lettera della domenica sera

C’è un po’ di malinconia in ciò che scrivi, anzi è proprio malinconico. Poi mi ha parlato del suo libro, che sta andando bene e che ristamperanno. Tu sai che il mio non verrà ristampato ed è vero che è malinconico, anche se mi pareva, scrivendolo, la malinconia gioiosa di chi racconta un po’ di sé e un po’ quello che è stato, senza rimpianti veri e con la speranza di un futuro che continui la sua storia. Noi non siamo mai cosa, ed è vero che l’ ultima passione offusca le precedenti. Purché sia vera. Con l’età abbiamo bisogno di non raccontarci più balle per non scivolare nell’apatia del tutto uguale.
Così in questa domenica sera, anziché di me e dei miei sogni, ti racconterei la compatta forza del ciliegio che fuori stringe le sue gemme e oscilla alle folate del burian. Ti racconterei il sommesso scorrere del fuoco nel camino, la sua richiesta di attenzione senza fretta, la musica di Bach che non è mai la stessa e che si sposa con l’umore mutandolo. Ti racconterei le mie letture che saltano tra curiosità e passioni e così evidenziano il tempo e la necessità di non subirne la tirannia. Il tempo non può scegliere per noi, è questione di dignità e bisogna ricordarlo.
Forse lo pensava Katherine Anne Porter che guardo in una fotografia in cui è evidente la sua notorietà. Così ti racconto di lei e di come la vedo in una di quelle pose da terza di copertina che usavano gli editori e i fotografi di Life, negli anni ’50, con la luce davanti, il fondo scuro nel bianco e nero che accenna a libri e quadri. C’è un paralume plissettato di color ecrù, le tre luci sono spente, eppure la Porter legge seduta alla scrivania, controluce. Si intuisce una macchina da scrivere nascosta dal foglio che tiene in mano. Altri fogli sono sparsi sul piano, il messaggio che il fotografo vuole trasmettere è quello di un nuovo libro nel suo farsi. Ma è lei che vorrei descriverti. Ha sopracciglia curate e sottili, un viso bello, la fronte troppo ampia per un bianco e nero che la confonde nei capelli biondi. Al collo porta un filo che presumo d’oro, e finisce in un pendaglio. È il triangolo che lascia vedere della sua pelle, il tener per sè e per chi sceglie ciò che la riguarda. Il resto. Oggi si usa meno. Però lei molto dice nei suoi libri, è già famosa e sa di essere brava, si è prestata a questa foto come si presta ai cocktail, alle presentazioni, alle cene ufficiali. È bravissima, tra le grandi scrittrici americane, eppure non può sapere che la sua scrittura sbiadirà sovrastata dal clamore di troppe parole di altre e altri. Posso immaginare un suo sogno che è quello di poter essere normale pur restando ciò che è, ossia una persona che ha un dono speciale: quello di raccontare le vite che non si raccontano. La piega della bocca, appena piccola, rivela un intento senza allegria. È perplessa, adesso deve fare questa foto, ma il pensiero è lontano, incerto tra un futuro che dev’essere creato e un presente a cui non è possibile abbandonarsi. C’è fatica nel dire, e dubbio, e perplessità perché chi scrive è giudicato.
Fuori della posa e della fotografia continuerà a scrivere mettendo un molto di sé, e qui sbaglia chi pensa che ci sia solo ricordo nello scrivere, no, ci sono molte delle vite possibili, quelle che sono state precluse o vissute in parte. E così in ogni grande scrittore, c’è moltissimo di sé, ma sparso ovunque, con la dote di essere più d’uno e mai intero.

Fuori il vento scuote gli alberi con violenza, si infila sotto le porte, i prossimi giorni ci racconteranno i danni e li attribuiranno all’eccezione, mentre sappiamo che non è cosi, ma mutare, come scrivere, costa fatica. Meglio farsi raccontare la realtà che viverla. Anche questo porta malinconia quando ci si rende conto d’essere inermi e volutamente muti. Ignavi, insomma.
Comunque questa storia della malinconia è vera, tienne conto. Che sia una serata buona per entrambi e che i sogni spingano il giorno.

apolidismo spicciolo

 

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Camminare, ancora camminare, per percorsi circolari perché sempre si torna, perché sempre c’è un’ora in cui le cose si invertono, perché perdersi è l’orlo della follia, l’emergere dell’insicurezza di sé. E noi abbiamo bisogno di sapere chi siamo, che poi è dove siamo e che ora è del giorno, in che mondo viviamo. A questo servono i notiziari, i giornali, a dare conto della sicurezza che il nostro mondo esiste, che ha nefandezze evidenti ed eroismi nascosti. Abbiamo bisogno di concludere che la realtà è quasi fuori dalla nostra portata decisionale ma non del tutto e che muta con noi. Guardiamo il mondo dietro una vetrina e pensiamo che qualcosa passi con lo sguardo dall’altra parte. Almeno finché sappiamo dove siamo. Sapersi è confinare il pericolo e la sua paura, dare un posto tranquillo a noi e una possibilità all’amore e al suo bisogno.

Le vite, penso, sono un ancestrale controllo dell’insicurezza ed è così rara la libertà di perdersi perché in essa c’è la follia oppure un fidarsi estremo di sé.
Cammino in fretta tra le luci di un san Valentino municipale, luci in attesa d’essere smontate. Mai come quest’ anno l’amministrazione cittadina è stata prodiga di luce, forse a raccontare che è cambiato qualcosa di profondo, che una nuova stagione viene e muta la città, e con essa i rapporti tra le persone. Più luce e più festa, più condivisione e maggiore crescita assieme. Naturalmente non è così, ma sembra il messaggio che i nuovi amministratori ci provano e pur mettendo assieme desideri e pregiudizi diversi, molte parole ripetute e fatti incipienti, mescolano la volontà con il tempo che corre per suo conto. Una sorta di esorcismo e così flussi negativi devieranno fuori da questo territorio che vuole star meglio. Come in una città medievale ci si chiude in una realtà ristretta, la città è cinta da lunghe mura e ciò che minaccia scivolerà all’esterno. In quella luce di festa residua si può guardare con fiducia al presente e al futuro. E creare il nuovo nella luce dove non c’ è nulla da nascondere non è forse la cosa più bella che si può regalare alla consapevolezza? Oppure non è così (penso) e tutta quella luce serve a distrarre da ciò che si annida nell’ombra?
Segni ovunque, incuria e comunicazione, leggo simboli e li rivesto di significati impropri. Che m’assomigliano (penso), sono loro che si sono assunti il compito di parlare ben oltre l’ evidenza.

Mi viene da ridere perché ciò che pensavo non era la realtà ma un desiderio e se con i desideri si costruisce il mondo, io di desideri ne ho pochi, poche passioni e molta stanchezza. Non fisica, o almeno non cosi pronunciata da impedire di fare ciò che voglio, ma stanchezza di una lotta infinita. Penso al lottatore cosparso d’ olio che a metà incontro vede sia l’ avversario che il tempo senza limite che sta innanzi e viene preso dal dubbio su di sé, sulla sua forza, sulla capacità di resistere. E si chiede ragione di tutto quello sforzo, della fatica immane che l’aspetta. La vittoria si allontana e la sconfitta si aggettiva nell’ onorevolezza. Perdere con onore, sì va bene, ma vincere ha un altro significato. Combattiamo per una causa giusta e vinceremo. Parole ormai antiche a cui bisogna aggiungere il tempo: non importa quanto ci metteremo, cambieremo il mondo in meglio, lo renderemo più giusto, più eguale, più umano.

