l’età in cui nasce la malinconia e la felicità

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La scuola aveva due sedi, e si frequentavano entrambe. Quell’anno in autunno, ci furono piogge torrenziali e il rione pellettieri, che attraversavo, era interamente allagato. Parti povere della città, anche quando la città frammischiava le case tra poveri e ricchi, ma lì non c’era traccia di ricchezza, una vecchia villa era un postribolo da poco chiuso, poi, verso il canale un’altra villa, trasformata in clinica, per il resto erano case miserevoli, malsane, appoggiate l’una all’altra, in strade basse che s’ allagavano ad ogni autunno e tra esse, una fabbrica di colori, inchiostri e crema per calzature che provvedeva con i suoi scarichi, a colorare i livelli d’acqua sui muri. Così c’era il diagramma del malstare sempre a disposizione. Capivo poco, ma la miseria era evidente e passandoci in mezzo, entrava dentro come umidità, faceva star male al pensiero. La mia casa era modesta, ma linda e piena di sole, c’era legno e terrazzo veneziano, non pavimenti in terra, i miei vestiti erano ordinati e puliti, mi portavo dietro un profumo di buono, ma passando tra quelle case mi sembrava che ciò che avevo fosse in più, tanto da accelerare il passo, per uscire dall’impressione di pesantezza del vivere loro. Poco dopo l’intero quartiere fu smantellato, gli abitanti deportati in condomini e appartamenti sani, con il bagno, mentre lì, nel pellettieri, i bagni non c’erano e finiva tutto in canale, ma dico deportati perché fu dispersa una cultura, non per loro scelta e i vecchi si intristirono, i ragazzi restarono separati dal resto delle bande giocherellone nostre e ne fecero per loro conto, ma più chiuse e cattive, senza più gioco. Accadeva e noi non sapevamo nulla e così ci godevamo le demolizioni, andavamo a vedere gli affreschi sulle pareti della casa di tolleranza e per completare il giro, chi sapeva, ci portava anche a vedere i mosaici di quell’altra di via santa Agnese. Di tutto quel bisbigliare, ridacchiare, capivo davvero poco, non avevo ancora alcun interesse che fosse esplicito a me, non era ancora tempo, vedevo i nudi, ridacchiavo ed avevo un vago senso di peccato, ma la cosa finiva col parroco al sabato e qualche pateravegloria.

Le due sedi della scuola erano davvero distanti. Per raggiungere quella vicina al Carmine attraversavo mezza città. Camminavo tantissimo in quegli anni, con un’abitudine (che m’è rimasta), connessa ad un senso di gioia, come se le gambe e il loro muoversi avessero un potere di allegria, quindi non mi pesava e tornavo spesso a giocarci il pomeriggio. Un giorno, scavalcando un muro, m’ accorsi di un ciliegio coperto di fiori, dei petali che volavano come neve e divenne evidente l’aria fresca, già piena di umori, che veniva dal canale. Fermai una corsa per dirlo, ma non era già più tempo, i giochi nuovi e non più da bimbi, la scoperta delle cose dette a bassa voce, ormai cancellavano la meraviglia dello stupirci assieme, finì con uno spintone e un canzonare che bruciava, ma che mi permette, oggi,di tenere il ricordo di quel bianco in mezzo alle rovine della città che cresceva. Era l’età in cui nasceva la malinconia e la felicità attesa ed io mica lo sapevo. Il quegli anni quello che era stato seminato in me, spuntava, prendeva forma, e accadeva tutto ciò che poi sarebbe diventato forte. C’era una consapevolezza della spinta a crescere che cambiava vestiti e scarpe, ma soprattutto cambiava i pensieri, ed io i pensieri non volevo farmeli cambiare troppo, ci tenevo alla fantasia, alla meraviglia di quei piccoli giochi appena trascorsi, al fabbricare cose che sembravano altro nella mia testa, come quegli aerei di compensato ritagliati già pregustando il loro volo con i razzi, e il parlare seduti all’ombra sulle cose impossibili, e dell’ultimo film visto e il repentino alzarsi e ricominciando a correre, e le figurine nuove da mostrare, e il concitato sovrapporsi di parole dei litigi, e i silenzi improvvisi. Insomma a tutto questo ci tenevo, pur nel mio crescere impellente, eppure fuori tutto mutava, così trasferivo dall’esterno all’interno quell’essere di prima che non voleva morire, ma non me ne accorgevo. 

