entomologia politica

Guardare le cose accadere senza curiosità, per necessità di logica, stupendosi solo quando essa non rispetta i suoi principi; oppure osservare col compiacimento del già visto che semplicemente riaccade. Così si esce dai partiti per esaurita pazienza, rendendosi conto che si è diventati spettatori, perché partiti significa essere di parte, averla come appartenenza ed essere in un progetto di cambiamento, possedere un’analisi che deriva dalla conoscenza e dei principi che non siano solo parole senza fatica. Uscendo dai partiti non si esce dalla società, semplicemente si constata che nessuno risponde più a quello ce si ha in testa e si vede. La società resta intrinsecamente politica, con i suoi assensi e dissensi, con la sua inadeguatezza a ciò che è chiaramente giusto ed equo.

No, la società rimane e si può guardare mentre i partiti si muovono in una sorta di entomologia politica dove classificare, attribuire, famiglia e genere diviene l’attività preferita dell’elettore. La repubblica, come nelle raccolte di insetti potrebbe essere mostrata in teche che illustano evoluzioni e singolarità, sapendo che tutti volavano, succhiavano, facevano nidi, prolificavano, mangiavano ed erano mangiati. Diventano presenze che s’assomigliano e che hanno funzioni simili nel loro evolvere, ma non sarebbe storia. Meglio le raccolte di francobolli che mostrano per serie e per ordinate pagine il ricordo, più che il significato profondo di ciò che assieme abbiamo vissuto e che non poneva dubbi sui significati di parole come destra, sinistra, cambiamento.

Questo Paese ha conosciuto qualche ebbrezza, ma è rimasto familista, conservatore e democristiano, intendendo con l’ultima definizione l’innata tendenza a conciliare tutto in una medietà che non muove le cose, che perdona se ha un vantaggio esattamente come premia, che confonde il dirittò con la carità e aiuta i poveri ma non cambia definitivamente la loro condizione. Osservare adesso le serie di francobolli del lavoro degli anni ’50, o quelle dei personaggi che hanno fatto grandi cose, ma sono ormai solo un nome, è capire che non esiste più un glossario comune, ma solo le figurine del passato. Di un passato che ha generato speranze, modi di essere, aggregazioni confluite in comprensione comune, ma ad certo punto, tutto questo ha iniziato a rallentare, anche nell’agone politico, invischiato in una realtà che era commedia dell’arte con il furbo, il credulone, l’avido, il disonesto, il buono, l’evasore, l’illuso, il cinico, l’indifferente, l’entusiasta. Questo solidificare i ruoli e le azioni ha determinato la società e la crescente indifferenza verso ciò che era progetto solidale, che poi significa il proliferare delle solitudini e della disperazione di cambiamento sociale versoil giusto, l’equo, verso il rispetto del bene comune. E tutto questo non è stato un improvviso bagliore, ma la lenta acquiescenza al non contare nulla, preferendo l’inazione o l’astensione dalla protesta e infine togliendo dalle due ideologie in campo, la destra e la sinistra, solo la seconda perché per sua natura essa è radicale o non è.

Diventare governativi non ha significato governare il cambiamento, ma impedire che le cose mutassero troppo e lo stesso significato di partito ha perso consistenza perché non era più rappresentata la parte nelle sue necessità e bisogni comuni.

Così si diventa entomologi politici e si guardano le cose agire, diventare fatti, con la stessa curiosità che si riserva al già visto e a ciò che non muta: uno sguardo classificatorio, un ragionamento rapido sulla novità e poi la testa si porta altrove.

lettera 6

Caro dottore, vado al nocciolo di quanto ho pensato: non si può conservare immutabile (mi verrebbe da scrivere integro) ciò che abbiamo sentito o sentiamo e che ci spinge a costruire cose importanti o banali, che sono parte necessaria delle nostre vite. I nodi che vorremmo sciogliere, i bivi a cui vorremmo ritornare, per scegliere un’altra strada sono parte di questo nostro costruirci e trovare il modo perché essi diventino forza positiva implica che si riesca davvero a cogliere la ragione di allora. E per farlo dobbiamo fidarci della nostra buona fede. Quando penso alla mia vita, ho un’ immagine ed è quella di un vaso di porcellana. Ne vedo forma e colore e posso maneggiarlo tra le mani apprezzandone la levigatezza, ma so anche che esso contiene ciò che sono e che per estrarne qualcosa di indesiderato, dovrei romperlo. In un certo modo l’ho fatto e poi con pazienza l’ho ricostruito. Questa tecnica Lei la conosce, ma preferisco il suo nome giapponese kintsugi che porta con sé il rispetto sia dell’oggetto che dell’amore che lo lega a chi lo possiede. Ho saldato in oro e ho rimesso all’interno il contenuto, scoprendo non poche incongruenze, ma erano il legante di fatti e di scelte, toglierle avrebbe annullato il senso, non degli errori, ma di pezzi di vita. Non pochi di quei pezzi si nascondono e non vogliono essere ricordati ma so che ci sono e che a suo tempo furono scelte necessarie, controverse, opinabili, forse sbagliate, ma mie.

Non si aggiusta davvero nulla del contenuto caro dottore, ma solo il vaso e forse il suo messaggio era quello di annodare più che sciogliere, passato e presente. Ripensandoci ora mi rendo conto che scendere nel profondo significa anche perdonarsi e portare innanzi ciò che ci sembra importante da vivere.

