Ci sono momenti in cui la grazia, la tenerezza o la bontà d’un momento, sembrano sospendere l’ordine usuale delle cose. L’idea di un’umanità perduta nel potere, che sopraffà gli altri privandoli di diritti e vita, condiziona così tanto le nostre vite da renderle infelici.
In questi momenti di crisi in cui il buio toglie nettezza alle cose, emerge la possibilità che il mondo sia altro, come quando una consapevolezza improvvisa, una stanchezza da troppo tempo ricacciata, fa emergere il basta, quel basta che e’ riconquista di noi, di un futuro che irrompe nel presente. Una rottura che per una volta, non piega noi, ma spezza una sequenza che sembrava incoercibile di logica, di necessità, di rassegnato star male.
Insomma qualcosa che spiazza il consueto nell’esistenza ed apre uno squarcio da cui si intravvedono colori: l’azzurro di un cielo che fa alzare il capo, il bianco d’una nuvola che porta altrove il pensiero, il nero che torna ad essere pavimento su cui camminare, la lieve vibrazione dell’aria chiara. Ci sono improvvise, inspiegabili felicità che aprono una finestra su un’altra realtà possibile. La musica, un libro ben scritto, una equazione matematica portano l’anima a cantare. Ho una immagine di una strada di buon mattino, la bicicletta e la gioia di pedalare, i profumi freschi, la luce nuova che gli scarichi delle auto non hanno ancora toccato, una cantata di Bach negli auricolari e la bocca che vuol cantare. Un’ improvvisa felicità che riporta a un assolo di Chet Baker ascoltato nell’oscurità, come una scia di bellezza che ci viene donata. È l’inatteso che si manifesta e ci dice che è in noi.
Attendere l’inatteso procura soddisfazioni e piccole svolte che non si narrano, ma esso, è condizione d’animo oppure un regalo che non si dovrebbe rifiutare. E bisogna pur sapere che dopo ch’esso è accaduto, la mano è più leggera, prende con gli occhi quello che vede, se ne ciba nei pensieri e canticchia musiche speciali. E il potere del mondo perde consistenza, la speranza di cambiare riappare in una volontà di essere diversi, con il giusto che si confonde con il buono.
Il mare ha sovrapposto acqua ad acqua tutta la notte e al mattino la spiaggia era piena di restituzioni. Rami ancora verdi, alberi interi, radici, tanta plastica assieme alle sue cose; quelle che non gli servivano più. Cose leggere, depositate con delicatezza sull’esile contorno della riva , conchiglie, peschi morti, grovigli d’alghe, qualche medusa.
Ciò che il mare dona, compresi i resti dei naufragi, diventerà capanno per l’estate, gli abitanti non gettano nulla di ciò che il mare dona a loro. E quel donare lo sentono proprio solo loro, come la lunghissima spiaggia che viene popolata di queste costruzioni. Il mare d’autunno si riprenderà tutto, farà i suoi scambi nel profondo e redistribuirà in inverno. Il mare è un grande riciclatore e pratica gli equilibri che nessun umano riesce a fare davvero per conservare il pianeta.
Sei ore sale, sei ore scende la marea, dipende dalla luna e quanto alta essa sarà. Quanta spiaggia porterà con sé, lo diranno tra le righe gli esperti che compilano le tabelle, le stesse che i venti e il cielo renderanno infedeli. Non ascoltano anche se il mare, a volte, parla con gli uomini, ma solo ad alcuni e di rado. Un tempo lo faceva di più perché si sentiva capito da chi conosce il tempo e sa che il mare ha tempi lunghi e brevi, incomparabili con le vite di chi guarda mentre è amoroso e pieno di cura per quelle che contiene.
Pescatori e marinai seduti sul muretto al sole, parlano con fiotti di parole, saluti e silenzi: aspettano la cena e un altro giorno uguale a questo. C’è poco da fare, poca pesca, poco lavoro, solo spazio per ricordi recenti, famiglie. Tra poco arriveranno i villeggianti, saranno soldi e confusione per l’estate, case che crescono ogni anno di valore e poi inverni freddi e solitari, con la nebbia che avvolge le barche e i vaporetti nella notte.
In quest’isola reclutava la marina imperiale austro veneta, ed un timoniere di qui, Vincenzo Vianello, ricevette la medaglia d’oro dell’imperatore per aver affondato a Lissa, la corazzata re d’Italia. I piemontesi, che, per molti, ancora non erano italiani, forse sentirono i viva san Marco dalle navi nemiche. Quando vincevano sul mare, fossero veneti, istriani, o dalmati, vinceva san Marco, e sui ponti di comando delle navi imperiali, in Adriatico si davano ordini in veneziano. Anche l’ammiraglio Tegetthoff lo faceva, i suoi ufficiali avevano studiato al collegio navale di Venezia, il Morosini, il mare di casa era l’Adriatico. Ma di tutto questo ribollire non è rimasto più nulla, neppure la fatica di diventare italiani è stata davvero celebrata.
Anziani bruciati dal sole, caparosolanti (pescatori di cozze) in fermo pesca, reti ripassate perché non si sa che fare. Si sale in barca si pulisce, si mette in moto, e si ri-ormeggia. Qui tutto attende qualcosa che rovesci un senso di fine. Un matrimonio, un battesimo, i bambini alla comunione, qualcosa che porti fuori da un tempo che s’è spezzato. Si incrina il tempo degli uomini, in qualsiasi cosa che finisce mentre nulla ricomincia. In un passo del contributo alla critica dell’economia politica, Marx diceva qualcosa che allora mi sembrava ovvio, ossia che il nuovo, nasce nel vecchio che fa i conti con le sue contraddizioni, e quest’ultimo lo alimenta finché il nuovo prenderà il sopravvento. Marx era un positivista prima del positivismo, pensava che alla fine le cose si sarebbero messe in ordine. Mi pareva che bisognasse cercare, per capire, il filo rosso che lega le cose, e i fatti, e le vite nel sociale. Solo il filo che si riconosce quando ha già cucito ed occlude la vista dei tanti futuri possibili ed abortiti, delle possibilità spazzate dal reale. Ma qui, mica lo sanno che bisogna trovare un senso alla storia, in quest’isola di vecchi, il senso della storia è nell’orgoglio dì essere il terminale di una catena ininterrotta.
