Sequela

In evidenza

Per innumeri passi lo sguardo s’è sparso,
portici, selciati e palazzi,
luoghi di voci e memorie felici.
Il cielo ha raccolto amorevole
ha proteso la luce ad avvolgere,
e intese le cose,
perché muto non è il non dire
ma l’indifferenza senza l’ascolto.
Indifferenti a sé prima che ad altri
sepolto l’udito e lo sguardo,
diventano inutili l’azzurro e le nuvole,
eppure non se ne vanno,
è paziente l’attesa,
filo d’acqua che scrive la pietra
e scioglie legami di molecole.
Altrove le sparge
perché continui la vita
e sia fecondo il sentire.
Ecco, che l’attenzione a te nasce
da una parola pensata, non tua,
dal tempo che libero, è stato posato
ed essa ha parlato.
Di te.
Mi sono soffermato,
e mentre intorno scorre la piccola folla,
le case hanno alzato lo sguardo,
il cielo si è unito al pensiero
così si è sciolto l’arcano
e palesata l’unione.
E mai come prima urge
sentire la tua voce,
mentre cantano le cose.

vento d’aprile

Il vento spinge folate di pollini,
generoso lontano li cosparge,
le dita stropicciano,
e s’arrossano gli occhi.
Della passata stagione,
ancora c’è il fresco
ma i fiori che piovono dagli alberi,
son nuovi,e han fatto tappeto 
per insegnarci a non pesare
sulla bellezza e sul tempo.
Nel muro il glicine col gelsomino
abbracciato resiste, 
e attorno l’aria
si profuma di vertigine
e di vita che vive.

primavera a febbraio

Lavava la camicia come s’usava un tempo,

la tela insaponata su se stessa strofinata.

E attorcigliava e risciacquava,

riassumendo attento

mentre parlava con la vita.

Ma non aveva un ruscello a disposizione,

un flusso d’acqua chiara,

solo una bacinella e la rastrelliera

davanti la chiesa dei Cappuccini.

E intanto pioveva a raffiche

mentre lui lavava

immergendo e sbattendo la camicia sulla rastrelliera.

A capo scoperto, cantava

come fosse in chiesa

con parole chiuse in gola,

grumi di vocali buttate

in mezzo a consonanti di saliva.

Cantava strascicando le parole,

per ascoltarne il suono

sotto la pioggia, si fermava,

muto.

E nessuno chiedeva.

dagli ombrelli frettolosi,

dalle paste della domenica,

dai passi sottobraccio.

Il piazzale si vuotava

e per lui già era primavera.

mattina di fine gennaio

op.80 e fantasia

la casa

sono un provinciale

oznor

la terra è mia se io sono suo

la tua estate

L’estate la desideravi negli acquazzoni di giugno, la trovavi nell’odore di cloro dell’acqua della piscina, nella sera quando i muri emettevano calore e ci si sedeva sugli scalini di fresca trachite, a parlare di ciò che mancava nelle nostre vite. L’estate era nei pranzi che facevi da solo, nelle scatolette di tonno con salsa e piselli, nel loro pessimo sapore di unto e di latta, nella fame che s’era accumulata in una infinita nuotata. L’estate era l’ombra dei portici alle quattro del pomeriggio, era l’alito di muffa e di fresco che veniva dalle grate delle cantine, era suonare un campanello per cercare qualcuno che era già andato via.

L’estate ti prendeva a tradimento, sembrava che fosse lenta ed era un fulmine di caldo, ti faceva domande a cui non sapevi rispondere. I giorni correvano pregni di sudore, desiderando il buio, le camminate nella notte, le sedie di legno dei bar già chiusi, da solo o in compagnia, ad attendere qualcosa che doveva farsi esatto, una scia nel cielo, un segno, un presagio. Era estate e non s’era sentito il suo passo lento, il vestito leggero, il profumo di pelle sudata, la sequenza d’ombre e sole che spingeva verso i muri sotto i portici.

Sarebbe arrivato agosto, il mare, la pelle ancora più scura, esposta, nuda nel giorno e nella notte, il salso che si screpolava, che tirava e poi prudeva, i giorni già più corti, pieni d’una luce che non finiva mai, con la sabbia tra le dita, poi nelle lenzuola di lino fresco, e un prendere a calci il tempo per gettarlo innanzi, oltre una duna, un casotto, una pianta arsa e feroce di spini, un richiamo a cui non badare.
Il giorno iniziava presto, il sonno scioglieva nella notte e nel fresco la stanchezza, poi c’era il profumo del caffè, la luce che premeva sugli scuri accostati. Sentivi il suo richiamo ad uscire nel profumo del sole, violento, possessivo, privo di pudore. Il sentiero tra le dune già scottava, attendevano giochi ormai adulti, e presto la sabbia ricopriva la pelle, c’era l’urgenza del mare, anch’esso gioco e indiscreta bellezza, le corse, il gettarsi nell’acqua, il riemergere con gli occhi pieni d’acqua e di luce.


La città paziente, attendeva i ritorni. Scompariva dal ricordo, lo sapeva. Si consolava con il brivido delle lucertole che uscivano dalle crepe degli intonaci roventi, guardava con gli occhi dei vecchi dietro le imposte accostate, il giorno che scorreva nel sudore dei pochi rimasti. La sera le rondini davano spettacolo, pochi le vedevano attendendo il cielo della notte per uscire, poi una spuma fresca, una fetta di anguria, i semi sputati, rimandando il riposo difficile nelle case. La città strascicava il tempo, lo offriva lento a chi era rimasto, sapeva distrarre gli amanti tra schiocchi di vecchi mobili e lo scorrere d’aria delle finestre “in corrente”.


