Parlare di lavoro oggi quando ci è mutato tra le mani e la capacità di capirlo costringe a rincorrere i dati più che quello che esso contengono, porta a domande semplici, a parole che descrivono ciò che dovrebbe essere un lavoro: sano, sicuro, retribuito equamente, arricchente per chi lo compie oltre che per il datore, dignitoso. Ci sono mondi possibili ed economie alternative che contengono questo lavoro, difficili, certo, perché basati su giustizia ed equità, ma non fuori della portata degli uomini. Deaglio dice che bisogna partire dal lavoro com’è diventato oggi e su questo esercitare una comprensione e una guida che lo muti o almeno ne attenui gli effetti più impattanti in termini di precarietà. Ad esempio se la competenza diventa rapidamente obsoleta avere percorsi pagati di formazione continua che siano a carico di chi lucra su queste forme di innovazione dovrebbe diventare una componente del ciclo lavorativo. Portare il sostegno a chi perde il lavoro non verso la pensione ma verso un nuovo lavoro dovrebbe essere la caratteristica assistenziale di questo mercato mutato che non si basa più sul lavoro fisso e la competenza acquisita. Cambiare in questo modo il mercato tra domanda e offerta di lavoro non può prescindere dalla constatazione che gran parte di esso è ormai concentrato nei servizi e che la manifattura in Italia produce un quarto del PIL.
Tutto questo e molto d’altro giustificherebbe una comprensione della situazione e un intervento da parte dello stato che progetti un nuovo futuro e non lo subisca. Difficile che lo faccia un solo Stato con successo più semplice se diventa un problema europeo. Quello di cui non si parla spesso è se il lavoro, anche quando c’è, sia sufficiente nella sua retribuzione per assicurare una esistenza libera e decorosa. Oggi questo non avviene se non in parte e segmenta la parte più attiva della popolazione tra chi ha troppo (minoranza) e chi ha troppo poco.
Troppo o poco rispetto a una società che impone livelli di consumo insostenibili e funzionali a una produzione globalizzata che comunque retribuisce troppo poco gran parte del lavoro che impiega. Una via d’uscita sarebbe quella di aumentare costantemente il valore di ciò che si produce attraverso la ricerca e l’innovazione, ma questo è il settore in cui l’Italia spende meno. Altra consapevolezza da acquisire sarebbe quella che il lavoro senza limite a cui viene soggetto chi ha un contratto precario e non solo, isola ulteriormente la persona dal contesto lavorativo e sociale, non diviene parte di un gruppo che produce qualcosa di cui sentirsi protagonista ma è solo un fornitore senza identità collettiva. Questa parcellizzazione della persona che segue le tante altre presenti nella società della realtà digitale, impedisce una crescita comune. Si guarda il PIL ovvero quanti beni e servizi vengono prodotti ma non la società che li produce e così una nazione di schiavi potrebbe avere un pil elevato ma nessun diritto per chi lo ha prodotto. Ebbene una nazione di schiavi ha ancora la possibilità di un senso collettivo dell’identità derivante da una funzione, può socializzare l’ingiustizia e il sopruso e ribellarsi, una nazione di individui in competizione tra loro, con retribuzioni al limite della sopravvivenza non percepisce più l’ingiustizia come fatto collettivo, anzi la ingloba nella percezione normale della realtà. Questo è il campo in cui un nuovo partito e l’umanesimo socialista dovrebbe esercitarsi.
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passerà…




C’è una parola veneta, transete, che probabilmente deriva dal latino transeat, ed esprime il portar pazienza, il farsene una ragione. Credo sia un sentimento comune che, ad onta delle dichiarazioni roboanti della destra, coinvolge il Paese e i suoi abitanti. Però questo attendere che passi, non ha la filosofia e gli occhi antichi di chi ne aveva viste tante e sapeva che anche i forti, gli arroganti, i dominatori, passavano davvero, ma è più una sfiducia sulla possibilità di cambiare. La mobilità sociale non esiste più, i dati sul l’occupazione migliorano ma se si guarda a cosa c’è dietro, oltre al modo di rilevarli ( basta che una persona lavori un giorno a settimana per definirla occupata), c’è un mondo di voucher, di lavori presi e lasciati, di nero, di precariato senza speranza e un terzo dei giovani senza occupazione. Questo non è un dato transitorio, ma ormai strutturale se non si interviene sulle modalità di lavoro. Il sud cresce più del nord, è un buon segnale ma significa anche che il nord non cresce più, che le banche cedono i crediti difficili, cedono i prestiti fatti alle aziende in difficoltà e le condannano a morte. C’è un corpo ferito che aspetta succeda qualcosa che lo riguardi davvero, che il profluvio di parole porti via la spazzatura della corruzione, dei furbi che infestano ogni angolo di vita. Aspetta attenzione questo nuovo proletariato senza prole, ma non fa, non si muove.
