la tempesta d’agosto

la scuola di don Abbondio

C’è più coraggio in un riconoscimento di insufficienza e quindi nel ripiegare sulle posizioni più sicure, oppure nel tener testa, combattere oltre quello che si pensava e non recedere? In entrambi i casi se c’è onestà c’è anche coraggio e ognuno ha una sua risposta che vale sempre in quella vita che non è solo battaglia e tanto meno eroica. Penso alla vita quotidiana, alla difficoltà di fare il proprio lavoro, alla necessità di dire se si ama o meno una persona, al mettersi contro chi aggredisce portando idee trite e ritrite e che magari approfitta del becero conformismo. Il coraggio è una scuola dove si rafforza la coscienza di se6e la dignità, e non vale il teorema di don Abbondio che chi non ha coraggio naturalmente, non se lo può dare. Se si viene incoraggiati a dire ciò che si pensa, al tenere fede alle promesse, se si ha l’educazione a non compiacere ma a dire la propria verità, sopratutto nei sentimenti, non si è più felici, ma di sicuro più forti e coraggiosi.

Nei nostri tempi interessanti e ricchi di nebbia, il coraggio non è buona merce perché val più chi fugge, chi è un tartufo, chi assente al più forte e si mimetizza, chi non dice la verità. E bisognerebbe rispondere a questa domanda: perché il coraggioso alla fine sembra un visionario, un illuso, spesso un imbecille che non bada al suo tornaconto? Ma allora, se così fosse, perché il coraggio non viene derubricato dalle azioni possibili e semplicemente si elogia unicamente la fuga, che poi riassume tutti i modi dell’ignavia.
Si fugge per salvarsi, non per restare ed evitare le difficoltà, l’impegno, la fatica, e così pensare che ci sarà qualcun altro che la farà al nostro posto. Perché questa non è fuga ma codardia. E non raccontiamoci che nel mondo è normale che qualcuno si sacrifichi al nostro posto, un mondo che va avanti sul sacrificio di chi rispetta se stesso. Se così fosse sarebbe un mondo di ignavi, dove ciascuno pensa a sé e se c’è bisogno di essere presenti, si sta zitti perché aiutare, fare ciò che non è richiesto è comunque una forma di coraggio. Questo mondo assomiglia molto a ciò che stiamo diventando, chiusi nella furbizia e nell’individualismo, pronti a conformarsi anche attraverso l’assenza, il cinismo del tanto tutto è uguale. Bisogna pensarci almeno tra quelli che ancora avvertono il disagio di non essere a posto con sé stessi, tra chi si emoziona davanti a un fatto tragico che poteva essere evitato e pensa che l’uomo è portatore di dignità assoluta ma non sempre è così per la legge. Bisogna pensarci perché sulla strada dell’ottundimento siamo avviati da tempo, perché non vediamo che intelligenza e umanità devono accompagnarsi e che una qualsiasi intelligenza artificiale sarà spietata con noi. Abbiamo ancora la risorsa del sentimento, facciamola crescere in modo che i coraggiosi non vengano trattati da imbecilli.

p. s. Ho messo un brano (non casuale) di Maria Gudina, la pianista che ha attraversato lo stalinismo continuando a suonare musica “proibita” e che nei concerti portava una pistola sotto la gonna come soluzione al suo possibile arresto.

il racconto unifica i ricordi

Ognuno di noi ha ricordi differenti degli stessi fatti, concatena cause ed effetti sulla base di tesi più che di domande. Forse dipenderà dalle opinioni che si consolidano anche sotto la spinta del pensiero dei media che vorrebbe diventare pensiero comune. E questo pensiero procede per assoluti. Abbiamo vissuto fatti comuni ma ciascuno di noi era diverso e spesso sono le nostre ragioni a prevalere nel giudizio.
Si tende all’elegia di ciò che si è maturato prima di un’epoca senza ideali e con il sé come riferimento. Delle piccole miserie si toglie traccia: disperse all’aria dopo aver ben battuto i tappeti sotto cui erano state messe.
Siamo ottimisti o pessimisti e la realtà è indifferente a ciò che pensiamo, se non per quanto ci riguarda e così nascono i nostri ricordi. Forse per questo servono gli storici e un uso confacente a noi del presente e del futuro. La narrazione è altra cosa e non fa neppure bene, perché il racconto politico sociale unifica i ricordi, fa un fascio delle vite, le sterilizza di ciò che hanno provato e fanno prevalere il più forte, non la verità o la ragione.

estivo salmo laico

Libera i nostri occhi dal calzino bianco nella scarpa nera, dai sandali col fantasmino, dai calzoncini al ginocchio e dalle loro gambe bianchicce e magre.