La stessa sensazione si prova nei paesi di montagna dove il turismo non ha costruito troppe case vuote, e tra gli abitanti, la nascita di un bimbo, un matrimonio, una persona che sceglie di restare, è un fatto collettivo, una speranza per tutti. In questi luoghi, sacche di memoria, il legante e il motore, è la tradizione, fatta più di abitudini che di principi. La tradizione era un principio, costruito dai saperi di vite sovrapposte, dal saper fare trasmesso immutabile, che ora si sgretola perché non si trova menti, dita, luoghi in cui esercitare l’imperio del sapere antico. Ed è proprio questo imperio che si smarrisce, qui come altrove, che perde la nozione di forza comune, finché il legante si scioglie e sulla riva, davanti a una casa, una donna si siede accanto ad un’altra. Parlano sapendo che il futuro è così vicino da confondersi con il presente, e il passato, un amante a cui attingere per riempire i discorsi, anche se alla fine, opprime un po’, come tutti i vecchi amanti. Parlano e guardano per pensieri brevi, quasi informazioni e sentenze.
E’ la stessa donna che ho fotografato un anno fa, oppure un’altra? In fondo non importa, è il gesto che scosta la tenda, la mano che ripara gli occhi dal sole, il guardarmi, io foresto, eppure con lo stesso dialetto. I foresti ora restano poco, arrivano e vanno, prendono il sole, il mare, la spiaggia, l’aria, l’azzurro del cielo. Prendono, lasciano dei soldi e se ne vanno. Un tempo il foresto restava, raccontava di sé, imparava la lingua, aggiungeva parole e significati, lasciava le cose com’erano e, se pur restava foresto, diventava uno di noi. Così sembra pensare la donna finché mi parla, e così pensa il pescatore che aveva il bisnonno nella imperiale marina Austro Veneta, così penso io che sono foresto e so che quel mondo è finito nelle sue gerarchie e priorità, lasciando le persone sui muretti e sulle soglie di casa. E so che questa generazione, sarà l’ultima, con memoria di oltre due secoli, poi sparirà anche quella. I ragazzi ricorderanno a breve, perché nessuno gli racconterà, e così sarà la scuola, i genitori, qualche amore, il bar, a farla da padrone in un passato così breve che sembra antico già in un pezzo di vita.
Parlando di queste cose con un’amico indigeno, alla fine è sbottato: a furia de pensar el çerveo te va in acqua (a furia di pensare il cervello ti va in acqua). Memoria d’acqua, per l’appunto.
Tornando ho visto l’insegna della antica trattoria La fazenda, è del 1973: un’eternità.
Un paese senza vergogna. Lo fu a guerra voluta e perduta, lo fu nell’applaudire le leggi liberticide, poi nelle leggi razziali. Lo fu ridendo delle censure e applaudendo il potente locale o supremo. Lo fu quando sparivano gli amici e i conoscenti e veniva negata amicizia e conoscenza. La lotta partigiana, il no di Cefalonia e della divisione Acqui, le divisioni che combatterono accanto agli inglesi e americani per rifare l’Italia, furono il sussulto dell’onore, la riconquista delle libertà di pensiero prima che di azione. Poi pian piano è tornato il paese sonnolento, connivente e normale. Non è un giudizio morale ma la percezione che la società italiana abbia nuovamente dismesso degli argini, tolto delle virtù civili e sostituite con quello che esisteva anche prima, ovvero l’essere sempre con chi vince, glorificare il furbo, portare col sorriso il sottile disprezzo delle regole comuni. Questo ha prodotto la classe politica che ci governa adesso ed è coerente con il fascismo perbenista del me ne frego, ma anche quella di prima, pian piano annegata nella retorica e nei riti senza religione, ha dato una grande mano a disilludere sul cambiamento e a far impallidire il ricordo delle libertà riconquistato a prezzo altissimo di morte e devastazione. I partigiani, gli ideali che mossero un lampo tale da stupire le coscienze dell’abbrutimento vissuto per 23 anni, meritavano di più e di meglio. Quando leggo i sondaggi che danno la destra al 40% e fdi oltre il 28%, magari nelle regioni che governano da anni e dove i servizi sono precari, la sanità solo per chi paga, il lavoro una chimera, mi chiedo come si sia creata questa morta gora delle coscienze e dove sia la vergogna di chi è stato vilipeso ripetutamente in questi anni, dove sia la dignità di chi cerca il consenso in chi lo considera ancora cittadino di seconda serie. Un suddito. Si potrà dire che negli anni, dopo la ricostruzione, con il benessere non si è fatto meglio, che la politica è stata potere, come durante il fascismo, solo che c’era la libertà, ma non è stata che per poco, servizio. Eppure li ho conosciuti, io stesso sono stato parte di quella diversità che voleva cambiare il mondo e cominciava dalla strada in cui si abitava. Quindi c’era una alternativa, c’è. E l’orgoglio, la dignità, la lotta per la giustizia sociale per sé e per gli altri, c’era. Credo che non pochi abbiano ancora dentro questa indignazione che è rifiuto dell’esistente, anche se sembra che il futuro non conti e che sia questa l’era dei furbi e del solo presente. Ma se i voltagabbana sono una realtà, nelle famiglie un tempo si insegnava l’onore, si rispettavano le persone, si pagavano i debiti perché era un disonore non onorarli. Si teneva al proprio buon nome che nasceva dalle scelte e dalla coerenza.. L’ospitalità era un modo per sancire la propria presenza sociale, il potere di dare misura di sé. Era tutto sbagliato? Ora i ministri si fanno vanto di non onorare leggi dello stato, di conservarsi nel potere con indagini per bancarotta e truffa in corso. E magari crescono nei consensi. Per questo penso che si siano abbattuti gli argini e la vergogna dilaghi senza essere sentita come tale, non più considerata una consapevolezza che abbassa lo sguardo e arrossa il viso. Mi ostino a credere in chi ha dato la vita, è stato torturato e non ha parlato, in chi ha costruito dalle macerie un paese e non solo per sé. Mi ostino a credere nella pace, nella libertà, nel cambiamento dell’economia verso la giustizia sociale, nel mutare delle abitudini verso il rispetto della natura e del pianeta. Mi ostino a credere che esista un futuro migliore per tutti e che sia nato in chi vide la tenebra del fascismo squarciarsi, rivelando la menzogna, la violenza, la sopraffazione perpetrata a un intero paese. Mi ostino e credo che resistere difendendo i valori del 25 aprile sia creare il nuovo, il buono, il giusto per tutti.
Della casa ricordavi le grida per le scale, i litigi che s’acquietavano dabbasso, nella grande cucina che sbucava sul cortile. La scala, in pietra d’Istria, la divideva a mezzo, i gradini avevano il colore biondo dei capelli delle ragazze che venivano dal Friuli. Qualcuna a studiare da maestra, altre a servizio in famiglie abbienti e se avevano figli da allattare, spesso erano balie a domicilio. Si trovavano sotto il portico, davanti alla porta in cui entravamo anche noi, erano messe a servizio dalla moglie di Nini, conoscevano strada e porta, si trovavano la domenica pomeriggio, come le moldave o i filippini, adesso.