Un politico che stimo, ai suoi tempi democristiano, si chiedeva qualche giorno fa, cosa fa la sinistra di fronte ai grandi problemi dell’immigrazione, della povertà crescente, della sanità negata, dell’insicurezza diffusa. Diceva che una risposta la destra la dava togliendo libertà e promettendo l’impossibile a tutti per premiare i pochi, ma mancava la risposta della sinistra, che non può essere che nuova e diversa dal passato. Parlava del PD e il PD non è la sinistra ma al più un centro riformista che contiene pulsioni minoritarie di sinistra. E allora la domanda è: cosa fa il centro riformista di fronte a questi problemi, come pensa di rispondervi? Ancora con un neo liberismo che è l’antitesi del cambiamento reale dello status quo? Molti sono stanchi di parole, di obiettivi fasulli e non può essere il solo sindacato, la CGIL a coniugare la politica alla sofferenza sociale.
La risposta alla precarietà, latita e prende forma l’accettazione di una normalità, dove è solo il merito non il diritto o la dignità a cambiare le vite, è una non risposta perché quella normalità è l’omissione della gravità dei problemi e la difficoltà della loro soluzione. La normalità in un mondo globalizzato e interconnesso, cos’è?
Far finta di niente e sperare che passi, ma se non passa? Una ricetta sull’affrontare l’ineguaglianza crescente, l’impoverimento delle classi medie, l’illegalità e la corruzione come prassi economica e sociale è stata proposta dalla sinistra radicale europea, Pichetty ha trovato modo di rappresentare correttivi economici in tempi moderatamente brevi. Altra sinistra si sforza nel mostrare una realtà che vuole mutare in tempi lunghi e azioni costanti di riequilibrio sociale, economico. Ma questo elettoralmente non paga, chi vuole passi la nottata, lo vuole subito e soprattutto non ha intenzione di coinvolgersi se non vede certezze nel mutamento. Così il problema non sono le proposte ma quanto queste possano diventare un orizzonte condiviso, un modo per costruire le vite. Ripeto bisogna chiedersi cos’è la normalità e se quella attuale è quella che vogliamo conservare. Questo è il tema della sinistra, anche per tutti quelli che seppelliscono l’insoddisfazione in un’ attesa catatonica di qualcosa che comunque verrà ma non sarà quello che si voleva perché fatto da altri e per altri fini.
P. S. Cara Elly a calcio, in una partita di beneficenza, si può esultare con Renzi ma per fare riforme radicali che cambino davvero la vita delle persone e le convicano che la sinistra è alternativa alla destra, bisogna giocare con altri giocatori.
riconoscere l’essere









Aver fede nell’essere è fiducia in sé stessi. L’essere contiene tutto ciò che conosciamo, ciò che siamo e ciò che non conosciamo di noi. Tutto interagisce nell’essere, pesca nella memoria e nel futuro, è il tessuto che genera il genio e la sciocchezza. Questo non significa che tutto sia uguale, che non capiamo cosa ci fa bene o ci dà piacere e cosa è negativo, c’è un discernere che è un processo in parte cosciente e in parte si affida all’intuizione, ciò che ne esce è comunque contenuto nell’essere. Questa percezione che siamo più grandi e più capienti del giudizio che di volta in volta abbiamo su di noi, non è alterigia o peggio supponenza, ma piuttosto la percezione che quella parte in ombra che è sempre nostro essere, andrebbe rispettata, indagata con rispetto, accolta con umiltà.
Pensiamo alla capacità di fantasticare, quella di immaginare scenari con veridicità elevate, la possibilità di ricordare, di elaborare un ricordo e riconnetterlo al presente. Il ricordo diventa vero nel processo che lo riporta al presente e contiene non solo il fatto accaduto, quanto mai impreciso, ma tutta la strada che lo riporta fino a noi, ossia l’essere com’è mutato.