Suggerisci agli spiriti estivi la libertà della noncuranza elegante che allieta l’anima e il suo trasparire.

Fa che i corpi siano liberi dove possono rifulgere e stiano bene negli abiti che li accompagnano tra gli altri, senza voler loro dimostrare nulla.

Lascia che i colori riposino nel pantone, che gli abiti lascino guardare i visi, che la bellezza trovi se stessa senza voler assomigliare a chi non è.

Difendici dai pois e dai quadri scozzesi messi nei posti sbagliati dai cervelli dei corpi indifesi.

Tieni a bada i forti colori nelle città che si sciolgono al calore delle nuove torride estati e portali in vacanza verso il mare.

Fa che i cappelli siano sbarazzini e sobri, che esaltino i visi, portando la loro luce a chi li guarda.

Fa che non incontriamo persone in costume da bagno nei sentieri di montagna come non incontreremmo bagnanti con scarponi in spiaggia.

Difendi l’estate dei nostri corpi dal cattivo gusto e toglici dal suscitar ridicolo in chi ci vede.

Fa che siamo uomini di scarso giudizio e di grande tolleranza, che gli occhi siano allegri come i pensieri, che il sorriso accompagni ogni sguardo, il silenzio ciò che non si condivide e l’ironia il dir di sé.

Il tempo muta gli uomini e ciò che essi fanno, il sole abbronza la pelle, scolora le cose, decompone la plastica, accartoccia la carta e ciò che essa contiene, rende inutile ciò che prima era importante alla vanità mentre esalta l’ombra e il vento fresco di una finestra che parla con un’altra in tramontana. Rendici consapevoli che ciò che cambia il mondo in peggio deve suscitare ripulsa e non supina accettazione.

Fa che lasciamo tracce leggere con le nostre parole, perché esse, come alito, se profumano di menta e di fresco, rendono più bella la vicinanza e dolce il comunicare.

un paese di vecchi

Diciamo la verità, questi vecchi che bazzicano la politica e le televisioni, non solo hanno stancato ma non sono mai piaciuti. Sono ridicoli quando cercano di fare i giovani, hanno ricette per tutto, ma soprattutto non mollano il potere reale che gestiscono. Ostentano saggezze che i loro gesti contraddicono, raccontano storie che non sono la loro vita, si ammantano di conoscenze che non hanno previsto nulla di quanto accade. Sono pervasivi, occupano i posti nella comunicazione, nella narrazione della politica, non vanno in pensione, casomai fanno finta di farlo e cambiano lavoro togliendo spazio a chi vorrebbe averlo. Ex direttori di giornali ora fanno gli storici, ex giudici sono ministri di giustizia, deputati e senatori, ex imprenditrici fallite dovrebbero rilanciare il fascino italiano, vecchi industriali hanno ricette per governare il paese dopo aver ceduto le loro imprese, tutti sanno tutto e non stanno zitti.

Pensate alla funzione di Vespa e dei tanti sosia da lui generati, in questa realtà così composita, difficile, divisiva, pensate al ruolo che hanno avuto, a come è stata raccontata la realtà del potente di turno, quanto posto gli è stato dato per le sue narrazioni sino a confondere gli spettatori nel percepire il futuro come un apocrifo del presente. Nessuno di questi ha migliorato il paese, non c’è più solidarietà, più senso critico, una percezione equilibrata della realtà.

Il grande imbroglio è cresciuto con gli anni, e ha fatto danni ovunque a partire dalla politica sino a far scordare cosa sia il senso del potere come servizio. Nella sinistra ha cancellato la diversità, l’orgoglio di essere tale, annacquando la sua identità e facendole desiderare di essere ciò che doveva combattere. Il vecchio per restare al potere fa scegliere il nuovo per il nuovo, in specie se disgiunto dalle vite e dai bisogni concreti.


