tutto facile?

Perché la facilità di avere degli oggetti dovrebbe rendere più felici o più liberi? Il possesso si confonde con la stima degli altri, spesso travalica nella stima di sé e nell’identità. Cos’è il merito se togliamo il parametro della capacità di creare valore economico? È forse misura della persona e di quanto essa faccia progredire gli altri a iniziare da chi gli sta vicino? Quanto vale il saper compiere azioni che non hanno apparente valore ma contribuiscono alla felicità di sé e di qualcun altro? Le cose sono la paga del merito, il senso della dimensione sociale in una società dove non la persona ma la sua possibilità di acquistare beni, anche beni comuni, anche di segregare bellezza viene valutata come correlato del merito. Sviluppare questa cognizione porta a ridimensionare l’assoluto che sembra contenere. La possibilità di acquistare cose ne provoca l’accumulo e ne impedisce l’uso, la stessa tecnologia apparentemente mette a disposizione strumenti che permettono di fare più cose, cose che non avremmo fatto mai oppure da compiere con fatica e relativa soddisfazione e che ora nella bulimia del possibile scompaiono senza lasciare traccia. Non c’è differenza, non c’è ricordo solo confusa necessità d’aggiungere.

Il necessario come diritto sociale della persona dovrebbe essere ben più di un enunciato delle costituzioni, che infatti non prevedono la povertà ma i diritti individuali temperati dai diritti collettivi.

Necessario, questa parola evoca nell’epoca in cui tutto trabocca, la penuria, l’appena sufficiente, mentre è la libertà da tutto ciò che opprime con un desiderio indotto. Libertà di essere con dovizia se stessi, senza risparmio di tempo e bellezza, che sono disponibili per chi sa usare i sensi e goderne e quindi, non di rado, coincidono.

Hai passeggiato con i piedi tra le foglie?
E il vento è scivolato sul viso carezzando?
Qui l’aria è mite.
Dai tavolini all’aperto,
parole brevi, sussurrate, protese,
tra sorsi piccoli di cioccolata,
sfiorare di dita e sorrisi,
mentre attorno il giallo invade l’aria.
Le foglie si sovrappongono in mucchi gioiosi:
c’è un desiderio di gesti semplici,
necessari e pieni di dolcezza.

borbottio

Anziché parlare ultimamente borbotto, i pensieri mi salgono alle labbra, alla penna e li ascolto. Non ho nessuno in particolare a cui rivolgermi, sono un droghiere che nel suo negozio odoroso di legni, agrumi e vernici, lambicca conti, previsioni, scaffali da vuotare, proposte da allineare. Ci sono molti tipi di silenzio, il borbottio è quello più innocuo, si capisce che qualcosa non va ma non è chiaro cosa sia. Ho sempre apprezzato quelle persone che hanno poche idee ma chiare, che sanno dove dirigersi, quando fermarsi, gli altri si muovono come i gas, sbattono contro le pareti, non si capisce mai per davvero dove sono. Precedono la meccanica quantistica traslandola nei pensieri. Chissà se qualcuno ci ha pensato di verificare se noi, non i computer di nuova sperimentazione, pensiamo quantisticamente, ovvero trasformiamo indifferentemente onde in particelle, pensieri in atti concreti e viceversa. E l’entaglement forse ha un corrispondente nell’emozione simultanea, sia essa un amore o altro, che si comunica a distanza attraverso l’intuizione e l’idem sentire. La telepatia è stata il sogno e l’incubo di chiunque volesse conoscere i pensieri di chi era per lui importante. Sappiamo che sprazzi di coincidenze statisticamente compatibili si verificano assieme a eventi di cui non si spiega la nascita se non con il caso. Ma cos’è il caso che sembra interagire pesantemente con le nostre vite e non trova ragione se non esaminando tutte le forze che contemporaneamente determinano un momento del vivere. Si dice con allegria o minaccia che trovarsi nel posto giusto al momento giusto sia parte del tempo e della necessità, ma questo cosa c’entra con i miei silenzi?

Forse dovrei fare un passo indietro e raccontare ciò che determina il tacere o il borbottio. Detto con parole semplici è il disallineamento tra le attese e ciò che accade perché questo influisce e soprattutto fa comprendere che noi siamo sì signori del nostro destino, ma solo del nostro, nel mentre tutto il resto procede per suo conto e se le cose sembrano condurre verso esiti non desiderati allora diviene evidente quanto e cosa contiamo per davvero. Una ridimensionata all’ego non fa male, ma ci sono altre cose che l’ego sorregge, il libero arbitrio ad esempio. Possiamo essere liberi se non siamo davvero padroni delle nostre azioni e quanto di tutto questo lievita e diviene un insieme che condiziona le vite di tutte. Accade in politica, nei posti di lavoro, nella vita relazionale, negli amori, un po’ dappertutto ciò che è lievitato ingloba la società precedente e la riordina in nuove priorità, in obblighi sconosciuti fino a quel momento, speriamo anche in nuove piacevoli esperienze di vita. Certo che con un pianeta doppiamente in pericolo per la nostra specie si dovrebbe stare cauti nel far lievitare la realtà secondo possibilità negative. Insomma noi siamo contemporaneamente soggetti alla legge di Boltzmann ma anche a un universo reale e deterministico che ci obbliga in una direzione quando troppo trascina da quella parte.