L’essere contiene il giusto e l’ingiusto, non sono capacità immanenti, ma forse ci sono tratti comuni della specie che affondano nell’istinto di conservazione e nei rapporti di clan che diventano archetipi trasmissibili. Questo emergere del giusto è connesso con un rapporto paritario tra specie, una sorta di armistizio che rende norma la cooperazione in funzione di un benessere. L’essere non cessa di essere tale nel gruppo, trova l’individualità come coscienza e mezzo di relazione e al tempo stesso accresce la sua capacità di crescita. La conoscenza è gli strumenti di comprensione si accrescono nell’analogia, diventano memoria di gruppo e sono trasmissibili, quando diventano limite è l’essere che si porta oltre e li infrange secondo un obbligo di fedeltà a sé che pacifica il confronto tra esteriore e interiore. Chi ci conosce davvero siamo noi stessi, è la solitudine della comprensione che sente il limite del comunicare. Il senso del vivere diviene la comprensione di ciò che è potenziale, che è presente ma non conosciuto. In questo consiste il vivere come approssimazione di ciò che siamo interamente, con la verità che rappresentiamo e che ci accompagna in ogni nostro pensiero, sogno, passione, scelta.
divagare verso sera



Ho letto a lungo. La luce ha tagliato la stanza, mi ha raggiunto, avvolto, abbandonato. Cercava curiosa le cose. Sembrava riflettere sul loro ordine perché si soffermava sulle pile di libri, sulle riviste, sugli oggetti messi in attesa. Ha percorso tre pareti prima di assumere una gradazione pensosa. Le nubi assorbivano il tramonto. In questa stagione rifulge di rossi e aranciati prima di scivolare verso le tonalità del blu. Già si vedono le stelle e l’impero della luce traccia le linee dei monti, attende la notte. Seguendo la luce, lo sguardo si è alzato dalla pagina, e sollevato dalla distrazione dal testo si è sentito libero. A volte il bello della scrittura, la sua precisione nello scavare e nel descrivere le altrui emozioni genera fatica e chiede di poter fare propria la bellezza e la bravura, ma prende, coinvolge profondamente, affatica. Così ho visto le piante aromatiche sul balcone. Ciascuna di esse aveva la difficoltà dell’estate, la lontananza dalla serra che le ha partorite. Le loro foglie sono poca cosa rispetto all’opulenza del sottobosco, i prati stanno riprendendo il sopravvento sulla terra rasata, mentre il fieno dell’ultimo taglio non è ancora nei fienili. Fiori ed erbe trovano equilibri, succhiano con decisione la vita, esondano nel sottobosco, gareggiando con miriadi di felci ed erbe da ombra e fiori e orchidee selvatiche. Le mie aromatiche si accontentano di una vita modesta in attesa di nuovi spazi e fanno il loro lavoro, con dedizione e umiltà pensosa. Dialogano con la luce e l’acqua, con il mio sguardo, chiedono comprensione per la fatica di vivere e regalare profumo. Però sono amiche della notte e i loro sogni sono nel profumo che si fa più intenso mentre il buio avvolge la stanza e le cose. La notte cancella l’ordine e il senso, fa emergere altre guide per i pensieri di chi ancora non ha sonno.
E il riposo è lasciar scorrere nuove regole, togliere barriere e prima di dormire alzare gli occhi al cielo per cercare la luna. La stessa che in questa notte, molti anni fa, veniva toccata per la prima volta da un uomo. Impieghiamo troppo tempo a lasciarci cambiare dai fatti, l’uomo non è diventato migliore da allora e ancor oggi un libro può spostare più a lungo il pensiero di un’impresa. Così le vite, nel loro mistero, racchiudono più desideri e sogni di quanti ne contenga l’orgoglio e la tecnologia che diventa storia.
non nobis

Le mie, le tue, erano spesso virtù ineguali,
lasciate all’estro che pescava dal profondo,
e di tanta oscurità il colore ne soffriva,
il voler essere cangiante era prigione:
parlavamo d’altro eppure eravamo incredibilmente prossimi e vicini.
Chi s’intendeva di magie avrebbe conosciuto l’assonanza,
non noi, così aperti e chiusi,
non noi che donavamo senza risparmio e conto.