Chissà che nome aveva davvero Nini. Era un omone grosso, possente e capace di una carezza quando passavo, le sue mani a me sembravano enormi, capaci di chiudersi a pugno ma anche di tenere con eleganza le carte trevigiane che causavano scoppi di voce e insulti immediati. Bastava una carta sbagliata, un punto perso e tutto veniva messo in discussione, la tovaglia, i bicchieri, il bottiglione mezzo pieno di un vino rosso, aspro sin dall’odore e potente nel colore, tanto che neppure la varecchina l’avrebbe tolto dalla tovaglia. Nell’alzarsi degli uomini e della discussione tutto volava in un angolo di quella strana stanza, e mentre liberava il legno del tavolo, scurito dall’uso, rovesciava le sedie, il vino si spandeva sul pavimento d’assi d’abete e finiva la partita. Il pavimento era macchiato tutto l’anno, fino a Pasqua, quando veniva sfregato e poi passato con gommalacca e mordente sciolti nell’alcool, allora assumeva un colore rosso brace che assorbiva ogni macchia e pungeva il naso. Era il momento della diaspora degli scarafaggi che in gran numero uscivano e si infilavano in buchi, sino a quel momento segreti, per non farsi più vedere per un paio di mesi. Alla mia richiesta su dove andassero, mi venivano date risposte che suscitavano ilarità che non capivo. Vanno a Sottomarina a prenotare la stagione estiva oppure scappano verso le pescherie a comprare pesce. Noi abitavamo vicini alle pescherie, erano dall’altra parte del fiume ma non riuscivo a immaginare una cassetta di sardine portata da un esercito di scarafaggi, e a chi le avrebbero portate? E in cambio di cosa? Tutti ridevano e ridevo anch’io.
Cosa facesse Nini, che poi era il capofamiglia che ci ci affittava l’ultimo piano, quello in cui ero nato, era sconosciuto come il nome. Quella stanza con il tavolo delle carte era quasi sempre chiusa. Di notte avvenivano traffici che la riguardavano e c’erano cose che entravano e uscivano. Quando era vuota giocavano a carte e se per caso assistevo, al momento della rissa, venivo fatto allontanare in fretta mentre l’ultimo sguardo coglieva le mani già pronte a parare o a dare e più spesso a prendere gli abiti dell’altro per spingerlo contro il muro. Allora la porta si chiudeva, le voci si alzavano di tono e i contenuti erano quelli delle parole che io non dovevo imparare. A volte la partita riprendeva, più spesso finiva con urli e un ultimo sbattere di porte. Quella stanza era vicina all’ingresso sotto il portico, aveva una finestra ed era stranamente sopraelevata rispetto al corridoio, di due scalini, anch’essi di legno. Sotto al tavolo c’era una gran botola che portava direttamente in cantina. La stessa che nelle prime avventure batticuore, scendevo con il figlio più piccolo di Nini, verso un buio appena rotto da una bocca di lupo che dava sotto al portico, con un’oscurità che non consentiva di distinguere le cose che si ammassavano sulle pareti sino al soffitto a volta. Finita la scala fatta di gradini di mattoni messi in taglio, scivolosi e neri di sporcizia, c’era un pavimento che anch’esso doveva essere di mattoni, ma la polvere depositata e impastata con l’umidità, lo rendeva cedevole al passo. Di passi ne facevo pochi perché c’erano rumori e, Bepi, il compagno d’avventura, diceva ch’erano pantegane così grosse che si sarebbero mangiate un gatto. Per quello di gatti in casa ce n’era solo uno, un soriano sempre in braccio alla moglie di Nini. Gatto pacifico, dall’artiglio bizzoso che non amava essere privato della quiete che aveva scelto. Della cantina sapevo l’odore di umido e di marcio, l’oscurità che prende forma di mobili, damigiane e cose, il brivido di freddo che già si sentiva nell’aprire la porta e che assomigliava all’alito spento dei draghi che illustravano il libro di fiabe che mi era stato regalato per la befana.
La casa mi sembrava grande, a te non era mai piaciuta se non per le stanze ampie e alte e per la vista sui tetti e sul fiume. Eravamo nel centro della città vecchia, si vedeva la torre dell’università, con il suo parafulmine che era fonte di paura per te e per me di ulteriore avventura nell’attesa che una saetta fosse catturata dalla punta di ferro ritta sulla sommità e che, come mi raccontavano gli amici dei giardini dell’arena, l’intera corda di acciaio intrecciato che scendeva al suolo, si illuminasse e restasse incandescente a fischiare e sfrigolare tra sbuffi di vapore. Devo dire che pur attento e impavido, non ho mai visto quella corda infuocarsi ma un fulmine, quello sì che vidi, e il suono fu immediato, tanto era vicino, e fece tremare i vetri e tu ti nascondesti con me in camera. Con la Nonna sentii il terremoto e ci nascondemmo sotto al tavolo, ma la casa doveva essere abituata perché non si aprì neppure una crepa.
La cucina dava sui tetti e sul giardinetto dove c’era un ciliegio che era prodigo di frutti, buoni da alcool e da sciroppi o marmellate, ma poco dolci al gusto. C’erano ragazzi che ne andavano ghiotti e s’arrampicavano sul muro di divisione dal cortile del palazzo a fianco, per coglierli e riempire le mani e le magliette che si alzavano su canottiere bucherellate dall’uso. Erano gli apprendisti del falegname e dell’idraulico che avevano bottega nel gran cortile del palazzo e a me sembravano grandi, ma avevano forse undici o dodici anni. Tu mi raccomandavi di non frequentarli, avrei disubbidito volentieri ma per loro il tempo dei giochi era già finito e se il loro “padrone” li avesse visti giocare con me, li avrebbe presi a calci perché dovevano imparare un mestiere ed era per questo che le famiglie lo pagavano. A fianco della cucina soggiorno, c’era la stanza stretta e lunga, in cui dormiva mia Nonna, con una finestra alta che dava sulle scale illuminate da un grande lucernario. Poi c’era un corridoio largo che dava sulle scale e sull’altro lato una stanza simmetrica a quella della Nonna in cui dormivo io oppure i parenti in visita e poi una grande stanza da letto, che era quella dove dormivi Tu e Papà. C’erano due letti, il vostro e uno vicino alle finestre che davano sulla strada, dove prima c’era stato il lettino azzurro per me e poi un letto più corto del vostro, che serviva ad ospitarmi quando c’erano parenti. Due finestre, i suoni della strada fino a tardi, la luce di un lampione che filtrava dagli “scuri” di legno e il cielo bene in vista quando d’estate le imposte erano socchiuse. Ero nato in quella stanza, di notte, con un viavai di parenti e dei vicini del piano di sotto. Mi raccontasti che era caldo e che tutto avvenne in fretta e con il dolore che non si poteva eliminare. E allora Ti intenerivi e forse quella casa la amavi un poco, perché era legata a me. Per Te era una costrizione e a parte la tua amica dal nome strano, Alba, nulla ti legava a quel posto se non gli amori profondi che tenevano tutto assieme e allontanavano le difficoltà.