Questo è un paese di vecchi, lo dice la demografia, con pensieri vecchi e amnesie frequenti, che rifiutano di essere tali e di analizzare ciò che accade davvero, dovrebbero essere saggi, donare il sapere accumulato, ma in una società dove vale il singolo, l’io che non si cura del prima e del dopo, i vecchi sono un peso o una minaccia. Chi è forte e ha potere, glorifica se stesso, stipula alleanze senza limiti di età purché funzionali ad eccellere sugli altri, ad usarli finché servono. Questo ha un curioso effetto che genera un’eugenetica surrettizia esercitata in modi diversi a partire dalla solitudine dell’io. Per chi non ha potere, c’è la coscienza di essere parte di un mondo che gli diminuisce la sua comprensibilità e in cui è difficile trovare un ruolo. Chi possiede affetti veri ha la possibilità di sentire l’età come possibilità di un nuovo sconosciuto, se c’è chi si prende cura di lui prosegue una indipendenza di pensiero e azione, trasmette cultura sociale, è tramite per una continuità di valori. Altri, invece, e non sono pochi, vengono travolti da un sistema burocratico che medicalizza la solitudine, diventano incapaci di tenere un ritmo che enfatizza la quantità sulla qualità, si isolano da un mondo di finti giovani e popolato da vecchi abbienti e determinati a fare i propri comodi e dimenticarsi degli altri. Assentono ai vecchi che non si pensano tali per il potere detenuto, diventano inermi, attendono, si lasciano andare rassegnati. Questa è l’eugenetica che viene praticata e non è poco crudele, ma insensata e inutile. Generatrice di anomia e di decadenza sociale.

la scuola si scioglieva nell’estate

La strada era chiusa da un volto che faceva da ponte tra due case e da due paracarri di trachite. In città c’era l’uso di adoperare la trachite dei colli sia per oggetti d’abbellimento che per quelli sbozzati per dare la sensazione di forza, qui la pietra faceva entrambe le cose, davanzali e cornici di finestre e barriera per le auto. Con quel nome strano, Agnus Dei, il volto si allargava in una strada che non era strada né vicolo, una sorta di cortile che univa cose diverse: le case popolari o quelle importanti, il nobile e il materassaio, la nostra scuola e molti bambini.
La strada era di ciottoli della Piave, larga, priva d’alberi e d’ombra, affollata di genitori e nonni, alle ore di ingresso e uscita dalla scuola, poi semi deserta. Quando s’avvicinava giugno e la festa del Santo, il sole diventava eccessivo, i grembiulini azzurri e bianchi erano crocchi di farfalle pronti alla muta dell’estate, sfilati in fretta e consegnati alla mano che accompagnava, ma era una fatica immane, perché corse, parole gridate, appuntamenti, erano tutti più interessanti del tornare alle case e al pranzo che attendeva.

Questa strada non è mutata molto, la scuola c’è ancora, non è più primaria, ma le finestre e l’edificio non è cambiato.
Abolirei gli ultimi giorni di scuola, ho pensato, rubano l’estate e sono un tempo senza oggetto, appiccicato a maggio per rispettare una data. I giorni di fine anno erano pieni di mattine in cui non si sapeva che fare, i mobili di legno scricchiolavano, l’odore di polvere e legno stagionato si mescolava con quello delle tende pesanti, color corda, che dopo essere state appollaiate per mesi sul soffitto, scendevano con nuvole di polvere sulle alte finestre. Fuori il sole premeva, faceva caldo e lo stillicidio delle ore, in cui ascoltare a mezzo e bisbigliare appieno, si fondeva con lo strusciare dei piedi dentro le Superga nuove, sempre blu e già sudate.
Il maestro tirava avanti, anche lui preferiva raccontare, far leggere libri e riempire paginate di compiti per l’estate, ma non aveva più voglia e si vedeva. Il tempo dei saluti si stava esaurendo e settembre era un luogo indeterminato del futuro mentre già irrompeva l’estate, quella vera non quella del calendario.
Negli anni ’50, le aule, erano fatte per l’inverno, per le stagioni a mezzo, con armadi solidi e misteriosi di contenuto, poca luce, finestroni enormi, banchi ricoperti di una vernice pesante, nera e pronta per l’ incisione. Già la primavera aveva fatto aprire le finestre, ora il sole di giugno, mostrava lo sporco degli angoli e dei banchi, si perdeva tra gli intagli pazienti contornati d’inchiostro, batteva su vetri opachi di polvere e polline e finiva per illuminare impudiche pareti sporche di pedate.