Eppure di quella necessità d’essere riluceva l’assenza,
il grido acuto che non aveva parole,
non ancora,
o forse mai.
Nell’occasione ripetevamo l’io, la necessità, il bisogno,
mentre da tutto il vero urgeva il noi,
l’allacciarsi nell’assoluto, e ancora il noi.
difficile e predittivo l’inizio
Difficile e predittivo l’inizio, diceva la mia insegnante di lettere, poi il resto è opera d’artigiani del pensiero logico. Ed io facevo inizi folgoranti, salvo poi seguire le mie fantasie per pagine tortuose. E’ questione di pazienza, le dicevo, se si legge abbastanza magari non si coglie il senso dello svolgimento rispetto al tema, ma quello della testa, sì. ( Non mi pareva vi fosse eccessivo interesse per la mia testa). Mi consolavo, pensando che le migliori cose sono quelle fuori tema e visti gli insuccessi del folgorante, ero passato all’inizio ansante, quello che sembrava un cagnone accucciato un poco enfisematico, un inizio senza corsa, fatto di pennellate rapide, convulse, come se il passato fosse davvero già avvenuto, mentre chi scrive sa bene che il passato è davvero avvenuto solo quando lo si è scritto, prima è una sequenza di fatti, di fotogrammi con precario filo logico (il filo è sempre nel futuro, perché lì si capisce cos’ è accaduto davvero) e solo la logica delle parole può dargli un senso. Insomma io scrivevo storie che promettevano molto e poi menavano il can ansante per l’aia. Non mi capiva nessuno, neppure l’insegnante di lettere, che pure mi elargiva bei voti d’incoraggiamento e mi diceva, ma cosa volevi davvero dire? Io facevo il misterioso, alludevo, le parlavo della festa della sera prima e di quella della sera dopo, così lei capiva che ero festaiolo e un pochino m’invidiava, perché diceva, bella età, ma poi i nodi vengono al pettine.
Ecco questa dei nodi che vengono al pettine mi è sempre parsa una partenza fulminante, per niente scontata, perché per me era il pettine che veniva ai capelli. Faccenda questa dei nodi anche un tantino pericolosa, io avevo i capelli ricci e i nodi si scioglievano passandoci le dita aperte, ma forse si trattava di nodi più difficili e dolorosi rispetto ai miei. Cadevo nel dubbio, si avvicinava la fine della fatica scolastica e i nodi restavano. E se per caso fossi caduto nella configurazione topologica gordiana, la cosa sarebbe diventata critica, un qualsiasi Alessandro il grande(ne avevo più d’uno tra gli insegnanti) con un colpo di spada avrebbe sciolto il nodo, ma si sarebbe fermato a tempo? Ecco, queste cose mica le potevo spiegare alla mia insegnante di lettere, al massimo potevo dirle che i nodi non mi piaceva scioglierli e subire il rischio che ancora una volta lei non capisse nulla di quell’allievo che molto prometteva e nulla manteneva,
Fu allora che determinai che in ogni storia che si rispetti, anziché mettere in premessa ciò che poi sarebbe venuto, l’inizio sarebbe stato un parlar d’altro, e che il senso l’avrei criptato e nascosto tra le frasi del testo successivo. Pezzetti d’una storia che non finiva in un comporre chiuso, ma diveniva una sciarada che continuava a svolgere il suo senso.
Devo dire, sommessamente, per chi avesse capito l’andazzo linear circolare dello scrivere mio, che mica ne posseggo la soluzione, al massimo ne intuisco il divenire. Turing, genio assoluto e co-inventore con Newman di Colossus, la macchina per decrittare i codici che i tedeschi creavano con Enigma, mi avrebbe sputtanato in un attimo e m’avrebbe raccontato per filo e per segno la storia, quella che ancora non so come vada a finire. Ma la mia insegnante non era Turing, era bella e discuteva volentieri e forse per questo perdeva il filo del mio discorso.
Lei spiegava benissimo, molto e d’altro, ma chi m’affascinava era Gadda, chi volevo essere era Boccaccio, per via degli ormoni giovanili applicati alla letteratura, entrambi mi sembravano perfetti. Glielo dissi, lei mi rispose che c’erano altre sorprese nella letteratura. Non le credetti che al 78%, finché non scoprii Calvino. Lui non lo sapeva, ma alla stregua di Borges e della riscrittura del Don Chisciotte, la lezione di “una notte d’inverno un viaggiatore” io l’avevo già svolta, solo che non l’avevano capita.