E quando si ha comprensione di tutto questo che si può fare? Qui si aprono due strade o il rifiuto del determinismo, cioè ci si oppone a ciò che sembra rafforzarsi come necessario se questo riguarda le nostre possibilità di vita e felicità. Rifiutare il determinismo significa andare in piazza e dire che non si è d’accordo, che bisogna che le cose cambino, che la vita è più importante di ogni convulsione del potere. L’altra strada è quella del silenzio e del borbottio individuale, ovvero il rifiuto di essere parte di qualcosa di negativo che ci riguarda. Se il nostro cervello funziona secondo le ipotesi della meccanica quantistica non c’è nulla di determinato ma una realtà che è il succedersi statistico di momenti in sequenza. Le cose possono mutare, tornare indietro, essere favorevoli anche se esiste la possibilità contraria. Le cose cominciano dalla nostra testa e da essa dilagano anche senza parlare, conta ciò che facciamo, ciò che rendiamo reale.

n.b. la quantità di forse che costella questa pagina dà misura di quanto poco solidi siano i presupposti e le conseguenze tratte, ma di una cosa sono sicuro: o attraverso il silenzio di massa che pesa come un macigno o attraverso la protesta urlata ciò che sembra determinato ed è esiziale per noi e per le nostre vite può ancora essere mutato, prima di trasformarci davvero in una vibrazione.

ma io che ci faccio qui? ovvero istruzioni personali per scrivere e leggere

Quante volte me lo sarò chiesto a fronte dei silenzi e degli equivoci, delle parole ricevute per rasserenare ciò che non si rasserena. La risposta, poi, avrà abbozzato, oppure tirato in lungo fino a trovare una ragione per tornare a scrivere e raccontare le stesse diverse cose che tanti hanno vissuto, ma ciascuno a loro modo. Le vite si assomigliano, ma non tanto. Pare che l’ominide si sia affrancato dalla condizione di branco esposto ai capricci del fato attraverso il raccontare, che questa sia stata pian piano l’origine di una consapevolezza superiore, di una coscienza che evolveva. Quindi è una perdita quella del non saper più raccontare e se altri sono i modi per trasmettere conoscenza, nessuno ha le peculiarità di un dire che è come il DNA, unico. Non significa che sia buono o cattivo, è unico, il giudizio sull’abilità e sull’eccellenza viene poi e quelli che davvero sanno raccontare e trasmettere il sentire sono pochi, ma ciò non può elidere la necessità del dirsi.

Nei pomeriggi in cui leggevo sino ad avere le guance che scottavano, quando scrivevo versi senza un senso che non fosse mio, sentivo il tempo che premeva ad una porta che avevo chiuso. Sapevo che sarebbe entrato avvolgendomi di colpe per il “dovere” trascurato, per i compiti che attendevano assieme allo studio. Allora uscivo nella sera e cercavo, nei visi, nelle luci che si accendevano fioche (in quel tempo non si illuminava molto), una conferma della tristezza che montava dentro, nata in un dividere ciò che desideravo da ciò che era necessario. Volevo che ci fosse un barlume di condivisione in quei passi veloci verso casa, in quel soffermarsi nei negozi per l’ultimo acquisto. Sembrerà strano ma vedevo solo nei seduti ai tavolini dei bar, le vite che erano rifuggite da un senso che fosse comune. Parlavano, ridevano, sciupavano il tempo senza timore, erano spenditori di parole vacue, di racconti quasi verosimili, ristretti a un uditorio di due o tre sodali attratti più dagli aperitivi e dalle patatine che dalla qualità delle storie. Erano perditempo, anch’io lo ero e se rivendicavo una differenza, era in un sentire e in una solitudine generata dal non poter comunicare ciò che mi sembrava grande e forte, mentre mi avrebbero chiesto conto di ciò che non facevo.

Anche oggi mi accade e lo sento più acuto perché i doveri non ci sono più, una buona parte del vivere ha avuto il suo senso e le sue scelte, se scrivo da troppo tempo conosco il mio limite e la sottigliezza che rende grandi, so che non è la combinazione delle parole ma la forza che esse emanano a condurre verso una meta, colui che legge. Allora mi chiedo, non se ne sarò mai capace, delle mie limitatezze ho coscienza, ma se il luogo sia adatto, se la fatica che impongo all’eventuale lettore, ovvero quella di capire non solo il senso, ma ciò che sta oltre lo scrivere, sia giustificata.

Chi scrive è un’anima persa, che è vibrazione e rappresenta la tensione del diventare materia, ma all’inizio è unicamente vibrazione. Questi sono i sentimenti a senso unico se si provano davvero e scrivere è un sentimento a senso unico. Non ha alcuna utilità apparente, scrivere, molto soddisfa quando trova chi lo comprende ma è una voce senza risposta. Il narcisismo lo si può mettere da parte, non è mai stato amore, la comunicazione profonda è altra cosa, ricevere un complimento fa e dà piacere, ma si esaurisce in attimo. Cerini che rischiarano angoli di notte. La scelta è sempre tra stare e andare sapendo che l’una equivale l’altra, che un’assenza viene rimpiazzata da altro e che solo pochi, pochissimi, conserveranno una traccia di ciò che è stato un sentire rivestito di un corpo invisibile. Così si decide se andar via, con difficoltà e trovando ragioni per restare e parlarsi addosso, perché un distacco è una fatica e una solitudine che si aggiunge.