E vincere è tirare una linea che distacca dal passato, che diventa definitiva perché poi si può anche cadere. Le acquisizioni non sono per sempre, però è la vittoria che porta avanti. E nel momento della stanchezza bisogna attingere a risorse nascoste, credere nelle proprie capacità di influenzare il corso degli eventi. Questo è il mio stato (penso), ma sono stanco.
Camminando i pensieri si quietano, si ordinano. Come il respiro hanno un ritmo. Dickens, ha raccontato bene la solitudine e in più, preveggendo, ha capito anche la solitudine del possesso e del lavoro che rapina su chi ha bisogno. Quando parla sullo spirito degli anni già stati legge il peso del non fatto. Il passato è ciò che non siamo stati, anche, soprattutto, ma c’è la possibile speranza dell’uscirne vedendo gli altri come sono, non come avversari o ombre. Quante solitudini ho confrontato con la mia, e sapevo che non erano confrontabili perché nessuno sente allo stesso modo ma al tempo stesso c’è sempre la speranza di mettere assieme un desiderio, un ideale, un modo di vedere sé e il mondo. Ero giovane e vedevo che attorno si disseminavano donne e uomini che la società espelleva come disturbanti, persone che si ubriacavano per dimenticare, che usavano tutto quello che avevano a disposizione per accentuare una differenza, come a dire: se non ce la faccio a essere come voi, guardatemi pure come posso peggiorare.

Quelli che nascondevano sotto patine di normalità e perbenismo questo stordirsi di percezione erano i peggiori, facevano finta e stavano mentendo a se stessi oltreché agli altri. L’ ho fatto anch’ io (penso), con moderazione, ma l’ho fatto. Mi sono stordito di speranza, di possibilità di mutare me stesso e il mondo e poi col tempo ho capito che cambiarsi era una faccenda lenta e complicata che includeva molto di più che l’accogliersi e l’evolvere assieme. Era più facile essere qualcosa di adeguato subito, ma se non ti viene che fai? L’adeguatezza è un criterio che viene esaltato, che premia immediatamente e per essere tale deve includere anche la diversità, ma compatibile. Non è questione di educazione, di regole di convivenza ma proprio di conformità. Anche l’individuale deve essere ricompreso in un infinito bon ton dove solo ai geni è consentita la diversità più accentuata, ma bisogna essere geni.

Funziona così in politica, nell’economia, nei rapporti sociali e mi chiedo che fine abbiano fatto i devianti conosciuti. Quelli che si ubriacavano per solitudine le notti di tutte le vigilie d’una festa, quelli che studiavano con me ed erano scappati via, chi avanti, chi nella droga, chi nella follia, ma anche quelli fuggiti dall’Italia perché già allora non c’era una buona aria per i diversi. E di quelli che non ce l’avevano fatta ho ricordo? Si erano persi, scegliendolo, qualcuno l’avevo pure incontrato nel lavoro, dopo anni, ricoverato in luoghi che assicuravano la sicurezza che dentro non erano riusciti a mettere assieme.

Si scrive una lettera mettendoti alla fine? Perché questa è una lettera e tu lo sai. Tu che hai collezionato una bella serie di sconfitte diverse e simili alle mie non me le racconterai mai. Sei distante, magari giudichi inutile il ricordare e forse pure il vedere questa realtà che costruiamo noi pian piano in posti diversi. La realtà siamo noi, mi ha detto un’amica, ed è vero, siamo una casa sull’acqua. Una palafitta. Sotto scorre il mondo che ci riguarda solo quando esonda, quando trasuda dal pavimento su cui camminiamo e la realtà è questo attorno che è fatto di difese. Un tempo, prima di partire, hai abbassato le armi: mi hai detto che la vita era altrove e sorridevi di questa avventura che si apriva. Poi il buio tra notizie frammentarie, una cartolina, le mie respinte per il mittente sconosciuto. Diventiamo sconosciuti per scelta, per arroganza, per autosufficienza o per incuria. Meglio l’ultima anche se non fa bene e fa capire chi è passato sotto nel crivello dell’importanza.

Ci stai ancora con qualcuna? Oppure sei un solitario, che inquieto cerca giovinezze impossibili? Sei stanco di praterie e di città, di campus e di conversazioni al bordo dei barbeque?  Magari nelle conversazioni usi ancora i luoghi comuni che abbiamo condiviso, stupirai e spiegherai, traducendoli nella tua lingua, che sarà pur matrigna ma che in fondo ti ha dato molto di più di quello che trovavi qui. E sei ancora diverso o ti sei bruciato il cervello in qualche solitudine nuova dal sapore antico? Ieri sera ho visto un programma che ha fatto mio figlio su San Remo, c’erano canzoni che abbiamo vissuto assieme. Ho pensato che le canzoni parlano molto di noi e che non avere più coscienze critiche e canzoni che narrano la realtà ci costringe a confrontarci solo con la nostra. Le tue canzoni, dopo, sono state diverse e le mie sono scivolate nella musica antica. Lo sai che la nostra epoca assomiglia al 1600 per insicurezze, false notizie ed efferatezze? Ma in fondo è solo un modo per cercare similitudini a quello che non assomiglia e quando ci si trova dopo tanto tempo, non si sa di che parlare oltre la curiosità di capire dove sta l’altro. Questo è un paese per vecchi, ma tu lo sapevi già da giovane, questa era la tua diversità che si accettava con fatica.

Non sapere nulla mette tutto il possibile, ma mi hanno parlato di te, dell’agiatezza e della precarietà, dell’ultima volta in cui, per caso, hai parlato di te e di noi. Era tempo fa, in un luogo che non è luogo. In italiano apolide.

non ho mai smesso di occuparmi di politica

Non ho mai smesso di occuparmi di politica, e tu lo sai, ho semplicemente taciuto su quello che facevo, come occupavo il mio tempo libero. Ho sorvolato anche sui contrasti che sentivo come ferite a un pensare maturato negli anni, fin da giovane. Sapessi quanto radicato è in me questo pensare e come faccia parte del mio modo di vedere il mondo. Si tratta del non estraniarsi, dell’essere parte di qualcosa che non sono solo io, ma si divide e nasce con altri. Però tacevo mentre partecipavo, come faccio ora, perché mi è impossibile non farlo, anche senz’altro ruolo che quello di avere una speranza da irrobustire con le azioni. Credo che questa necessità nasca molto presto in me, perché m’infastidisce il lamento continuo, l’invettiva gratuita e priva di azione, mi respinge il noi e il loro. Questo popolo, che siamo noi, è fatto di tutto quello che c’è, compresa l’anima nera, compresi quelli che denunciavano gli ebrei per avere la taglia e i loro beni. Qui i santi e gli eroi, che pure esistono,  non fanno la massa, sono silenti e non aspettano che le cose cambino ma provano a cambiarle. Berlinguer ha detto con una bellissima frase, che era rimasto fedele agli ideali della sua gionezza, in questo luogo in cui le giovinezze vengono indefinitamente protratte, gli ideali si sono lasciati perdere.

Hai notato che sempre più spesso trasmettono serie televisive in prima serata che parlano di persone comuni, di sessanta/settantenni che parlano di loro. Quelli che le producono hanno semplicemente capito che chi guarda la tv a quell’ora non sono né i giovani né i quarantenni, ma quelli che andavano a letto con carosello e che adesso sono diventati tanti e potenzialmente spendibili in questo paese. Guarda le pubblicità e vedrai che cambiano per mettersi in comunicazione con loro. E sono questi che dovrebbero aver conservato e trasmesso, gli ideali della giovinezza, sono gli immersi e i salvati dal ’68, quelli a cui è stata graziata un’ esistenza grigia, fatta prevalentemente di divieti. Invece sono tra i brontolanti, i teorici del loro e del noi che si sentono giustamente vessati ma non fanno nulla perché le cose cambino. Così, dopo aver pensato che toccava ad altri, che avevo già fatto troppo in vita mia, anche in errori, tentativi, abbagli, ho capito che non ce la facevo a ritirarmi solo con i miei libri. Non potevo guardare la realtà così come la interpretavo senza esprimere un’opinione e sommessamente ho ripreso a fare politica, come posso e mi sento, ma lo faccio, perché non è giusto lamentarsi se non si è almeno feriti da una lotta.