Il segreto si nasconde nei dettagli, parimenti al buon diavolo, oppure nella pancia dove sembrano dormire le parole, e il rasoio di Occam serve a far la barba più che a scegliere, l’inizio è solo un inizio a cui se ne sovrappone un altro, così in sequenza perché se è vero che se si vuol sapere “dove vuole arrivare questo scemo” (Totò), ci sarà sempre uno che capisce e dice: “ma mi faccia il piacere” (idem).
nel labirinto
Mi piacciono i quaderni grossi di pagine bianche, prendere la penna e scrivere, è un atto di libertà che devo a me, solo a me. Cosa condividiamo anche con chi ci è amico ? Le fatiche? La quotidianità? Oppure a volte sono le riflessioni che ci hanno fatto capire chi siamo ora rispetto a un allora che aveva altre ansie, incompletezza, rossori diffusi, richieste urgenti, voglia di vivere. Ciò che neppure si capiva sembrava indifferibile e urgente. Inseguire le notti, i giorni, i luoghi, gli affetti, l’amore che coagulava imperioso e spavaldo, lasciandomi attonito di tanta bellezza. Eppure erano anni pieni di asperità, mai facili, a cui sarebbero segui anni altrettanto complicati. I fallimenti sono una buona occasione per cominciare qualcosa di nuovo con la consapevolezza di ciò che è stato e invece spesso sono una coazione a ripetere. Allora c’era del buono anche nel processo non solo nei fatti e perché non si guarda bene cosa ci corrisponde in quel mettere assieme azioni in un determinato ordine, seguendo conoscenza e desiderio, perché in quella sequenza si trova un noi che si cela nel profondo e scrive sempre tra le righe dei diari. I conti con il passato si abrogano non si chiudono perché dentro di noi troveremo sempre un adesso figlio di quell’allora.
Mi è stato detto che devo amarmi come sono, nessuno mai riflette sul fatto che noi siamo amati o amiamo per scelta emotiva, per affinità interiore. Allora penso che amare se stessi non sia quel processo amoroso che conosciamo verso o da altri, ma sia qualcosa di diverso e personale. Amarsi significa scendere nel profondo, capire qualcosa, risalire e poi cercare di assomigliarsi sapendo che c’è molto da scoprire e che non si finirà mai. A questo dovrebbe servire il comunicare, a superare l’apparenza e il dovuto per dire e fidarsi di chi riceve il messaggio. Ciò che scrivo è parte di me ora, come lo sono stati innunumeri foglietti, appunti, folgoranti intuizioni. Una scia di carta e inchiostro, di emozioni provate e tutte apparentemente perdute, ma per vie recondito e parziali, parte di me ora. Conservo molto e quando rileggo riconosco che la strada fatta è stata uno scavare nell’essenza delle domande, che all’osso, le parole sono immagini criptate e depositi di senso. Abbiamo codici comuni traballante ed equivoci, così ho capito che ascolto volentieri gli altri, che le vite si svolgono e si assomigliano, che l’intuizione è fallace, che non finisce mai di stupire ma che è ciò che si capisce e la leggerezza che contano. La leggerezza è sapere cosa conta e vivere tutto quello che ci viene dato o scegliamo di cercare. La leggerezza è il proprio tempo che viene lasciato scivolare via perché ce n’è ancora e poi ancora. Penso abbia a che fare con la meditazione che porta all’innocenza, la leggerezza, so che fa star bene, che a volte si crea, ma spesso è un desiderio che si esprime in altro modo. Penso anche che la leggerezza genera stupore dell’altro, delle cose, dei particolari che contengono ciò che si cela alla distrazione. Penso che ci sia un dire che si capisce e rispetta chi ascolta, che la comunicazione sia questo e altro. Seguo il filo del pensiero e già la parola si sofferma, guarda e vorrebbe ascoltare, è nel labirinto senza Arianna per uscire deve volare. Ha bisogno di liberarsi della tristezza e del non fatto, dello stesso raccontare con un fine. E se è libera, ascolta e vola e dentro genera pace.