Però c’è il mondo reale e questo ha urgenze che esulano dai perditempo, dallo scrivere e dal solipsistico vedere il proprio sentire tradotto in parole. Strana condizione quella di un mondo che esalta i rapporti e usa a man salva nella pubblicità i sorrisi, le immagini serene che traboccano nelle felicità e al tempo stesso colloca tutto questo in una sorta di meta universo perché poi viene il telegiornale oppure il film, oppure il pezzo di teatro che riporta sulla terra i sognatori per 10 minuti. Non so se l’abbiate notato ma tutto deve restare in superficie perché se il mondo, le notizie venissero raccontate con i sentimenti che contengono ci sarebbe una ribellione immediata. I vecchi piangono come i bambini, perché manca loro l’amore non la sua narrazione, ma si accontentano di quello che passa il convento e soprattutto devono restare innamorati della vita senza ancorarsi al loro raccontare che è sempre più esigente della realtà. Per questo mi chiedo spesso che ci faccio qui e la risposta è interlocutoria, per andar via servono almeno tre condizioni, una spinta forte, una strada o un sentiero, un luogo che si costruisce nella testa e che non si raggiungerà mai ma motiverà il camminare.

Pensare ciò che è utile a chi ci legge è quasi una necessità. Ma bisogna sentirne il limite e lasciare che scorra la felicità com’essa crede in noi, lasciare che il flusso non si arresti, per averne, di rimando, il calore.
Nel raccontare/raccontarsi non trascurare il bene creato e dato, l’amore generato, far sentire la bellezza come si può e che già averla colta dovrebbe rendere fieri, e ancor più averla vissuta. Forse tutto si può riassumere in poche parole: hai amato, ami, vivi anche le difficoltà con l’inerme forza di chi sa volare eppure sta a terra. Raccontare l’inutile e la bellezza del percorso che si fa, volare dentro e fuori di noi. Non attendere nulla che molto ci verrà dato, anche se non sarà l’atteso e ascoltare, raccontando, la propria voce che parla della meraviglia di vivere con passione.

lettera 10

Caro dottore, ho riflettuto molto in questi mesi di cambiamento sociale e politico, a come questo clima cambi i rapporti tra persone e i sentimenti che ciascuno prova. Una sorta di prova del nove che verifica se ciò che abbiamo moltiplicato dentro e fuori di noi risponde al risultato che abbiamo attorno. Oppure sia un conformarci a ciò che accade, appesi ad una inermità che non ci rende innocenti, ma piuttosto fornisce la reale dimensione di ciò che contiamo. Mi chiedo come si sia arrivati così vicini all’orlo del baratro, con una minaccia nucleare che sembrava scongiurata, con il clima che degrada l’ambiente che noi per primi abbiamo degradato, con l’avvento della destra ideologica in Italia e non solo. Dove eravamo quando si preparava tutto questo, cosa facevamo oltre a dire che non era nostro compito, che non potevamo, che le cose si sarebbero aggiustate da sole e da ultimo, che la pandemia ci avrebbe mutati. Invece non solo non siamo mutati ma abbiamo accresciuto l’indifferenza collettiva. Il noi è diventato un contenitore di distanze e di impotenze senza volontà, non una costruzione collettiva che muta il mondo.

Questo mutare mi porta all’io e mi chiedo se, e come, nel profondo, sono mutato. Non sono il paradigma di nulla ma capisco che i sentimenti mutano come fossero vasi comunicanti, che se aumenta la paura, diminuisce la disponibilità, che un rubinetto regola la selezione rigorosa su chi è davvero amico e chi lo è meno. In questo periodo di pandemia è rimasto l’essenziale del sentire, le verità hanno soverchiato le speranze e il loro tempo di elapse. Ciò che sembrava solido è stato saggiato nel mortaio delle idee fondanti, dei sentimenti che contano davvero. Siamo tutti più soli e normali di una normalità mutata. Forse la resilienza è questo apparente non mutare in superficie ma cambiare le fibre e le strutture del sentire.

Un tempo mi chiedevo com’era l’amore, intendendo con questo ciò che è profondamente rivoluzionario, al tempo in cui viviamo e pensando che vi fosse un sentire comune, ora lo penso solo come una zattera in cui si possono rifugiare quelli che sono così vicini da essere fidati. Le tante rotture di amicizie di questi tempi divisivi non sono forse questo distanziarsi da alcuni e porre la propria paura in mani che si sentono come sicure. La fede del fidarsi non è forse lo scudo con cui ci si trova insieme e si dice tu sì, tu no, tu fino a questo punto e poi basta. L’amore al tempo dell’anatra zoppa sull’orlo del vulcano è la mano che tiene e quella che ha bisogno di noi e ciò rassicura, anche se è l’isolarsi nel noi. Mettiamo in comune ciò che può essere condiviso ma non è vitale, quello che non ci farà cadere nel rischio. Ma l’amore è rischio, come la mettiamo dottore?

Questi pensieri disordinati mi fanno scivolare nel ricordo, in ciò che è stato e in ciò che avrebbe potuto essere e mi chiedo se in me ci sia del rancore che cambia la percezione delle cose. Certo, ricordo episodi e ingiustizie subite, sono sicuro che rimuovo quanto io sono stato fonte di ingiustizia, anche se episodi e persone mi tornano a mente. Chissà se mi hanno perdonato, ma è la parola rancore che mi fa paura e non perché posso esserne oggetto, ma perché lo percepisco come un motore potente di negatività. Come qualcosa che toglie vita e annulla il buono che posso aver fatto. Sugli altri non posso ormai far nulla, la storia castiga chi non coglie il momento in cui è necessario agire e già questa è una punizione, ma su me stesso posso ancora agire.