Credo che non poco di quello che rende incerte le vite si basi sul confronto tra il passato e il presente e che tutto questo vada verso una domanda ovvero, qual è l’impronta che si vorrebbe lasciare nel mondo? Immagino sia accaduto anche a Lei: quali e quanti sogni ha sommato sino a farli diventare materia e poi che opinione ha avuto del segno che essi avevano lasciato? So che non risponderà e i suoi silenzi hanno sempre un valore, comunque dicono. Abbiamo parlato spesso del fallimento, dell’essere a un passo dalla meta e poi vedere che ciò che si è costruito si sgretola. Quando questo avviene, tutto quello che lo ha preceduto non perde concretezza, ma finisce in altre mani. Il fallimento è un proprio sogno realizzato che useranno malamente altri, sino a distruggerlo e dell’impronta che si sarebbe voluta lasciare attraverso esso non resterà nulla. Questo genera il senso della sconfitta e la disperazione che dilaga su altri pezzi della propria storia. Se si usa misericordia (uso questa parola dal vago senso religioso come comprensione e assenza di colpa) nei confronti di se stessi, restano le cose importanti. E’ come se il rasoio di Occam della vita personale tagliasse tutto quello che non è necessario per essere vivi e importanti a se stessi. Ma è anche un passare dalla dimensione che coinvolge altri a quella personale che fa il bilancio con la propria storia. E allora dovrei parlarle della fiducia, del sentirsi traditi, della delusione e di chi ha deluso e delude e se guardo lo specchio, dovrei anche dirle, chi deludo senza pensarci troppo. Quando sono venuto da lei evidentemente c’erano due motivi, non avevo le idee chiare e volevo reimpostare la vita senza ripetere errori recenti o più lontani. Non pensavo troppo alle ragioni ma molto agli effetti, la domanda era: perché sono così come sono?

Questa sarà la riflessione della prossima lettera, ma un accenno vorrei farlo perché si lega a quanto sopra ho pensato sulla vita, gli errori e i suo dipanarsi. Parlare di fiducia significa mettere in campo un rapporto profondo anche con se stessi: ricostruire il vaso e mettere un titolo a qualcosa di complesso che è volontà, bisogno, ricordo. La delusione innesca tutto questo dopo aver distrutto. Ha toccato molto di sensibile ma lascia qualcosa, spesso molto, di integro in noi. Forse il suo mestiere sarebbe far venire alla luce quell’integrità che è ciò che ci riconcilia nel profondo.

Le auguro una buona serata.

, con alcuni riferimenti precisi e contestabili, per discernere se esista la possibilità di felicità

Ci sono età che possono non finire mai, ma se per caso o volontà non rara, accade ch’esse finiscano, si sgretola un pezzo di ciò che ci costruisce. L’adolescenza e la giovinezza, ad esempio, consentono di avere illimitata fiducia nell’amore e nella poesia. Tutto in esse è possibile e spesso gratuito. Non c’è consequenzialità tra azione ed effetto se non per insegnamento esterno, spesso sporcato di buona volontà e sentimenti, ma distante dall’unica nozione che dovrebbe essere insegnata ovvero la distinzione tra bene e male e non fare ad altri ciò che a te fa male. Quando prevale l’età sui condizionamenti, la magia può essere integra nel generare sentimenti, desideri, gioie apparentemente immotivate, passioni. Non tutto è eguale, ma forse è l’età più vicina al sentire del possesso di un’etica interiore che conduce alla felicità. Il bene e il male, ovvero la costruzione del vivere e il tradimento si affrontano, ma ciò che ne esce non è mai definitivo, anzi ha spesso una riserva oltre la disperazione. Però è anche la stagione degli assoluti, dove tutto si acutizza, dove servirebbe aiuto e non precetti e più profonde divengono le influenze di chi cerca di inculcare, sostituire morale a vita, evitando il dubbio e il senso del bene e del male. Nella ricerca dell’innocenza connessa al proprio vivere, la disponibilità all’ascolto è elevata, viene chiesto di formare un sistema di valori dove il grave sia davvero tale e il lecito sia molto esteso e clemente per chi impara a vivere. Perseguire un bene nell’età della ricerca di sé, ricorda l’ uccello che si tuffa nel profondo, trova, e riporta in superficie ciò che s’era nascosto. E lo sente come un valore grande, perché coincide con sé. La domanda quando ci si stende nel lettino dell’analista è: chi ci ha tolto tutto questo, chi l’ha deviato, trasformato, chi ha fatto diventare male ciò che era bene e ha piegato il giudizio non verso una maggiore innocenza ma verso la paura che ciò che si vorrebbe fare non solo non è lecito ma è gravido di conseguenze.

Ognuna di queste domande attira fatti e parole, individua luoghi e interi sistemi di vita che sono stati offerti come soluzione e salvezza al prezzo non del discernere tra bene e male, ma dell’aderire a un conformarsi dell’essere e del vivere. E’ sempre una lotta impari e la via che faticosamente viene trovata è un compromesso che lascia macerie, ma permette una scelta: quanto della mia adolescenza e giovinezza voglio portare nella mia vita?

Nel meditare convulso che precede una scelta, la quantità di giovinezza rimasta fa la differenza, mantiene una fantasia e apre al futuro. Il richiamo che obbligava alla prova dei fatti, non c’era. Era un abbaglio. Dovremmo dire quante volte ci è accaduto di vedere con la coda dell’occhio l’amore che fuggiva, il cielo che perdeva luce perché questi sono indici di perdita della possibilità d’essere se stessi.

