domenica a San Telmo

In evidenza

La domenica a San Telmo ,
i tangueros troppo vestiti nell’estate di gennaio,
danzavano assorte figure da milonga,
nel sole a disegnare l’aria,
ma la mattina nella caffetteria Dorrego
si vedevano solo teste sedute,
e giornali spiegati interi
a coprire il lampo dei colori nella piazza.
Luccicavano i vetri,
nello scuro liberty del ferro
e i camerieri erano vecchi come i loro abiti neri,
ma profumato il caffè e buono.
Era un vagone di tavoli
allineati contro la vetrina,
un corridoio tra i bisbigli,
a dividere il bancone lungo, alto e scuro.
Dietro liquori e lustre caffettiere.
Dicono che il tavolino di Borges stesse quasi a mezzo,
non distante da quel cortile che sembrava un chiostro,
tavolo tra tavoli,
stesso legno dei ripiani,
e interrotte scacchiere tra le tazze.
Alle regine e gli alfieri già perduti
resistevano le torri e i cavalli,
Jorge Luis l’ avrebbe preferito.
Tra i giornali abbandonati,
col dorso stretto dai listelli scuri,
avvenne l’incontro con Ernesto Sabato,
un pomeriggio o forse era già sera,
e l’aria era vapore e fumi di bevande calde,
animale soffice che mutava ad ogni aprir di porta.
Non s’amavano,
accade tra i custodi di due grandi mondi
dove si muovevano figure
e fatti di realtà nascent.
Bisbigliarono a lungo
mentre attorno si stupiva il silenzio
tra i bicchieri
e poi si salutarono, forse,
per non vedersi ancora.
Amori che non combaciano
s’osservano sin nel profondo
e con dolore scelgono.
Borges tornava spesso,
già semicieco vedeva I rumori della piazza,
i ballerini e i venditori
d’abusive vecchie memorie,
con fasci di bastoni animati dalle lunghe lame
e oggetti che estraevano furtivi
raccontando storie.
Di certo li aveva conosciuti,
ora erano solo macchie di gessati
color bruno
tra sbuffi d’organza, volani e brillantina.
Arlt quei bastoni di certo aveva usato,
fuori dalle case dei cretonne sdruciti
e nel tango praticato in vita,
ma non lui, né Bioy Casares,
ad altri salotti abituati
con diverso accostare le labbra
al cristallo o ad altre labbra.
E neppure lo scrivere era eguale
una pagina e poi l’altra
in stanze calde d’inverno
e mai per strada,
senza il timore d’un passo
o d’una lama.
Nella caffetteria l’aria era smossa dalle grandi pagine voltate,
il sole ancora prigioniero delle case,
solo a tratti entrava il bandoneon con un saluto.
ma nel vagone tutti erano ospiti
e il viaggio senza fine,
persino il tempo era indeciso
dove andare o su chi scorrere
e intanto compitava le pagine perplesso
tra un mai passato
e il futuro indeciso d’esser stato.