Io invece quella casa l’ho amata. Quando era disabitata ho cercato di capire se si poteva affittare o addirittura comprare. Era cambiato tutto. Dalla camera si vedeva ancora il cielo ma un palazzo alto aveva sostituito i tetti a spiovere di fronte, il palazzo a fianco, nonostante avesse storia, un progettista del’600 e una imponenza non comune, oltre che di pregio, era stato abbattuto per farne un insieme moderno di appartamenti, negozi e finestre. Gli artigiani cacciati, il fiume interrato, le pescherie sostituite da un informe mescolanza di marciapiedi, alberi a casaccio, fermate di autobus. Interrato il ponte, scomparsi il panettiere, le osterie, il macellaio, il fabbro, il falegname, il verduraio, il pizzicagnolo. La casa era rimasta per ingordigia della proprietaria, ma si dissolveva nell’incuria. Guardavo gli “scuri” del secondo piano e immaginavo cosa doveva essere stata quell’estate degli strilli e poi i primi giochi, fino ai ricordi vaghi e le sensazioni. Te ne parlai più volte, ma oltre la nostalgia degli anni non c’era un sentire quel luogo come importante oltre a me. Tu stavi bene dov’eri e il ” casa or’è dove si vive” era il tuo luogo del presente. Del passato si poteva raccontare, sorridere, sentirne la pesantezza mitigata dalla gioventù e dalla voglia di vivere, ma tornare indietro no, non era possibile quindi molto meglio andare innanzi.
Non ho mai saputo bene che mestiere facesse Nini, perché qualche volta parlasse spagnolo inframezzandolo con il dialetto e a me sembrava che fosse una sola lingua. Non ho mai capito perché dovevo stare attento qualche mattina mentre lavavano il pavimento e c’erano tracce rosse nel secchio dell’acqua dopo una notte in cui le voci si erano alzate troppo e Tu avevi chiuso a chiave la porta della camera. Penso facesse il contrabbandiere, forse ricettava e qualche volta i conti non tornavano. Ogni tanto spariva o venivano a prendere informazioni, ma cosa facesse davvero non l’ho mai saputo e perché l’avvocato proprietario avesse affittato proprio a lui. A me voleva bene, diceva che gli portavo fortuna a carte, bastava che me ne andassi quando non era aria. Ma quello succedeva quasi ogni volta.
La notte di Natale accadono cose meravigliose. Più passano gli anni e più tornano alla memoria i Natali passati, si sentono nostalgie che si erano perdute tra le fodere di vecchi paletot spinati, si sentono le mani della tua ragazza che cercano la tua nelle tasche in cui non molto prima si ospitavano caramelle e tronchetti di liquerizia assieme ad elastici e spaghi. Si ama il freddo di quelle dita, il calore che portano con sé. Si vede la vita passata e si sente il suo scorrere tra argini ed esondazioni, si capiscono con indulgenza gli errori, si lascia che la quiete di ciò che è scorso nel fluire sia di buon augurio per il futuro. Questa è la meraviglia di pochi giorni che non sono calendario, non solo almeno. E’ proprio quello scorrere di ricordi che ci ricorda che tutto accade e può essere letto con gli occhi che non hanno memoria, che ogni anno segue l’altro e noi siamo stati testimoni, partecipi, a volte protagonisti. Per questo i ricordi di età in cui tutto ancora doveva accadere sono così forti, hanno il sapore del legno che brucia nella stufa, il profumo della cannella e delle mele che caramellano in forno, hanno l’odore lieto dell’inchiostro non scritto che contiene tutta la letteratura del mondo, il profumo della carta del libro appena ricevuto in regalo. Tutto deve accadere e si somma, si sommerà, in fondo questa è l’unica certezza che ci fa dormire allegri quando la proviamo intensamente.
La notte di Natale era una passeggiata alle undici di per arrivare in tempo alla messa di mezzanotte, era la chiesa illuminata da luci calde sulle pietre antiche, erano gli inni cantati dal coro di cui facevi parte, era l’attesa della neve che non sempre c’era, mentre il gelo non mancava mai. Era la cioccolata calda a casa prima di dormire per togliere il freddo dentro, era la sensazione di essere svegli per qualcosa, ma anche l’allegria dell’alzarsi tardi con la colazione a letto. Biscotti e ancora cioccolata. Era l’attesa compiuta dei giorni precedenti, la scuola dissolta in un volo di fogli e una corsa, era l’inizio di una vacanza che era così piena da sembrare di non essere tale e perché significava qualcosa, ma quel qualcosa non era il racconto del prete, era un senso di presenza di un fatto antico che era ancora attorno, mischiato alla povertà, alle luci, agli alberi, ai pranzi speciali di mezzogiorno, ai parenti che passavano in visita. Era qualcosa che iniziava e misteriosamente si nascondeva perché da noi non c’erano regali sotto l’albero per sanzionare la giornata. Quelli sarebbero arrivati con la befana, pochi e molto desiderati. Natale era un giorno di cui non si sapeva cosa dire, ma che pure toccava dentro ed era l’inizio di tante storie che sarebbero andate per loro conto. Oltre la contentezza di quel giorno, era il senso di essere assieme in casa, raccolti e luminosi sin dentro a ciò che non aveva nome. Era il mistero che diventavamo noi a noi stessi, Era capire cosa ci avrebbe portato il futuro, ma anche cosa di noi sarebbe rimasto. Quanto calore, quanta leggerezza, affetto, amore, che avrebbero preso forme e meraviglie a noi sconosciute. Era il germe di qualcosa che poi sarebbe diventato altro. Dopo la messa di Natale si tirava un po’ in lungo, i bambini non hanno mai voglia di andare a letto, ma poi avrei dormito profondamente. Mi sarei addormentato senza domande, con desideri che non facevano male, era un attimo, un pensiero disciolto e il giorno dopo era già arrivato.