Di notte c’era sembrato che una voce pronunciasse una parola desiderata, ma sapevamo che accendere la luce, avrebbe illuminato la nostra solitudine difficile, proprio perché qualcosa si era smarrito in un baratto senza contraccambio. Ma se quell’età, così libera e poetica, è rimasta in noi, anche se poca, può ricominciare a vivere e attendere la giusta voce, lo sguardo che ama, la mano che, in punta di dita, accarezza. E si capisce che nel nostro profondo c’è la libertà di quell’attimo infinito contiene la felicità.


scipione

Ormai c’è questa abitudine di dare un nome non solo agli uragani, ma anche alle condizioni meteo particolari e pare che stiamo scivolando nelle mani di scipione, ossia un gigantesco risucchio di temperature dai deserti del nord Africa che arroventeranno l’Europa e l’Italia nei prossimi giorni. Una decina di gradi in più per questa pianura padana che già spara sul granoturco e le culture l’acqua che ha, ma che non sa prevedere o vedere ciò che l’attende per il futuro. Terra di fiumi, di temporali, di grandine e di sole cocente, con nevi e ghiaccio d’inverno, ora si chiede, la pianura, cosa accada che altera il suo succedere di stagioni e di cieli. Oggi era grigio, ma ieri e l’altro ieri non c’era una nuvola. Mi è tornata a mente una visita in Palestina di parecchi anni fa, quando la mattina mi alzavo e guardavo il cielo di un azzurro intenso, senza neppure una nube, le prime mattine ero contento, poi cominciavo a sentirmi a disagio e pur percorrendo da Gaza a Nablus il territorio, mi sembrava che oltre alla minaccia sospesa per aria ci fosse una angoscia lieve ed inespressa. Non c’era minaccia di pioggia, faceva caldo, ogni incontro era in ambienti in cui c’era aria condizionata.

Dovrei aggiungere che la presenza di armi, esercito, milizie un po’ ovunque accresceva l’idea che ci fosse una disgiunzione tra la natura e i monumenti, spesso bellissimi, il cielo, la pioggia, il verde, l’erba che non c’era e invece altrove cresce spontanea e s’ingrassa dei nutrimenti che stanno nell’acqua. Quello che capivo allora erano le anomalie dei “mari” interni che si svuotavano a vista d’occhio e quelli che addirittura sparivano. Dov’era il mare di Tiberiade, quello in cui pescava Pietro, se ormai era poco più che una depressione umida. Un ministro palestinese mi disse: la prossima guerra la faremo per l’acqua prima che per la terra. Ciò che capivo allora è la stessa sensazione che provo adesso quando vedo le secche del Po, le isole che emergono in mezzo al fiume, la sabbia che si lascia prendere dal mare che ormai risale per decine di chilometri la foce e insterilisce ciò che tocca perché il cuneo salino ha bisogno d’altri alberi e altro verde.

Guardo il cielo grigio che gronda umidità, ma non piove e aspetto scipione che farà lievitare il prezzo del pane, della verdura, della carne. Abbiamo chiuso gli occhi e comprato condizionatori, ci siamo chiusi in fortilizi che restano gabbie e non migliorano l’ambiente esterno. Se i soldi delle ristrutturazioni a fini energetici fossero finiti in nuovi bacini di raccolta per le acque di prima pioggia, se i livelli delle falde fossero stati tenuti come preziosi e non inquinati dai nostri rifiuti, allora anche scipione sarebbe più clemente, ma abito in una regione dove tre province e oltre un milione di persone si è bevuto con l’acqua del rubinetto gli PFAS prodotti da una azienda che oltre a inquinare con i propri scarti vendeva prodotti destinati a essere irrorati sulle culture agricole. Quindi doppio inquinamento, protrattosi anche oltre l’evidenza. Ora li abbiamo nel sangue un po’ di quei composti chimici, e quelli che abitano vicino al patrimonio UNESCO delle colline del prosecco avranno altri composti nel sangue, perché comunque il prodotto irrorato non verrà mai recuperato interamente prima di finire nel ciclo dell’acqua.

Perché dovremmo preoccuparci di scipione che fa il suo mestiere, ovvero riempie i vuoti lasciati dai nuovi cicli delle alte e basse pressioni. Non ci preoccupiamo, come non pensiamo alla Siberia in fiamme o al permafrost che si scioglie. Sono le persone potrebbero riprendere in mano il proprio destino e il ciclo del clima, quelli che non hanno difese né condizionatori, quelli a cui l’acqua manca già da ora ed è inquinata. In fondo tutto questo non vedere, girarsi altrove è sintomo che la cultura del presente sta vincendo sulla specie, che il signore del mondo esercita la signoria contro se stesso e ignora, vuole ignorare, che ogni azione ha una conseguenza, solo che un tempo c’era modo di riparare ora sembra tocchi ad altri e chi siano questi altri non riesco a pensarlo. Le mie sono considerazioni che tutti conosciamo, banali nel loro incedere sulla carta e le stesse parole sono insufficienti per dare una speranza, una via d’uscita che non sia radicale. Mi resta la sensazione che ciò che stiamo trasmettendo ai nostri figli contenga una colpa grave, che non c’eravamo e abbiamo visto quando tutto questo è accaduto, allora davanti alla domanda : ma tu cos’hai fatto, resteremo muti perché abbiamo solo assistito e rimosso, quando ancora il destino non era scritto.

il bisogno e la differenza

Spesso sono gentilmente sgradevole. Percepisco la differenza tra domanda e risposta e sento la sgradevolezza dell’asintonia. Può accadere anche a me stesso, quando non mi sopporto, quando vedo il tempo sfuggire e ciò che volevo si dissolve. C’è il bisogno e la differenza della risposta al suo esaudirsi o mettersi da parte. Già il fatto che questa condizione del mettere da parte si ripeta, testimonia non solo che viene riempito il vaso dell’insoddisfazione, ma che i bisogni sono mal diretti, che la loro genesi ha elementi di guasto che li rendono ardui perché prima dovrebbero riparare se stessi.