Non riesco a capire se provo rancori, non mi pare, non credo, ci sono ferite non rimarginate bene, questo sì, ma non tali da farmi dire che siano queste il senso dell’aver fallito nel fidarmi, nel porre le mie decisioni nelle mani sbagliate. Però sento il bisogno di perdonarmi ossia di avere misericordia per gli errori compiuti, di poterli trasformare in positività, Ci sono stati momenti in cui il convergere di spinte diverse mi hanno posto di fronte a una scelta oppure hanno messo altri di fronte a una scelta e ho scelto, hanno scelto. In qualche modo ho fatto ciò che pensavo fosse opportuno. In fondo se io stesso ho avuto dubbi o non mi sono considerato abbastanza, oppure non ho lottato per ciò che credevo mi spettasse, oltre a esserci un po’ di verità, può essere stato il sentire simmetrico di chi poteva darmi ciò che volevo. Un’assunzione di responsabilità comune che mi riporta a chiedermi com’ero negli occhi e nel sentire altrui, ma che non può essere il motivo per avere rancore.

Allora, caro dottore, penso che quest’opera di rimozione dell’impressione negativa su un passato sia compito certamente mio, ma anche suo e non si tratta di ricevere rassicurazioni, ma di attivare quella forza che necessita per dire ciò che tengo davvero caro. E’ ciò che mi serve ora, che servirebbe a tutti quelli che vogliono in qualche modo contribuire a rendere diverso il presente e il futuro: uscire dal personale, dalla colpa e guardare al buono che c’è attorno, a quello che si possiede e metterlo in comune. Come si può, senza onnipotenze, ma con l’idea che aver vissuto sia stato complessivamente positivo e che vivere lo possa essere ancora.

Insomma, caro dottore, per mettere a posto il mio noi, lei mi deve aiutare a mettere in ordine il mio io e allargarlo quanto serve perché il sentire, i sentimenti siano adeguati al bello che certamente ci deve essere in questa età della paura, oltre la piccola visione che posso avere. E senza smarrirmi nella domanda: ma come siamo finiti in questa situazione, perché sarebbe un socializzare la colpa, il modo per non chiedersi cosa si può fare di piccolo ma utile, per cambiare ciò che non va in noi e fuori di noi.

librerie

Nella mia casa ci sono libri e librerie ovunque. Cosa abbia messo assieme questi milioni di parole sintatticamente importanti e legate è oscuro. Il fatto che li abbia acquistati corrisponde a più bisogni e interessi. Gli interessi si sono divisi tra il genere che ricomprende romanzi o saggi con preferenze precise e dentro al genere, le scelte sono nate in libreria oppure nel sentire l’autore alla radio o in una delle manifestazioni che propongono autori e libri. Pordenone legge ad esempio oppure il festival della letteratura a Mantova o altre che hanno attirato il mio interesse. Questo bisogno di libri so quando è nato e come l’ho sviluppato fino a diventare esorbitante per gli spazi occupati e per la stessa capacità di leggere. Il bisogno non solo non si soddisfa ma ha mutato senso rispetto all’utile o al necessario ed è diventato una sorta di totem di eternità, determinata dal possesso e dalla disponibilità. Per questo quando vedo cataste di libri usati trattati come carta, o peggio ammucchiati vicino ai cassonetti, provo una sofferenza che deriva dall’abbandono che è stato perpetrato da chi ha giudicato inutile ciò che in qualche altra vita era prezioso. Il senso del leggere l’ho scoperto senza fretta ma in un crescendo vorticoso e famelico, e con esso l’idea della conoscenza che non si esaurisce, la varietà delle vite altrui, le storie che rendono diverso il scegliere che riguarda la vita.

È uno stupore che ancora non passa, che si immerge in queste vite, storie, mondi paralleli che vengono mescolati all’esperienza e che fanno trepidare una fine che sia in sintonia con il nostro mondo. Mondi e conoscenza che trovano gli appigli per dire sono fuori di questa casa, capisco cose che non sospettavo esistessero, che c’è una vita che pullula diversamente da qualche parte nel mondo.
L’amore per il leggere si è autoalimentato, come un incendio, e con esso l’idea della conoscenza che non si esaurisce, la varietà delle vite altrui, le storie che rendono diverso il scegliere che mi riguarda.

Ero un ragazzo e nel pomeriggio trascuravo i compiti, le orecchie diventavano rosse di concentrazione, gli occhi scorrevano righe, si soffermavano su parole inusitate, sentivo il fascino del reale che si mescolava con la fantasia. Leggevo vicino alla finestra finché c’era luce. Uscivo dalla lettura frastornato, riemergevo alla realtà, lo sguardo perso, assente. Era ora di cena e faticavo a posare il libro. I compiti malfatti e lo studio approssimativo, facevano di me un cattivo scolaro. Solo la storia è l’italiano mi attraevano e nel resto sapevo che avrei pagato le mie scorribande sui libri e nelle biblioteche che avevo scoperto. Ero bulimico di parole, di senso, di fantasia e nessuno sarebbe riuscito a guarirmi. Avere libri è cominciato allora e non è mai finito.

la percezione del limite

La depressione nasce dal senso di impotenza che generano desideri sproporzionati rispetto alle possibilità. In una spirale che spinge a coltivare e acquisire ciò che sembra interessante e alla portata della propria volontà, si accumulano le sollecitazioni attorno a sé. Ciò che eccita la vita ne mostra, inesorabilmente, il limite e questo confine, che viene sentito come una gabbia, fa sì che la volontà immemore superi continuamente la soglia. Così, nei momenti di stanchezza lucida si sente la sopravvalutazione di ciò che si può essere e fare.