Vedi, si pensa che ci siano compiti precisi nella società, che chi si è assunto il compito di fare le leggi, di amministrare, ha responsabilità più grandi di quelle di chi viene amministrato. In buona parte è vero, però se non eleggo qualcuno che sia meglio di me, se non ho un’idea di futuro, se gli ideali sono definitivamente perduti, chi mi governa dovrebbe essere un illuminato dal ruolo che risolve i problemi con la bacchetta magica facendo contenti tutti e vedendo contemporaneamente il presente e il futuro. E tutto questo avendo i miei stessi limiti e magari qualche principio in meno. Insomma una sorta di mago Otelma, ma senza trucco. Ti pare possibile?No, e infatti non lo è, perché fare politica è esprimere una preferenza e un’analisi del presente e dire quale futuro si vorrebbe, ma non nel paese dei balocchi e neppure a costo zero, perché qualcuno alla fine deve pagare quello che viene dato e prima non c’era.

Sono stanco di chiacchiere, di rarrazione, cioè che mi dicano cosa dovrei vedere quando vedo altro e come molti, per questo, oltre a votare controllo quello che viene fatto in corso d’opera, se mi era stata promessa una cosa e se ne fa un’altra, chiedo ragione. Questo è il mio modo di fare politica che non si esaurisce nei dieci minuti in cui metto una croce. Ho applicato il concetto giuridico che mi vuole attivo e controllo chi riceve il voto, quello che la legge dice passivo ma invece ne fa di cose e ne promette di più. Visto poi che mi fanno scegliere sempre meno chi vorrei votare mi accanisco di più a sorvegliare chi mi è stato imposto e protesto perché voglio scegliere. Non mi convincono più i giochetti, e non perché sia diventato particolarmente furbo, ma perché se qualcuno tradisce la mia fiducia mi va sotto i tacchi.

Non scelgo dappertutto, non potrei mai ritrovarmi a destra e neppure al centro, ma quando tre anni fa ho cominciato ad allontanarmi da quello che era il mio partito, era perché esso non era più quello che meritava la mia fatica. C’ho fatto persino un blog allora, per chiarirmi le idee e l’ho chiamato essilio, perché da qualcosa mi sentivo allontanato. Pensavo di scrivere un diario delle mie difficoltà, poi mi sono accorto che diventava inutile perché era la passione che veniva messa in discussione, perché improvvisamente, io, con le mie idee, i miei ideali ero diventato vecchio.

Questo è un luogo in cui il lamento è facile ma a me piace capire perché le cose non mi andavano bene e se se n’era andata la speranza. Esigente lo sono sempre stato, però qualche ragione, un futuro comune, una lotta forte e con risultati, mi convincevano, ma il partito in cui ero allora, e pure con ruoli dirigenti, era diventato un posto in cui era difficile discutere, fare la minoranza. Tante, troppe parole e troppi cambiamenti senza analisi di ciò che accadeva, insomma due anni fa ho scritto la mia lettera di dimissioni, e senza nessun clamore me ne sono andato. Perché essere di parte è una scelta , e quella ormai non era più la mia parte, ma restava il partecipare, che è un dovere. Mi sono fatto tante domande e molte me ne faccio ancora, però capivo che stava mutando il modo di fare politica in maniera così radicale da impedire che gli errori si sanassero e anzi si accumulavano uno dietro l’altro, scavando una voragine tra gli elettori e gli eletti. C’era supponenza e arroganza, le peggiori facce del potere, e la vicenda della Costituzione me l’ha confermato. Non mi piace una politica in cui uno comanda e gli altri ubbidiscono, per questo è necessario partecipare.

Sai, non capisco gli indifferenti, quelli che tutto è uguale e tutto gli va bene. C’è quella bellissima pagina di Gramsci in cui dice che odia gli indifferenti e mai l’ho capita come in questi anni, prova a pensare: con il diffondersi delle notizie, con la possibilità di vedere il mondo e non solo ciò che accade ma che probabilmente accadrà, oggi le persone dispongono di una possibilità di mutare la loro condizione e il loro futuro come mai è accaduto prima nella storia dell’umanità. Eppure si depongono le armi della critica, si vede l’insorgere di nuovi separatismi, di minacce per la pace, l’eguaglianza sparisce , i giovani emigrano, il lavoro si precarizza e le persone si ritirano nel lamento. Pensano di non contare nulla nell’epoca in cui l’opinione pubblica non è mai stata tanto potenzialmente forte. Per questo odio gli indifferenti perché sanno ciò che accade e pensano solo al loro tornaconto, perché non vedono che il presente, perché s’imbastardiscono di soddisfazioni momentanee e attorno creano le premesse del deserto. Se tutti fossimo indifferenti saremmo meno di pecore, potrebbero toglierci e darci secondo convenienze di chi ha il potere e già lo fanno. E invece il potere odia quelli che si interessano, che lo controllano, perché questi forniscono ad esso un’alternativa, creano le premesse per scalzarlo.

Così senza dirtelo ho ripreso a fare politica, ma tu lo sapevi, l’hai sempre saputo. Sai cosa mi manca? Non i miei anni giovani, ma la forza del sentirsi assieme, di capire che una causa grande è parte dello sforzo di tutti. Sto bene da solo, però per fare politica servono molti consapevoli, serve che ci si senta di andare avanti, non solo di difendersi, ma di affrontare i problemi e di risolverli. Non tutti ma uno alla volta e posso assicurarti che è una grande soddisfazione perché hai la coscienza di aver fatto insieme un piccolo passo avanti e da lì si può fare altra strada. Questo è far politica, ma tu questo lo sai.

 

la sera era chiara

La sera era chiara. Sullo sfondo grigio del cielo si stagliava la grande chiesa e i fari, che l’avrebbero accompagnata sino all’alba, già erano accesi.

Sovente penso che sono cose che conosci. Le hai viste di giorno, e così non hai percepito il momento, il loro cambiare con la luce, che le rende differenti. Forse per questo ti racconto, perché il mutare e la sua percezione, in realtà sono io che muto, che mi accorgo e che vorrei condividere. Poi mi arrendo alla realtà, al goffo dire che vorrebbe evocare, far nascere nell’ascolto l’ologramma con gli odori, le sfumature e il sentire. Ho usato la parola sovente che contiene il ripetersi, come se per davvero ogni volta che sento, racconto o ricordo, fosse la stessa cosa. Lo sappiamo entrambi che non è così: sovente penso a te e sei al tempo stesso uguale e differente. Uguale sommariamente nelle abitudini che entrambi conosciamo, nel profondo che ci fa intuire l’altro, ma sempre differente nel percepire quante e quali sconosciute cose tu abbia in te. Ed è a queste che vorrei parlare. Farle conversare con me. Uscire dall’usuale per sconfinare nello straordinario.