Crescendo, quando a messa non ci andavo più, la notte di Natale uscivo, avevo già letto molto sul significato della nascita, ma pensavo che ancora non capivo perché figli non ne avevo e invece di quel nascere già sperimentavo le prime scelte. Le svolte della vita, che vedevo in amici d’infanzia, qualcuno più vecchio e già perduto in cerca di un se stesso dove non si sarebbe mai trovato, altri che inseguivano il successo con l’intelligenza furba di chi ha capito tutto. M’aggiravo per le strade vuote e conosciute, mi capitava di entrare in una chiesa quando mancava poco al Gloria, guardavo, le persone vestite a festa, chi avevo incontrato per strada male in arnese, i mendicanti alla porta. Guardavo e poi me ne andavo perché le domande erano più chiare ma sbagliate. Il senso della nascita era nelle mie scelte, nel tempo che sarebbe arrivato. Il giorno dopo a casa non sarebbe mancata la festa, più difficile di un tempo, ma sempre festa era, ci pensavo e mi lasciavo andare.
Chi decide per noi siamo noi stessi, aggiungiamo che chi vive l’amore ha una risorsa infinita che altera la banalità del ripetere, le domande e le risposte che vengono date sono il senso del procedere e qui ho capito una cosa: sono io che nuoto nel tempo ed è il tempo che si forma dentro me. Penso che siano vere entrambe le sensazioni e che nascere sia proprio questo continuo formarsi nella meraviglia del mai fatto mescolato a ciò che siamo stati e che questo sia il nuotare nel flusso. Liberamente, come nessuno l’ha mai fatto prima e come nessuno lo farà mai. Quello che saremo è lì che aspetta e se è cosa buona ci farà bene. Buon Natale.
L’aria dell’autunno è ancora dolce. Ieri sera s’ infilava sotto i portici della città semi vuota per il ponte. In piazza delle erbe, le bancarelle dei pakistani vendevano frutta, verdura e sorrisi. Ormai resistono solo loro alla fatica d’essere in piedi dalle 4 del mattino sino a notte. In piazza della frutta, si alzavano i fumi delle castagne cotte tra il profumo dei funghi, della frutta secca, delle spezie. I bambini, affascinati dal volare delle faville, quando si alzava la grande padella dal fuoco erano parte di un rito del passato che tutti abbiamo vissuto, e distoglievano gli occhi dal video gioco o dal telefonino.
L’aria era così ricca di profumi, di colori accesi e sapori, che l’inverno sembrava lontano e non faceva presagire la pioggia di stasera. Sotto i portici del ghetto e del prato, c’erano i bar con tavolini all’aperto pieni di ragazzi, e sul liston e tra le piazze si celebravano i riti vecchi e nuovi dello spritz, della vasca (ovvero del percorrere ininterrottamente il percorso dell’appuntamento serale), del parlare di tutto e di nulla fino a notte, con un bicchiere in mano.
Anche con la pioggia è bella la città in autunno, tra qualche giorno le prime nebbie veleranno il prato della valle, ma basterà alzare gli occhi e le stelle e la luna saranno al loro posto, limpide. Ormai le nebbie dense della mia infanzia, sono un’eccezione; merito del riscaldamento delle case, dicono. O forse di quello globale perché dai colli, la città sembra avere un cuscino di calore sulla testa fatto di vapori e luci gialle, non rimedia all’artrosi di una vecchietta accogliente, con qualche acciacco, ma ha ancora il fascino immutato di quando ci pareva giovane nei suoi mille e mille anni. Però anche adesso riesce a stupirmi, a mostrarmi una strada mai percorsa, un giardino dentro un vicolo, il ricordo d’un accadimento su una lapide che riporta a fasti antichi.
Qui l’autunno dolce è di casa perché questa città ha questa stagione sulla pelle e nel cuore. Saprà agghindarsi di verde e di fiori a primavera, e riempirsi di neve d’inverno, mostrando un antico temperamento nordico che non ha più negli occhi. E lo si percepisce nell’arroventarsi d’estate e nel tenero scacciare i suoi abitanti verso il mare e i monti vicini, ma per la città la sua stagione amorosa è l’autunno.
Questa città è un bel posto per me, sarà perché ci sono nato e ciò che vedo sono pezzi del ricordo di altre età. Anche altre città che amo sono vicine, perché in fondo, con i suoi campanili e i dialetti che mutano tenendosi stretto il suono, questa regione è un’unica grande metropoli, rigata di fiumi, di campi, di vigne dove la pietra si innalza al cielo sia quella degli uomini che quella dei monti. Pianura assolata, montagne, mare, qui tutto ciò che conta è vicino, tutto influisce, ma anche sta per suo conto, tutto è a portata di auto e di giornata. In fondo gli antichi veneti avevano scelto bene e saputo sfruttare l’incrocio dei fiumi e delle strade.
La provincia ha il fascino del piccolo, del percorribile, degli eventi giornalieri, mai pochi, ma ancora importanti perché non soverchiati da troppi avvenimenti.
Ho scoperto di essere un provinciale, probabilmente molto presto, quando ho pensato che questi erano i luoghi in cui tornare e ancora non avevo deciso di andare. E anche se vedo tutti i limiti di una città mai troppo grande, penso che i pregi li cancellino piano piano tutti e che il segno resti positivo. Insomma non mi sono mai pentito d’essere in questi luoghi.
Il 28 giugno 1914 è domenica. Mio nonno e la sua famiglia abitano a Karlsruhe. Il nonno e’ un giovane uomo, ha bei baffi neri e folti, capelli neri. Lo sguardo è fermo, deciso, con una tenerezza particolare negli occhi. Sua moglie è piccola, magra, dolce e bella, hanno due bambini, entrambi nati in Germania, uno è nato da poco, è mio padre, la sua sorellina ha due anni. E’ una famiglia felice, stanno bene economicamente, hanno una bella casa, il nonno ha un lavoro autonomo. Guardiamolo un po’ meglio. Ha da poco superato i trent’anni, ma ha molta vita sulle spalle, come accade al suo tempo, decisioni e indipendenza, tutto presto. Lui e i suoi fratelli sono emigrati pur avendo un lavoro e un piccolo patrimonio nel paese dove, da sempre, la famiglia ha vissuto. Con loro sono emigrate anche le sorelle. Sono passati per la Svizzera, fermandosi due anni assieme e poi si sono separati. Chi è rimasto in Svizzera, chi è andato in Francia, lui ha scelto di andare in Germania con la moglie, che l’ha seguito sin dal primo momento. Sono sposati da pochi anni. Lavora molto, il Toni, ma è contento di quel paese da poco unito in cui si è fermato. Pensa di stare il tempo necessario per accumulare un buon gruzzolo e poi tornare a gestire la locanda di famiglia, l’appalto dei tabacchi, rimettendo in ordine le case, i campi, e comprandone degli altri. Non è un contadino, nessuno lo è mai stato in famiglia, i terreni servono per la locanda e per l’osteria, per fare vino, un po’ di granturco, ortaggi e mandorle. Abitare sui colli non è facile in quei tempi, dopo l’unità d’ Italia, il Veneto si è ulteriormente impoverito, per questo sono emigrati.