Esiste un momento in cui inizia la percezione del limite. Non si sarà mai lo scrittore che lascia una traccia, il politico che cambia le cose, l’amico che non si scorda, il pensatore che scopre nuovi assoluti al pensiero, ma neppure un lettore di talento, un buon chimico o un intellettuale modesto. E restando in un ambito più ristretto, i dubbi sul proprio apporto alla famiglia, al cambiamento di ciò che sta attorno, divengono più coscienti e forti. Si sarebbe potuto fare diversamente, nelle condizioni in cui si è scelto oppure in altre che si sarebbero potute creare.

In fondo la depressione è una delusione che origina altrove ma ci riguarda profondamente perché il tempo è passato e ciò che si può vivere deve aggiungere una tale quantità di nuovo da scardinare abitudini, rompere abulie, non fare, soprattutto non fare, gesti consolatori. Una costruzione di qualcosa che trovi gli elementi per conciliare tempo e crescita interiore, senza attese, né obiettivi.

Percepire il limite è fermarsi nella china che ci rassicura con gli oggetti e con i riti, scoprire cos’è nuovo davvero e dargli possibilità di crescita. Ciò che agisce come disperazione è il tempo e la misura della bellezza, entrambi sono parte del limite perché si ha una visione di dominio di essi. Dominare il tempo o lasciare che esso scorra mentre l’inutile agli altri, ma necessario per noi, diventa passione nuova. Come in una conversione, in una rinascita ciò in cui si crede sgorga impetuoso, diviene entusiasmo. Rinchiude perché gli altri, anche vicini, non capiscono, ma è un felice scoprire che si è universo e centro e parte di un tutto. La depressione è l’esplodere della sfiducia, del tradimento, della delusione di ciò in cui si era creduto. La gabbia, il limite che si è sempre voluto superare era proprio ciò in cui si credeva e che si sentiva insufficiente per spiegare se stessi. Ora quel limite è altra cosa, è il senso di ciò che utile a noi, di ciò che è bello, di quello per cui vale il vivere. Ho la sensazione che esista uno iato tra ciò che rende liberi e ciò che ci viene insegnato come libertà. Che bisogna liberare la libertà di essere, di fare, di diventare e riconciliarla con il proprio tempo che non è più nemico ma contenitore: ciò che faccio in modo soddisfacente è ben fatto e non risponde a nessuno. Così nessuno resterà deluso e non esisterà una meta ma un percorso. Avere un cammino toglie il limite e rende compatibile la scelta che viene fatta. Forse è questa la pazzia dei vecchi, la libertà che rende liberi.

la città

Di questa città pensavo di conoscere molto, l’ho percorsa e amata di giorno e di notte. Mi è entrata dentro, senza chiedere permesso, sin da bambino. Quatta quatta si è confusa con me, con il sentimento che genera un luogo in cui tornare. La città è andata oltre la stessa casa in cui avevo depositato parte di me, l’ha ricompresa, diventando cornice di un modo di vedere il mondo. Anche viaggiando non poco, si è fatta sentire, ancorandomi a questo sentir le cose, che è un guardare dal medio al grande, dal bello conosciuto alla meraviglia sconosciuta. Vivere in una media città ha quasi tutto, la storia, i servizi, le bellezze che si scoprono crescendo, ma è anche la lingua e una particolare conformazione dell’essere che include quanti scelgono di non essere stranieri. Di appartenere restando liberi.

Guardare le cose sapendo di avere una storia alle spalle, permette di gustare la differenza, di non fare confronti e di aggiungere mondo a quello che ci ha visti nascere. Insomma è un modo di crescere senza fine che è pieno di sentire, che ha i cinque sensi allenati a percepire la differenza. Così si sentono profumi, cadenze, si vedono differenze nel costruire e nel camminare. Una città ricca di portici è più lenta, si mostra nell’apparenza, chiede di acquistare in un camminare che guarda, ma essa non è in vendita, vende ed è orgogliosa di avere i suoi cittadini in mezzo ai “foresti” che magari sono solo quelli dei comuni di un’altra provincia. Come nel Gianni Schicchi è la campagna che affluisce in città e viene assorbita, ma la arricchisce, quasi la obbliga a essere bella, come un albero fiorito.

Di questa città, in cui sono nato, conoscevo persone, storie, palazzi, le strade e i giardini nascosti, questo mi ha fatto pensare che il suo mondo avesse per me, sempre un tratto conosciuto. Anche le persone che avevano la mia età, mi sembravano parte di una conoscenza collettiva. Era presunzione e me ne sono accorto che già ero avanti con gli anni.

