sei? di ciò che vorresti essere e mortifichi

in tratti ben più semplici di vita?

Mi viene in mente che solo gli scolari negligenti non cessano mai d’essere tali e quella sensazione di colpa per non aver appreso a tempo debito, li accompagna e spinge a sapere e mai accontentarsi. Ed al tempo stesso hanno sensazione che la loro inutile fatica riempia le vite, ma dia loro una continuità che ammette l’eterno. Nel finito l’eterno, nella fobia la paura d’altro, nel tornare sui propri passi il sentore di miele amaro che rivede ciò che è stato, ciò che potrebbe essere, ma non ciò che sarà. La fobia e il vivere disordinato, il desiderio d’ordine, di sequenze accoglienti, di punti fermi e bricole a cui attaccare la propria barca e la prigionia d’un mare dove la terra è sempre in vista.

C’era un inizio fulminante, poi il romanzo m’ha condotto altrove, lo so, lo ricordo eppure non sapere cosa sia stato meglio, mi consente d’andare, d’avere altre possibilità, di mescolare  la permanenza dei sentimenti con la mutevolezza del vivere.

Così mi sovvien l’eterno andare, e la certezza che porta mia è chiusa, che nulla verrà di me sottratto ch’io non voglia, si riposa nella sensazione di pace del riaprirla.

Gesto bello e salvifico del tornare. 

dovrei

Dovremmo lasciar svolgere le nostre vite, ascoltare il buono che ne viene,

parlare anche con il silenzio, e pensare con forza a chi si vuol bene,

togliere ogni consuetudine che divenga falsità,

astenersi dai luoghi comuni perché il cuore trovi parole nuove, inusate, assieme a musiche senza tempo,

riconoscere la propria e l’altrui unicità, far leggerezza di sé e accettare di sparire quand’è ora,

essere malinconici e cercare le emozioni lievi per riempirsi la vita,

non aver fretta d’essere ascoltati con l’attenzione che vorremmo,

accettare di essere sorpresi, capiti,

ascoltare il corpo quando parla. 

contro la narrazione

La parola narrazione mi suscita moti di stizza, ripulsa.

Capisce la parola?

Tutti narriamo, l’abbiamo sempre fatto, ma non abbiamo inventato un genere; a volte spieghiamo, a volte ricordiamo, a volte raccontiamo quello che sembra verosimile, che suona bene. Ecco, credo che la narrazione quando diventa genere, si alimenti soprattutto del terzo genere, intrisa com’è di sentimento e fatti. Più sentimento che fatti e quest’ultimi, piegano il reale.

Non mi piace la narrazione pubblica, mi piace l’invettiva, il j’accuse. Se si parla di camorra, di mafia o della banda della magliana, bisogna evitare il genere letterario, oppure considerarlo tale, far capire che la realtà fa male, perché il pericolo di normalizzazione diventa enorme, come pure quello dell’emulazione. Ci sono t-shirt, felpe, cappellini generati dalla narrazione, idee conformi che non toccano la radice dei fatti, ovvero che l’illegalità è un male profondo, personale e sociale, che l’illegalità genera illegalità e sofferenza, ma soprattutto che l’illegalità è intollerabile.

C’è un limite al racconto ed è quello oltre il quale subentrano i fatti, i nuovi fatti. Si usa molto un’altra parola, che m’infastidisce, spesso legata a narrazione: civile. Coscienza, cerimonia, orazione, società, narrazione, ecc. come se il resto fosse un mondo a parte, non civile. Io credo che le grandi storie, le persone che l’hanno vissute non siano santi civili, sono le urne dei forti del Foscolo, ciò che illumina la notte, ma qui sotto ci siamo tutti con la necessità di vedere chiaro, di distinguere, di schierarci.

Adesso infuria la narrazione civile, credo facciano un po’ i furbi, il discrimine è lieve, la tentazione della nicchia calda, forte; bisogna stare al di qua, comportarsi.

Capisce la parola?  Comportarsi di conseguenza.

Non abbiamo bisogno di santi civili, abbiamo bisogno di comportamenti generalizzati che sorreggano i soldati in prima linea. Chi racconta le retrovie, le storie di ordinaria umanità di Napoli o Casal di Principe, chi sostiene oggi i successori di Peppino Impastato, o di Ambrosoli? Prendo Loro ad esempio, ma, in testa, tutti abbiamo i nomi dei caduti in prima linea, molti ce li siamo dimenticati perché sono stati troppi e perché nessuno li ha santificati, fossero giudici, parlamentari, poliziotti, giornalisti, persone per bene. Anche per le medaglie d’oro c’è una narrazione che piega i fatti ai sentimenti.

In questi giorni c’è il programma di Saviano e Fazio, l’ho visto a tratti, è un programma televisivo, non diamogli un significato eccessivo, se fosse due volte alla settimana per 6 mesi, dopo il primo mese lo guarderebbero in pochi. I soliti, quelli che pensano in un certo modo, e perdonano le ripetizioni, cercano ragioni.

C’è un bisogno forte di segni, di unghiate, cose che la narrazione racconta con dita di velluto. Se Grillo fosse in tv, e non sulle piazze dove anche i pidiellini lo vanno a sentire, sarebbe meno della Gabanelli.