https://youtu.be/-FzoJVzrO2o?is=QBGmkD5C9t1Tu3ID

in città, la primavera

In evidenza

La primavera è entrata in città dalla porta di Ognissanti,
ha seguito l’acqua portando il profumo di laguna,
ha abbracciato i colli e disseminato I fossi di crochi gialli e bianchi sui clivi.
Scossi platani, tigli, I bagolari antichi e le loro nuove foglie,
i ragazzi hanno sentito il richiamo
e i tavolini si sono riempiti di vestiti leggeri
di colori misti a sorridenti parole.
Così la città si è arresa,
le finestre socchiusa ora lasciano uscire voci e profumo di dolce,
e sotto i portici la pietra è stata lavata dalla polvere del freddo,
le botteghe e le case hanno reso brillante il grigio,
e come un cane allegro la trachite si scrolla l’acqua,
si chiazza di pulito mentre accoglie e distribuisce la luce.
La città vecchia è ricca di vicoli,
di selciati di fiume e di alberi che chiariscono l’ombra,
erano luoghi d’artigiani e di vecchie osterie
ora sono portoni di muta ricchezza
gelosi dei giardini c’erano campi di bocce,
Della mia giovinezza seguo le tracce,
la luce le cerca nei negozi di telefonia,
nelle boutique agghindate,
il ricordo è età dei numeri confusi,
delle solite domande invase,
e mi manca chi rispondeva davanti al mezzo litro di vino,
come manca il fumo denso del toscano,
ma chi manca davvero non è mai assente al pensiero.
La luce annoda le primavere,
gli alberi spargono florescenze e residui d’autunno,
è lezione per chi ricorda
e non vede come nasce il futuro,
fertile di sfumature inattese,
mentre tutto sgomita vita.
In pianura arrivano venti dal nord,
portano lo scherzo del profumo di neve,
nessuno degli alberi ci crede,
neppure le palme che si scuotono con rumore di lame,
neppure le erbe, gli odori, le violette e le rose
incuranti tutti fioriscono, cambiano manto, aprono gemme.
E i passi rallentano, nel sole filtrato, le persone si fermano,
qui le case sulla via si protendono,
si reggono su archi che lasciano libero il passo con l’aria e la luce,
sono occhi di portico e da secoli guardano visi, vite, stagioni,
hanno steso strati di passi con l’attenzione dei maestri di lacca,
hanno visto brillare le voci e ascoltate le vite,
ora hanno la saggezza discreta che nessuno richiede,
così guardano ironiche e libere dal tempo e dal dire.
Nei giorni di festa per andare si segue la luce,
il mare e il monte sono vicini
e il desiderio si lascia spingere verso i tramonti o va incontro all’oriente,
ma sempre cerca l’inatteso conosciuto.
Nei campi il bruno diventa un colore che genera e accoglie,
hanno lavorato nella notte,
li ho visti, i fari
e sentito i motori dei trattori possenti,
ora la terra è grana di sabbia e di roccia,
ricordo di foglie d’autunno e luccicare di brina,
materna e leggera spinge i semi al gioco e alla vita
e ascolta la brezza che già muove steli bambini nel caldo del sole.
Le luci si accendono tardi la sera,
le margherite si preparano alla notte,
un meccanismo oscuro muove le cose
fin nel profondo accade ciò che deve accadere
e ogni molecola conosce il suo compito,
è così meraviglioso questo mondo corale
e acuto sorge il desiderio
che la primavera racconti a tutti la vita.io

https://youtu.be/G-ONtqPirEg?is=6gxMvRM_1GXd3wln

19 marzo

In evidenza

Scrivono cose bellissime sui padri,
meno dei loro dubbi sull’essere adeguati,
e non si parla dei timori
per le vite da far crescere.
La serenità è una richiesta
che riporta il sorriso e il sonno,
si protende come una mano,
che non ha ora o limite,
basta un richiamo
e i padri la devono trovare
nel sentire che contiene amore.
e senza sapere s’impara a vivere
come si è già vissuto
ma con la libertà che innova.