Nelle manifestazioni, allo stadio, per strada, conoscevo sempre gli stessi. Non erano pochi perché avevo unito conoscenza naturale alla vita pubblica, ma mi accorgevo che la gran parte delle persone erano diventate sconosciute. Questo mi ha fatto pensare due cose, che gli abitanti cambiavano con il passare del tempo, e io non aumentavo la rete di conoscenze nate in certi quartieri ormai mutati. Ero stato presuntuoso nel credere di conoscere perché camminavo di giorno e di notte, guardando i palazzi e i giardini: avevo vissuto la città e mi ero accontentato dell’amore reciproco. Il fatto che la città mi avesse coccolato, concedendosi alle mie perlustrazioni curiose, nascondeva una parte che non era fatta di vie e di ricordi, ma era più profonda. Mi sfuggiva la sua essenza, il suo sommare vite e attese dentro le case, ciò che essa perdeva in silenzio e come essa mutava.

Eppure l’avevo vista cambiare, ma senza l’attenzione che si trasforma in dolore, così avevo visto abbattere palazzi pieni di storie, chiudere corsi d’acqua, trasformare i giardini, in cui giocavo da bambino. Al loro posto erano sorti condomini tutti uguali, pieni di persone che erano attirate dalla città e dalle occasioni che essa offriva. Avevo visto scomparire la campagna poco oltre le mura, riempita di villette con piccoli giardini, intervallate da condomini, ma scollegate dal tessuto di relazione e di portici che metteva insieme le persone ogni giorno. Erano le case dei “geometri” fatte con lo stampino, che assicuravano benesseri nuovi e ne perdevano altri. Le strade avevano nomi nuovi, come i quartieri. Al loro centro erano nate chiese magniloquenti che dovevano ospitare i nuovi fedeli, ben presto si erano rivelate eccessive per dimensioni, ma erano diventate l’unico luogo con una piazza per un incontro, un mercato. I nuovi quartieri pullulavano di una vita inquieta, che mutava la socialità, pieni di non luoghi e supermercati, cambiavano le destinazioni iniziali e deperivano con i condomini e le villette che sembravano vecchi senza storia.

In pochi anni le autostrade avevano cinto la città e portavano ovunque, l’università si riempiva di studenti che venivano da ogni dove e restava famosa in Italia per storia e talenti. La modernità smantellava linee di tram (che ora stanno rifacendo) , chiudeva fabbriche che avevano fatto la rivoluzione industriale. Scomparivano interi quartieri, con la scusa di risanare parti centrali della città, mentre li inzeppavano di palazzoni che nulla avevano a che fare con la storia e con ciò che li attorniava, Così deportavano abitanti nelle periferie in un esodo da quello che prima era stato un tessuto di malsane case medioevali. Anche la lingua mutava, perduti i gerghi tipici delle osterie che non erano usciti dai confini del quartiere, il parlare si impoveriva, scomparivano parole, mestieri, persino i visi non avevano più l’ammiccare che aveva contraddistinto l’aggiunta ai gerghi e al dialetto. Si erano chiuse le sale dove si riunivano “cappati” delle fraglie e delle corporazioni, per decidere beneficenze e casse peote. Chiuso tutto questo l’essenza della città si era nascosta in luoghi impensati, ritratta come un animale ferito che aspetta passi il malessere che le impedisce di vivere.

E questo sfuggire della sua essenza, che non afferravo, era il suo sommare delle vite e delle attese dentro le case. Quello che la politica non avrebbe mai sentito pulsare era un cuore vivo che si difendeva e interpretava il futuro. Che lo riportava dentro di sé e lo elargiva piano a chi sapeva ascoltare e non solo abitare.

C’è uno spirito della città che non muore e si veste del tempo in cui vive, ma resta profondo, come una radice, chiedendo di essere unico e amato. Questo era ed è, il carattere da decifrare, composto di molte suggestioni, che si racchiude in una bellezza che tutto comprende e rende irripetibile l’altrove.

lettera 9

Caro Dottore, siamo organismi complessi, interconnessi e reciprocamente influenzanti. Posso aggiungere che appartenendo a culture definite, è un’anomalia che il pensiero, pur essendo singolare e particolare, abbia la capacità di espandersi verso la comprensione di altre culture in modo egualitario. E’ sempre ciò che ci differenzia che prende il sopravvento su ciò che ci rende uguali, anche se siamo uguali e il riconoscimento della differenza ci fa sentire a posto con la coscienza. Voglio dirle, Dottore, che la nostra comune, piccola patria sarà un motivo di orgoglio ma è anche una barriera verso ciò che non sentiamo nostro. Solo la scienza, pare, riesca a superare questi limiti e a vedere il prodotto dell’uomo esaltandone la differenza. Forse perché cerca di comprendere il meccanismo costruttivo e vuole procedere oltre ad esso e perfezionarlo o rivoluzionarlo, piuttosto che limitarsi alla replica. Lei non mi chiede mai nulla, ma le mie domande sono le sue e nessuna ha una risposta certa. Se ci chiediamo cosa facciamo qui, in questo pianeta, quale scopo ha la coscienza e le domande che essa genera, al più dobbiamo chiedere aiuto. Anche nella solitudine chiediamo aiuto perché ogni artificio o realtà che troviamo in noi per dare una risposta, alla fine traballa e si rivela incapace di essere una soluzione definitiva. Siamo pulsioni, fame, necessità di branco e solitudine, sesso, conoscenza, paura di ciò che non conosciamo.