Ci sono momenti di bellezza, alcuni, di sentire, altri, che vorrei condividere, ma magari non ci sei e quando ho un foglio bianco davanti mi accorgo della mia inadeguatezza. Qualche anno fa, guardando un maestro di calligrafia che tracciava ideogrammi, mi sono perso nei particolari. Lui era vestito nel costume tradizionale, ma contava poco, perché vedevo non l’uomo ma il tratto deciso, la forza dell’espressione che si mutava in larghezza d’inchiostro, i piccoli tratti ottenuti con una maestria che sembrava stupita di sé nel rappresentare piccole precisazioni del significato. La carta assorbiva e leggermente espandeva l’intenzione, ma pensavo che questo fosse contenuto nella mente del calligrafo. La lettera diventava viva e cercava la perfezione del concetto che rappresentava, un mondo che diceva di sé: sono. E in questo apriva il significato. Mi pareva che quella ricerca della perfezione fosse così rivoluzionaria, controcorrente e assoluta da uniformare ad essa la vita di chi era in grado di tracciare quel carattere e il suo significare. Una mano tesa verso di chi guardava che mostrava nel palmo una sfera di cristallo, ossia la solidità e la trasparenza della perfezione. Nello scrivere o in qualsiasi altra attività, si tocca il limite del pressappoco. Ho visto persone di buon talento ripiegarsi sul facile che offre la tecnologia, ridurre il loro sentire a piccoli sprazzi che affascinano e al tempo stesso scompaiono soverchiati dal vocio incessante della rete. Sempre in loro rimane la spinta a fare qualcosa di compiuto o di grande, ma ci si sente chiamati alla soddisfazione momentanea e il piccolo piacere maschera la fatica che viene sempre rimandata. Il mio calligrafo aveva fatto altre scelte, aveva alle spalle migliaia di caratteri tracciati, ognuno diverso e ognuno approssimante ciò che egli sentiva perfetto. Neppure quello che io vedevo era la fine del suo cercare l’assoluto nella semplicità, ma solo un avanzamento della coincidenza tra idea e rappresentazione. Ti ho parlato di questo perché stasera il grande edificio grigio che si stagliava contro il cielo era colto in un momento di sospensione e di grazia. Chi l’aveva edificato non aveva pensato al cielo che l’avrebbe avvolto. Aveva fatto crescere i volumi, curato le fondamenta, studiato i terreni e la loro portanza. aveva azzardato e usando un filo a piombo, verificato le pendenze, seguito uomini, cantiere, opera. Si narra che ci sia stato perfino un miracolo che ha accompagnato le fondazioni perché lì c’era troppa acqua e per fare muri possenti atti a sostenere cupole rivestite di piombo, serviva solidità. Era bastato un cordone di un frate di passaggio per riempire una voragine che pietre e terra e sabbia non riempivano e di questo, l’autore, aveva lasciato traccia sullo zoccolo di una colonna raffigurando il cordone miracoloso.

Storie, ma le case, gli edifici degli uomini quando sono compiuti sono abbracci, ci hai mai pensato? Si devono tenere assieme, una parete non può disgiungersi senza mettere in pericolo il tetto e come per l’abbraccio, le pareti fanno un patto di mutua assistenza, di penetrazione reciproca, di contiguità di pelle e spirito. Gli abbracci che non hanno questi contenuti non servono a nulla, sono formalità, come le lettere stampate sui libri che non verranno mai letti. Il costruttore, ti dicevo, non aveva pensato al cielo, ma alla bellezza in sé, come il calligrafo voleva esprimere un concetto, lasciare una traccia di perfezione, eppure senza quel cielo o quella carta, quell’approssimarsi della bellezza sarebbe stato incompleto, non avrebbe suscitato emozioni sempre differenti in chi aveva modo di vedere e di sentire. Oggi siamo distratti dal troppo che ci impedisce di soffermarci, il sovente diventa desueto, il nuovo si sovrappone al nuovo ma non genera la lucentezza della lacca, anzi opacizza il sentire e rende vano il dire. A chi si può raccontare che le cose hanno un mondo differente proprio quando esse passano per l’emozione e diventano significato? Non bellezza, ma segno, contenuto, parte di quel corrispondente che si eccita in noi e che ci fa pensare di essere parte di ciò che vediamo e sentiamo perché esso risuona dentro.

Vorrei dirtelo con una frase che tenga dentro parte di quella meraviglia che ho provato e so che sarà imperfetta, insoddisfacente, ma non dirlo mi sembrerebbe di tacerti qualcosa di importante in cui c’eri:

Il grigio del cielo aveva una tonalità appena differente che esaltava tutti i grigi di cui era stata rivestita la pietra. La basilica era contenuta nel cielo e diventava una forma leggera, ansiosa di volo, priva di un riferimento religioso che non fosse quello del tentare l’infinito. E chi la vedeva pensava agli amori, a ciò che era essenziale al vivere, ed era parte di quell’abbraccio che portava tutto assieme con sé. Per un attimo perfetto e definitivo. 

Poi è arrivata la sera e le luci hanno tracciato i contorni. Sotto la città si muoveva nelle luci rosse e gialle e si agitava come coda di sauro che di rado guarda il cielo.

 

non assomigli

Tu non sei come, non assomigli.
Tieni stretto il bacio, la carezza, il grido,
ciascuno dici, con silenti parole, mai prima consumate,
così distingue e poi confonde, la grana d’un piacere, la briciola di te donata,
e ciò che nel farsi disgrega e svela.
E svelare aggiunge domanda alla promessa del mai toccato e domo.
Di te sgorga la liscia pelle,
la piega, il desiderio prima dell’includere accogliendo,
così il tempo che raggruma e scatta
perde senso nell’incontro
s’annulla e già attende
da te insaziato, il dare.

curriculum aggiornato

Gentile Signora o Signore, le allego il mio curriculum aggiornato pensando a un suo possibile mutare d’ opinione nei miei confronti. Non penso ad una collaborazione lavorativa perché non vedo come potrei esserle utile, resto ancora un sognatore che pratica sport senza speranza d’olimpiade. Devo anche aggiungerle che pur mutando nel mio vivere modalità, credenze e abitudini, anche in conseguenza dell’ investigazione nei miei luoghi comuni, mi sono rimasti degli ideali fissi che mi rendono poco malleabile nei confronti di chi pratica l’ opposto.
Ho qualche passione, che magari le spiegherò meglio, ma purtroppo per lei, non potrebbero essere utilizzate per fini con qualche valore d’economia. Insomma se potessi sinteticamente definirmi, le parlerei di un uomo che pratica inutilità e che non pensa di trarne vantaggio. Però non costo poco e sono pure difficile. Quindi se non è interesse reciproco avere un rapporto di lavoro, ovvero una subordinazione, cosa può essere conveniente a entrambi?
Mah, può sembrare una bella domanda, ma se pensa che perseguire l’ arte della conoscenza possa essere in sé piacevole e sufficiente, una convenienza reciproca ci sarebbe. E non perché io pensi di poterla conoscere più di quanto lei voglia e quindi darle informazioni su di sé e neppure perché sia interessante in assoluto avere maggiore conoscenza della mia maniera di ragionare sul mondo o su come lo vedo, ma piuttosto perché si dovrebbero avere degli interessi che non rientrino negli schemi codificati del presunto buon vivere, e che questi, uscendo dalle cerchie e dalle abitudini, diventano importanti per rinnovare quell’ immateriale DNA dei pensieri che alla fine si fossilizza e ci impoverisce. Quindi non è semplice verificare un interesse, ma può essere conveniente e allora la cosa non si ferma perché l’ altro, nell’ ascoltare, diventa lo specchio di noi e ci mostra le nostre resistenze, le povertà accanto agli eroismi raccontati, i lati pieni di buio che accuratamente occultiamo sotto pennellate di luce. Pensi che potrei, raccontandole qualche mia bizzarria, far intuire alle dita dei suoi pensieri, lo strato di felicità sorgiva che lei occulta sotto innumeri doveri, oppure l’ infelicità che si annida nel non essere come si era sognato, o ancora la leggerezza che accompagna un colore se questo esprime un’ emozione. Potrei continuare parlandole dell’ amore che quando s’acqueta diventa tiepido e sicuro per stanchezza, oppure dire dei rifiuti che mascherano le convenienze sotto il dispiacere, ma non ho né capacità né meriti particolari che potrebbero farle prevedere un risultato. Sarebbe un caso se accadesse per calcolo, anzi dovremmo entrambi diffidarne come cosa poco vera e posso solo dirle che essendo lei una persona che suscita in me interesse, l’ ascolterei volentieri anche quando mi raccontasse qualche transitoria scarsa verità. Del resto ascoltare lo si fa sia ascoltando l’ interlocutore ma anche quando si parla e si giudicano come confacenti o meno le proprie parole. Le preciso che non ho soluzioni e neppure consigli, non sono un esempio e, come le dicevo, non ho neppure grandi qualità che possano servirle. Coltivando un sorridente dubbio anche l’ autostima non è un granché, però non ho molti confini e mi sono costruito la casa nella terra di nessuno dove si cerca di non appartenere, questo ha comportato che essa sia un luogo di passaggio, di riflessione, di consultazione e costruzione di mappe.
Dovrei parlarle di questo mio interesse per le mappe che non ha nulla di scientifico, tanto che non di rado mi esercito nel tracciare congiungimenti tra luoghi inesistenti, che magari un po’ esistono visto che sono nei miei pensieri, però inverificabili perché non hanno distanza, se non per prossimità o lontananza, insomma tracciano più una mappa dei desideri, dei sogni, delle pulsioni, piuttosto che un insieme definito, che sarebbe quello che di solito si chiama un progetto, ma non è così perché questo si svolge nel suo farsi e non si conclude. Quindi niente priorità, tempi, successi e fallimenti, tutte cose che lei conosce bene e che anch’io ho praticato e pratico, e che a un certo punto purtroppo mi sono sembrate insufficienti per descrivere davvero ciò che sono.
Mi sono chiesto a suo tempo, se esistevo per davvero nella soddisfazione di un consenso ricevuto considerato che solo io conoscevo sia la fatica che i limiti di ciò che era stato realizzato. E mi chiedevo se i fallimenti potevo attribuirli solo alla congiuntura, al convergere delle volontà negative che avevano altri interessi rispetto ai miei oppure se ero io che non essendo all’altezza non avevo vinto? Mi chiedevo questo eppure sentivo che non era davvero così determinante rispetto ai pensieri più profondi che si riassumevano nel domandarmi: era proprio quella la vita che volevo. In realtà penso che quando il mondo si è rivelato non adattabile ai miei sogni e alle cose che ritenevo davvero importanti in quella fase della vita, ho rallentato la passione e fatto subentrare il dovere.
Ora le pongo una domanda che sarà utile se vuole proseguire la lettura e manifestare interesse: si chieda se è più vitale e importante la passione rispetto al dovere. E cos’è per lei il dovere? Non occorre mi risponda, se è arrivato sin qui, adesso è davanti a un bivio, o continuare a leggere e vedere dove vuole andare a parare questo noioso interlocutore oppure smettere e pensare ad altro.
Vede, se non è disposto a “perdere” tempo con me non credo ci possa essere interesse reciproco, perché come le dicevo innanzi, nell’interesse ci si specchia reciprocamente e lo specchio ci mostra l’ altro che conteniamo con i segni che la vita (non il tempo) ha scritto sul corpo.