Tu, assieme agli altri, i lontani, saresti tornato con l’estate non ancora finita, le piazze si sarebbero di nuovo riempite la sera e i portici cercati per l’ombra nei pomeriggi infuocati. Avevi storie da raccontare, pensieri nuovi da fare, silenzi da imparare, la notte veniva prima ed era più fresca. Odori e profumi si mescolavano, andavi a letto sempre tardi, l’estate non finiva mai.

maggio quasi giugno

Mettiamo che in una qualsiasi sera di maggio, con un caldo anomalo, quasi da giugno, il verde con la luce radente diventi sontuoso, che le siepi comincino a profumare e che gli alberi siano carichi di foglie pulite. Una serata che attrae fuori di casa e mentre cammina, un po’ per consapevolezza e un po’ per intuizione, il nostro protagonista si accorga, che molto di quanto ha fatto, pensato e vissuto come occupazione principale in una infinita sequenza di giorni, non era poi così importante. Pensa che fare programmi non è il massimo dell’intelligenza, che le persone, anche quelle care, sono libere di muoversi come meglio credono e secondo le loro vite e che i pensieri per incontrarsi, hanno bisogno di essere comunicati con verità e innocenza.

Cammina tra il verde splendente che gli ricorda altre sere ormai passate così tanto da non essere ben collocabili, allora, giustamente, il nostro protagonista respira a fondo. Come se così facendo i pensieri ritrovassero almeno l’ordine cronologico, se non quello dei sentimenti e delle delusioni. Anzi, pensa, che avere più tavole che mettano in ordine, il quando, il come e l’intensità del sentimento consentirebbe di avere una visione della propria vita, delle connessioni, forse anche degli errori naturali, della misura del tutto e del trascurato.

Perso nel fascino di questa molteplice tavola del vivere e del sentire, si siede vicino al fiume che ha visto in ogni età della sua vita e si accorge che non riconosce la città in cui è cresciuto, ovvero, riconosce i monumenti, le pietre, i percorsi, ma non conosce nessuno di chi gli si muove attorno. Questa sensazione si fa più forte e gli sembra che una immane commedia sia in corso, che i partecipanti/attori ne siano consapevoli, ma che gli spettatori non lo sappiano.

Passa un volto noto. Saluta e parole senza sostanza si scambiano tra i volti. Da un sorriso riceve un sorriso e gli pare di vedere le parole, trasformate in lettere, che escono e si sciolgono prima di arrivare: un mucchietto di impalpabile cenere di conversazione che li unisce. Il mestiere lo aiuta per troncare con le frasi fatte usate all’uopo la conversazione che vorrebbe prolungarsi, l’interlocutore non ha fretta, lui ha necessità di silenzio e di guardar meglio ciò che accade. Ragazzi si raggruppano, scoppi di voci, si formano e si sciolgono brigate. La sera avanza, sanno dove andare, lui si chiede se tornare perché la rappresentazione non solo non è finita ma non ne ha ben compreso la trama e il senso.

Ora è la notte che fa paura. La notte dei sentimenti, delle prospettive. Ricorda che basta ripetere gesti semplici per tenersi assieme, ma tenersi assieme non è vivere. E lo sa. Si guarda attorno e la piazza si sta vuotando, lungo il fiume si sono accese le luci e tanti piccoli chioschi mescolano alcolici, tolgono la schiuma alle birre. Montagne di patatine arrosto, profumo di salsicce, sembra una città tedesca però priva delle tavolate bagnate di birra, delle canzoni ritmate con i bicchieri. Il profumo è quello dell’acqua morta, il verde, quello delle erbe che marciscono nell’acqua bassa. Dovrà camminare per immergersi nei giardini, per sentire il profumo dei tigli, delle siepi di gelsomino, qui vivevano altre vite che non ci sono più. E’ la sua città che non lo riconosce, adesso capisce il senso di qualche scena a cui ha assistito e allora ricorda NIetsche: non guardare troppo l’abisso, altrimenti, l’abisso guarderà te.

Se qualcuno sa davvero cos’è la solitudine può parlare con il nostro protagonista, mentre medita camminando. La solitudine è il vuoto che aspira i pensieri e le speranze, le certezze e le illusioni. Riconosce le pietre e i portoni, le scritte antiche che nessuno è riuscito a cancellare, si è formata nella sua testa una mappa che gli dice dov’è senza l’ausilio delle vie, come ogni luogo fosse un appuntamento e un ricordo. Gli torna in mente l’idea delle tavole da sovrapporre con il tempo, il luogo e ciò che è accaduto in lui, a questo dovrebbe aggiungere ciò che non è accaduto fuori di lui, i fatti mancati, le occasioni perdute, le delusioni date e ricevute.

Ci penserà, intanto con un sorriso ricorda una cronaca ciclistica di tanti anni or sono:” un uomo solo al comando, è Fausto Coppi”. Coppi non era solo, quella volta: aveva una meta e l’Italia che gli facevano compagnia. E’ stato molto più solo quando per seguire il cuore, l’hanno messo sui giornali, processato, isolato. Il nostro protagonista, che non è un campionissimo, pensa alle sue vittorie e alle sue sconfitte, pensa a Coppi e a Pantani, così grandi, così diversi eppure simili, troppo simili alle parole scambiate prima nel ricordo di troppe persone.

Pensa a cosa si concederà stanotte. Il ripasso di Puer Eternus di Hillmann, un film, una visita ad una persona gradita che lo riconosca davvero, una lettura a casa, una pizza?