Alcuni giorni alla settimana li trascorrevo nell’altra scuola. A fianco dell’ingresso, appena oltre al portico, c’era un salumiere di quartiere, con un bancone così alto che mi sembrava un muro. Ed io non ero piccolo, ero il più alto della mia classe. di quella di prima almeno, perché nella nuova c’erano un sacco di ripetenti, perfino uno che aveva fatto il militare. In quella salumeria si entrava durante l’intervallo, si veniva investiti da un odore fatto di cento odori diversi, di pane, di canfora, di mortadella, di spezie, di diluente, di stoffa, di prosciutto cotto, di baccalà, tanto da restare per un attimo sospesi a decifrare, ma era un attimo, poi cominciava l’acquolina e l’attesa, finchè si usciva con un panino fresco, ripieno di tonno e cipolline sbrodolanti e gocciolanti. Gusto. Puro gusto e piacere. Era una novità assoluta: l’intervallo, l’uscita furtiva dalla scuola, il panino, il rientro. Una bricconata da cuore in gola da celebrare come una vittoria, un essere grandi prima del tempo, una libertà, un disporre di sé e del poco denaro raccattato tra mancette e borsette compiacenti. Tutti spiccioli, anche le giornate, solo la vita era davvero piena, colma, traboccante, da passare con la lingua oltre al bordo per non perderne nulla. E invece veniva disperso talmente tanto, scialacquato con allegria il vivere quotidiano che, più che una vita, era una scia di fatti, impressioni forti, flash nel giorno che rischiaravano i visi e sfumavano i contorni, sovraesponevano, ma restava tutto, oh sì che restava. Ci fu un fatto, un incidente, una chiazza di sangue larga, la segatura ad assorbire, come stessero pulendo il pavimento, il corpo portato via subito, l’impressione fortissima, poi il racconto di chi c’era e aveva visto, noi eravamo appena fuori, in cortile, al grido. E nel dire concitato, si sovrapponevano le vanterie dei testimoni, ma un peso che non aveva nome, e avevamo tutti, toglieva ogni enfasi ai discorsi, anche le parole altisonanti si schiacciavano per terra. Il pensiero di casa, di noi, della vita e del suo interrompersi per la prima volta, almeno per me, aveva un valore diverso. Non erano più angioletti, come li chiavano prima, un compagno di giochi, una peritonite, forse, e non c’era più, e ancora, il fatto dove pure noi esploravamo il fiume, uno scoppio, corpi dilaniati, il ripetere in casa che le cose strane non si raccoglievano, che la guerra che non era ancora finita negli oggetti letali, ma allora la morte aveva un altro significato, forse non ne aveva, accadeva, non era una vita a cui veniva tolto il futuro, non lo capivo così prima. Solo nella nuova scuola, in quel fatto, si palesò, nella sua definitività ed era la prima vera percezione, la morte.

Di allora, mi pare tutto eccessivo, un pullulare di contrasti, quiete e fermenti che schizzavano ovunque, continuo a pensare che tutto già c’era, che nella pallina di energia che si era accumulata pochi anni prima qualcosa si stesse srotolando, un refe, rosso, forte che prendeva dentro e attorno, cucendo tutto. L’ho capito allora che contenevo il tempo, non quello dei libri di storia, non quello sequenziale dei doveri, degli obblighi e dell’attesa di un piacere circoscritto, no, contenevo il tempo arruffato e circolare, il mio tempo, quello fatto di una crescita multiforme, di un andare, di un obbligo alla visione che non è microscopio, ma neppure sguardo distratto, un elaborare continuo di stimoli, di sentimenti, di possibilità, piacere che resta, un tempo che solo io avevo e che durava, si rivoltolava in me, urgeva e cresceva, come quelle torte senza lievito che faceva mia mamma, mia nonna, tutti: la torta margherita. Un tempo che abbuffava e soffocava, che faceva tossire per la fretta, e poi si scioglieva e lasciava pasciuti, in attesa di un nuovo essere, anzi dell’essere che si svolgeva. Ecco, lì, mentre nasceva la consapevolezza dell’esistenza della malinconia e della felicità, oscuramente cominciavo a capire che l’essere mio si sarebbe d’ora in poi, svolto, e che io scrivevo il tema.