Ma questa è una digressione, voglio tornare al tema del dovere e delle passioni, perché è essenziale per il mio curriculum: io ho seguito di più le passioni senza scordare il dovere, cercando un equilibrio tra loro. Questo a cose fatte mi ha fatto considerare che lì è la causa dei fallimenti perché le passioni dovrebbero prevalere in modo lampante, essere comunicate e mutare società e doveri. Ha fatto caso all’eclisse delle passioni nella nostra società? Non solo è palpabile ma ha portato con sé una denigrazione delle passioni collettive. Credo che questo giovi al predominio del mercato che propone passioni acquistabili e con una durata definita come il latte e le medicine, in modo da poterle sostituire con altre, egualmente acquistabili. Questo perseguire passioni senza scadenza mi ha collocato fuori dal moderno perché esse sono quella forma di inutile che non ha valore economico, che non è facilmente surrogabile e che è dialogo con se stessi, forma di compensazione, enfatizzazione delle domande e senso del tempo. Come capirà, queste sono passioni che non escono da una testa o da una casa, casomai cercano interlocutori particolari, ma ormai senz’ansia perché molto si consuma in solitudine.
Ora dovrei descriverle i miei tratti fisici. Sono entrato nell’età anagrafica degli anziani, anche se mi chiedo spesso cosa significhi questa parola. Forse la signora Fornero lo sa meglio di altri ma lei parla di numeri, mentre la mia età parla di un dialogo maggiore con il mio corpo, dice che avendo molto visto e provato ho una quantità non banale di ricordi. Se in questa anzianità c’è il senso di un rivedere, verificare e la curiosità che si accompagna alla necessità di meglio capire, allora è vero, sono anziano anagraficamente e mentalmente.
In compenso sono ancora alto 190 cm. Non c’entra ma è buona cosa, mi piace e credo mi sia sempre piaciuto anche se non mi ha mai dato particolari vantaggi, casomai qualche mal di testa accidentale, però mi ha regalato la consapevolezza positiva che gli altri non dipendevano dall’altezza, o dalla forza, ma da ciò che mostravano di essere un po’ oltre l’apparenza.
Mi piace trovare un equilibrio tra il mio stare con me e la necessità degli altri, non mi taglio del tutto la barba da quando questa ha cominciato a essere interessante, mi curo con qualche preferenza e piccola abitudine, ma credo che il fine sia lo star bene. E di questo vorrei parlarle per concludere l’ aggiornamento di questo curriculum. Star bene col proprio corpo, con ciò che si vede attorno, con tutti i propri sensi, con i pensieri che si fanno e non si dicono, non è cosa semplice perché c’è un grande ingarbugliare di stimoli, di priorità, addirittura di necessità, oltre ai desideri, che anziché puntare sullo stesso obbiettivo, divergono, affascinano cosicché alla fine si deve ricomporre la sensazione di benessere in piccole tappe. C’è insomma un accontentarsi. Lei si accontenta? Io no, perché ho scoperto che accontentarsi include una piccola infelicità e quindi il pensiero che questa sia la condizione del vivere. Certo, anche il non accontentarsi ha dentro l’ insuccesso e l’ infelicità, ma aspira alla pienezza e quindi, in fondo, persegue la felicità. Guardi che le parlo di un non accontentarsi che ha ben poco di materiale e che è riferito a sé; non ha relazione con i successi che vengono solitamente apprezzati. E neppure se ne cura, anche se oscuramente, in qualche modo li propizia. Insomma ciò che ci sta dietro è una diversità di sentire e di vivere che non si conforma. In questo vorrei davvero concludere il curriculum e lo faccio con due domande. Quanto di ciò che le viene proposto mescola la differenza con la rassicurazione della conformità a un modello, insomma quanto le lisciano il pelo. E la seconda domanda è su quanto nel tracciare vite e aspirazioni di altri ci sono le sue difficoltà. Provi a pensarci e mi sappia dire cosa e chi cerca, io non l’ avrò però la posso ascoltare e forse magari la capirò meglio, e questa sarebbe una comunicazione nuova.