Sono spesso gentilmente sgradevole per insoddisfazione. Non pare perché l’educazione e la gentilezza sono delle ottime maschere, ma sono asincrono rispetto al discorso, alla presenza, alla voglia di essere in quel posto, con quelle persone, in quel momento e rendersene conto è quasi un ribadire una convinzione, silenziosa, che si oppone, non facendo. Tutti raccattiamo globi scuri di negatività. Contrattempi, deviazioni del tempo e dello spazio dalle nostre agende, ma è anche l’implicito, il dovuto, il molto non richiesto, ciò che genera scontento. Dove confluisca questo nostro scontento è difficile sapere, sceglie la via più breve: chi è debole, chi per amore o distrazione, non si difende, comunque si manifesta con chi è vicino.

C’è la scelta tra l’assenza, cioè l’essere distante mentalmente e l’essere troppo diretto nelle parole, mostrando i sentimenti che le muovono. Qualcosa che metta una barriera senza metterla, che giustifichi il silenzio o il parlar d’altro, le scelte inattese, i rifiuti o l’improvvisa acquiescenza dopo essere stati contrari.

Silenzi e parole si equivalgono, sono entrambi rappresentazioni di qualcosa che non è andato per il giusto verso e non può essere detto. Sembra tutto così naturale e sbagliato perché questo mostrare due verità attraverso una finzione, un rifiuto, un’assenza, è insieme, bisogno di comunicazione profonda e la sua violazione, anzi il salto, delle regole che sovraintendono i rapporti tra le persone. Vorrei dire fino in fondo i motivi del mio malessere ma mi metterei in imbarazzo e lo trasmetterei, perché ciò che emergerebbe è la vera visione di ciò che sono, desidero, vorrei essere. Conosco -e conosciamo- la natura dei silenzi che non riflettono pensiero ma si sentono macinare speranze, attese, pensieri intrisi di concretezza, come fossero carne viva. Li sentiamo questi silenzi colmi di imbarazzo e di parole, sintatticamente perfetti, devianti e sfumati nelle risposte vaghe che tendono a troncare l’ulteriore discorso.

Spesso sono gentilmente sgradevole per inadattabilità, per coscienza di una differenza che ha valore per me solo e che stancamente dice di sì solo per evitare la fatica dell’ennesimo obbligo a spiegare prima di una negazione. Questo fa pensare che essere non conformi, poco adatti, arrogarsi una differenza, sia una fatica che molti vantano ma pochi praticano e conducono nel profondo di se stessi.

Essere poco adatti significa vivere in un universo sfasato e bisogna capire che non adattarsi ha un prezzo anche quando ciò che si fa è utile e senza richieste. Tutto dovuto? No, se si sceglie di seguire se stessi, sapendo che in questo caso la tranquilla sicurezza dei doveri sfuma e resta la responsabilità di armonizzare ciò che si è davvero con chi vogliamo sia parte di questo fare ed essere comune. Spesso non funziona e c’è la solitudine. Le idee non lasciano traccia perché sono altre le regole, esplicite o implicite a regolare gli schemi di cooptazione, di accoglimento nel gruppo o nel dialogo. Allora si diventa sgradevoli nel grado che la gentilezza o il bisogno d’amore permette. Essere diretti ha un significato che taglia tutto quello che non è necessario e stabilisce un discrimine d’interesse. Chi lo sente. avverte il fastidio proprio, giudica negativamente una presenza, un rapporto, in fondo ha capito ma il salto ulteriore, ovvero comunicare, è una sua scelta. Resterà un’impressione, altrimenti, oppure quella sgradevolezza si scioglierà in qualcosa di profondo che riguarda entrambi, perché due simili si sono riconosciuti.

il vento del caso

 

il vento del caso soffia dove c’è un golfo che lo accoglie,

un albero che agita le sue foglie per riceverlo,

una terra che vuole essere accarezzata,

e uomini che guardano il mare

sentendo il corpo che toglie peso.

Giocano con un pensiero

lo lasciano mutare in piccole gocce di senso,

poi allargano le mani, chiudono gli occhi,

e spesso vedono il futuro.

 

polvere come talco e ferro

Le scarpe hanno ancora la polvere del Carso. Rossa, fine come talco, si è fissata sulla punta che aveva sopportato la pioggia. Ricordano l’Africa questi luoghi dove tutto è antico e stravolto da una guerra che non si sarebbe dovuta combattere. E la roccia è un carbonato finissimo dilavato dalle piogge e rappreso in forre, cavità e pozzi, grotte scavate dall’acqua, doline. La terra si genera con questo minerale che si mischia con le parti organiche e diviene terreno arduo ma generoso di umori, con un vino, il terrano, che è minerale anch’esso. Ricco di tannino e da diluire con la carne da brace. Doline, verde fatto di quercioli e di miriadi di altre specie vegetali con rami forti e legno denso.