il grafo della fine dell’infanzia

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In fondo erano poche strade, anche se a me parevano tante, il grafo dei miei percorsi l’avevo in testa, con relative priorità e gradi di piacere, ma allora non sapevo cos’era un grafo ed erano solo strade e luoghi di congiunzione tra necessità e libertà. Avevo 11 anni, quasi 12, come il millequattro quasi  millecinque di non ci resta che piangere. Casa, campo da pallacanestro, patronato, scuola, i giardini di certe case in rovina, case di amici, il Prato e gli zii, i giardini dell’arena e le piazze. Percorsi con i calzoni corti, di corsa, da solo, in compagnia, nel sole delle estati afose di città, piano, sotto i portici, d’inverno. Alcuni pensieri ancora li ricordo, erano di attesa di cose buone, di futuro. E poi quella nuova scuola. Tetra come sanno essere i conventi strapazzati dagli usi civili, ricca di superfetazioni, laboratori, cemento e aule ricavate in spazi che un tempo dovevano essere belli. Una scuola professionale, perché questo aveva pensato per me il maestro, ed era stato pure ascoltato; che stupidaggine vista la mia manualità e la fantasia solitaria e galoppante. Comunque era un’ altra scuola e a me bastava per uscire dall’infanzia. Non più l’elementare vociante dei bambini, dei grembiuli e dei fiocchi, dei nonni in attesa, delle dita sporche d’inchiostro. Non più le aule che odoravano di vecchio e di legno, i finestroni altissimi che si riempivano di pioggia, le tende pesanti, nocciola di sporco e di canapa, gli alberi visti mentre desideravo esser fuori e lontano una voce spiegava, spiegava e io sognavo di tagliare un ramo del tasso che vedevo per farne un arco (come Robin Hood), non più lo stesso maestro, gli stessi compagni, gli stessi percorsi: tutto nuovo, strade nuove, occhi nuovi per un’età che cresceva troppo piano e troppo in fretta rispetto ai pensieri e al corpo che s’inerpicava nell’età prepubere. L’età informe e indecisa, la terra di nessuno in cui sarebbe accaduto molto, troppo, e capito nulla o quasi. l’età delle trasformazioni in cui scoprivo la libertà, la possibilità d’essere solo e felice. Eppure in quel vivere mi sembrava di non imparare nulla di confrontabile con il prima ed erano pochi i ricordi che restavano dei giorni, delle cose, quasi a negare l’età precedente, perché il ricordare è faccenda personale, un riposarsi nel passato, cosa davvero poco interessante quando si cresce o si esce da un’età e si entra trionfanti e timorosi nella successiva.

Eppoi c’era una nuova casa, perché in quell’anno traslocammo, nuovi pensieri e nuovi luoghi di gioco. Ambienti più grandi da odorare, un sole diverso che irrompeva da finestre disposte secondo nuovi orientamenti, odore di calcina e di lacca, pavimenti di legno a lunghe tavole, il terrazzo veneziano nel soggiorno, una televisione, un frigorifero, un giardino, un muro alto che separava da un convento pieno di ragazze che cantavano canzonette, una terrazzetta, due scalini di legno su cui mi sedevo guardando il Santo, con le sue cupole e l’angelo con la tromba che si muoveva con il vento e la soffitta e i mobili in cui nascondere fumetti e un tumulto dentro con la scoperta della malinconia. Forse mezzo chilometro, ma il mondo era davvero cambiato. Io ero davvero cambiato.