che per noi il tempo sia buono

Non so bene chi sei, e chi può dire davvero di sapere qualcuno? Hai i nomi che mi hai dato, ognuno geloso dì sé oltre l’ apparenza, ma  questo era nel conto perché il nostro nome segreto lo doniamo solo a che ci prende davvero in fondo al cuore. Quindi non so chi sei eppure ti scrivo perché c’è del noi quando ci pensiamo. Accade per caso, oppure per intenzione, di pensarti, ma non posso sapere se sei pronto a ricevere il pensiero. Pensarci ci appartiene e se mi chiedo cosa starai facendo, magari immagino e sorrido al pensiero ma so che spesso non ci prendo. Però che accada di pensarci ( magari via distrattamente, direbbe Guccini) ne sono sicuro. Sei la persona con cui vorrei parlare e se lo faccio con la penna, non prendermi per matto.
Volevo parlarti di oggi perché a fine anno mi avevano insegnato a fare bilanci e a trarre insegnamenti, tradurre il tutto in propositi e magari scriverli per poi sentirsi in colpa se non si erano attuati. Da molti anni non lo faccio più e i propositi emergono tutto l’ anno quando mi accorgo che proprio non va. Quando riprendo quella frase che mai mi lascia indifferente: era questa la vita che volevi? In fondo forse sì, anche se le vite immaginate  sono sempre differenti e se mi sono approssimato, è stato per strade mai immaginate. E ogni volta ciò che pensavo probabile non accadeva come lo volevo, mentre altro prendeva il suo posto e mi sorprendeva. Quella frase ci chiede del risultato è di dove siamo arrivati ma non dice nulla del presente e del futuro, per questo bisognerebbe mutarla in: è questa la vita che vuoi? È quale vita farai? Per questo penso più agli spropositi che al raddrizzare le cose che ho fatto. Insomma mi perdono e se uso una parola che da queste parti significa qualcosa di negativo e fuori d’ogni ordine non è così che la intendo, sproposito ora è il contrario del programmare, del pensare che dipenda dal mio fare ciò che accade, mentre al più posso approssimarsi,  fare ciò che mi pare giusto, ciò che asseconda un desiderio. Insomma liscio il pelo al gatto e il gatto siamo, io e il tempo.
Così mi curo poco degli anni, del loro numero. Credo servano più al calendario che a me. Mi pare ieri che cambiavamo millennio, pensa che ho pure conservato una bottiglia di champagne dello scorso secolo da aprire quando il tempo sarebbe cambiato per davvero. Era una data mitica il 2000, la pensavamo come il realizzarsi di un futuro pieno di meraviglie e totalmente differente da quello in  cui eravamo immersi.  E invece era solo una continuità, le cose sono cambiate per strada e noi con loro, cosicché la mattina ci si svegliava uguali eppure un po’ differenti. Quello che non cambiava erano i sentimenti, ci siamo sempre innamorati allo stesso modo, abbiamo sempre pensato che non avrebbe avuto fine e se è finito il dolore è stato iimnane, come sempre. Quindi ho smesso di pensare agli anni e li ho lasciati all’ anagrafe. Anche quelli dei calendari sono più una sfida all’ intelligenza che  la misura di qualcosa che ci separa da un evento. Quanto di quell’ evento non è stato mutato per strada, reso simile al momento, insomma manipolato per cui ora è più un numero che un inizio. Gli anni hanno questo difetto, ci assomigliano, mentre il tempo è il continuo fluire in cui siamo.
Stamattina sentivo il ghiaccio che si rompeva sotto la neve camminando, e c’era il sole che tracciava ombre lunghe, mi pareva logico che fossero le stagioni a parlare con le vite, che esse contenessero le attese. Le stagioni non deludono, anche con il cambiamento del clima, anche quando fuggiamo altrove perché pare bello essere differenti, esse parlano al nostro corpo. E in fondo è proprio a lui che dovremmo rivolgerci per sentire se è questa la vita che vogliamo, a lui dovremmo sussurrare i desideri, parlare dei limiti e di ciò che non abbiamo esplorato. A lui dovremmo chiedere il possibile e lasciarci stupire, dovremmo fidarci perché ci conosce come nessuno.
Così questo è il mio sproposito che auguro a te che leggi, ovvero di saper ascoltare e parlare con te, di sostituire i giudizi con la fiducia in te, di perseguire i desideri che ti approssimano e di non lesinare su ciò che ti pare giusto.
Non facciamolo domani, ma ogni volta che ci viene.

Arrivi a te i mio desiderio che il tempo per noi sia buono.

la luce galleggia sui tetti, mia cara

La luce galleggia sulle case e tra non molto inizia la sera. Così si tiene stretta la luce il giorno, ma cede, mia cara, all’incedere della notte. La regolarità delle cose fuori di noi, ha margini di stagionalità e incertezza che meriterebbero almeno comprensione, e invece no, vogliamo perfezioni e ordini inutili. Vorrei dirti di fare attenzione a ciò che accade attorno, ma l’occuparsi di cose futili fa trarre conclusioni generali a ciò che forse è solo un accadere. Abbiamo bisogno di abitudini per distinguere l’eccezionale? E di disastri per far emergere l’umano? Vorrei pensare che non è così, e magari non lo è, ma lo temo, quindi dobbiamo accontentarci del nostro piccolo buono, della bontà esercitata in ambiti compatibili che non interpelli troppo sulle sue conseguenze. Qualche giorno fa ascoltavo un dialogo bislacco sulla necessità di interpretare la cattiveria, sulla sua esistenza e sull’altra faccia del male che non ammette gradazioni. Non è così per ogni offesa che ci riguardi? Ascoltavo e ai nostri piccoli mali, alle manchevolezze, sostituivo i molti assoluti che arrivano dalla cronaca e così penso che ci siano punti di non ritorno, che ad un certo punto si gonfi una bolla di cattiveria che coinvolge la parte nera che sta dentro, non la controlla e vuole la notte. La luce non galleggia più e ciascuno accende una sua artificiale luce che illumina ambiti ristretti, si chiudono le imposte al buio e ci si isola. Come se il buio parlasse e facesse rumore. È il timore che la cattiveria altrui si riversi su di noi, che strazi corpi e menti, che tolga senso alle cose sostituendolo con la brutalità. Ogni notte dell’anima è così, amica mia, e sul mondo si addensano nubi feroci. Il nostro architrave ha inciso un noli me tangere, ma può bastare se quel nero che fuoriesce e dilaga non viene sciolto dal ragionamento. Se l’essere migliori non è conveniente cosa ci può aiutare nel dimostrare che c’è un senso al bene collettivo, alla legalità, alla solidarietà? Basterebbe un ragionamento egoistico, un tenere per efficace la convinzione che in molti si può crescere assieme, stare meglio e invece ciò che ci viene additato è il scinderci in monadi di paura e di cattiveria. La competizione oltre le regole, anzi l’abolizione delle regole, per vincere ciò che dovrebbe essere un diritto. Tu ne sai qualcosa quando ti hann0 accompagnato alla porta, prima il tuo compagno (ma era davvero un compagno?) , quando quell’amore era diventato troppo impegnativo perché richiedeva una scelta di vita. Non tutta, era un per sempre limitato, lo sapevate entrambi, ma già questo faceva paura e così meglio riflettere su cosa vogliamo per davvero, ti ha detto. Distanti per un po’, che era invece un per sempre vero.  Poi il lavoro, quando hanno trasformato il tuo contratto in quello che sembrava un modo più facile di guadagnare e invece aveva dentro di sé una competitività infinita. Il budget del primo anno l’hai raggiunto, quello incrementato del 20% del secondo, hai fatto fatica ma ce l’hai fatta, il terzo anno eri già a rischio e il quarto fuori. Intanto ti eri stremata nel tentativo di riuscire, stremata e sola perché nel frattempo tutti i tuoi contati erano passati ad altri. Mi hai scritto che da allora hai cominciato ad avere dubbi, a non credere nei sorrisi e in chi ti chiedeva fiducia ma non la restituiva. E intanto attorno sparivano alcuni amici; insistere troppo sulla necessità di avere un lavoro, chiedere aiuto, imbarazza.  È un buon crivello il bisogno e ti sei accontentata; adesso aspetti arrivi qualcosa di meglio. Anche nell’amore attendi arrivi qualcosa di meglio di chi ti dice che a volte volerti bene è fatica. Per chi ha chiuso le finestre anzitempo persino la luce che galleggia sui tetti assomiglia al buio. E invece dobbiamo aggrapparci a quella luce per non essere peggiori di ciò che siamo, per non perdere speranza. Mi dirai che è facile per me che non ho i tuoi problemi, e tu che ne sai dei miei? I silenzi cominciano così, con un rapporto con i problemi che ciascuno sente, col raccontarli e far capire la loro importanza, e poi gradualmente constatare che non sono capiti a sufficienza, forse neppure ascoltati perché non si può fare la somma dei problemi propri con quelli altrui. O almeno così si pensa, eppure tu non chiedevi, e neppure io, che qualcun altro risolvesse i problemi per noi, volevi solo condividere, capire meglio come andare avanti, avere una direzione e un modo. Poi ciascuno trova la propria strada ma già saperne più d’una, aiuta. È  quando capisci che non arriva più nulla, che ti chiudi e pensi che esisti solo tu, e così il capolavoro della solitudine soggetta e dipendente si è compiuto. Abbiamo fatto quello che quelli che dispongono delle nostre vite, volevano, perché hanno bisogno delle nostre solitudini per impedire che i problemi trovino il tratto comune che renderebbe necessario un cambiamento nei rapporti. Ci vogliono assieme solo nella paura che è l’infinito insieme delle solitudini, del nero che portiamo dentro e che dobbiamo arginare. Per questo ti chiedo di guardare la luce che galleggia sulle case e di tenere le finestre aperte un po’ più a lungo, di non tagliare troppi fili. Ti chiedo di dire un ti voglio bene in più per chi lo senti. E trova il tempo di dire e ascoltare. Serve a te, a me, a tutti. Serve a farci sentire meno soli, per trovarci davvero quando occorre. Anche per ridere, scherzare, per camminare assieme in silenzio sapendo che ci siamo. Non so che altro dirti, amica mia, ma vorrei che le nostre paure davvero si sciogliessero raccontandole. Forse non funziona così, ma è meglio di quello che ci dicono e ci insegnano. Camminare nella sera senza fretta e senza guardarci indietro mette un po’ di fiducia in noi. E forse questa fiducia si spalma come la luce che galleggia, investe il lavoro, i rapporti, rende le cose più vere. Non basterà ma è diverso dalla paura e dal vuoto e questo già è molto, adesso. Speriamo ci sia tempo di parlare e di ascoltare, tra noi è importante. Lo è sempre ed è un sempre che dura.

