la ripresa dei lavori

Le cose furono lasciate a mezzo. Per mesi. Non c’era stata un’interruzione programmata, semplicemente i lavori furono fermati perché gli operai servivano altrove. Un badile rimase piantato nel mucchio di sabbia finché la pioggia e il vento lo permisero, poi s’adagiò piano, come per riposare e rimase fuori una mezzaluna di metallo, dapprima lucente e poi arrugginita. C’erano buche poco profonde che si riempirono d’acqua. In una, più grande, un bambino o un adulto, che andava in vacanza, gettò un pesce rosso, che cominciò a guizzare tra le erbe e mangiare i piccoli insetti che si posavano incauti. Nella baracca degli operai fu forzata una finestra e qualche attrezzo trovò nuova vita altrove. Anche i rotoli di rete metallica, prima di arrugginire, presero altre destinazioni. Restavano i mucchi di sassi, di porfido in pezzi, per la pavimentazione a incerto, lo spezzato di cava per sottofondi, i sassi e le scaglie bianche e colorate che resistevano e pazienti proseguivano l’attesa. Poi, in una mattina d’improvvisa vacanza dalla scuola causa disinfezione per invasione di pidocchi, i mucchi furono scoperti dai gruppi di ragazzetti che tornavano a casa anzitempo e visto che il pranzo era distante, pensarono che un bel tiro a segno poteva ingannare l’attesa. Presero di mira tutto quello che si poteva colpire e infine, con i sassi più piccoli, fu ingaggiata una battaglia che non ebbe né vincitori né vinti ma solo visi soddisfatti e gambe, braccia e ginocchia oltremodo sporche. Ma era argilla e terra, così le madri si lamentarono il giusto senza ricorrere a mezzi più pesanti delle parole. Intanto il cantiere si era spianato e uno strato sottile di sassi piccoli e tondi era ovunque.

Passarono altri mesi, s’ approssimava la data delle elezioni, l’assessore fece una reprimenda al tecnico comunale che si sfogò con l’impresa. Quest’ultima, a fronte delle minacce di multe per i giorni di ritardo nella conclusione dei lavori, riprese con tutti gli operai disponibili. Arrivarono betoniere che stesero un primo manto su parte del piazzale, fu posata parte della pavimentazione, create aiuole, piantati alberi e siepi, messe due panchine e imbullonate al cemento. Non c’era tempo per finire e quindi si procedette all’inaugurazione parziale della piazza con discorsi e grandi disegni esposti che ne mostravano il compimento. Suonò la banda, ci furono le classi quinte delle vicine elementari presenti, e non pochi degli alunni riconobbero e ricordarono, sorridendo felici, la battaglia e la giornata del pidocchio. Alla fine dei discorsi ci fu anche un piccolo rinfresco che le autorità assaggiarono appena, travolti dall’entusiasmo dei ragazzini. Pizzette, sfoglie salate, aranciate e biscotti finirono in tempi troppo brevi per lasciare quell’impressione di satolla felicità nei visi che accompagna ogni inaugurazione ben vissuta. Forse i ragazzini ne ne parlarono a casa della taccagneria dell’amministrazione, forse per questo il sindaco perse le elezioni, ma certamente era solo una goccia in un vaso già colmo.

Così il cantiere si fermò nuovamente, i successori volevano lasciare la loro impronta e diedero a nuovi progettisti l’incarico di ridisegnare la piazza. Sulle due panchine si fermavano anziani e innamorati, le siepi fiorirono, gli alberi messi a dimora nelle aiuole misero foglie con molta buona volontà.Quasi tutto funzionò nel verde, eccettuati un paio d’alberi che non gradirono l’ambiente e la compagnia e si seccarono con l’estate. Il pesce rosso si era salvato assieme alla sua buca, era su un lato e doveva accogliere il pozzettone per le acque bianche. Per mesi i ragazzini si erano esercitati a pescarlo senza successo, finché un operaio venuto a recintare i lavori, lo vide, lo prese con il vaglio della sabbia e lo portò a casa a suo figlio, ma sopratutto alla pozza che aveva in giardino perché è noto che i pesci mangiano le larve di zanzara e una fastidiosa specie era comparsa a infastidire le serate all’aria aperta. Dopo mesi di discussioni in consiglio comunale, una sera fu approvato il nuovo progetto con l’opposizione (che prima era maggioranza) che abbandonò l’aula alle parole del sindaco: avevate fatto una banale piazza, sorgerà un luogo di cui i cittadini saranno fieri. Ripresero i lavori. E se passate da quelle parti li vedrete ancora in corso.