E continua…

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Di tutte le matite smozzicate, delle pennebic succhiate, dei morsetti nervosi sparsi ovunque, delle piccole gomme tormentate, dei residui di pensieri sospesi in un angolo minuscolo d’universo, resta segno. Chi è stato qui ha inanellato anni, temperato matite, fissato la macchia nell’angolo del soffitto, tormentato e sorriso il giusto, ha condiviso parole leggere e pesanti, pensieri indiscreti, chiacchiere e silenzi. Anche se li conosco, cosa so di lei/lui ? Nulla, ma posso leggere piccole abitudini, caccole di pensieri ripetuti che hanno lasciato traccia su piccoli appunti: la chiocciola dello scotch cosparsa di pezzi già tagliati e poi dimenticati, alcuni post- it accartocciati dal calore tra video e tastiera, quei trucioli di legno e mine colorate, compressi nel temperamatite. Timbri, mine 0.5 / 0.7, un perforatore per classificatori, il piccolo cestino di vimini ricordo di cioccolatini pretenziosi. Cose varie che non s’è osato gettare, sul lato una cucitrice vetusta col nome del possessore, un righello seghettato, il portapenne – tazza con la faccia di Bug Bunny, che magari avrà divertito per un attimo. Tracce di utensili che hanno racchiuso pensieri involontari: nulla d’importante e mai tra queste cose. Forse le voci che si sono scambiate nella stanza ora sono radiazione elettromagnetica dell’universo, come i sentimenti proseguono il respiro ampio del big bang, energia che c’impolvera ed impollina in continuazione. Forse le voci sono rimaste in qualche discorso importante, forse le teste hanno cambiato qualche connessione neuronica. Forse. Ma questo è un angolo di scrivania, testimone reticente ed annoiato del vivere. Che è fuori, comunque fuori, anche se qui si è trascorsa non poca parte del vivere. E chissà, se sapessi, cosa penseresti di me che mi perdo in questi pensieri inutili a ogni dire. Mi perdo.

l’età dei ninnoli

SAM_0024Finisce l’età dei ninnoli che fan ridere, dei candelabri allegri, delle mille candele colorate, delle ceramiche raccolte assieme nei mercatini, del bricolage condiviso. Finisce l’età in cui una stampa, un manifesto, un piccolo quadro, una cornice, sono un’avventura. Finisce l’età dei libri che bisogna assolutamente leggere, dei cataloghi delle mostre viste e poi sfogliati assieme. Finisce l’età delle domeniche che non finiscono, delle merende sui prati, delle canzoni cantate in coro, della scoperta delle osterie fuori porta. Finisce l’età perché muta e l’andare è diverso, se ancora si cammina assieme. E’ un palpitare che si semplifica. Oppure si complica di vite intorcolate.

Vorrei un verde nuovo ogni primavera, un andare incurante di pioggia. Lo vorrei per te oltre che per me.  Vorrei il grigio che scurisce gonfio in cielo e il sole che trabocca dalle nubi. Vorrei il sudore che vela la pelle, i piedi che seguono i piedi, il calore d’un muretto a cui  seduti vicini appoggiarsi. Vorrei il silenzio e poi le due voci che cominciano assieme a dire e la risata, e il bacio che ne segue.

Finita l’età dei ninnoli tutto è diverso, quasi tutto, perché ciò che prima faceva palpitare, scambiare, desiderare c’è ancora, ma non eguale. E’ quell’ineguaglianza da scoprire, così poco banale, stratificata di ricordi che la coprono alla vista. Quella diversità da mettere nell’andare assieme, l’intensità con cui stringe una mano, il né troppo né troppo poco che racconta molto. Ad un certo punto, non importa con chi purché sia quello giusto, è ciò che stupisce oltre l’abitudine, ciò che gira le cose e le vede differenti, ciò che trasmette calore alla giusta distanza, a fare la differenza. Ecco che oltre l’età dei ninnoli c’è l’età del calore che dura.