Questo era il luogo in cui eravamo vissuti, avevamo imparato, eravamo stati castigati, colto qualche piccola fugace gloria. Eravamo in un mondo povero, per questo ricco di pregiudizi e di futuro, ma fuori c’era il mondo vero. Ascoltavamo le ultime, stanche parole ma le teste erano già oltre le finestre, sui prati, nei campetti dove giocare fino al buio. Poi c’era il mare vicino, e per voglia o salute le famiglie ci avrebbero portati verso la più bella gioia dell’estate, i gelati, i bagni, la libertà.

Poi diventati più grandi, ci sarebbero state gioie, timide attese, malinconie infinite, le paure nell’estate che era, lei, prorompente e noi immersi nel tumulto di sangue, ormoni, pensieri che già ci travolgeva. Ci sarebbe stato il timore e la tentazione di ciò che non si conosceva, desideri da rimettere in ordine con la realtà. Ma i luoghi, gli scenari, erano gli stessi di quando eravamo bambini, con calzoni più lunghi e gonne più corte.

Quando arrivava giugno, la sequenza degli ultimi giorni di scuola tornava indietro, diversa eppure sempre uguale, ed era la differenza tra costrizione e libertà, tra tempo dell’obbligo e tempo proprio. Non so come sia ora, nei pochi anni che ho insegnato a me spiaceva lasciare i ragazzi, e negli ultimi giorni, trasformavo l’autorità in un far domande, in un nuovo fraternizzare, quasi per tenere il ricordo, ma la loro testa era già altrove. Non dipendevano più, la scuola si scioglieva nell’estate, com’era accaduto a me non troppi anni prima.

Dell’ultimo giorno di scuola mi è rimasto molto e passando davanti al portone di via Agnus Dei, si è rinnovata l’immagine dell’ultima corsa giù per la scala, oltre il portone, incontro al sole. Poi ci sarebbero stati gli scrutini, la paura e la speranza fuse assieme, ma era già comunque estate. Ed era la mia lunga estate.

maggio quasi giugno

Mettiamo che in una qualsiasi sera di maggio, con un caldo anomalo, quasi da giugno, il verde con la luce radente diventi sontuoso, che le siepi comincino a profumare e che gli alberi siano carichi di foglie pulite. Una serata che attrae fuori di casa e mentre cammina, un po’ per consapevolezza e un po’ per intuizione, il nostro protagonista si accorga, che molto di quanto ha fatto, pensato e vissuto come occupazione principale in una infinita sequenza di giorni, non era poi così importante. Pensa che fare programmi non è il massimo dell’intelligenza, che le persone, anche quelle care, sono libere di muoversi come meglio credono e secondo le loro vite e che i pensieri per incontrarsi, hanno bisogno di essere comunicati con verità e innocenza.

Cammina tra il verde splendente che gli ricorda altre sere ormai passate così tanto da non essere ben collocabili, allora, giustamente, il nostro protagonista respira a fondo. Come se così facendo i pensieri ritrovassero almeno l’ordine cronologico, se non quello dei sentimenti e delle delusioni. Anzi, pensa, che avere più tavole che mettano in ordine, il quando, il come e l’intensità del sentimento consentirebbe di avere una visione della propria vita, delle connessioni, forse anche degli errori naturali, della misura del tutto e del trascurato.

Perso nel fascino di questa molteplice tavola del vivere e del sentire, si siede vicino al fiume che ha visto in ogni età della sua vita e si accorge che non riconosce la città in cui è cresciuto, ovvero, riconosce i monumenti, le pietre, i percorsi, ma non conosce nessuno di chi gli si muove attorno. Questa sensazione si fa più forte e gli sembra che una immane commedia sia in corso, che i partecipanti/attori ne siano consapevoli, ma che gli spettatori non lo sappiano.