Percorrere un sentiero è mettere i passi nella storia di confine. Tomizza abitava a due passi da qui e davvero la vita eterna si sente in questi luoghi, eppure qui si è combattuto tanto aspramente e inutilmente che il terreno sembra rosso per il ferro che è disseminato ovunque ma soprattutto per il sangue di centinaia di migliaia di vite giovani stroncate. Contadini contro contadini, di tutta Europa che avrebbero potuto costruirla quella nazione unica, fatta di fatiche, di migrazioni interne, di terreni dissodati con fatica e di capolavori, di genio, di inventiva, di lingue che non si fondono se non nel canto. Avrebbero potuto costruirla cento e più anni fa, mettendo assieme i calli delle mani, le pance vuote, il rimpianto dei luoghi abbandonati, le pietre accatastate nei muretti a secco o cementati nella malta in case dai muri grossi come fortilizi e incentrate in un camino dove la vita si alimentava e resisteva alla bora, al freddo e alla neve che d’inverno non si cura delle previsioni del tempo. Avrebbero potuto costruirla nella differenza l’Europa, nell’apprendere la lingua dell’altro, come fanno i bambini per gioco, nel mescolare le tradizioni e le identità per tenersi le vecchie ed averne di nuove. Andare avanti così, con un piede che spinge la vanga tra sassi e terra rossa e l’altro pronto a camminare per andare e poi tornare in ciascuna piccola patria. Una nazione che sapesse la precarietà di cosa c’è sotto il terreno che sostiene la vite, da sapore al cavolo che poi verrà fatto fermentare, che distilla l’acqua come fa l’alambicco che gocciola alcool e sapore nelle grappe uguali e diverse dappertutto. Avrebbero potuto fare un’Europa di uomini e donne, usi alla fatica e alla bellezza, gente forte, orgogliosa di essere ciò che è, diffidente e pronta ad aiutare una povertà. Costruire una nazione dove secondo le leggi dell’abate Mendel, il colore degli occhi si sarebbe mescolato e poi sarebbe tornato a risplendere, i visi addolciti e ben segnati nei lineamenti, le mani e le altezze dei corpi sarebbero stati il ricordo , assieme alle lingue, ai mille diversi significati di ogni etimo, che quei luoghi erano un unico luogo di tante patrie e di tante genti, ma unite dallo stesso amore per la terra, per la bellezza, per lo spirito immortale che porta con sé ogni fluire di abitudine inveterata.

Le case sono basse, senza la pretesa di sfidare il cielo, utili alla vita quotidiana, custodi di calore, affetti, pensieri, assieme al grano, all’orzo, agli animali e le verdure che sono una appendice del sapere che si trasmette piallando un’asse, sagomando una trave con l’ascia, costruendo un mobile con il noce vecchio, ché quello nuovo ha ammucchiato frutti carnosi in sacchi sufficienti per i dolci invernali. E poi mele da inverno, nocciole, mandorle, rami di cumino da far penzolare dai travi, fagioli e piselli secchi per zuppe forti da mescolare con le verze dell’orto. Case, la terra difficile, le doline, i sentieri che ora si percorrono per il piacere di essere sempre nel verde, mentre da non molto lontano arriva il salmastro del mare che a volte la bora scava e getta in aria come stesse giocando sulla sua spiaggia, dove gli uomini non osano andare. Case basse, chiese senza grandi pretese, un crocefisso, pochi santi e la devozione, forte anch’essa, che chiede serenità e lavoro pacifico da accumulare negli anni.

Poteva essere Europa, anzitempo e invece, guidati da ordini incomprensibili, contadini hanno condiviso la terra e il sangue con altri contadini. Qui si legge la differenza tra città e campagna, tra le diverse fatiche e il diverso pensare le vite. Gli ideali sono spesso così radicati da restare al limite della diffidenza se c’è l’antica legge per cui lo straniero non è veramente tale perché prima è uomo. Ma dove questi pensieri semplici diventano potere, possesso, necessità senza limite, allora tutto si frange e la terra si spoglia d’alberi e si riempie di lampi e di morte. Le pietre costruiscono trincee, i muri delle case vengono sbriciolati e pongono la vita eterna dei luoghi e delle persone in tane da intridere di sangue. Ordini urlati, reticolati, scoppi di granate e neppure il mare si sentiva più.

Poteva essere Europa, ora è un luogo bello in cui le persone ricordano nei cippi, nei cimiteri, nel rumore che fa la vanga quando incontra una grossa scheggia di ferro nell’orto, e si semina comunque, cresce la verdura l’insalata, i cavoli e i fagioli. Passano persone che camminano dove c’è stata una battaglia immane, ma non si vede nulla, dove sono morte 80.000 persone in pochi giorni. Solo verde, doline, quercioli e erba alta che il vento muove credendo sia il mare. Cammino e ho voglia di piangere, non lo so perché oppure lo so ma non è il caso di dirlo ad alta voce perché quel nodo che s’aggroviglia è il futuro.

Poteva essere Europa. Potrebbe essere Europa.

lettera 4

Caro dottore, non credo abbia letto i miei ultimi scritti, o forse l’ha fatto , ma come da copione è rimasto silente. L’ultimo l’avevo scritto seguendo un filo che pensavo le sarebbe piaciuto, con considerazioni diverse, eppure legate sotto la superficie di argomenti che sembravano buttati. Non accade questo ai nostri pensieri inespressi: seguiamo una traccia che muta ( mi verrebbe di scrivere, cangia, perché ha un significato forte e colorato, come certi galli che faceva uno scultore, Poli, fatti di ferro smaltato a fuoco e che, per vederli bene bisognava cogliere la forma nelle singole parti e poi metterla nell’insieme e associarla alla variazione dei colori che l’arte e la fiamma creavano con i pigmenti) ed è il seguire questo sentiero mai percorso che ci fa trovare fatti e considerazioni che ci riguardano profondamente. Così accade a me e così lei chiedeva, a volte, facessi, nel dire senza preordinare. In realtà non funzionava molto perché m’innamoravo sia della sorpresa d’un fatto che riemergeva ( una bolla di ricordo ), ma anche delle parole per dirlo.