miserere

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Si può essere atei, agnostici, ma non indifferenti in questi giorni e a chi è stato educato nel cristianesimo comunque vengono pensieri legati all’uomo, alla sua sofferenza. I credenti sentiranno cose diverse dalle mie, ma basterebbe pensassero che il Cristo non ha dato ai cristiani il monopolio della sofferenza dell’uomo e neppure la sua comprensione esclusiva, per capire che il messaggio è molto più legato alla terra che al cielo, all’uomo piuttosto che alle religioni. I credenti sentiranno cose diverse dalle mie, forse si soffermeranno sul misterioso legame che fa uccidere un dio agli uomini, cosa che affonda le sue radici negli archetipi umani, oppure emergerà la morte dell’anima e la sua resurrezione nell’adesione ad un sacrificio che è un dono totale. Forse, non lo so. A me viene in mente la sofferenza che ci circonda, e la descrizione del dolore del Cristo, inequivocabilmente umana e così ben interpretata da Saramago, oppure quella dei vangeli prima della resurrezione. E’ la sofferenza la costante dell’uomo, con una domanda che cerca ragione e che persegue la sua uscita da una condizione che non è priva di alternative. E nel mondo la sofferenza non conosce credo o appartenenza. Forse soffre meno un musulmano o un animista, la sua comprensione del dolore è meno universale? E restando più vicini, anche in questo mezzo così virtuale e doppio, non è forse in ciò che emerge come sofferenza che si riconosce che c’è dell’umano oltre la virtualità? Mi colpisce molto la lettura di un dolore della mente, la richiesta, che è solo di ascolto, di una vita che è stata piegata dentro, una bellezza che non ride, la sensazione che emerge della solitudine infinita e il baratro del presente che inghiotte l’amore banale, il sesso, gli anni giovani, il futuro possibile. Credo che questi giorni, come tutti i giorni, parlino della realtà, di ciò che potrebbe avere un rimedio, un’attenuazione e diventa invece rifiuto, paura di essere coinvolti. Ogni cuore è trafitto dalla propria notte, ma quanta speranza ci può essere se non c’è solitudine. E questo è l’altro tema che accompagna la sofferenza, la solitudine, i dolori muti, i dolori rimossi e senza nome. Per vivere ergiamo dighe, non si può vivere nella consapevolezza del dolore altrui oltre un certo limite. Fuori di noi un mare denso, cupo, rosso e senza luce, noi chiusi in una capsula di vita che mettiamo argine a ciò che ci travolgerebbe. Ma il dolore e la solitudine ci sono, sono attorno a noi e se non possiamo annullarle, basterebbe nell’essere contenti di ciò che si è, di ciò che si sarà, non dimenticarlo. Credo esista una religiosità laica, senza fedi e senza dei, in cui l’uomo emerge con tutta la sua finitezza in un impasto di dolore e gioia che si cuoce nel proprio farsi, nel destino che gli è possibile. Ma quanto sociale, quanto prevaricare, piegare, infliggere inutile aggiuntiva sofferenza sta attorno a questa fatica del farsi. Penso alla religiosità naturale che riconosce l’uomo e che vorrebbe rispettarlo nelle cose piccole e grandi, uscire dal turpiloquio dell’aggressività, riconoscere il simile e la sua capacità eguale alla mia di soffrire e di provare gioia, prima di vedere la sua diversità. Non basta, certo, per star bene assieme, per fermare i contrasti, ma almeno considererebbe che far male non è gratuito, che il male provocato è identico al male che si sente ed entrambi provocano sofferenza e solitudine ulteriore. In questo la riflessione di questi giorni potrebbe tracciare un astenersi, più che un fare, un comprendere più che un professare. Magari evitando il far male inutilmente, magari cercando di capire che le religioni non dividono se parlano dello stesso oggetto, ovvero l’uomo, che dio, per chi crede, viene assieme all’uomo, che capirlo ci permette di comunicare, di vederci e sentirci assieme, qui adesso, non in un luogo in cui l’accesso è vietato ai non addetti ai lavori. Un miserere rivolto all’uomo prima che a un dio, un miserere che tenga assieme, che porti fuori dal buio, che ci dia un senso comune.

la vita realizzata e altri bagliori


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La sera si trasforma in notte. Le strade strette, quasi vicoli, pietre per terra che suonano nei passi, toc tac toc, rumori secchi che si rincorrono, scalano le pietre che salgono a costruire i palazzi, e poi si smorzano, rimandandosi di echi, tra loro, ai passanti, impermeabili. Case solide, scure, fortilizi di pensieri, passioni, dolori, gioie che non sfuggono dai muri. Mai un grido in più, una parola che oltrepassi il silenzio delle vite. Mai. Anche quando si urla le orecchie si chiudono, gli sguardi disapprovano, le vite devono restare impermeabili. Ora i passi si fanno più lenti, la mano passa tra i capelli a rastrellare pensieri, tiene un riccio sovrappensiero, e si distrae nella sensazione di pulito, di curato, di umido e di notte, reso tattile tra le dita.