Passa un volto noto. Saluta e parole senza sostanza si scambiano tra i volti. Da un sorriso riceve un sorriso e gli pare di vedere le parole, trasformate in lettere, che escono e si sciolgono prima di arrivare: un mucchietto di impalpabile cenere di conversazione che li unisce. Il mestiere lo aiuta per troncare con le frasi fatte usate all’uopo la conversazione che vorrebbe prolungarsi, l’interlocutore non ha fretta, lui ha necessità di silenzio e di guardar meglio ciò che accade. Ragazzi si raggruppano, scoppi di voci, si formano e si sciolgono brigate. La sera avanza, sanno dove andare, lui si chiede se tornare perché la rappresentazione non solo non è finita ma non ne ha ben compreso la trama e il senso.

Ora è la notte che fa paura. La notte dei sentimenti, delle prospettive. Ricorda che basta ripetere gesti semplici per tenersi assieme, ma tenersi assieme non è vivere. E lo sa. Si guarda attorno e la piazza si sta vuotando, lungo il fiume si sono accese le luci e tanti piccoli chioschi mescolano alcolici, tolgono la schiuma alle birre. Montagne di patatine arrosto, profumo di salsicce, sembra una città tedesca però priva delle tavolate bagnate di birra, delle canzoni ritmate con i bicchieri. Il profumo è quello dell’acqua morta, il verde, quello delle erbe che marciscono nell’acqua bassa. Dovrà camminare per immergersi nei giardini, per sentire il profumo dei tigli, delle siepi di gelsomino, qui vivevano altre vite che non ci sono più. E’ la sua città che non lo riconosce, adesso capisce il senso di qualche scena a cui ha assistito e allora ricorda NIetsche: non guardare troppo l’abisso, altrimenti, l’abisso guarderà te.

Se qualcuno sa davvero cos’è la solitudine può parlare con il nostro protagonista, mentre medita camminando. La solitudine è il vuoto che aspira i pensieri e le speranze, le certezze e le illusioni. Riconosce le pietre e i portoni, le scritte antiche che nessuno è riuscito a cancellare, si è formata nella sua testa una mappa che gli dice dov’è senza l’ausilio delle vie, come ogni luogo fosse un appuntamento e un ricordo. Gli torna in mente l’idea delle tavole da sovrapporre con il tempo, il luogo e ciò che è accaduto in lui, a questo dovrebbe aggiungere ciò che non è accaduto fuori di lui, i fatti mancati, le occasioni perdute, le delusioni date e ricevute.

Ci penserà, intanto con un sorriso ricorda una cronaca ciclistica di tanti anni or sono:” un uomo solo al comando, è Fausto Coppi”. Coppi non era solo, quella volta: aveva una meta e l’Italia che gli facevano compagnia. E’ stato molto più solo quando per seguire il cuore, l’hanno messo sui giornali, processato, isolato. Il nostro protagonista, che non è un campionissimo, pensa alle sue vittorie e alle sue sconfitte, pensa a Coppi e a Pantani, così grandi, così diversi eppure simili, troppo simili alle parole scambiate prima nel ricordo di troppe persone.

Pensa a cosa si concederà stanotte. Il ripasso di Puer Eternus di Hillmann, un film, una visita ad una persona gradita che lo riconosca davvero, una lettura a casa, una pizza?

primo maggio

Dovrei cominciare con un “ti ricordi”, ma forse non ricordi affatto e tutto si è sovrapposto nell’urgenza di un presente che si racchiude nella triade, desiderio, soddisfazione, tempo. Domani è il primo maggio, una data che da quando è stata conquistata si è privata dell’anno ed è diventata un’icona da vivere come il 25 aprile è l’8 marzo, in libertà.

Lo facevamo anche noi quando ai cortei si sono sovrapposte altre necessità, di amore, di svago, di vacanza prima delle vacanze. Qualsiasi urgenza “vitale” poteva essere spesa in giorni che già avevano il calore del giugno, la sabbia da mettere nelle scarpe, il primo falò e le grigliate notturne con i racconti, i motti di spirito, tutto il teatro dell’assurdo che si consumava in gruppo. Il primo maggio in piazza, con la banda e l’inno dei lavoratori, i discorsi dei sindacalisti poteva essere un preparare la partenza o il sancire il ritorno, spesso il secondo, dopo aver preparato con cura certosina e ilare il ponte al mare che lo precedeva.