Vi siete mai chiesti perché la narrazione rappresenta il limite dell’impotenza? Perché il potere è più forte oppure perché la narrazione, indigna quietamente, attiva quel senso di sdegno che spinge più ad astenersi che a fare ? La mia risposta è sulla seconda opzione.

La sinistra soffre di un complesso di castrazione culturale e informativa che ai tempi del PCI non aveva. Strano vero? Se si narrasse di meno ed accusasse di più, il suo popolo si sentirebbe meno solo, con il suo bisogno di allegria, di obbiettivi e politica, di entusiasmi, di commozione. Per questo la narrazione non serve al cambiamento se non quando diventa carne e sangue del fare, dell’esserci, del partecipare.

Con la narrazione Dreifus sarebbe ancora in galera e Zola avrebbe una rubrica su le Figarò.

Capisce il concetto?

la cultura dell’ombra

Dalle poche cose che conosco di te, posso prevedere le semplici mosse d’apertura. Doppia mossa di pedone, oppure cavallo? Ma noi non giochiamo a scacchi e neppure ci conosciamo. Strano questo ossimoro della conoscenza. Pare, sembra, eppure spesso è. Che significa? Che siamo abbastanza eguali? Che le mie sensibilità incontrano conferme? Vedi, per molto tempo mi sono accontentato del sole, dell’evidenza. C’è una sovra valutazione del sole, spesso se ne fa l’elogio come fosse simbolo di verità e di chiarezza, si vanta il suo potere medicamentoso, eppure mostra la superficie, spesso la appiattisce, le toglie colore e densità, cosicché la malattia del vivere, che s’ annida nel profondo, ne viene travisata e sottovalutata. Dal culto dell’evidenza un po’ mi distacco e così mi perito guardare nella sottigliezza che si nasconde dalla violenza della luce, leggo tra le righe. Oh, certamente mi sbaglio spesso, non troppo spesso, intuisco cose che non vogliono sbocciare, bulbacee che attendono indefinitamente l’occasione d’ uno splendore, ed alla fine sono affascinato dalla potenzialità più che dalla forza. Ma pur penso che ciò che non vuole uscire una ragione di certo ce l’ha, e penso pure che troppa luce c’ha fatto perdere l’attenzione e l’ombra. Pensa che l’ombra, viene al più considerata refrigerio, come fosse un condizionatore alla violenza del reale e non, invece, reale e vera essa stessa, e ricca, talmente ricca di morbidezze e pieghe da essere complementare alla luce. Mi piacciono entrambe e tu, che non mi conosci molto, non sai quanto mi piaccia la luce, l’espormi al sole, assorbirlo, ma al tempo stesso tenermi l’ombra che mi è alternativa. Così l’ho portata fuori dalla paura dell’inconosciuto e senza morbosità la guardo, cerco di capirla, l’apprendo. 

Confesso che m’interessa poco, il dark, come molto del codificato del resto, se qualcuno mi indica cosa devo vedere, non di rado vedo altro e non per dispetto, ma per incapacità di seguire un dito, lo sguardo che non si accompagna di un segno di comunicazione. Quindi ti prevedo, nelle cose semplici che fai, perché conosco la soglia dell’ombra, e so bene quanto ci si riposi, e si senta il calore del sole come gradevole, restandone al limite. E tutto porta nella direzione nelle cose che lasci trasparire: una tenda che ti vela, una porta, o forse una finestra che sbatte ritmicamente in lontananza, e la vista dalla finestra, che tu porti dentro alle perverse triadi di cuore, cervello, amore.

Se devo sforzarmi per capire l’esterno che vedi, questo m’arriva, e passa, attraverso un sentire d’ombra. A tuo onore dovrei dire che mai sento il pantano dell’ombra, le pozze non asciugate in cui si scivola, casomai ne percepisco l’effetto doloroso, il bisogno tuo di togliere questa crosta viscida che si spegne nell’ infinita stanchezza che senti emergere. E non è d’ombra, questa stanchezza, ma luce su ciò che non sei eppure vorresti essere. Anche la tua sicurezza quando perde il fragile involucro di smalto, è un ricettacolo di domande che con sistematica crudeltà uccidi. Formiche di pensieri che sbucano dai recessi dove hai deciso sia meglio non cercarsi. Il suono dell’ombra, è ovatta e basso frinire di steli che s’ accarezzano assieme, e seguono un vento di danza che viene dal profondo. La mia meditazione nel sufficiente silenzio, è questa vista di ciò che esce, del fresco che porta con sé, della reversibilità della condizione: non più in basso, ma più avanti, non nero, ma somma di colori. Un tempo usavo bisturi affilati, ora non più, separo per superfici, prendendole delicatamente tra le dita, via la prima, poi la seconda e ancora avanti, finchè la sinopia appare. C’è molta insolenza in tutto questo, la pretesa di vedere oltre ciò che si mostra, ma a mia discolpa metto il rispetto: cercare di capire un’altro è un regalo reciproco. Può bastare? Non lo so, credo che se l’arroganza di sapere già tutto si mette in disparte, ciò che si intuisce sia delicato, suscettibile di errore e di moderata gioia se si verifica la previsione.

Conoscerti è fonte di sorprese, sono i piccoli gesti che si ripetono, la mossa del pedone o quella del cavallo? Il resto, dipenderà dalla giornata.