Credo alla carezza del vento che accompagna nell’aria le foglie, credo all’acqua che canta mentre gentile riga la terra, credo alle radici che abbracciano l’oscuro e la roccia mentre nutrono il cielo di verde. Credo alla fossile spirale innalzata dal mare per essere pietra di cima, credo nel respiro della notte stellata che ristora lo sguardo stanco del giorno. Credo negli orizzonti che mutano al tramonto e risorgono all’alba vestiti a festa dalle stagioni. Credo nel rispetto che ascolta e che guarda mentre mormora un canto, tra labbra che sperano, ed è quasi una grata preghiera.
Oltre i portici, dietro le case che s’appoggiano l’un l’altra, ancora vi sono rettangoli di terra. Sono antichi orti di città, separati da muretti di mattoni, alti secondo l’amicizia tra vicini. Alcuni giusti all’appoggiar dei gomiti e al conversare quieto, altri d’altezza tale per occludere la vista, irti di cocci di vetro a spaventare ladri acrobati o sconosciuti gatti. Abitavo una di quelle case, un tempo accoste alle antiche mura, nel borgo di studenti e d’artigiani, di professori frammisti a bottegai. Quella città ora s’è disfatta travolta dal disamore del guadagno e nell’indifferenza del futuro, è ammasso di case senza grazia, prive di vita e bimbi. Dove tutti ci conoscevamo è rimasto il mormorio dei vecchi, pudico lo sguardo segue il pensiero della vita scorsa e fugge da dov’ora c’è del silenzio il chiasso.
Ho vecchi doni, tracce di passate considerazioni, che fanno compagnia più dei ricordi, e suonano come usano le voci antiche, dolci e sommesse, intonate nel coro assottigliato. Molto è diverso d’allora ma ciò che resta non sono gusci vuoti, residui di vita altra che la risacca del tempo allinea e toglie dalla riva, no, sono miracoli di vita che si trasforma e ancora estende radici assetate. È buona con noi l’età se cerca limpidezze nell’innocenza inerme di chi mai s’arrende. Distratti abbiamo percorso le stagioni, c’era la foglia e il fiore, e splendevano al mattino, nella bellezza loro cantavano I colori donati senza ritegno agli occhi e al cuore e seguivano il tempo senza opporre fatica al pifferaio lieto, ora sono gemme fiduciose impavide nel gelo in attesa della promessa primavera. Siamo rimasti non so quanti, un tempo ci conoscevamo tutti, alcuni han salutato, ed ora il coro è mutato, quasi un quartetto d’archi dove la furia posa, ed emerge la passione quieta d’una carola sommessa, guardo e mi soffermo, come a ripassare una parte appresa, una musica che torna alle labbra, lieta.
Nei natali vissuti la mappa delle attese, del nuovo che attinge alla speranza. Nei ricordi trovo chi ora sono, cosa si è compiuto, quello ch’è mancato. Ho una vita di natali diversi, di caldi pensieri scivolati nel sonno, di neve e cappotti spinati, di sciarpe rosse e guanti di lana bucati, di trepidi ultimi giorni di scuola, di interrogazioni e disfatte, mai perdonate nelle pagelle a gennaio. Le notti di Natale a lungo ho cantato e anche quando più non credevo ho sentito l’amore che univa I giorni e l’attesa. Ho visto persone vagare le notti della vigilia e nessuna chiesa li cercava, quando al freddo guardavano le luci, chi usciva felice, finché il portone chiudeva, allora s’allontanavano nel buio in cerca di risposta o anche solo d’una parola, ma nessuno parlava. Chissà che fine hanno fatto tante tristezze sotto il cielo, dove hanno riposato, e cosa è stato per loro il mattino di festa. Ogni anno la neve ho atteso e qualche volta è accaduto, allora c’è stato il gioco e la gioia, le guance infuocate il cappotto con i segni delle risate, poi a casa la cura, la cannella, il vino bollente, le mele una carezza sui ricci e il sonno felice che la festa ha concluso.
Buon Natale alle donne e agli uomini di buona volontà. .