Tu nonl ricordi di nulla, hai scelto di vivere altrove e in quella parte di mondo dove si radunano i vecchi ancora desiderosi di essere giovani. Anche lì si festeggia il primo maggio ma sono sicuro che non ci a drai, sceglierai il vestito da mettere alla festa della sera, il ristorante e la compagnia sarà sempre la stessa però priva di ricordi comuni e con un presente pieno di ammiccamenti da vivere.

Non sono invidioso, le vite hanno portato benessere a noi fortunati che possiamo parlarne, non ai nostri nipoti che ancora non si pongono il problema di cosa sia il lavoro e del perché debba avere una festa vista la precarietà che lo circonda. C’è un tempo per ogni cosa, per noi è stato così e il tempo della festa entrava nel calendario come una eccezione che lo muoveva, lo faceva folleggiare, esprimeva passioni che si comunicavano nel privato. Tu la ricordi quell’energia allegra che rendeva possibile ogni cosa, che faceva sognare e toccare con mano il futuro unendolo lieta ente al presente?

Credo che ormai per te queste cose siano mutate in questi gerontocomi dove il mondo è bello, i servizi a disposizione, purché si abbia una rendita sufficiente a pagare la nuova giovinezza. Hanno un effetto annichilente per la memoria ed è giusto che sia così perché gli altri i rimasti, i sopravvissuti, i coetanei a basso reddito si dibattono ancora in problemi e ideali più grandi di loro. Pensano ai figli e ai nipoti, all’ambiente e alla follia della guerra, pensano ai pericoli della tecnologia sen, a etica e all’inflazione che alleggerisce la spesa. Hanno ricordi di cui sono contenti e passioni che non si sono spente, parlano con persone che non conoscono chiedendo della loro vita. Con allegra delicatezza, vivono cercando di capire dove hanno sbagliato perché il mondo non sia migliore. Festeggiano anche se la parola lavoro ha oggi un significato diverso, vanno in piazza, cercano di capire e ancora festeggiano assieme Con i compagni di una vita di battaglie perdute a mezzo.

Fanno cose che ora giudicheresti strane, e ridono con le protesi pagate a rate, ridono perché sperano e non si sono stancati di stare dalla parte che perde ma è quella giusta e così ogni tanto, con fatica vince. C’è un tempo per ogni cosa, verrà il tempo buono che abbiamo preparato anche in quei lontani giorni felici.

apolidi in patria


Alcuni di noi, io ad esempio, abbiamo una Patria, un paese che amiamo, una cultura comune. Sappiamo cose, magari non tutte così precise, e non tutti le stesse. Ci formiamo idee, un’analisi della realtà, pensiamo soluzioni. Di sicuro non abbiamo, da molto tempo, verità assolute e il relativo ci sembra un buon modo per accogliere differenza e ragionamento contrario, ma pretendiamo rispetto. Per i principi fondanti, ad esempio, che se tali non sono il palazzo sociale barcolla, non è più casa comune e a che serve un paese se non ha principi, rispetto e solidarietà? Ciò vale per noi e per chiunque. E nel rispetto sono comprese le regole che devono valere per tutti, prima tra tutte la verità dei comportamenti. Per questo e per altro, non ci piacciono i furbi, quelli che dicono una cosa e ne pensano un’altra, quelli che cercano di fregarti dicendo e ritrattando. E neppure gli arroganti ci piacciono perché usano la forza per imporre verità non vere. Non ci piacciono gli irresponsabili che dicono cose che non faranno, oppure fanno guai e li attribuiscono ad altri. Non ci piace chi la racconta pressapoco, chi imbonisce, chi prende in giro la speranza comune di star meglio.