venti lettere mai spedite

Questa lettera, che qualcuno leggerà, fa parte del progetto di libro che sto scrivendo. e questa premessa comparirà solo questa volta. Da tempo sento che i miei interessi nello scrivere hanno bisogno di mutare e tra la carta e il blog c’è certamente un’altra via da capire e percorrere.

Si crede, e fa comodo crederlo ma non è vero, che il tradimento sia il perseguire un altro da sé, una sorta di perversione dell’io che violenta la propria natura per perseguire qualcosa che lo muta in peggio, mentre spesso, esso è il comporre il desiderio con una diversa concezione della vita che ci riguarda così tanto da essere alternativa a quella posseduta. Non sto per tessere un elogio del tradimento e neppure voglio negarne la valenza distruttiva, la tesi che vorrei discutere con te è che ci sia comunque una fuga nel tradimento e che chi tradisce stia cercando qualcosa che non trova nel suo vivere. In subordine, ma ne parleremo un’altra volta sostengo che la fuga sia una delle tre sostanziali condizioni in cui le vite si esprimono.

Ricerca e fuga spesso si sovrappongono, poi nell’essere interpretate risentono dalla natura e dall’educazione di chi le compie. Chi sfarfalla è differente dall’introspettivo, chi si pone domande e dubbi, è differente da chi si aggrappa a certezze immanenti e da queste trae giustificazione. Anche l’età pesa nelle scelte e quante volte il tradire è una fuga dalla responsabilità acquisita, l’illusorio ritorno a una condizione in cui il possibile non è così determinato e solido, e comunque molto viene perdonato. Con l’accumularsi degli anni le scelte si ossificano in percorsi che hanno canoni più sociali che personali: da una persona ci si aspetta che si comporti in un certo modo e solo quello comporta un giudizio positivo, un’approvazione sociale. 

È il lemma tradire che fuorvia e che si dovrebbe applicare dopo aver conosciuto fatti e circostanze, invece è semplice usarlo e già contiene un giudizio inappellabile. Ma la considerazione sembra ormai restringersi ad ambiti più ristretti di un tempo, quello sentimentale e quello intellettuale, ad esempio.  È scomparso il nemico della patria, così caro fino a quando ci sono state guerre e patrie definite, non c’è più il tradimento commerciale e sta impallidendo la proprietà intellettuale perché con i nuovi mezzi, copiare e rielaborare sembra diventato più facile che esprimere la propria originalità. Che ne dici, ad esempio, del continuo espungere citazioni da contesti, vantare associazioni di testi o altri pezzi di media che diventano un collage indistinguibile e che oltre a essere apparentemente nuovi tradiscono l’originale eclissandolo ad altro? Non parliamo della politica dove il cambio di casacca testimonia l’assenza di ideali e di progetti che non siano quello personale e ogni qualvolta sento dire che solo gli stupidi non cambiano mai idea penso che ancora una volta la citazione è tradita e usata per giustificare altro. Mi convinceva molto di più Berlinguer quando affermava che non aveva tradito gli ideali della giovinezza, e lo diceva pur leggendo un mondo che mutava, aveva cioè enucleato il sé che coincideva con l’identità e da questo non derogava perché non sarebbe stato più se stesso. Però se pensi alla scarsa consistenza e coerenza tra programmi e azione che oggi circola in ambito partitico allora capisci che non Lui, ma un’intera generazione ha derubricato gli ideali a parti negoziabili o semplici ubbie giovanili.

Insomma il tradimento sembra si sia ridotto a una questione sentimentale e a qualche giuramento con relativo impegno, o poco più, che ha rilevanza penale, ma il resto fa parte di altri ambiti che si sanano con facilità e non comportano particolari cambiamenti di vita. Il mutare azienda ad esempio, viene considerato un commercio lecito di competenza anche quando si portano appresso segreti industriali che è ben difficile arginare in un nuovo contesto. Pensa che quando dicevo di essere aziendalista, ovvero fedele all’azienda pubblica prima che a un mandato politico di un socio, venivo prima guardato con sospetto e poi messo da parte come inaffidabile. Eppure a me sembrava che questo fosse l’ambito del lecito e che l’illecito, ovvero il tradire, fosse nel fare qualcosa che potesse impedire la crescita o addirittura nuocere all’azienda in cui ero amministratore per acconsentire a una pressione politica.

Ma questo era solo un inciso personale, ti dicevo invece, che a mio avviso, il cosiddetto tradimento è in realtà assimilabile a una fuga verso un sé e che in questo contesto andrebbe analizzato. Quello che penso è che la condizione abituale in cui ci muoviamo sia quella tra l’immagine che l’individuo offre e quella che viene proposta come paradigma di felicità individuale. Il sentire sociale (e commerciale) vorrebbe che ci fosse coincidenza tra un ordine che garantisca la prevedibilità delle persone e la loro completa realizzazione con quanto dall’esterno viene loro offerto. Molte cose si fanno per comodità e non per convinzione, altrettante sono soggette a valutazioni di tipo economico/sociale e diventano difficili da mantenere, in quanto generano precarietà individuale o familiare. Anche dal punto di vista delle idee, la cosiddetta libertà è spesso ossequio a circuiti di convenienza in grado di determinare se una novità sia o meno “produttiva” e quindi accettabile. Non si spiegherebbe altrimenti il perché lo star system si applichi dall’arte sino ai modi di vita e si accetti supinamente il teorema della crescita infinita che non si cura di quanto lascia in termini di macerie e di vite piegate al profitto. In val di Susa chi protesta contro l’alta velocità ferroviaria viene considerato dal resto del Paese, fatta salva una minoranza militante, un ottuso che si oppone al progresso, che “tradisce” la crescita, mentre la stessa persona pensa di tradire il luogo in cui abita se permette che passi senza protesta una infrastruttura che violenta luoghi e modalità del vivere.