umano non è mai troppo
Riflettevo in questi giorni sulla difficoltà della sinistra dentro e fuori il Pd. L’onda montante che porta verso una società escludente parte dal basso, i ricchi sono cosmopoliti, possono permetterselo, i poveri oscillano tra due emozioni fondamentali: la paura di perdere il nulla che hanno e la solidarietà del proprio bisogno con quello dell’altro. Solo che la prima emozione prevale sulla seconda perché la politica di destra sociale si organizza nell’insicurezza e nella paura, mentre la solidarietà di sinistra sembra un valore personale, un buonismo che non risolve i problemi e che al più è carità. Confondono poi le indecisioni sulla priorità della pace, i silenzi sulla tragedia di Gaza, mancano le parole, le manifestazioni che uniscono, il coraggio di essere dalla parte di chi soffre e ha meno. Oggi un immigrato a Latina è stato scaricato davanti a casa, nel fosso. Gli mancava un braccio, tranciato da una macchina agricola. Hanno gettato anche quello con il corpo. Come fossero cose. È morto all’ospedale. Probabilmente se soccorso subito si sarebbe salvato. Questo raccapriccio che dura un attimo, che solo in alcuni è emozione profonda è indice di disumanità, di indifferenza. E nell’indifferenza passa tutto. A questo dovrebbe pensare la sinistra, a riportare umanità nella società, nel pensiero comune, ad estendere le solidarietà per far capire che esiste una società possibile e diversa.
Se la vita è la realtà si trasferiscono nella politica allora il welfare, la povertà che cresce, l’economia, il lavoro precario che rende le persone cose, acquistano centralità. Si capisce allora che ciò che manca è un’ idea forte di società diversa da perseguire, la necessità condivisa di un cambiamento, di un vivere possibile e migliore che faccia abbandonare la paura divisiva del perdere. Stiamo tornando a un’idea aristocratica della società che si è trasferita dentro i partiti, anche di sinistra. Un capo corrente è in grado di distribuire benefici a chi gli porta voti e questo radica un potere nel territorio dove gli elettori diventano “clientes”, consolida l’ idea che il potere non si trasmetta democraticamente, per scelta libera, ma per interesse. Questa deviazione della democrazia nei partiti è una questione morale che genera altre questioni morali e mette il potere prima degli interessi di chi dovrebbe essere difeso. Finché non ci sarà un partito del lavoro e dell’equità che nasce dai bisogni, dal basso della condizione reale di vita e di disagio. Chi ha senso di umanità, chi persegue la giustizia sociale, chi vuole la pace, faccia quello che può per salvare la possibilità di cambiare. Lo faccia, dove è, vive, pensa e lavora per una città, un mondo diverso e una vita diversa. A misura di persona, di territorio, di politica, di identità.
Non è mutata la necessità di essere umani e solidali anzi è aumentata.
un’alterata percezione del tempo
Ho vissuto quel tempo senza lunghezza come un cavallo scosso, chi guidava erano gli impegni, le cose che giungevano già scadute, l’urgenza di un fare che implicava immaginazione prima che abilità e intelligenza. Ma forse si doveva unire il tutto e non me ne accorgevo, ci pensava il sistema simpatico a regolare le cose.
Mesi si aggiunsero ai mesi, diventarono anni e il transitorio mutò la programmazione del tempo. Le giornate erano folate di libeccio, si scuoteva tutto attorno, non dentro dove il periodare era diverso. Spesso contrapposto. Gli alberi nei giardini minuscoli, teste dissenzienti in balia di venti sconosciuti. Il sole appariva e scompariva tra nubi, tende, sbattere di imposte.
Ogni giorno aveva la sua quiete, la luce irrompeva nella stanza , il caffè, il silenzio delle prime ore del giorno, ravvicinato, trasparente e confuso con la vista dei tetti e delle finestre ancora chiuse. Correva la luce sui coppi, sui corrimani delle terrazze, sulla facciata ocra della casa oltre il vicolo. Offrivo al mattino un meditare che raccoglieva i sogni e li portava amorevolmente tra le cose del giorno.
Altri giorni erano i taxi per l’aeroporto nella notte piena che accoglievano i silenzi e le poche parole necessarie. Fuori le allodole già cantavano nel vicolo e i profumi dei giardini nella notte mi avevano accompagnato fino al corso. Asfalto, terra bagnata, rosmarini, rose, salvia, timo, tutto sparso nell’aria. Avrei dormito in aereo, in treno, da nessuna parte.