l’incontro

È l’ora  che precede la sera, il sole scalda ancora. A settembre s’accorciano le giornate più velocemente ma si vorrebbe fosse agosto e così le prime luci sembrano incongrue e tristi. Come il primo brivido di freddo.
Sono arrivati ciascuno per suo conto. Tempo di pandemia. Saluti sempre troppo distanti, il calore viene affidato alle voci. Notizie, parole sovrapposte, mascherine che si abbassano.
Sulla pietra bianca della porta, in alto sopra la colonna c’è una pianta. Un cespo di verde e d’incuria. La guardavo da seduto sorseggiando, mi piaceva immaginarla vento e seme in cerca di un luogo dopo averne lasciato un altro. Sicuro e banale il primo ai piedi d’un albero, avventuroso il secondo. È la vita che ha ragioni e fa strada, così i meli sono arrivati dal Tagikistan e così sono arrivati le conoscenze inattese. Gli amici sono guardinghi e sorridenti, pronti a sedersi lontano e a tenere le mascherine fino alla birra  e poi rimetterle ai saluti. Lampi d’occhi. Mi dicevi di togliere gli occhiall da sole, perché non si vedeva l’espressione del volto. E del cuore, la vedevi l’espressione di ciò che penso o la sentivi?

Ci vediamo e salutiamo per creanza, i cuori volano col vento e pensavo agli addii insonni, agli arrivederci che non finivano neppure quando il treno era scomparso. Al vuoto che resta e non si colma se non come vuole e non come servirebbe. Le parole e i silenzi diversi dal chiasso per darsi coraggio. Nessuno andava da nessuna parte, nessuno chiedeva una notizia, c’è un prima e un dopo. Come negli amori. E mentre ascolto penso a cio che si prova nell’essere sul ciglio di un amore, alla scelta che porta nel vulcano e quella che fa tornare a un prima che è già impallidito. Il coraggio del seme serve, e la terra, poca, su cui crescere. Una alla volta si alzano,  gli amici e le mascherine. È sera di settembre, ci abitueremo alle luci gialle e a dover andare.

la quarta settimana d’agosto

Mentre passava la quarta settimana d’agosto, mio Padre tornava al lavoro. Le giornate erano diverse, continuavamo a pescare, a inerpicarci sulle dune, a giocare a carte la sera dopo lunghi bagni di mare. Tenevo il sale addosso e si vedeva sulla pelle scurissima. Non pensavo ancora alla casa di città. Gli amici dispersi dovunque. Per i racconti sarebbe bastato settembre. Il pomeriggio, nelle ore bollenti, quando non si riusciva a fuggire, stavo disteso nel letto a guardare la danza della polvere e degli acari nella luce. E in quel raggio che si faceva strada tra le imposte accostate, sembrava ci fosse un mondo mai fermo che era solo desiderio senza oggetto. Ma era la vita che premeva ovunque e beveva la realtà d’un sorso. Solo il desinare, senza mio Padre a commentare, sembrava meno sapido e noi più soli.