Ricordi quando andammo in Irpinia dopo il terremoto, ci raccontavano che dopo l’arrivo della Fiat a Grottaminarda, oltre a cambiare gli equilibri politici per le assunzioni, non c’era più un sarto che facesse un abito su misura o mettesse in ordine un vestito, mancava il fornaio, persino il barbiere era andato in fabbrica e per farsi i capelli bisognava prenotarlo, se ne aveva voglia, nei giorni di festa. Il tradimento del tessuto sociale lì c’era stato ed era stato mascherato da progresso, tanto che ora che la fabbrica è stata chiusa, mi chiedo cosa ne sia di quei luoghi rimasti senza capacità individuali e lavoro. L’ho visto ripetersi questo teorema, in molti luoghi in Italia, nelle cosiddette aree di sviluppo e lì il tradimento è stato collettivo, tanto che ora la spersonalizzazione è più forte e disperata. Il tradimento verso il sé implica un esercizio della libertà e un riconoscimento di ciò che si è. Non è cosa da poco, per questo mi spiace che la parola venga usata indifferentemente per chi si riconosce come non realizzato e cerca altro, e quindi fugge da una condizione di sofferenza cercandone una migliore, e con la stessa parola si definisca con molta meno frequenza chi viola, tradisce, principi individuali e collettivi. Insomma quello che volevo suggerirti è di non ridurre tutti a questioni facilmente risolvibili. L’apparenza inganna perché gli esempi che abbiamo sottomano portano all’individuo e ai suoi obblighi sociali, come se esso non esistesse come persona. Pensa a chi “tradisce” in un rapporto amoroso e fa la scelta di disfare un rapporto, un matrimonio. Se guardiamo i film o leggiamo i romanzi, l’amore sembra giustificare tutto. Quante eroine ed eroi vengono capiti, giustificati, suscitano approvazione e partecipazione, mentre nella vita comune verrebbero esecrati. Lo stesso vale in altri ambiti in cui la ricerca del sé è così evidente che la valutazione moralistica si ferma e guarda altrove. Non però nella vita comune dove il giudizio è più semplice della comprensione.

Credo si sia scelto di non investigare troppo su chi tradisce veramente e chi invece cerca la realizzazione di sé, mettendo tutto in una categoria sociale facilmente usabile, che consente di discriminare partendo dall’apparenza. Tu sai che non amo troppo chi si giustifica, mi pare più adeguato chi dice la verità, e questa può essere spiacevole, ma è la verità e allora si può capire. Non è necessario condividere, ma almeno capire che chi fugge non sempre è un vigliacco, che cercare di essere se stessi può risultare ben più complicato e doloroso che fingere. Quindi il tema che vorrei discutere con te è il tradimento come fuga verso sé, e quanto questo sia compatibile con le regole che la società ci fornisce, perché, e qui c’è una contraddizione, è la stessa società che predica la felicità individuale, a emanare regole che di fatto la rendono possibile solo se essa è conforme. Qui si apre un tema più largo e riguarda la libertà e la coercizione, ma questa era un’altra di quelle tre caratteristiche di cui ti parlavo. Ci sarà tempo per discuterne.

antico amico caro

Abbiamo passato notti a fantasticare su cosa ci sarebbe piaciuto essere e diventare. Essere, in quel momento, che pareva sempre incompleto, essere per riuscire a dar sfogo all’ immensa energia che serpeggiava e ribolliva. Essere, per trovarsi oltre l’ apparenza abbandonata in quelle lunghe chiacchierate. Parlando, comunicavamo davvero perché qualcosa diventava urgente, chiaro e possibile. E prima non lo era. Eravamo dentro la nostra determinazione di essere ossimori felici, grandi e ricchi di indecisioni e sfumature. Perduti in un presente e ansiosi di costruire il futuro, nostro e altrui. Quello era il diventare, il sogno ad occhi aperti che diventava urgente e plausibile. A volte mi tornano a mente quei ragionamenti, quella necessità di essere, ora e domani assieme. Si arrossava il viso, parlando, e la testa ribolliva, e ogni difficoltà sembrava sciogliersi, come cera che spandendosi, ravvivava la fiamma. Dicevo che avrei voluto fare il giornalista e lo scrittore e tu mi parlavi del tuo voler essere un chimico che costruiva nuovi materiali. Facevamo le stesse cose, studiavamo sugli stessi libri e le vite si realizzavano nel giorno ma anche nella prospettiva. Quanto rispetto e consapevolezza avevo per le tue doti, per la rapidità nel capire cose che mi costavano fatica e, credo, lo stesso facessi tu con la mia capacità di mettere assieme cose parallele e apparentemente scombinate. Mi chiedevi il nesso di un accostare ardito e discutevi, come io facevo per quanto riguardava un processo oppure una relazione acido/base al limite della comprensione. E quanto in una definizione di valenza, dalla materia e dai legami trasbordava in quel quotidiano che poco si capiva e in cui eravamo immersi. Chissà se i pesci si chiedono del mare e dei suoi flussi oppure se ne lasciano permeare e si formano in essi secondo natura e attitudine.

Attorno accadeva di tutto, ne eravamo partecipi e discutevamo: si sentiva, la necessità di capire cosa stava nascendo perché in esso saremmo diventati altro,  ma non da soli, in tanti.

Eravamo una somma di desideri e di possibilità che, ci pareva, sarebbero stati la nostra generazione e il mondo. Sapersi generazione comportava una gran quantità di novità comuni, di desideri condivisi, cose da fare, idee da pensare, tanto che quei materiali a cui tu pensavi per me diventavano lo zucchero colorato delle sagre, estruso in lunghi bastoncini colorati. Dolce, fragile e continuo, questo era il futuro che nasceva da un presente fatto di parole, di entusiasmanti fatiche senza orari, di scoperte e necessità di raccontare ciò che accadeva per capirlo. Non è forse questa la comunicazione, il dire profondo che interagisce? Eravamo consci di non sapere, felici di scoprire, di avere sogni e un’ energia che correva l’un l’altro, dappertutto. E c’erano gli amori timidi e forti, le tristezze infinite e le gioie immotivate, c’erano le parole difficili da dire e quelle che uscivano incaute ed erano così enormi che poi ci si doveva abituare alla loro realtà. C’erano i sogni di una generazione colma di rivolta e di voglia di fare, c’era un noi che sperimentavano ovunque e ci pareva che solo così potesse essere.

Che ne abbiamo fatto del nostro diventare? Il tuo più determinato si è realizzato a suo modo, il mio ha trovato strade così tortuose che spesso mi ha fatto pensare d’ essermi smarrito. Certo, non ho realizzato il diventare di allora, ma il noi e l’ essere sono rimasti e con essi la voglia di cambiare. Mi chiedo quanto siamo stati utili alle  nostre vite, alle nostre felicità, e quanto a quelle degli altri. Insomma quanto siamo cresciuti tutti assieme e quanto stiamo meglio. Allora sembrava naturale che i figli potessero avere più desideri dei padri, che ciò che a loro non era stato possibile, si potesse diversamente realizzare. E  ognuno aggiungeva a sé, ma anche ad altri, il nuovo. Certo esistevano le stesse invidie , favoritismi, incapacità glorificate in immeritate posizioni. Ma ci faceva ribrezzo e non volevamo assomigliare a quel familismo che pensava al singolo, che toglieva e diventava ingiustizia da combattere. Eppure assieme al rivoltarsi c’erano attese semplici e conformismi, eravamo la coda staccata della lucertola del romanticismo. Forse era questa vitalità indomabile che spingeva a un diverso comune, al cambiare radicale che i padri non capivano, ma che non li eliminava del tutto e non lo sapevano. Nessuno uccideva i padri e però mettevamo assieme la mediocrità e il sublime che sempre accompagna gli uomini con quel noi che c’è ogni crescita comune, gloriosa di piccole cose e cambiamento.  Oggi ho l’ impressione di un noi frantumato, di una Magna carta fatta coriandoli e gettata al vento. Cos’ è rimasto di tutto questo? E senza voler invadere chi è venuto dopo, c’è ancora la smania di capire dove siamo, in quale mare nuotiamo ed esiste ancora, la più grande cosa, che oltre all’ amicizia, ci siamo scambiati allora: vogliamo ancora capire il mondo per quanto possibile e diventare in esso, magari, a volte, felici?