Credo che il fascino delle bolle sia nella capacità di essere fragili eppure capaci di volare con una trasparenza translucida di colore e piene di un’aria di cui non sappiamo nulla oltre la trasparenza. Potrebbero essere miasmi oppure ossigeno nativo, comunque si dissocerebbero dal luogo in cui nascono, come ci fosse una purezza intrinseca e indipendente dalle cose. Così accade a certi ricordi che si riempiono di un’atmosfera che è indipendente dal luogo e dal modo in cui sono nati e quando ritornano hanno una purezza che diventa nodo e lacerazione con quanto è accaduto poi, anche in loro conseguenza. Voglio dire che, almeno per quanto mi riguarda, il non sciogliere alcuni nodi ha significato trovare poi soluzioni che li ricomprendevano intonsi. Il procedere della vita li ha incorporati come accade ai nodi in un albero, che diventano legno diverso, più duro e inaccessibile ma con una loro bellezza generatrice. Pensi alle venature che il tronco dispone loro attorno, ai cerchi sempre più larghi che mutano densità e colore. Sono parte e al tempo stesso, pensiero indipendente, rivolta e libertà, che dev’essere accolta con amore. Inglobata nella vita per renderla più forte, testimoni della nostra incapacità di risolvere un problema che ci riguardava profondamente e ci metteva in contraddizione con i nostri principi.

Ho immaginato molto nella vita, alcuni sogni sono diventati realtà, altri si sono risolti in fallimenti di cui sento ancora il peso. Il fallimento è l’aver compiuto tutto ed essere ad un passo dalla meta per poi cadere e il riprovare porta altrove, fa perdere lo spirito originario: genera qualcosa di cui ci si deve accontentare. Ma all’inizio non c’erano fallimenti, c’erano tentativi che potevano risolversi in un successo, in risa, allegria comune, anche da parte di chi era coinvolto e soccombeva, è stato poi, con l’instillarsi di regole, divieti, principi, senza un ordine che definisse l’importante dal banale, che piccole cose risolvibili (ora le penso tali) hanno elevato una contraddizione tale tra desiderio e insegnamento da travolgere lo scorrere quieto del crescere e del vivere.

I nodi si sciolgono a tempo, poi diventano sempre più stretti e la soluzione sarebbe quella di Alessandro il grande, ma a me era stata insegnata la pazienza dello sciogliere, del dipanare, per cui con le mie piccole dita, con le unghie cercavo di ripristinare una continuità che non fosse compromesso, ma corretto scorrere degli eventi. Bisogna concentrarsi in quell’età, in quei luoghi, facendosi accompagnare dai profumi, dai gesti, dalle assenze e dalle presenze. Bisogna guardare in faccia ciò per cui si è sempre distolto il volto e capire che qualsiasi cosa accadde era minuscola, priva di colpa anche se in grado di generare segreti, silenzio, dubbi irrisolti.

Pensi al suo paziente amico, cosa che non può essere per i suoi principi, non per i miei, che ad un certo punto capisce che non era importante ciò che accadde, ma che è quasi bello sia accaduto, che senza quelle tempeste sarei diverso e che ciò che è mancato davvero è avere qualcuno che rendesse naturale e possibile tutto quello che accadeva come una logica, gioiosa, progressione del vivere. Nel sogno che raccontavo, e che in diverse versioni faccio spesso, c’è la sensazione di un compito terminato ma non finito, lasciato aperto. Accade anche in certi amori che le storie non si chiudano, tutto il romanticismo di cui siamo intrisi, lo declina in continuazione nel suo narrare le vite. All’inizio erano gli eroi, la purezza raggiunta attraverso l’atto esemplare che chiudeva perché di meglio non si poteva fare, poi vennero gli imitatori che trasformarono le commedie in tragedie, ma soprattutto erano incapaci di un atto esemplare che interpretasse il desiderio silente dell’uomo di essere dio e assoluto, semplicemente perché non tocca all’uomo essere tale. Compresa la possibilità di essere molti, eguali ma differenti, non restava che un piccolo rapporto con noi stessi che diventasse identità, diversità, impronta da lasciare con orgoglio.

Lei mi dirà, che sto diluendo il brodo in considerazioni generali, un po’ è vero perché questo mi difende, ma anche lei fa parte di questo brodo, ha molte capacità da donare per condurre le persone verso la comprensione della propria normalità eccezionale, può far diventare piccolo ciò che sembrava grande, ma tutti siamo immersi in questo secolo che è stata la coda delle nefandezze compiute scientemente in varie parti del pianeta e credo che la nostra tendenza all’ allegra estinzione (per fortuna chi ha meno e fugge spinto dal bisogno non ha queste tendenze), sia un modo per conservare assieme il delirio del profitto e della crescita infinita delle cose, praticando l’abbandono della crescita interiore come sentimento comune di umanità. Se l’uomo non riesce a diventare uomo, cioè capace di umanità, che opinione può avere di se stesso. E neppure lei è fuori da questo mondo e non può renderlo migliore se non facendo capire che ci si può vivere dentro essendo diversi. Diversi e sottoposti a tutte le tentazioni, i desideri che vengono indotti, consci e quindi capaci di capire la finitezza della colpa. Le cose, i gesti, le scelte non durano all’infinito, estinguono la loro capacità su di noi quando ci perdoniamo. E di cosa ci perdoniamo? Di non essere felici a volte e sempre sereni. Insomma di non vivere dando spazio a tutto il patrimonio che possediamo nell’ironia, nel relativo, nell’allegria dell’inutile, nel piacere, comunque vissuto, nella limitatezza di ciò che si realizza, ed è sempre molto se ci riguarda.

