il bandolo e la matassa

sono un provinciale

oznor

la terra è mia se io sono suo

non è cambiato niente

cento e sei anni

diatomea

diatomea seppellita
inclusa, lambita, liberata.
Rinata, guardi con occhi antichi
d’ambra, uscire il tempo dalla teca,
sei sulla pelle che ti riporta a vita,
solida di un pensiero lento di spirale:
è articolato il tempo
nel sovrapporsi al desiderio.
Lontano, in un’ansa del giurassico,
con analogie di fossili,
conversavi con stimoli chimici e nervosi,
t’affidavi alle correnti in cerca di un tuo scopo,
ma ne chiedevi un pezzo a chi ti stava a fianco, diatomea.
E il chiacchiericcio che non è mutato, 
e ancora tiene cose senza nome e luogo,
era poi lo stesso d’ora?
Anche in quell’era vicini diseguali sparlavano,
il caso si gettava avanti impavido e confuso,
la vita svolgeva gomitoli d’indifferenza vigile,
ma solo quel tanto,
da lasciar credere che la felicità
saltasse come sull’ acqua, il ragno.

appropriata appropriato

il nove di ottobre

Il nove ottobre era una sera come le altre, l’autunno, i primi freddi, l’anno scolastico iniziato da poco, i compiti mezzi fatti e qualche pensiero leggero per il giorno dopo. La mattina del dieci ascoltai la radio, faceva parte del rito della colazione. La notizia del Vajont, della frana del monte Toc, sovrastava le altre notizie. Si percepiva una disgrazia grande, la radio diceva che era colpita Longarone e poi Erto e Casso, ma questi paesi molto meno. Non c’era misura del disastro, parlavano di un’onda che aveva scavalcato la diga e poi si era riversata su Longarone risalendo i declivi e trascinando tutto verso il fiume. Nessuna stima delle vittime, solo che stavano affluendo i soccorsi, gli alpini, l’esercito.
Andai a scuola con quella notizia, ne parlammo prima dell’inizio della lezione, poi, fatto inopinato, l’altoparlante che avevamo in classe si mise in funzione. C’era un annuncio, il preside parlava a tutti comunicando che una grande tragedia era avvenuta e che uno o forse più nostri compagni, stavano tornando a casa. Erano studenti come noi, solo fuori sede e attratti dalla buona reputazione della scuola. Non sapevano nulla della famiglia. La mattina scorse grigia, senza troppa voglia di scherzare, qualcuno riuscì a portare in classe una copia dell’edizione straordinaria del Gazzettino. C’erano molte foto ma erano macerie, come dopo un bombardamento. Si parlava di centinaia di morti forse di più, ma i morti non c’erano, trascinati dall’acqua che aveva riempito la Piave. Il fiume sacro che raccoglieva disgrazie.
C’era scuola anche il pomeriggio, arrivava qualche notizia in più, i morti erano sempre senza numero ma crescevano. La sera, tornando a casa, cambiai le solite abitudini di perditempo, mi sembrava che la città fosse più buia o forse era il fanale della bicicletta che non bastava più. La sera con le edicole affollate, i gruppetti di persone davanti ai bar, era strana, in un sovrapporsi di voci che davano interpretazioni, che amplificavano la disgrazia con le congetture, i dubbi. E se la diga fosse crollata? Il disastro si faceva più netto e parlandone a casa, ripetevano le parole della radio, della televisione. I giorni successivi aggiunsero particolari sempre più neri, i morti che non si capiva quanti fossero, i ritrovamenti a chilometri di distanza, l’opera degli alpini e degli altri corpi mobilitati, le interviste, il racconto dell’orrore dei ritrovamenti, il cimitero devastato. E tutto questo per una distanza che portava al mare, con una conta degli assenti che non era numero ma scomparsa, come mai fossero stati e invece erano persone con affetti, legami, vita, presenza nelle strade, nelle case. Tentavo di capire chi erano i miei compagni di scuola che erano andati alla ricerca della famiglia, cercavo un viso, un cappotto, un taglio di capelli nella memoria, mi pareva, ma era solo un lampo che non Illuminava, pensavo che forse li avevano trovati i genitori, i fratelli, i nonni o forse erano scomparsi e cercavano con i militari. Nessuno ci diceva nulla e non ho mai saputo.
Nessuno degli insegnanti parlava più del necessario, non ci fu nessun tema in classe. Parlavamo di più a casa o tra noi, poi sempre meno. Le perizie che avevano assicurato la sicurezza della diga e dell’invaso erano state fatte nella nostra orgogliosa e centenaria università e un senso vago di colpa invade a le strade, le parole, gli stessi palazzi, appariva che il disastro si poteva prevedere, che era certa una frana ma prevista più contenuta. E i morti a chi dovevano chiedere conto? Nei mesi che valicarono l’inverno è poi negli anni successivi venne fuori il peggio, le case comprate per avere gli indennizzi, le somme ridicole per togliere le parti lese dai processi, mentre come per la prima guerra mondiale, il fiume o il mare, ogni tanto restituiva qualcosa, a ricordare che a monte era accaduto un disastro che aveva interrotto migliaia di vite e che non c’era rimedio né possibilità di sanare ciò che non sarebbe mai stato. La nostra era pietà e rabbia, era un senso di ingiustizia generatore di infinite domande, ma noi eravamo sicuri fino a prova contraria, eravamo inermi non al caso, non solo a quello ma all’avidita, all’imperizia, era toccato a innocenti e questo non aveva una ragione, non era fortuna, non era caso, non per così tanti, era qualcosa che ci sfuggiva come ci fosse una volontà vieta, buia, deviata che colpiva perché non eravamo nulla. E a questa si aggiungeva la parte peggiore dell’uomo:l’avidità. Anche ora è così ma allora non lo sapevamo. Noi avremmo vissuto, gioito, costruito esistenze nuove, fatto cose semplici e difficili, avremmo accumulato tempo e vita, loro no e nessuna giustizia li avrebbe risarciti di nulla di quello che era loro, solo loro, e gli era stato tolto.