Di Sarajevo non sa ancora nulla, lo saprà il giorno successivo. Immagino che ne avrà parlato con la nonna, accennando al fatto di sangue che riguarda un impero vicino, ma senza calcare la voce per non preoccuparla troppo. Le avrà detto che per loro non cambiava niente, che sarebbero rimasti nella loro casa di città, con i nuovi agi acquisiti e che queste vicende, loro, le hanno già vedute. Non si ricorda, la nonna, dell’uccisione di re Umberto a Monza, e dello zar in Russia? E cos’era accaduto? Nulla. E poi la Serbia, chissà dov’è. Un Paese di pecorai, come il Montenegro, il regno da cui viene la regina. Tutto lontano. L’Italia è alleata della Germania e dell’Austria, cosa può venirne a loro? Nulla. Hanno anche preso gli attentatori, quindi ci sarà il processo, la condanna e poi basta.
Venivano da anni prosperi e felici, erano persone normali e un po’ speciali, avevano coraggio: il futuro sarebbe stato positivo. Nei mesi successivi, già alla fine di luglio, le cose cominciarono, invece, a precipitare. All’inizio non capivano, L’Italia era ancora alleata ma non entrava in guerra. E gli italiani cominciarono a non essere più graditi. anche il lavoro era diventato più difficile, così, penso, che si fecero una ragione quando furono costretti a rimpatriare. Con due bambini piccoli, vendendo il vendibile, ritirando i risparmi. Partirono con le sole valigie, fatti salire su un treno che riattraversò la Svizzera. Questa volta non si fermarono, ma sarebbe stato meglio. Chissà cosa pensò mio nonno, probabilmente non aveva voglia di ricominciare subito e i marchi oro e le sterline erano abbastanza per tentare un’attività al paese. Poi, in realtà, non ricominciò nulla di definitivo e quei soldi consentirono a mia nonna di essere indipendente fino al 1920. Così tornarono e dopo pochi mesi, il nonno fu chiamato alle armi, per chiudere la sua vita in una dolina oltre il san Michele, nel ’17. Era una persona pacifica, non aveva voglia di guerra, ma qualcun altro l’aveva attirato in una trappola del presente. Quel presente che non ha futuro quando le cose vengono spinte troppo da chi non ci pensa, anzi lo vuole determinare il futuro mettendoci la volontà di onnipotenza. Mio nonno invece pensava, e sapeva, che il futuro si costruisce con la giusta lentezza, ma lui era solo maggioranza. Non contava poi così tanto. Così fu uno dei 12 milioni di morti soldati. E la bimba fu uno dei 5 milioni di morti civili, morì di spagnola nel ’19. La nonna fece il possibile, anzi molto di più. Non si curò del patrimonio, seguì i figli e poi mio padre. C’era un posto per il dolore e uno per la vita? Lei fuse tutto e conservò di mio nonno il ricordo di un uomo giovane, dolce e deciso. Ne parlava, e le poche volte che questo ricordo doloroso oltrepassava le labbra, era con grande tenerezza. Lei, che non si era più risposata, che aveva affrontato e ricostruito la vita dopo la dissoluzione di ciò che aveva e dei legami con i parenti. Da come l’ho conosciuta, e l’ho conosciuta e amata molto, non le importò mai delle cose perdute, non ne parlava, ma delle persone sì. Era attenta agli affetti rimasti e al nonno, del resto s’era liberata con noncuranza.
E’ il 28 giugno, è domenica, la famiglia è riunita per la cena. Dalle finestre aperte entra il caldo già estivo, le voci un po’ strane della strada, la brezza della sera. Forse mio padre piagnucola o forse dorme, la bimba gioca. Magari c’è un po’ di nostalgia, ma il futuro è pieno di tenerezza come il presente. Lontano è successo qualcosa che li riguarderà, però non lo sanno e non toglie I sorrisi. Anzi credo che mia nonna non abbia mai ben collegato le cose e forse è stato bene. Lasciamoli così in una piccola, grande felicità, in una domenica di giugno di cento nove anni fa.
La strada era chiusa da un volto che faceva da ponte tra due case e da due paracarri di trachite. In città c’era l’uso di adoperare la trachite dei colli sia per oggetti d’abbellimento che per quelli sbozzati per dare la sensazione di forza, qui la pietra faceva entrambe le cose, davanzali e cornici di finestre e barriera per le auto. Con quel nome strano, Agnus Dei, il volto si allargava in una strada che non era strada né vicolo, una sorta di cortile che univa cose diverse: le case popolari o quelle importanti, il nobile e il materassaio, la nostra scuola e molti bambini. La strada era di ciottoli della Piave, larga, priva d’alberi e d’ombra, affollata di genitori e nonni, alle ore di ingresso e uscita dalla scuola, poi semi deserta. Quando s’avvicinava giugno e la festa del Santo, il sole diventava eccessivo, i grembiulini azzurri e bianchi erano crocchi di farfalle pronti alla muta dell’estate, sfilati in fretta e consegnati alla mano che accompagnava, ma era una fatica immane, perché corse, parole gridate, appuntamenti, erano tutti più interessanti del tornare alle case e al pranzo che attendeva.
Questa strada non è mutata molto, la scuola c’è ancora, non è più primaria, ma le finestre e l’edificio non è cambiato. Abolirei gli ultimi giorni di scuola, ho pensato, rubano l’estate e sono un tempo senza oggetto, appiccicato a maggio per rispettare una data. I giorni di fine anno erano pieni di mattine in cui non si sapeva che fare, i mobili di legno scricchiolavano, l’odore di polvere e legno stagionato si mescolava con quello delle tende pesanti, color corda, che dopo essere state appollaiate per mesi sul soffitto, scendevano con nuvole di polvere sulle alte finestre. Fuori il sole premeva, faceva caldo e lo stillicidio delle ore, in cui ascoltare a mezzo e bisbigliare appieno, si fondeva con lo strusciare dei piedi dentro le Superga nuove, sempre blu e già sudate. Il maestro tirava avanti, anche lui preferiva raccontare, far leggere libri e riempire paginate di compiti per l’estate, ma non aveva più voglia e si vedeva. Il tempo dei saluti si stava esaurendo e settembre era un luogo indeterminato del futuro mentre già irrompeva l’estate, quella vera non quella del calendario. Negli anni ’50, le aule, erano fatte per l’inverno, per le stagioni a mezzo, con armadi solidi e misteriosi di contenuto, poca luce, finestroni enormi, banchi ricoperti di una vernice pesante, nera e pronta per l’ incisione. Già la primavera aveva fatto aprire le finestre, ora il sole di giugno, mostrava lo sporco degli angoli e dei banchi, si perdeva tra gli intagli pazienti contornati d’inchiostro, batteva su vetri opachi di polvere e polline e finiva per illuminare impudiche pareti sporche di pedate.