Di te Papà, ho l’amore testardo che viola il tempo,
la carezza fresca e preoccupata nelle poche malattie di bimbo,
il sorriso timido quando tornavi a sera, mai stanco d’ascoltarmi.
In primavera, di domenica mattina
stavo tra le tue braccia sulla bicicletta,
mi mostravi dove anche tu eri stato bimbo,
e mi guardavi mangiare I dolci che non avevi avuto.
Esserti accanto è stato immensamente bello,
e non è mai bastato,
nell’inventario degli amori necessari
mai te ne sei andato.
Dopo venivi nei sogni,
ero grande e anch’io padre,
mi svegliavo, gli occhi colmi di pianto,
per l’amore mai interrotto,
che chiedeva al bene
di esser ancora detto.
Di te caro Papà ho molto,
ho suoni di tosse e la voce gentile,
la sigaretta scambiata quando credevo d’essere adulto,
discussioni politiche lunghe e tenaci,
il poco lavoro fatto assieme.
La vita e l’amore
era nei silenzi pieni di parole,
e in quella lettera dell’ultima estate
di te mai lontano a noi vicini.
L’amore si mescola,
ma trattiene i colori,
e il tuo è limpido
come i tuoi occhi chiari,
riluce mentre dentro mi stringi
nell’abbraccio,
e ci sei,
ci siamo, assieme, tutti.
Sono rimasto a custodire un amore che non muore,
e s’assomma
con quello da te ricevuto,
ma non mi sento solo
e se trasmetto dubbi e sicurezze,
aggiungo amore
all’amore che mi hai dato,
prezioso e accogliente,
nell’abbraccio che ancora mi protegge.

ristare

In evidenza

E’ sera
di tanto muovere le cose e di capire,
ora ho stanchezza.
Nostalgia dei miei scaffali,
delle pagine bianche, 
di ciò che sarà
e adesso è meno che pensiero.
Un singulto d’intuizione
che non si forma,
ancora,
ma paziente attende
confonde il tempo delle cose.
Assenza, e lo sguardo punta ad est, 
dove già nata è la notte
e vive il cuore del sole ancora nuovo. 
Una transitoria  tranquillità m’ha preso
come un torpore d’ambra
E sento che il mio tempo sussurra
nel silenzio:
hai preteso e ora vedi la misura,
cosa chiederai ai tuoi giorni?

8 marzo

In evidenza

Altrove gli occhi,
nubi ed erba bruciata d’autunno,
distratta la mano nell’acqua,
raccoglie,
spartisce,
ascolta,
il pensiero che rattiene lo sciogliersi
per furia il vestito, i capelli
e poi tutta,
seguendo lo scialo d’amore che preme.
Dispera il sentire,
ma la mente ribelle ricuce,
rammenda il racconto di sé
e ora l’acqua, stringe
e rilascia la mano,
come se il cuore,
così vivido e netto,
fosse tutt’uno col mordere la vita,
di nuovo.

Sequela

In evidenza

Per innumeri passi lo sguardo s’è sparso,
portici, selciati e palazzi,
luoghi di voci e memorie felici.
Il cielo ha raccolto amorevole
ha proteso la luce ad avvolgere,
e intese le cose,
perché muto non è il non dire
ma l’indifferenza senza l’ascolto.
Indifferenti a sé prima che ad altri
sepolto l’udito e lo sguardo,
diventano inutili l’azzurro e le nuvole,
eppure non se ne vanno,
è paziente l’attesa,
filo d’acqua che scrive la pietra
e scioglie legami di molecole.
Altrove le sparge
perché continui la vita
e sia fecondo il sentire.
Ecco, che l’attenzione a te nasce
da una parola pensata, non tua,
dal tempo che libero, è stato posato
ed essa ha parlato.
Di te.
Mi sono soffermato,
e mentre intorno scorre la piccola folla,
le case hanno alzato lo sguardo,
il cielo si è unito al pensiero
così si è sciolto l’arcano
e palesata l’unione.
E mai come prima urge
sentire la tua voce,
mentre cantano le cose.

credo

In evidenza

Credo alla carezza del vento
che accompagna nell’aria le foglie,
credo all’acqua che canta
mentre gentile riga la terra,
credo alle radici
che abbracciano l’oscuro e la roccia
mentre nutrono il cielo di verde.
Credo alla fossile spirale
innalzata dal mare
per essere pietra di cima,
credo nel respiro della notte stellata
che ristora lo sguardo
stanco del giorno.
Credo negli orizzonti
che mutano al tramonto
e risorgono all’alba
vestiti a festa dalle stagioni.
Credo nel rispetto
che ascolta e che guarda
mentre mormora un canto,
tra labbra che sperano,
ed è quasi una grata preghiera.