Di cosa abbiamo paura Dottore? Perché è chiaro che la paura la portiamo dentro ed è anzitutto il timore inane di non restare integri, di perdere la vitalità o quello che per noi coincide con l’essere vivi. Questa paura è il sentimento più diffuso nella società ed è così efficace che si adopera molto, sia per intimorire, ridurre al silenzio i singoli, ma anche per unire verso un nemico che quasi mai esiste. La paura si insinua negli interstizi del pensiero, investe e avvolge le azioni, ma soprattutto si manifesta nella solitudine. Essere soli è una scelta e ben più spesso una condizione. Se è una scelta, e la volontà ha gli elementi per considerarla come un modo per raggiungere l’equilibrio e il benessere (con la complessità che ci attornia e che portiamo dentro di noi), allora la solitudine riesce a confinare la paura, ma se essa è il risultato del rifiuto, dell’essere messi da parte o del non avere successo allora diviene patologia interiore ed esteriore. Le parlo della paura, Dottore, perché essa, nei suoi vari gradi passa dal collettivo all’individuale, se si riferisce alla salute diviene ipocondria, se si riferisce al lavoro o al proprio futuro, non di rado sconfina nell’angoscia. Allora la si copre, la si imbelletta o relativizza. Se si riesce a raggiungere il cinismo necessario, la si giudica un prodotto del vivere e della società. Diviene l’homini lupus che dovrebbe giustificare le nefandezze che si tolgono da un esame delle cause e ancor più spesso dalla considerazione che la minaccia non è necessaria. Come mettiamo insieme tutto questo, Dottore, con ciò che viene considerato giusto, naturale, ovvero un mondo in cui c’è l’onestà, l’onore, il rispetto, l’eguaglianza tra gli uomini. E’ la differenza tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è la realtà che genera la paura, che non lascia tregua al pensiero che non sono bastati 400.000 anni di Specie per raddrizzare le cose, che i filosofi e i profeti hanno convinto chi gli stava attorno ma non hanno vinto sulla totalità. Il sospetto ì, il pregiudizio, la tendenza a verificare le verità degli altri sono tutte armi che ci rendono più deboli, indifesi rispetto a un mondo che non capiamo appieno, ma soprattutto indifesi verso noi stessi.

Lei ha paura Dottore? Paura di non farcela. Paura di perdere ciò che è prezioso per vivere. Paura di morire. Lei ha queste paure oppure le ha superate e insegna a superarle. Lo stoicismo o la saggezza che ho incontrato in Africa, in Medio Oriente, l’affidarsi e l’accettare è ciò che anche Lei considera come unica strada per sconfiggere il timore che ci prende di notte e che rende i pensieri più pesanti della stessa solitudine? Una sua risposta rimetterebbe in ordine le cose. Io sarei il paziente e lei il medico, ma con una relazione nuova, con una serie di conseguenze che risalirebbero a monte delle infinite paure che tacito e che fanno capolino nel lavoro, nel rapporto con gli altri, in quello che conosco e soprattutto in ciò che non conosco di me stesso. Credo che ci siano poche pulsioni fondamentali e che queste si trasformino poi in gesti concreti, in decisioni. Abbiamo abolito il fato e ci troviamo a scegliere e poi a trarne le conseguenze. Un tempo la colpa veniva inoculata per cose ben più importanti delle attuali, 1800 anni di precetti l’hanno sparsa nei nostri gesti e in ciò che ad essi segue. Tutto questo, se scaviamo, viene ricondotto a un meccanismo primordiale di minaccia e Lei dovrebbe dirmi dove questo si inattiva, come ci fosse un interruttore virtuale che toglie il timore preventivo, che libera la scelta e con essa la libertà di ciascuno. Non voglio dire che non debba esistere una correlazione tra causa ed effetto, ma che essa debba essere vista nel contesto in cui avviene e matura. Insomma Lei dovrebbe insegnare come ci si perdona come meccanismo interiore per scegliere liberamente e trarne le conseguenze. Quando sono venuto da Lei, non volevo ripetere errori precedenti. Credevo fosse questo il motivo, insieme al concetto di fallimento che è insito in quello di successo. Ne abbiamo già parlato, ma se adesso guardo indietro vedo che non è questo il motivo reale del nostro incontro, capisco che alla base c’era un giudizio su me stesso e sulle opere compiute che voleva essere trasformato in successo. Mi creda, non c’era nulla di narcisistico, ma il senso di voler fare bene, di scegliere bene e di portare a compimento ciò che giudicavo importante. Era un modo per fare i conti con il passato e di passare al nuovo dimostrando di aver imparato oppure apprendere i meccanismi, le modalità per scegliere bene tra più opzioni ? Credo di aver confuso le cose, perché non avevo considerato il timore di fallire come una limitazione all’agire e non ero risalito all’origine della paura. Non avevo considerato che tutti abbiamo paura, anche Lei, e che questo ci rende aggressivi o remissivi, che i meccanismi di relazione diventano modalità di governo e poi fatti, oggetti concreti. Non l’avevo considerato perché non l’avevo capito, ora bisognerebbe sistemare le cose apprese, farne un bel fascicolo ordinato e leggere la sequenza di ciò che è stato sotto nuova luce. Insomma accettarsi per quello che si è diventati senza giudizi e pretese. Credo sia questo che dovrei fare, che ne dice Dottore?

“L’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio.
È una barca che anela al mare eppure lo teme”.