Questo era il luogo in cui eravamo vissuti, avevamo imparato, eravamo stati castigati, colto qualche piccola fugace gloria. Eravamo in un mondo povero, per questo ricco di pregiudizi e di futuro, ma fuori c’era il mondo vero. Ascoltavamo le ultime, stanche parole ma le teste erano già oltre le finestre, sui prati, nei campetti dove giocare fino al buio. Poi c’era il mare vicino, e per voglia o salute le famiglie ci avrebbero portati verso la più bella gioia dell’estate, i gelati, i bagni, la libertà.
Poi diventati più grandi, ci sarebbero state gioie, timide attese, malinconie infinite, le paure nell’estate che era, lei, prorompente e noi immersi nel tumulto di sangue, ormoni, pensieri che già ci travolgeva. Ci sarebbe stato il timore e la tentazione di ciò che non si conosceva, desideri da rimettere in ordine con la realtà. Ma i luoghi, gli scenari, erano gli stessi di quando eravamo bambini, con calzoni più lunghi e gonne più corte.
Quando arrivava giugno, la sequenza degli ultimi giorni di scuola tornava indietro, diversa eppure sempre uguale, ed era la differenza tra costrizione e libertà, tra tempo dell’obbligo e tempo proprio. Non so come sia ora, nei pochi anni che ho insegnato a me spiaceva lasciare i ragazzi, e negli ultimi giorni, trasformavo l’autorità in un far domande, in un nuovo fraternizzare, quasi per tenere il ricordo, ma la loro testa era già altrove. Non dipendevano più, la scuola si scioglieva nell’estate, com’era accaduto a me non troppi anni prima.
Dell’ultimo giorno di scuola mi è rimasto molto e passando davanti al portone di via Agnus Dei, si è rinnovata l’immagine dell’ultima corsa giù per la scala, oltre il portone, incontro al sole. Poi ci sarebbero stati gli scrutini, la paura e la speranza fuse assieme, ma era già comunque estate. Ed era la mia lunga estate.
Era la sera del 5 giugno, un sabato. Ero in Sardegna, nel Gennargentu. Da ore trattavo con i sindacati per definire le modalità di riduzione del personale senza che ci fossero problemi per i lavoratori interessati. Un prepensionamento allo stesso importo stipendiale, restando in organico, e il passaggio graduale alla pensione. Se il lavoro fosse aumentato qualcuno avrebbe potuto essere richiamato al lavoro, ma era una possibilità remota. I migliori, gli specialisti che servivano per ristrutturare davvero, se n’erano già andati e bisognava riqualificare chi era rimasto. La trattativa durava da due giorni, sempre nel pomeriggio tardi fino a notte, tutto era chiaro, ma non si chiudeva. Come gestore responsabile del progetto ne sentivo il peso, ristrutturando c’era un futuro, tirando avanti a contributi regionali ci sarebbe stata la chiusura, magari un anno dopo, ma lavoro stabile in quell’azienda non ce ne sarebbe più stato. Ci sono rituali nelle trattative. Di qualunque tipo siano. In fondo è un giocare a rimpiattino con la coscienza che ci saranno prezzi da pagare. Una buona trattativa si conclude con una moderata insoddisfazione di entrambe le parti, si deve sentire che si è un po’ perso ma che il buono e il giusto è stato preservato. Le sospensioni, i rinvii, le consultazioni servono a questo, ad affinare il punto dove ci si incontrerà. Alle 21 fu chiesta una sospensione, un’ora, penso avessero fame.
Nei giorni precedenti, avevo fatto un lungo viaggio solitario tra i monti, in mezzo a macchie di sughere rosso fuoco ormai prive di corteccia. Erano nudità affascinanti, eppure sollevavano la pena di chi era stato derubato di sé. Forse rallentavo troppo per guardarle, così, dopo un controllo dei carabinieri, mi ero fermato sotto una quercia enorme ancora integra. Attorno c’era un verde a balze, il silenzio, un rapace che cercava preda e le macchie scure dei boschetti pieni di uccelli. Più lontano il riflesso di un lago e la mia meta di lavoro. Non ci pensavo e fino a sera ero libero, fuori dal tempo. Restai finché arrivò un gregge con la sua festa di cani, asini e agnelli. Due parole con il pastore, un pecorino tolto dalla bisaccia e l’affetto dell’ospitalità di uno sconosciuto. Aveva le mani forti e abili, annodava e costruiva recinti per la notte. Quando ci salutammo non volle essere pagato e prese il mio posto sotto la quercia, lanciando fischi ai cani, poi estrasse una specie di flauto e cominciò a suonare. Lo sentii dall’auto, lui era in compagnia, io ero con i miei pensieri. I giorni seguenti erano trascorsi tra impianti chimici e incontri e poi la trattativa. Così eravamo giunti a sabato notte. Nell’ora di pausa avevo fatto a tempo a telefonare a casa, a mia Mamma. L’avevo ringraziata ripetendo il bene che sempre ci ha unito.
Quando riprendemmo, il porceddu e il vino di Oliena, avevano alzato i toni, c’era forza nella stanza, persone abituate a resistere un minuto di più dell’avversario, ma io non ero un avversario e neppure chi era con me lo era: se non si trovava una soluzione non vinceva nessuno e l’azienda avrebbe chiuso. Continuammo fino alle 23.30, poi fu chiesto un rinvio, io avevo mostrato e discusso i lucidi per almeno tre volte, cifra per cifra. Si era corretto assieme lo schema, rifatti i conti, mutato qualche turno, chiusa una porta inutile, recuperati 4 posti di lavoro, ma non era tempo di chiudere. Ci salutammo e presi la strada dell’albergo, rifiutando la cena.
Avevo voglia di star da solo, di immergermi in quella casa di allora, vicino al canale. Ho sempre immaginato che fosse caldo e le finestre aperte sulla strada, la notte era piena ma alle 3 del mattino si sentivano già cantare le allodole. Mia Madre aveva la camicia candida, c’era mio Padre, mio fratello che dormiva, mia Nonna, la levatrice. Mi hanno detto che non c’ho impiegato molto ad uscire, che ero rosso in viso e che ci volle uno sculaccione per farmi piangere. Mi furono unte le labbra col vino e succhiai il dito, poi mi accoccolai tra le braccia di mia Madre. Ricevetti baci da tutti, mio fratello si svegliò e chiese chi ero, così ebbi anche un nome. Poi mi addormentai, la stanza pian piano si vuotò e arrivò il primo mattino. A questo pensavo in mezzo ai monti e bevendo il vino rosso con l’albergatore, che mi aveva atteso, mi augurai buon compleanno. Gli auguri di chi mi amava erano già arrivati, adesso toccava a me volermi bene. Il giorno dopo era domenica, trattammo fino a lunedì notte, ma non si concluse, perché la vita a volte va così ed è comunque buona.