ottobre

Primo ottobre. Oggi vorrei una giornata elegante, piena di stile. Lo stile è il dialogo interiore che si mostra.

Ho un dialogo per capello. I capelli sono pochetti, ma sufficienti a far confusione. Lo stile non è confusione, ma una precisa opinione di sé. Dipanare e trovare il bandolo. Esiste sempre un bandolo e un bandolero (stanco).

Il primo ottobre si andava a scuola, i banchi erano altissimi, incrostati di ferite alla lacca nera che li rivestìva come i nostri grembiulino. Erano irti di intagli, di schegge, di storie passate: avevano fatto la guerra e ne erano usciti liberi e malconcio. Ne erano passati per quei banchi di ragazzini prima di me, avevano lasciato unto, sedili lisciati e pensieri in forma di simboli. L’odore d’inchiostro era lo stesso, la continuità generazionale, il primo ricordo oltre a quelle carte geografiche incerte sui confini. Un profumo acuto, una droga che creava dipendenza e macchie. Eccellevo nelle seconde, occorre stile e le macchie qualche volta mi facevano piangere, altre volte mi fermavo ad ammirare nelle loro curve perfette, nei bordi merlettati. Dipendeva dalla carta. Chissà se Rorschach lo sapeva… della carta e delle macchie che cambiano, intendo. Comunque ci guardavo dentro e immaginavo: Rorschach l’ho scoperto così, oppure lui ha scoperto me. Bella cosa essere scoperti dalla persona giusta: accade quasi mai.

Si era appena arrivati a scuola e si festeggiava subito Cristoforo Colombo. Anzi quell’immaginetta di lui, in piedi, che riceveva da indigeni piumati e ossequienti, oro e omaggi. In cambio il nostro elargiva civiltà, benedizioni e collanine di vetro. Con quel mantello corto, i calzoni con lo sbuffo e il corsetto mi sembrava ridicolo, mentre gli indigeni, pur rivestiti quanto bastava a marcare la differenza e ad eliminare il nudo, mi sembravano più interessanti e pieni di stile. Non sarebbe stato meglio se fossero stati gli indiani a scoprirci? A me non sarebbe piaciuto essere scoperto da Colombo, e mentre meditavo sulla necessità di essere scoperti da una persona piacevole, mi scopriva il maestro. Vedeva che ero distratto, che parlottavo tra me e facevo disegni con le macchie. Le raffinavo. Cioè conformavo Rorschach a me. Il maestro non conosceva la psicologia del ‘900 e la cosa finiva in una domanda secca, cioè mi chiedeva cosa stava dicendo, come soffrisse di amnesie o di improvvise incomprensioni. Se non lo sapeva lui cosa stava dicendo come potevo io, nella mia cosciente ignoranza aiutarlo. Ma insisteva e attaccava il mio cognome alla richiesta, con una lieve indecisione sulla pronuncia. Volevo chiedergli se l’accento fonico andava sulla prima vocale prima dell’ultima sillaba e mi pareva di sentire il dubbio fugace, in quella testa grigia, così piena di cose da insegnare, ma pure di fatti suoi che erano come i miei, extrascolastici (però i suoi contavano di più). No, va proprio sulla prima vocale, tout court, e lei lo pronuncia alla tedesca. Non potevo dirlo, ma io il mio cognome lo conoscevo bene.

Finiva sempre male, non riuscivo ad aiutarlo a ricordare quello che stava dicendo e così si confermava il mio assioma, ovvero che essere scoperti dalla persona sbagliata non mi piaceva.
Non lo sapevo, ma gran parte della vita si passa ad attendere di essere scoperti dalle persone giuste, dalle situazioni giuste. Ma per essere scoperti bisogna saper vedere, discernere, cogliere ed essere sufficientemente disponibili e curiosi. Quel tanto che basta per capire che c’è un dentro e un fuori e il fuori non è, per sua natura, ostile, ma spesso è indifferente e poco giusto per noi, e mai comprensivo. Il fuori ha fretta e poco stile, arraffa quello che c’è, ma se vogliamo dirla tutta dipende anche da noi. Lo stile intendo. E allora faccio in modo che la giornata abbia la possibilità di scoprirmi, i tempi giusti, gli attimi colti. Avete mai considerato che gli attimi sono colorati, mai grigi? Così di attimi ne colgo un bel po’, ne faccio un mazzetto e li guardo col giusto rispetto, amore, considerazione. Completo il cogli l’attimo col suo significato: la persistenza del bello che include e non svanisce. Anche questo è stile.

Buon primo ottobre.

quando ancora non s’accalcavano le forze oscure del tempo