La città sembrava inerme, pacifica, ma incredula per le prime occupazioni. All’università gli studenti volevano toccare la libertà senza l’ossequio al potere baronale. Bestemmie, in un dialetto che le intercalava. Era una città divertita o infastidita, abituata alle intemperanze giovanili, altrove, però, nell’oscurità torbida di rancori mai sopiti covava uova di serpente. Tornava il nero che mai era morto per davvero. Arrivò la nuova violenza dalla strage di Milano, troppo intelligente per non essere parte d’un oscuro piano, di quella destra che s’era esercitata nei tentativi di rovesciare la democrazia. Ciò che sconvolse per un poco la città e soprattutto me, furono i nomi dei fascisti rivelati. Quel Freda con lo studio d’avvocato davanti alla biblioteca dove studiavo, che beveva il caffè dove anch’io andavo, e poi quel Facchini, conosciuto da ragazzo. Abitava allora vicino a casa mia, molto per suo conto ma anche lui i fumetti li scambiava. e mostrava con orgoglio la sua abilità nel costruire radio e nel trafficare con resistenze e condensatori. E in quella valigeria di piazza Duomo, s’erano comprate le cartelle per la scuola, la borghesia, borse di lusso e le valige in pelle. Tutto era concentrato in poco spazio, in persone e luoghi noti, in cognomi e in mestieri usati, ma sembrava che oltre l’apparenza sempre ci fosse ben altro d’importante. Il Configliachi, l’ istituto per I ciechi, dalle cui scale volò il bidello era un posto come un altro, ma lui aveva iniziato a dire di questo nero di città. E poi un filo ricuciva nella mente Il rettorato ch’era saltato in aria poco dopo un incontro con rettore, l’antifascista Opocher, fatto con noi studenti. Ricordo ancora le sue parole, che citavano quelle dell’amico suo Marchesi: neppure i fascisti furono in grado di togliere la libertà all’università, volete farlo voi? E noi non occupammo il Bo, tramutando quella sera la protesta, in un corteo. Dopo scoppiò la bomba e il caso evitò la strage non la volontà di chi la pose. Chi doveva capire non capi e chi sapeva preparava altro. Ricordare quegli anni è ricordare ciò che venne poi : Iniziava la stagione del terrore, la paura di viaggiare sui treni e capire che quelle uova di serpente, quel nero, non se n’era andato mai ma aveva figliato. E figlia ancora, molto più indisturbato.
Da dove si fosse originato tutto ciò non importava molto, era una risposta a qualcosa e forse era solo naturale evoluzione, crescita.
Come ci si muta secondo l’età? Ciò ch’era accaduto sembrava la prosecuzione dello stesso bisogno assoluto dei primi anni in cui ci si formava autonomi in famiglia. Quel darsi nella crescita senza un criterio, che non fosse il seguire tutto quello che prorompeva e premeva negli abiti, nel cervello, nei sentimenti, nel cuore in una novità continua che metteva in campo la voglia di misurare sé e il mondo, di non coincidere nei desideri comuni, nel mettere in discussione l’autorità.
Un individuo si forma, cresce, si stacca e nuovamente poi cerca di unirsi quando sa chi è, o almeno presume di saperlo, ma quella seconda unione non è la chiusura di una scissione dallo stesso corpo, piuttosto è il tentativo di riformarlo.
E questo riunire è più difficile, non solo perché ricerca pressoché impossibile a realizzarsi se non per pochi attimi, ma perché è un riunir restando individualità forte, un sentire comune che ha sentire diversi.
In questa fase, che già gli sembrata così forte, l’indipendenza s’era attuata, ne sentiva il sapore pregno di propri umori vitali, coglieva il legame con età vissute e mai sopite. E in essa c’erano le gioie profonde del coincidere, la necessità del distinguersi, il piacere di provare qualcosa che veniva condiviso ben oltre la superficie.
Tutto appreso strada facendo, in misura unica, perché l’unicità è in gran parte l’educazione che portiamo a noi stessi nei sentimenti, a partire dall’ambiente protetto dei primi anni e costruito più nelle difficoltà, nelle timidezze, negli scatti d’orgoglio che la costruzione della propria vita indipendente porta. E poi il lavoro, la fatica, i condizionamenti, le difficoltà e le gioie di un vivere autonomo fino ai diversi modi di vedere che si succedevano in un continuum di apprendimento che non apprende, di cadute e voli che dovevano lasciare il segno per iscriversi nei percorsi dell’anima.