Ci fu il giorno dopo, anzi furono settimane convulse e con spari la notte che piano diradavano. Qualche conto veniva saldato da uomini magri a cui i vestiti stavano larghi, altri non trovavano quelli che cercavano e di cui portavano addosso i segni, così non pochi si chiusero in un silenzio che riprendeva il lavoro di prima, quello mai smesso davvero, e lo riprendevano da dove avevano lasciato, come fosse un libro che anziché da leggere fosse da scrivere. C’era euforia nell’aria, la primavera aiutava, le donne mettevano vestiti leggeri per uscire, ma si facevano accompagnare dai padri o dai fidanzati e mariti che tornavano a casa. In città c’era stato un acquartieramento di truppe che non badavano a vincitori e vinti e il loro arrivo era stato preceduto dalla notizia di violenze e stupri. Le sere s’allungavano, mio padre, dopo l’Africa e il rifiuto di aderire alla repubblica di Salò, aveva da sistemare qualche percossa di troppo, cercava i responsabili che pure erano stati presi. Gli stessi tedeschi li avevano lasciati a terra dai camion, così erano stati rinchiusi nelle celle del tribunale per essere giudicati e fucilati. Nel portarli in piazza, erano arrivati gli inglesi e ci fu subito tensione. Chi voleva fucilarli aveva le armi, due furono giustiziati ma gli altri, dopo una trattativa concitata e con la minaccia delle mitragliatrici furono presi in consegna dagli inglesi. Questi promisero, dissero, parlarono di giustizia e processi, che poi ci furono ma ormai era tardi e nemmeno tre anni dopo i responsabili di torture, assassini erano in libertà. Arroganti alcuni, silenti e pericolosi, altri. Mio padre se ne fece una ragione, altri meno e chi aveva rimesso in ordine la giustizia dovette scappare. A Praga alcuni, altri in Sud America, proprio dove stavano arrivando navi di nazisti e fascisti.
Il giorno dopo la Liberazione, era una giornata tiepida, mio fratello giocava tranquillo, in casa c’erano le finestre aperte. Era una novità perché per oltre un anno i miei avevano dovuto tenere gli scuri chiusi, dalla casa di mia Nonna, si vedeva il cortile di Palazzo Giusti e la banda Carità aveva imposto che nessuno vedesse i prigionieri. La libertà era la fine della paura, aprire le finestre e ascoltare la radio che entrava con l’aria, pensare di mettere il bimbo in carrozzina e cercare di comprare qualcosa che non fosse a borsa nera. Mia madre era contenta, mio Padre lavorava, mia Nonna aiutava a rimettere insieme la famiglia dopo aver perso la casa. Era un giorno d’aprile mai così luminoso e mai così diverso da quanto era accaduto prima. Gli uomini che ancora mancavano sarebbero tornati, la vita per molti aveva vinto anche se gli anni scuri, la guerra, pesavano in mezzo alla speranza. Erano stati anni rubati alla vita e non sarebbero tornati, meglio guardare avanti. Era finita la guerra ed era il giorno dopo, quelli che si erano ribellati al fascismo avevano vinto e con fatica ricominciavano a vivere, sicuri che ciò che sapevano fare sarebbe bastato. A volte un tarlo si faceva strada, erano ancora disorientati dalle troppe speranze accumulate a ogni allarme, in ogni bombardamento, in ogni battaglia perduta, in ogni disperazione patita, vista, subita, temuta: avevano timore che fosse troppo bello tutto. In quella casa dove abitavano i miei, la mamma del Partigiano fucilato abitava al piano di sotto, le era stata concessa la medaglia d’argento per le lacrime che non sarebbero mai finite. Era stato un anno prima, messo con altri sei contro il muro di una caserma di periferia, il prete, il plotone, il colpo di grazia. Chissà perché lo chiamavano così, colpo di grazia, lei, la Madre, glielo avessero dato ferito, lo avrebbe curato, risanato e portato a festeggiare quell’aprile, ma, Lui, che l’aveva reso possibile non c’era più. E a lei non importava che la portassero in piazza, che le fossero attorno. Aveva pagato per i molti che non pagavano e aprile era il mese in cui non c’era nulla da festeggiare.
Con difficoltà mio Padre parlava di quei giorni che mescolavano polvere, eroi e vili. Parlava di anni di freddo senza tregua e di notti brevissime costellate di fughe e fatiche. Parlava e taceva, perché ciò che emergeva non era solo una gioventù consumata tra guerre, precarietà, richiami e coercizione, ma anche di silenzi e idee da esprimere a mezza voce, di ceffoni e botte prese e mai accettate, paure e vita con sogni normali in un ambiente che li contraddiceva. Realista a tal punto da contare sul presente per avere un futuro. Tutte cose su cui non aveva dubbi, come quel 25 aprile, che era una consolazione per ciò che non era avvenuto, per le promesse mancate, per il tempo che cominciava nuovo e passava senza migliorare le condizioni di chi aveva lottato. Per sperare e per vivere la vita di chi amava e la sua con i giusti sogni. Una casa in subaffitto visto che l’altra era un mucchio di sassi, malta e mattoni sbriciolati. Una casa che bisognava riscaldare d’inverno e tenere pulita, una casa in cui doveva esserci profumo di cibo a mezzogiorno e sera e il caffè la mattina. Per questo andava distante, rinunciava, sperava e faceva un altro figlio. Perché la speranza era in ciò che credeva possibile e il possibile passava attraverso le sue mani, la sua fatica, le sue idee che ora poteva dire ad alta voce. Per questo il 25 aprile aveva un dopo e comunque era festa e si vestiva bene per andare in piazza e rivedere gli amici di allora. In qualsiasi altro giorno avrebbe avuto altri abiti, molta fatica e spesso una distanza poco sopportabile da casa. Nulla di eroico, malinconie serali per chi ritorna e attesa, ma il difficile era stato prima. Ora era tempo di gioia e di domande, tante illusioni si erano perdute assieme alla giovinezza mancata. Come tanti altri. C’era il presente, si poteva dire ciò che non andava bene, votare, cambiare e questo apriva la porta al futuro. Stessa fatica di prima, però diversa e nuova. E quei figli avrebbero avuto la libertà che a lui era mancata.