Sappiamo che la colpa di ciò che accade non è sempre altrove, che un motivo per tutto non giustifica niente, e quindi facciamo autocritica. Spesso. L’onestà ci sembra una precondizione in ogni rapporto, e non è un fine. Bisogna essere onesti, anche con se stessi. Vediamo i nostri limiti, sappiamo che sono importanti, però abbiamo sogni grandi e piccoli, vecchi e nuovi. Sappiamo che il mondo è complesso, che bisogna semplificare le cose per capirlo, ma nessuno di noi banalizza la realtà e sappiamo che semplificare è difficile e non lo si fa a colpi di slogan e tanto meno con l’accetta. Pensiamo che ci sia un primato del capire e dell’intelligenza nel fare, e che quest’ultimo abbia bisogno, almeno, di essere pensato.

Siamo stanchi degli annunci, vogliamo partecipare e l’abbiamo sempre fatto. Oggi siamo coscienti che i problemi sono la pace subito in Ucraina e altrove, prima che deflagri il disastro. Vediamo il pianeta che degrada rapidamente e crea nuove povertà oltre al pericolo di annientare la specie. Cogliamo nella realtà la società che non rispetta i principi, che pochi sono molto voracità e generano diseguaglianza, affievolirsi della solidarietà, corruzione, malaffare. Pochi che interpretano la legalità e il rispetto delle regole solo a loro favore e tolgono a tutti parti importanti del bene comune. Essere umani, vivere assieme in libertà ed eguaglianza non sono parole devono valore ovunque e comunque.

Per noi le istituzioni non sono immutabili, ma sono il nostro patrimonio e baluardo democratico comune e quindi pensiamo si debba agire partendo dal rispetto del futuro e del presente nel modificarle, che ogni fascismo debba essere bandito dalla concezione individuale e collettiva, che ciò che è stato conquistato a duro prezzo di sangue e sofferenza, libertà e democrazia, eguaglianza ed equità, legalità e dignità umana siano fondamenta intangibili della casa comune.

Abbiamo un Paese che amiamo, una cultura e volontà comuni e non siamo pochi eredi di quella che non a caso si chiama lotta di Liberazionema, non abbiamo più una parte sociale e politica forte che riconosca che le fondamenta comuni vanno sempre difese. Temiamo di non avere più un partito in cui riconoscerci e pur essendo tanti, ci sentiamo soli in questa lotta dove resistere è la condizione per non sentirci apolidi in Patria.

un mandala fatto di silenzi, di gesti, di parole

Le parole giuste sono quelle che hai dentro, quelle che non dici per timore che vengano fraintese e quel tacere costretto è educazione appresa, inculcata senza possibilità di replica, non libertà d’essere.
Allora scegli di scrivere anziché parlare, ma le parole si piegano alla sintassi e diventano altre. Così generano insoddisfazione e non corrispondono a quelle che hai dentro. Sono irte di significati spuri e devono essere levigate, con pazienza, come fa il mare con la pietra e il legno, con le sue creature fino a ridurle in pulviscolo d’anima. Questo è il sentire del mare e tu il mare lo possiedi e ne hai la pazienza operosa. E se a volte sei stanco e tutto sembra inutile, parla dopo il silenzio che osserva. Taci e prendi appunti sulla carta, guarda il segno e la parola, rendila morbida nel tracciare, per non snaturare quel che provi. Questo sarà il tuo ormare un nuovo lessico per quando deciderai di parlare. Un dire che parla con i gesti, che fa quello che più t’assomiglia, anche in silenzio perché basta l’alzare di sopracciglia o il morbido posare della mano aperta, per dire ciò che è stato pensato.

Guarda i gesti gentili, consueti, del vestirsi con cura e leggerezza. Pensa che sono stati prima appresi e poi cambiati e fatti propri, sono parte di una meditazione, di un verseggiare muto che si modifica per sovrapposizione, sino al risultato. Un mandala composto su di sé per portarlo tra altri, o solo per sé, e come sempre da disfare e ricomporre all’infinito.

Scrivilo questo mantra aperto alla tua anima, fa che rappresenti te stesso e che aggiunga parole e gesti, secondo i giorni. Che sia un poema che non finisce e che reciti sottovoce quando la solitudine prende il posto della leggerezza.

Scrivi con tutto te stesso, con la parola, il gesto, l’abitudine consapevole, vesti la tua anima di te.