Non ricordo giorni di quiete fino alla piena estate. Ma della quiete c’è sempre poco da raccontare e meno da ricordare, certamente quei giorni c’erano perché ricordo i luoghi, i bozzoli di silenzio, i pensieri che liquefacevano e scacciavano le soluzioni.
Rispondevo a me stesso ben più che ad altri, del fare, delle azioni previste, budgettate e i pensieri, il meditare erano ben superiori all’apparenza del dire, dello stesso agire. Erano miei.
Fortificare se stessi e chi era con te, essere pronti, immaginare, conoscere i propri e altrui limiti, non eccedere, cercare aiuto in sé e solo se necessario, altrove.
La notte portava fresco, ricordi, musica nel buio, bagliori bluastri dalle finestre aperte. C’era il desiderio di essere parte sostanziale di qualcosa che si doveva compiere perché questo suggeriva silenzioso il daimon. Tra l’essere e le abitudini stratificate, c’era (c’è ancora, c’è sempre) un libro intonso che attendeva d’essere scritto. Ogni parola, scelta con cura di logica e cuore, parlava al vento d’ogni notte. Lo leniva e rassicurava, lo aiutava a preparare un altro giorno.
Tutto era acuito, veloce o lento. I profumi, la temperatura sulla pelle, la percezione dei suoni, la musica, le sensazioni del tatto, l’odore mutevole delle pietre scaldate dal sole, lo sbattere di una lamiera mal fissata, l’abbaiare insistente di un cane prigioniero. Non ho mai fatto così tante foto di notte, passeggiavo e non c’era nessuno, ascoltavo i passi, le ombre, le luci che davano contorni netti ai palazzi, alle cose. Quei contorni che non aveva il tempo dentro di me, i pensieri divisi tra la concentrazione e l’assenza, come se uno scalpello interiore si esercitasse con pazienza a scavare la materia delle emozioni e decidesse cosa doveva contare e cosa mettere in disparte. Un togliere perché ci fosse una forma e una fedeltà a sé, a ciò che ero e che doveva mutare ma solo in accordo con quel profondo che solo a me apparteneva e generava.


















tempi








Cerco di non pensare troppo ai proclami di guerra, alle previsioni dissennate e fosche. Mi illudo che ci siano reazioni di popolo, che ci si rifiuti di diventare tizzoni in un gioco di fiaccole vicino alla polveriera. Sconcerto. Parola colma di evocazioni. Disarmonia, impotenza, incapacità di comprendere, consequenzialità scisse dalla logica che si alimenta nel buono e nell’utile. Disagio crescente da affrontare. Le alternative oltre al dovuto possibile opporsi alla pazzia, cercano uno scartare a lato. Un riflettere sui tempi che sono radicati negli animi. Noi siamo ormai zuppi di un tempo servo di necessità non nostre, né vitali, altrove hanno altri tempi e percezioni. Che vi sia in questo una salvezza possibile? Esco. Faccio cose.
Percorro la città a passi lunghi e veloci, un’andatura da studente per raggiungere un tempo che non è il mio. Il tempo personale viaggia con me, mi accompagna, accelera o rallenta secondo i miei segreti, che borbotto e reciprocamente condivido. Sapere che ci sono molti tempi, che se possiede più d’uno, aiuta non poco a sistemarmi nel mondo in cui vivo. Ne ho esperienza.