Caro dottore, dovrei raccontarle di alcune impressioni di questi giorni vissuti con allegria, stanchezza e libertà, non di rado con commozione positiva e con molta capacità di sentire, che magari era immaginazione, ma era così verosimile che in qualche multiverso di certo sarà accaduta. Ci sarà tempo per raccontare e scavare alla ricerca di tesori. Stia bene e legga poco di ciò che non la interessa.

normalità

Non torniamo alla normalità perché la normalità è il problema. Questo sintetizza la differenza tra chi pensa a un mondo normale basato sulla diseguaglianza, sulla dissipazione del pianeta, sulla prevalenza del furbo, sulla logica di potenza. In definitiva su chi è servo e chi è padrone. Forse questa è la differenza tra destra e sinistra, tra chi si lamenta e pensa al mondo di privilegi che ritiene dovuto e chi quel mondo lo sente come nemico e lo vuole modificare. C’è una dimensione nuova della politica che si affaccia, inquietante per potenza e distanza rispetto ad ogni regola che, sia pure formalmente, prima veniva condivisa. Un potere che sovrasta i poteri e determina ricchezza e povertà, di fatto prende gli uomini eguali e li diseguaglianza. Le politiche nazionali, la nostra ad esempio, con il suo cavaliere bianco, tirato per la giacca dai grandi organismi di potere bancario e finanziario internazionale, a mettere ordine in un paese indeciso, senza bussola e poca speranza, cosa sta generando nei partiti se non la sensazione di una funzione ornamentale, marginale rispetto alle decisioni. Non è nato nessun statista negli ultimi anni, non c’è stato un passaggio del guado in cui si è trovata la Repubblica quando ha riconosciuto il proprio essere corrotta da caste e da privilegi. Il marciume che è emerso nel creare fortune e nel convivere con una malavita che pervade i sistemi che sembravano indenni, non ha creato reazioni ma nuove povertà, precarietà, dipendenze. Avere degli statisti veri significa considerare che qualcuno si schiera con essi, li sorregge, distingue tra buono e ciò che non lo è, porta al centro della propria partecipazione politica la voglia di cambiare la situazione, di rendere più equa, giusta la società. Ebbene questi statisti non ci sono, non hanno il coraggio di mettere l’interesse di tutti sopra l’interesse di parte. Allora vanno bene i partiti che portano il nome del segretario, che attendono benefici, nuovi privilegi se questo vincerà. Ma guardate il mondo, rendetevi consapevoli che mai siamo stati in una situazione così pericolosa per la specie umana, che il cambiamento climatico non è una moda, che la guerra nucleare comincia ad essere vista come una forma di conquista del potere, che l’economia non genera benessere ma diseguaglianze crescenti. Guardatevi attorno e siate consapevoli che quello che accade contiene anche noi, i nostri figli, ciò che conosciamo come bello e anche l’etica della pace come bene supremo assieme all’eguaglianza. La politica vi aiuta a leggere questa realtà? Oppure esiste un’opinione molto più diffusa che diventa realtà ed è meno coerente con ciò che davvero è importante, ovvero , la pace, la giustizia, l’eguaglianza tra i popoli? La politica oggi sembra più libera perché non legata dall’ideologia, ma è più vincolata dal bisogno di dare benefici e di restare in ambiti che riguardano una appartenenza, un io collettivo non un noi. Lo sbriciolarsi della democrazia così come l’abbiamo intesa come rappresentanza e corpus di diritti universali a favore di una costellazione di micro realtà che convergono, che si sentono vicine prima per bisogno che per pensiero. Il pensiero verrà poi, come dopo ogni naufragio, il primo imperativo è la salvezza e il noi seleziona il vicino, il compagno e poi si espande verso una forma di potere dal basso che chiede. La forma del chiedere è la differenza, se si chiede per sé, per il proprio gruppo il noi si restringe, diventa clan. Se invece la richiesta è più radicale, identitaria, egualitaria, generatrice di interessi e bisogni comuni, allora il noi si allarga, diventa necessità di cambiamento. Trasforma il bisogno in rivendicazione e ha bisogno di nuove costituzioni, di pace, di equità, di lavoro utile e pagato, di contributi che devono essere commisurati all’intelligenza, al potere posseduto, a ciò che può essere dato senza mettere in discussione la propria capacità, identità. Questo noi nuovo, largo, è di sinistra per collocazione ampia, ma è anzitutto società e l’individuo è parte di essa. Non più elemento fuori di essa ma parte integrante e necessaria. Realizza il richiamo di John Donne e la campana interpella, dovrebbe svegliarci e ricordare a tutti chi siamo.

Nulla è pari al suono della paura,

per chi la sente vicina e per chi ne è consapevole,

essere distante non libera da essa.

Qui le parole si susseguono, non mutano l’essenza delle cose,

e in più hanno un difetto: devono essere lette.

Capisco allora chi sceglie la musica, la pittura, la fotografia

o niente,

perché in ogni approssimazione ciò che può avvicinare alla verita,

al fare, alla sintesi, all’essere qualcosa che non sia passivo spettatore,

è solo ciò che per poco smuove gesti e coscienze, il fare insomma.