la città silente

In evidenza

Oltre i portici,
dietro le case che s’appoggiano l’un l’altra,
ancora vi sono rettangoli di terra.
Sono antichi orti di città,
separati da muretti di mattoni,
alti secondo l’amicizia tra vicini.
Alcuni giusti all’appoggiar dei gomiti e al conversare quieto,
altri d’altezza tale per occludere la vista,
irti di cocci di vetro
a spaventare ladri acrobati o sconosciuti gatti.
Abitavo una di quelle case,
un tempo accoste alle antiche mura,
nel borgo di studenti e d’artigiani,
di professori frammisti a bottegai.
Quella città ora s’è disfatta
travolta dal disamore del guadagno
e nell’indifferenza del futuro,
è ammasso di case senza grazia,
prive di vita e bimbi.
Dove tutti ci conoscevamo
è rimasto il mormorio dei vecchi,
pudico lo sguardo segue
il pensiero della vita scorsa
e fugge da dov’ora
c’è del silenzio il chiasso.

una carola sommessa

In evidenza

Ho vecchi doni,
tracce di passate considerazioni,
che fanno compagnia più dei ricordi,
e suonano come usano le voci antiche,
dolci e sommesse,
intonate nel coro assottigliato.
Molto è diverso d’allora
ma ciò che resta non sono gusci vuoti,
residui di vita altra
che la risacca del tempo allinea
e toglie dalla riva,
no, sono miracoli di vita
che si trasforma
e ancora estende radici assetate.
È buona con noi l’età
se cerca limpidezze
nell’innocenza inerme di chi mai s’arrende.
Distratti abbiamo percorso le stagioni,
c’era la foglia e il fiore,
e splendevano al mattino,
nella bellezza loro cantavano I colori
donati senza ritegno agli occhi e al cuore
e seguivano il tempo
senza opporre fatica al pifferaio lieto,
ora sono gemme fiduciose
impavide nel gelo
in attesa della promessa primavera.
Siamo rimasti non so quanti,
un tempo ci conoscevamo tutti,
alcuni han salutato,
ed ora il coro è mutato,
quasi un quartetto d’archi
dove la furia posa,
ed emerge la passione quieta
d’una carola sommessa,
guardo e mi soffermo,
come a ripassare una parte appresa,
una musica che torna alle labbra,
lieta.

I natali passati

In evidenza

Nei natali vissuti
la mappa delle attese,
del nuovo che attinge alla speranza.
Nei ricordi trovo chi ora sono,
cosa si è compiuto,
quello ch’è mancato.
Ho una vita di natali diversi,
di caldi pensieri scivolati nel sonno,
di neve e cappotti spinati,
di sciarpe rosse e guanti di lana bucati,
di trepidi ultimi giorni di scuola,
di interrogazioni e disfatte,
mai perdonate nelle pagelle a gennaio.
Le notti di Natale a lungo ho cantato
e anche quando più non credevo
ho sentito l’amore che univa
I giorni e l’attesa.
Ho visto persone vagare
le notti della vigilia
e nessuna chiesa li cercava,
quando al freddo guardavano le luci,
chi usciva felice,
finché il portone chiudeva,
allora s’allontanavano nel buio
in cerca di risposta
o anche solo d’una parola, ma nessuno parlava.
Chissà che fine hanno fatto
tante tristezze sotto il cielo,
dove hanno riposato,
e cosa è stato per loro il mattino di festa.
Ogni anno la neve ho atteso
e qualche volta è accaduto,
allora c’è stato il gioco e la gioia,
le guance infuocate
il cappotto con i segni delle risate,
poi a casa la cura,
la cannella, il vino bollente, le mele
una carezza sui ricci
e il sonno felice che la festa ha concluso.

Buon Natale alle donne e agli uomini di buona volontà.
.