Eppure non erano le difficoltà ad aver mosso prima l’inquietudine, poi il silenzio -che era modo di capire- anche se era stato a partire da quel silenzio interiore, da quella difficoltà a bastarsi com’era, che si era fatta strada la consapevolezza della necessità di un nuovo affrancamento, che pur essendo solo la naturale continuazione del precedente giovanile crescita e indipendenza.
Ciò che aveva mosso tutto era il rideterminarsi per sapere cosa era disposto a dare, cosa poteva essere. Una misura di sé, insomma, che non doveva dimostrare nulla a nessuno, ma costituire quel movimento verso il trovarsi, riconoscersi. E tanto bastava per motivare scelte difficili, banali e alte, sbagli e piccole rabbie per la difficoltà di mutare con la necessaria adeguatezza. Così gli pareva, occorreva velocità e intensità. E c’era la pazienza da apprendere e il proprio tempo, ché mica coincide con quello degli altri, ma è solo proprio, e capirlo.
Le parole sono imprecisioni del sentire che attende di capire. Noi che innocenti diciamo siamo i mediatori dell’attesa. So che non è risposta al percorrere il profondo, ma così il pensiero corre libero fino ad inciampare in una riflessione che fa ciò che deve e si sofferma e guarda la nuova luce generosa. Poi dirà qualcosa fuori tema a sé, le cose migliori nascono dalla fatica del niente dalla mente che ascolta e accoglie senza chiedere.
Nei gesti precisi, le indecisioni d’un tempo scordate, c’è l’abitudine al buono pensato, e così nasce un profumo, che si spande e apre la festa. Mi perdo nei sogni, impasto farina con i ricordi che si fan strada, tra parole e pensieri. Allora siamo entrambi bambini tra vecchie pareti giochiamo. mi nascondo, commuove il pensiero, di lui, cresciuto lontano, che sicuro d’entrambi, rincorre. Conosce le astuzie di porte e mobilia, ride e protegge, un’ottomana accoglie dei fratelli la lotta felice. Fino al richiamo, è pronto si pranza, il profumo sollecita, s’insinua, sì spande, pervade l’amore, e curioso, piccino, lo cerco, ed è lì che m’attende, dorato e sornione, ammiccante d’assaggio. nel desco della domenica il pane condiviso e l’amore ,
Si rincorrono soli e temporali, come un tempo I ragazzi nei cortili, nubi e alberi grondano acqua e luce e la terra beve: restituisce dove il pensiero non arriva. Poco oltre s’elevava un bosco al cielo nelle radure correvano fiori e gambe prive di stanchezza, ora la sera racchiude polle di ricordi, il tavolo la luce, la finestra il cielo. Prima della scuola, allora le mie ginocchia erano strie di polvere e di sangue, le tue erano linde e accorte. Accanto su una pietra antica era così gentile la tua mano che toglieva il sudore dalla fronte, e il fazzoletto odorava di sapone e casa. Sarebbe servito al gioco, poi, ora guardavamo il cielo che scolpiva nubi e meraviglia.
Penso al tuo autunno così eguale e così diverso, qui gli alberi ancora sentono l’estate quella che da te rifulge piena. La città si è scrollata la calura, corre nelle gambe degli scolari, allegri per l’aria e per gli amici. Nelle strade troppe auto visi sempre tesi di ritardo, più tardi aprono i negozi, ma chi cammina ha una meta, un luogo, e il passo dell’affanno. Ci sono da te i ragazzi in strada? Qui escono alla sera mentre il rosso nel cielo già s’estenua, si siedono nei bar, ridono, passeggiano, I baci non attendono la notte ed è un scivolar di passi indifferenti al traffico, mentre fervono attese e parole sussurrate, nelle strade colme di chi torna. Nella mattina I ragazzi erano in piazza, le bandiere sventolavano, cartelli e slogan ritmavano l’andare, loro sentivano le grida da lontano, l’autunno a Gaza, l’omicidio che non rispetta l’età e le stagioni. Avevano Il cuore colmo, che traboccava rabbia, compassione e pianto, e hanno camminato a lungo, gridato e chiesto pace sino ad essere afoni maltrattati mai muti. Con loro camminava l’amore, felice di aver chiesto vita.