cose d’allora

Erano venuti a prendere la camera da letto con un carretto. Gente di campagna che aveva contrattato a lungo il prezzo. Nel caricare l’armadio, osservarono che pesava poco. Costruzioni moderne disse mio Padre, forti lo stesso. Finirono presto, avevano fretta. Il prezzo fu pagato in cucina, con un bicchiere di vino e una stretta di mano. Il giorno dopo si sarebbero sposati. Furono aggiunti gli auguri e un paio di lenzuola. Mio Padre andò a prendere la nuova camera che per sera era montata e pronta, già con la biancheria nei cassetti e la lavanda tra cotoni e lini. Mia Madre era felice dell’acquisto e credo anch’io, che abitavo nella sua pancia. Non li videro più, spero che la camera moderna abbia prodotto felicità.

non se ne esce

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Uno ne esce o non ne esce. Non dipende da lui o almeno, non da lui solo. Oppure dipende da lui e non ne ha voglia, volontà, perché star male poco è meglio che niente. È il niente che assale, che sgrana la vita. Mica siamo rocce. E poi si sgranano anche quelle e diventano ciottoli e sabbia di fiume. Giocano con le trote fino al mare, poi con i cefali mentre l’acqua spinge con dolcezza verso il buio.
Non ci si deve sgranare al buio:le cose diventano più grandi e minacciose, il tempo si allunga troppo e non serve a nulla. O almeno a nulla che non metta inquietudine, e cosi non se ne esce. Meglio dormire e pensare che la sabbia torna a riva e si ricompone nei castelli che fanno i bambini. E che luccica di quarzi e ametiste quando la luce è radente. Prima che l’acqua si riprenda tutto. Anche i castelli, i pensieri, e i ricordi. Pochi quelli. Ma mai la bellezza. E siamo vivi.

Allumer

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Il cielo sopra le case, ammucchia nubi, le dipinge di tutte le tonalità del blu e guarda le luci gialle. Sente i rumori che si sgranano nell’aria sottile, già pregna delle goccioline di rugiada che troveremo domattina. Ammassi di case e ammassi di nubi, le seconde si sciolgono e riformano con una libertà priva di timori. Le case si stringono l’un l’altra per ragione di piccole speculazioni che hanno arricchito qualcuno e impoverito tutti. Il cielo guarda e nessuno alza il capo verso la sua libertà. Le previsioni non azzeccano più, ieri doveva piovere ed è stato sole tutto il giorno. Oggi era previsto sereno ma il cielo si è riempito delle nubi in ritardo e ha lasciato enormi chiazze d’ombra sui prati.

Ho trovato una recinzione di pietra lungo il sentiero, dei dolmen a intervalli regolari incastrati in un muro di pietre da giganti. Dall’una e dall’altra parte del sentiero, fiori sfacciati a mazzi enormi, i semi non si curano dei confini. Poco oltre il bosco che si scuriva incolto e geloso dei suoi animali. Sopra il cielo, alternava il bianco, all’azzurro, alla luce piena. Un albero, tra gli altri s’è illuminato e ho pensato all’allumer, il miniaturista, che metteva tra le parole, le figure e i simboli. Quell’albero era il prescelto era stato acceso e parlava col cielo, gli altri in silenzio ascoltavano la luce.

le notti delle pleiadi

La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le pleiadi faranno fatica a mandare messaggi, così I desideri si accucciano nel fresco della sera. È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. Ricordi che si presentano e dicono di altre età. L’orologio  scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento.che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nel porto e le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte,. Mai al passato. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.

la casa vuota

In questi mesi cio chi era paziente ha atteso,
altro ha preferito andarsene in silenzio,
il frigorifero ha tenuto da conto il vino,
sugli scaffali da soli si son letti i libri,
la musica, tra sé, ha canticchiato per farsi compagnia.
Tutti hanno atteso il rumore della chiave che girava,
intanto gli schiocchi del legno han fatto trasalire la polvere,
che delusa, s’è posata dopo aver danzato nelle lame di luce.
Sembra ci sia pace nella casa di persone vuota
e invece sferragliano i vecchi pensieri che guardano a sé.
Non le basta ciò che accade attorno.
l’essere scrigno sui tetti in attesa e pensata.
Ha paure d’amante e d’amata,
fuori pare si radunino confini e gelosie sovrapposte,
ma intanto tiene mappa del vivere la pianta col verde delle foglie nell’acqua
e sommessa dice che non è solitudine,
né fallimento ciò che ancora non avviene. 
C’è possibilità d’un nuovo ordine
mentre da fuori arriva il clamore del mondo
e il tubare dei piccioni sul poggiolo.