E sembrerà assurdo, ma per chi vorrebbe mutare le cose,

niente è un motore che non lascia quieto,

che mostra la sua misura, così piccola e dipendente

che solo la disperazione la contiene.

lettera 1

Caro dottore, il sole è arrivato improvviso con un carico inusitato di calore per la stagione. Quando, di tarda mattina, arrivavo all’appuntamento, l’androne di casa sua era fresco. Forse era l’ombra e quel passar d’aria che lo attraversava perennemente a raffreddato. Peccato lo avessero pensato come ingresso al retro banale dei garage. Non avevano visto la bellezza dei giardini rimasti nelle case cariche di storia, che attorniavano la sua. Era stata una fortuna, pensi che ho visto costruire il suo palazzo, abbattere le case piccole che affiancavano la casa del Bembo, ho assistito ogni giorno all’inerpicarsi delle impalcature assieme ai pilastri di cemento armato. La sua casa non era peggio di altre, ma aveva distrutto un equilibrio e, se permette, in una strada ricca di palazzi antichi era stonata e brutta in quel moderno da ricchi arrivati in città e ansiosi del doppio bagno e del portiere che sorveglia a l’ingresso. Non è colpa sua ma se non ci fosse stata era molto meglio. Ho attraversato spesso l’androne per mettere la bicicletta nel retro e ogni volta, uscendo, di lato oltre un muro che nascondeva terrazze e piccoli abusi, guardavo il cinema chiuso da anni, sulla cui la sommità c’era quel cinema estivo che non era mai entrato in uso, ma era un autentico oggetto del desiderio, per chi aveva la mia età e si ricordava dei cinema all’aperto. L’architetto famoso e di regime che l’aveva pensato, aveva un debole per i teatri estivi, vicino a una fascistissima casa del fascio aveva messo un’arena per 2000 persone poi diventate 5000. Insomma gli piacevano i raduni, ma erano opere pregevoli, si sarebbero potute utilizzare in una città piena di studenti e di voglia di stare assieme. Peccato che siano state buttate, assieme ai simboli del regime: non sono i prodotti che si dovrebbero abbattere, ma le idee che avevano distorto le menti, la volontà e il popolo. Si sono abbattuti i simboli e un po’ nascoste le idee, poi tutto è andato avanti senza fare i conti con quanto era accaduto.

Comunque l’architetto aveva avuto un’ idea geniale nel collocare sul tetto il cinema estivo e di certo aveva pensato alla meraviglia dei tetti che digradavano verso l’Ercole dell’Ammannati poco distante, ai palazzi e ai chiostri di quella strada stretta che sfocia a nella piazza dove c’erano le meraviglie perdute del Mantegna giovane. Non erano forse esse stesse un film, sia per l’opera perduta grazie ai bombardamenti alleati, sia per l’avventurosa impresa di ricostruzione che esigeva non poca immaginazione. Mi piaceva quel luogo che mi portava nel suo studio e pensavo che in quel fresco c’erano atomi di un passato che m’apparteneva, non ero forse nato e cresciuto da quelle parti. Non avevo respirato la polvere di quel bombardamento che aveva cancellato un pezzo di storia dell’arte, non avevo assistito alla ricostruzione della grande chiesa e bonificato di macerie e sassi quel pezzo di terra che le stava attorno ed era il luogo dei giochi e dei pensieri ragazzini di un gruppetto di amici che sognavano e trasfiguravano ogni cosa che facevano? Forse quello che lei cercava nei miei racconti era proprio nato da quelle parti e a quell’età e se c’erano stati momenti in cui qualcosa si era incrinato e poi per suo conto rabberciato, era anche accaduto in quei luoghi.

Immagino la sua pazienza nell’ascoltare le storie che si ripetono e hanno un canovaccio comune. Ho spesso associato lei, la sua mente e le sue dita che erano dietro di me e non vedevo, a ciò che faceva mia nonna con gli spaghi strettamente annodati che serravano le ceste o i pacchi che arrivavano a Natale. Lei si metteva con pazienza a districare i nodi, a togliere i sigilli di piombo, e pulire della ceralacca le lettere che venivano serrate sotto le cordicelle. Con pazienza, scioglieva e riusciva dove altri avrebbero abbandonato l’impresa, poi di quegli spaghi faceva un piccolo gomitolo o un intreccio che li avrebbe srotolati con facilità e ne riempiva scatole di latta per usi futuri, Credo di aver imparato da Lei a sbrogliare le matasse, ma anche a vederne la bellezza finché sono annodate, tanto che credo di avere entrambe le condizioni applicate ai pensieri.

Mi viene a mente in questo giorno così caldo e fuori stagione, che la vita la viviamo in attività che si concludono in sé stesse. Mettiamo da parte ciò che accade in blocchi di passato che sembrano facili da sbrogliare. Invece diventano legno da scolpire che non finisce di crescere e su cui mi sono accorto di aver steso strati di lacca bianca o rossa. Ora pezzi di vita, non rivelano il loro contenuto ma al più riflettono l’immagine di chi guarda. Ci pensi bene, perché spesso, molto spesso le parole sono il riflesso di uno specchio non il contenuto e che proprio quel contenuto per essere scalfito, aperto, riguardato forse, anzi certamente, genera la tentazione di essere nuovamente scolpito. Il passato che si cela si riscrive e ciò che si scioglie non è la frattura rabberciata, né l’ordinata scatola dei fili, ma un cesto in cui sono contenute cose che hanno sofferto il trasporto oppure sono state più forti di esso.

Salivo le scale a piedi per raccogliere le idee. Non raccoglievo nulla e tutto quello che si era affollato, che aveva fatto male nei giorni precedenti, scompariva in una brodaglia di indeterminato malessere. Se ero alla sua porta un motivo c’era, ma qual era il motivo vero? Forse per quell motivo ogni volta sbagliavo a suonare il campanello, poi sarebbe iniziata una routine che non era tale e un viaggio che non sapevo se mi avrebbe portato da qualche parte. Però non era una recita, o almeno non più di quella che ogni giorno ciascuno racconta a se stesso.