Edgar Lee Masters, “Antologia di Spoon River”

del corpo e di altri misteri

La cura di sé muta con l’età, cambiano i suoi fini e la relazione che il corpo ha con sé stesso e con gli altri. Al corpo si chiede di essere funzionale, di garantire il benessere e attraverso questo, una bellezza che muta il fascino nell’alone che ha chi sta bene. C’è più sincerità e misura che deriva dal cambiare delle abitudini, comprensione per la difficoltà che ha un meccanismo complesso di coordinarsi senza errori. E ciò vale anche per la mente. Studiare un pensiero, comprendere profondamente una frase non è più il pattinare sui significati dell’età della fretta, ma sentirne le asperità e le luci che si aprono oltre le crepe di ragionamenti consolidati.

Corpo e mente, prima così chiari e assertivi assumono la loro complessità profonda, aprono vie mai esplorate, mettono pozze di significati sul cammino. Soffermarsi, seguire un pensiero nuovo che scava nei significati, usare le parole nel loro turgore di senso, dà un piacere mai provato prima. E si comprende il limite del non sapere oltre la spavalderia che faceva sembrare la conoscenza un luogo in cui scegliere cosa conoscere.

L’utile e l’immediato perdono primati, si ascolta il cuore, quello fisico, quello mentale, ci si chiede cosa sia benessere e si comprende che ciò che è complesso ha una sua intelligente relazione con noi:ci parla e ci invita a capire le sue esigenze, conciliare con le nostre. La sensualità e la bellezza si fondono, divengono percezione profonda, catalogo di ciò che fa stare bene.

Questo io che si innalza a noi, ha il suo posto nelle cose che si fanno, negli amici che diventano o profondi oppure conoscenze, si acquista il senso del limite e il rispetto per l’onnipotenza che non è una presunzione da esercitare ma una costruzione a cui portare un contributo. E si sa che esso sarà relativo, vissuto non per mettersi in luce ma per la piccola soddisfazione di aver capito un poco del nostro grande mistero: cosa ci facciamo qui.

inshallah

Nei primi anni di università frequentavo un gruppo di studenti arabi, c’erano palestinesi, iraniani, giordani, qualche siriano. Ci vedevamo a lezione, al bar o in sala studio, si parlava con le ragazze, c’era sempre molto caffè da bere, risate, curiosità reciproca. Erano anni in cui le guerre tra i Paesi Arabi ed Israele si susseguivano, in Iran c’era molta resistenza, cercavamo di capire senza darlo a vedere e  per questo parlavamo tutti con generosità di parole, di tutto, ma anche molto di vita quotidiana. Inshallah concludeva tutti i ragionamenti pratici: gli esami, una serata programmata, un approccio possibile con qualche ragazza, l’appuntamento per il cinema.

Non mi rendevo molto conto del valore che c’era dietro a questa parola, m’affascinava il suono, come accade per la lingua araba quando scivola tra le vocali ed addolcisce consonanti. Mi chiedevo come si potesse rallentare una vita fatta di slanci, perché tali erano i loro e quelli della loro storia, temperando il governo delle cose e del tempo, con l’attesa e l’ accettazione di una volontà esterna così forte da essere l’ultima a dire la parola. Sembrava un affidarsi operoso: ho fatto il possibile adesso tocca a te.

I miei amici erano laici, bevevano e mangiavano senza preclusioni, comunque non credenti e come noi spesso agnostici, si parlava di religioni comparate come fenomeno culturale più che come insieme di precetti, eppure inshallah emergeva come modo di vedere prima che intercalare. L’impressione che ne traevo era quella di essere altrove, come venisse aperta d’estate la porta d’ una chiesa ed il fresco che usciva, prendeva, non occorreva credere in qualcosa per star bene, e si capiva benissimo che quello era il logico accompagnare di ogni sereno preannuncio di impresa, di programma futuro.

Pur sentendone il fascino, mi sfuggiva allora questo affidarsi dinamico, lo capii di più in seguito, con gli anni, e con i viaggi. La parola ed il suo significato tornava, mentre si allargava il suo confine e diventava un modo di vedere il mondo. Credo che il probabilmente a cui aderisco quando vado in africa, o l’affidarsi vigile di quando viaggio nei paesi arabi siano il mio modo di aver capito che ci sono posti e regole in cui lasciar fare agli eventi. E che questo è un aiuto al compimento  dei progetti. Inshallah così diventa anche il mio intercalare, ed il modo per ritrovare una serenità messa a dura prova dagli orari mancati, dalle deviazioni continue, dagli accidenti che spostano di albergo, di cibo e di tragitto. Non arrivo ancora a pensare che la vita, la salute siano poco da tutelare perché comunque un caso benevolo le difenderà, mi premunisco per quanto possibile, ma dove non arrivo, spero e lascio fare.

Mi viene da pensarlo in queste giornate di terremoto, quando l’imprevisto diviene più forte e la scelta è tra alternative inesistenti: è meglio restare o andare? correre od attendere? Scelgo e mi muovo sperando che sia la scelta giusta. Per me il significato di inshallah è questo, fare con serenità una scelta che presa, non dipende più da noi soli, ma da una miriade di variabili per cui è meglio che la loro somma conduca pressapoco dove dovevamo andare.

Ecco, facciamo, impegnamoci, portiamo noi e il nostro mondo verso qualcosa che ci porti avanti, ci faccia bene e speriamo che tutto vada per il verso giusto.

Inshallah.