frequentare il banale

Frequentare il banale. Per noia, incapacità, stanchezza, genio. Frequentare il banale sapendo che prima non lo era e che il tocco distratto lo rende tale. La risata inopportuna il pensiero affrettato e liquidatorio. Frequentare il banale in pochi versi che emergono dalla memoria: singulti d’una bellezza mai davvero intuita nel suo nero. Osservare il banale che annega nel gorgo della bellezza e lascia vuoti. Impossibilitati ad agire. Si dice inani ed è la sensazione che si prova dinanzi alla miseria quotidiana di ciò che contraddice giustizia, pietà, umanità. Ma il tempo è largo e contiene. Tutto. La bellezza, il pensiero, ciò che è fuggito, ed era un attimo d’intelligenza, quello che si ripete e non si guarda mentre si mostra. Il banale ha un’anima? La nostra, forse, e con questo dovremmo elevarlo, dargli il posto che merita e toglierlo da quel nome che lo condanna senza merito perché non è lui ad essere banale, ma noi.

Se, come un tempo, vi fosse un amore per ciò che ci seguirà, coltiveremmo la memoria e il nuovo nello stesso giardino e useremmo la nostra “povera casa di scarsa considerazione” * per lasciare una traccia che aggiunge e preserva. Ovvero renderemmo il banale alla sua storia, lo indagheremmo per vederne la bellezza nascosta. Come dentro a un pennello c’è il colore e il disegno, così in una penna o in un vivere attento e lieve c’è il pensiero. E tutto attende d’essere riconosciuto.

*Antonio Barbaro così edificò la memoria della sua casa a Santa Maria del Giglio

scritture

Ci si convince, ma non è vero.
Ossia, lo è per noi e per quietare l’inutile che sale alla gola.
C’è chi è bravo in questo, chi in quest’altro e sembra basti.
È per poco, ma sembra basti.
Usciamo col dubbio,
con parapioggia colorati e insufficienti quando servono davvero.
Ci si bagna e la verità appare:
era nell’indifferenza,
nel sapere che ogni cosa ha un limite adeguato
e si è scelto di mettere l’asticella troppo in alto. Mentre l’indifferente non se ne cura.
E neppure salta.
Mi dicono, ma l’ho visto per davvero, che camminava,
pioveva forte, l’acqua correva lungo le ali del cappello,
gli colava dentro la camicia, e lui cantava,
sommessamente cantava come fanno i sovrapensiero
e non accelerava il passo.
Mi è sembrato sorridesse
ed io che non invidio, l’ho amato
in quella sua vita resa capolavoro.