In Ucraina, in Moldova, in Russia, nei paesi dell’est che ho frequentato, il tempo scimmiotta il correre dell’occidente. Spesso gli interlocutori hanno i colori giusti nei vestiti, ma tagli sempre un po’ sbagliati, l’orologio è troppo evidente, le ventiquattrottore che andavano di moda venti anni fa, hanno dentro tre fogli, il parlare è urgente e serrato. Quando si discute, il tempo e la sua presunta immanenza, irrompono, diventano parte concreta nell’alzare il prezzo di qualunque cosa e non si capisce perché, visto che attorno c’è il deserto, ma non importa, se il tempo ha un valore dovrà essere pagato. Si tratta dell’uso appreso dai tempi d’occidente, appreso chissà dove, forse nei film, oppure nei libri o nelle rimasticature di chi l’ha frequentato, ne è stato irretito e lo propone assieme all’inglese farcito di tecnicismi. Basta concludere e poi il tempo vero, riprenderà il suo corso. Mi ricordavano, queste persone, i commessi viaggiatori d’un tempo, le riunioni dei venditori di enciclopedie, dove non occorreva conoscere ciò che contenevano i libri, bastava usare il linguaggio giusto con le persone che dovevano comprare, la stessa aggressività e la stessa tristezza mescolata alle barzellette. L’Occidente ha alterato tempi e anime, l’attesa non è più parte della vita, ma spreco. Ne risente la conversazione, i gesti, l’uso delle cose. Quando viene imposta la gara e le regole non è detto che chi lo fa vinca, ma modifica il modo di vivere, di vedere se stessi e il mondo. Cambia la poesia è la musica assieme alla pittura. Sono barometric fedeli dell’anima e si legge il compromesso, ossia l’equilibrio tra il perduto e il nuovo. Un latente sconcerto nell’adeguarsi che sente una perdita di profondità acquisita e di identità comune a favore dell’indistinta superficie. Colorata e luccicante, da consumare in tempi brevi, poi inutile e da buttare.
Diverso è il tempo dell’Africa, di quella meno occidentale almeno. Qui gli avverbi cambiano significato: adesso può essere tra un’ora, un giorno, un mese, di sicuro non è tra un minuto. Presto ha lo stesso tempo e significato, in realtà vuol dire che accadrà quando si può. Credo affondi nell’animismo e che la religione musulmana abbia trovato un accordo pacifico. Il clima aiuta, è congruo a una diversa concezione del tempo. Il bidello della scuola dell’Asmara, quando gli chiedevo quando m’avrebbe portato i soldi cambiati, mi diceva: dopo. E se io gli chiedevo: dopo, quando? Lui rispondeva stizzito: dopo, più tardi, presto. Ecco che torna presto, come tornava in Senegal: quando arriviamo che siamo stanchi? Presto. Ma alle sei ci siamo? Probabilmente. E arrivavamo alle nove. Basta sapere come funzionano i rapporti tra parole e tempo, adattarsi al tempo del luogo. Poi subentra la consapevolezza che tutto accadrà quando è ora, che solo il muezzin ha un orario vero, che il resto segue una sequenza in cui ciascuna cosa matura e succede quando può. Succede è conseguenza di qualcos’altro, perché affrettarlo? Non è una sola consequenzialità, queste sono le nostre logiche, è un addensarsi di probabilità, molte sconosciute e non misurabile con le stesse unità di misura. Un tempo dell’accadere quantistico, reale e impalpabile, che dialoga splendidamente con la luce: ciò che non accade prima del buio è destinato al domani. Quasi tutto, la notte 6riservata al dominio dei corpi e ai loro tempi.
Quello che ad un osservatore disattento potrebbe sembrare imprecisione, scarsa valutazione, in realtà è rispetto per il flusso delle cose: bisogna salire sul tempo comune, lasciarsi trasportare, non guidare il convoglio, lasciare che i fatti si incontrino con noi. Questo tempo accelera e rallenta, ma non dipende da noi, è nell’aria spessa di calore, nelle buche della strada, nell’aprire e chiudere di finestre perché l’aria circoli fresca, nei problemi risolti momento per momento. Si direbbe che tutto è provvisorio rispetto al tempo d’occidente, ma in realtà è il modo, un modo alternativo per risolvere le cose. Diverso e reale, il cui effetto è principalmente economico, impedisce il controllo delle prestazioni secondo i nostri parametri di guadagno, si negozia volta per volta, dal taxi all’albergo, e anche il venditore se dorme appoggiato al bancone, bisogna svegliarlo se si vuole comprare, ma è davvero un problema quando si sa che funziona così ?
Quello che accade in Europa è lontano, il tempo è la possibilità di avere un futuro, adesso. Bisogna saperlo e sentire che per avere tempo bisogna vivere. E imparare che i tempi sono nella vita, la ibridano in conoscenze nuove e assolute, non serve correre, sono le stagioni che regolano tutto e quindi il ruotare del pianeta, il sole, il giorno, la notte. Urgenza è ristabilire le condizioni per capirsi, per avere tempo da riassettare, riportare a noi, a me.