Tra le tante solitudini ve n’è una che non si supera ed è la sensazione di non essere ascoltati. Parlare, scrivere, dipingere, far uscire ciò che urge dentro, è comunque un bisogno ma se esso non riceve attenzione sembra perdersi in noi, tornare indietro. Questa è la solitudine afona che si genera e che è un grido nella notte, un incubo in cui al richiamo nessuno risponde. Ed è una paura che accompagna chiunque metta a disposizione un poco di sé, lo liberi dalla prigione del tenere tutto dentro.
Cosa c’entrasse questo con lo scrivere o con altre forme di comunicazione non lo capivo bene. Di alcuni particolari della casa, dei suoni che avvertivo tra veglia e sonno e venivano dalla strada capivo che facevano parte di un racconto ritmato sulle dita mentre i pensieri vagavano. E la sentivo la mano che scandiva il ricordo di un vissuto che si era poi trasfuso in altro:una tenerezza infinita verso di me e il desiderio di abbracciare chi non c’era. Un’emozione che si ripeteva e che aveva tanti testimoni silenti dentro a farmi compagnia.
Così si torna a quando i calzoni erano corti e le ginocchia sbucciate e alle meraviglia d’allora. Al cinese che aveva una valigia di fibra e vendeva cravatte vicino alla biglietteria nella grande piazza, nella confusione delle persone stanche che attendevano di prendere una corriera che le avrebbe portati a casa. C’era un addensarsi continuo di questi uomini e donne di tutte le età che avevano sguardi imbambolati dalla fatica e diventavano mucchio per poi sparire dentro una corriera che arrivava davanti a loro. In disparte si mettevano assieme le ragazze, che a gruppetti, parlavano e ridevano spesso. Qualcuna ascoltava e basta ma assentiva col capo e le piaceva la compagnia. Erano operaie, sarte, le commesse arrivavano dopo ed erano più attente al vestire, con il rossetto e quei profumi che venivano per poco ma lasciavano una presenza e si facevano notare. Tutte, prima o poi, parlavano di ciò che avrebbero fatto la domenica, di vestiti visti, di feste che erano in attesa d’ezsere organizzate. E si invitavano, si chiudevano a crocchio, arrossivano, dandosi di gomito ai complimenti dei ragazzi che poi si sarebbero seduti al loro fianco in corriera e non pensavano alla cena. Erano ragazze che come le altre persone venivano dai paesi attorno. Abitavano in case diverse da quelle di città. C’era un accenno di parsimonia nel vestire, un bisogno che si traduceva nella realtà dei maglioni fatti in casa, nei cappotti e nei vestiti costruiti da sarte volenterose. L’idea di un ritorno ai profumi forti delle cene, alle cucine scure con luci fioche per risparmiare, le rendeva magre, anche perché non c’era mai troppo da dividere con gli uomini che facevano lavori sempre pesanti ed erano di bocca buona. Nessuna di loro aveva idea di cosa accadesse vicino a loro, nel Paese e tantomeno nel mondo, aspetravano che la vita mantenesse le promesse. Se arrivavano prima e non di corsa per non perdere la corriera, si avvicinavano al cinese quando dovevano fare un regalo al moroso. E allora lo vedevano, si accorgevano con sorpresa che era piccolo, giallo e vestito di tutto punto, elegante e sempre allo stesso modo. Tutto in piccolo fuorché il nodo della cravatta, grosso, spesso sgargiante, all’americana, oppure con righine sottili, all’inglese. Come non ci fosse un modo italiano di mettere insieme i disegni di quella striscia colorata. Si accorgevano che la cravatta era un po’ rialzata dal fermacravatte e spariva in un panciotto della stessa stoffa del vestito, che sostituiva le erre con la elle e che sembrava sorridesse sempre. E che la valigia era grandissima per lui e che poggiava su una di quelle seggioline di legno con la tela a righe che si usano al mare e dentro la valigia c’era un tripudio di colori arrotolati che aumentavano a dismisura le possibilità di scelta. Quasi nessuno comprava e verso le otto e mezza, con l’ultima infornata di commesse inghiottita dalle corriere, la piazza si svuotava. Noi ancora finivamo i giochi d’estate, a lato della piazza c’era il sagrato della chiesa, così mentre tornavo verso casa a volte lo vedevo rimettere in ordine le cravatte, le spille sciorinate e fatte brillare come fossero oggetti di gioielleria e mi fermavo per vedere come avrebbe chiuso quell’enorme valigia. Il cinese, disponeva senza fretta, guardava il risultato e poi abbassava il coperchio, faceva scattare le serrature e come per magia, compariva un piano con ruote. Vi metteva sopra la valigia, la fissava con lo spago e ripiegato il seggiolino, lo infilava sottobraccio. Così si avviava per la salita verso il canale e spariva.
Domani, il cinese, ci sarebbe stato di nuovo, era una certezza, come le corriere e le ragazze.