Le vite realizzate hanno i loro usi e apparenze. Nelle donne un tocco di frivolezza e mistero, un accenno, un taglio di capelli, la fotografia di un voler essere a lungo cercato, un tacco scelto con cura, un particolare a suo modo sfacciato nel dire, un pensiero proprio da far affiorare. Negli uomini, un   segno indossato, uno stile, il colloquio con il proprio viso, un taglio di barba, un talismano infilato da qualche parte che spinge ad essere qualcosa, a riconoscersi. Questo e altro per entrambi, non è questione di generi, ma di tenere assieme un’identità.

La sera è notte, umida come le città vecchie, e scura, nei passi c’è memoria del pensare che la vita s’è svolta e, forse, si svolgerà. Non basta aver fatto, essere stati, aver costruito, amato, fatto figli, voluto, non basta perché ogni azione ha contenuto un pezzo di contrario, l’ha accompagnato, coccolato e perseguito come rivolta al conformarsi a sé. E chi rallenta lo conosce e dispera il toglierlo, sa che è parte di sé e questo curva appena le spalle, rende umido il fiato, densi i pensieri. Di giorno, dopo l’ennesimo caffè, stravaccato di fatica e di noia, direbbe che è bile poco fluida, amaro che si fa sentire, ma è notte e la notte chiude, prima di riaprire.

Si torna a casa per non restare, si torna con il segno della vita addosso, non ora, ma c’è il ricordo di entusiastici ritorni, di cuore e pensieri traboccanti. E’ accaduto. Resta, sono eventi, succedono, magari si ripetono, non sono consuetudine. Consola che chi pensa di addentare il presente, addenta se stesso, provi adesso a sentire quel vago ricordo di cibo memorabile, quel vino unico, digerito in fretta, senta quell’amore che sembrava riempire ogni ora, riprovi la disperazione che ha chiuso il cielo. Aver coscienza che il presente è parte delle vite, non le subordina, non alleggerisce il passo, semplicemente fa sentire che c’è altro da tener da buon conto e alla fine fa concludere che il presente è in questi passi, in questa solitudine soddisfatta di risultati e corse, che ha trovato compimenti e sconfitte atroci, ma solo quando si sono vissute, poi non più, perché chi non vive solo di presente non è mai domo davvero. In questi passi, nella serratura che fatica ad aprire un portone pesante di legno, c’è il senso di un risultato, e il senso salirà le scale, aprirà un’altra porta, accenderà una luce cercando un’abitudine che soccorra, un gesto consueto, uno sguardo che rassicuri, che allontani la voglia d’altro, di tempo nuovo, di vita, di cose non ancora stropicciate di vissuto, di pagine scritte da ripensare, di atti e gesti più lenti, di respiro, di tempo.

Ricacciare la fatica del nuovo fa ripiombare nella coscienza che mai non finirà, che tanti eguali fanno le stesse cose, rallentano gli stessi passi, si pongono le stesse domande, eppure non sono un popolo, neppure si riconoscono, sanno solo d’esserci, distanti o vicino, non importa. Tu a Parigi, o a Palermo, io qui, lui al Cairo, chissà. Restiamo, impossibili nell’essere diversi, anche qui, domattina, già diversi perché il tepore delle pareti, l’odore dei tappeti, dei mobili, dei libri, ha confinato l’umido della notte. Stanchi, paghi, realizzati.

Forse per questo si scappa, Africa, oriente, nord Europa, ovunque, pur di non essere abitudine, vincolo, e si diventa altro, si diventa un posto in cui vivere, sembra, diversi. Ma anche senza spostarsi, anche qui, domattina, diversi, perché già il tepore ha confinato l’umido della notte, asciugato i capelli e riaperto la speranza d’essere altro. Forse. Ma, a volte, in una liturgia senza religione, si spegne la luce, ci si avvicina alla finestra, e si contempla il buio, le vite intuite nel giallo delle finestre, il cielo che riflette le luci di città, fuori e dentro, finché subentra una sensazione di pace avvolta di buio, quello alle spalle, denso e odoroso, e quello spanto di grigio che tempera le notti tra le case. Una vita vive perché sa che ci sono vite, e così rende tutto relativo, anche il realizzato che è sempre incompleto e urge e chiede ancora. Ricordi? dopo un esame subentrava una pace innaturale, un mondo che s’apriva potente, infinito, possibile, finché scoccava la domanda: e poi? Anche ora sappiamo che non si compie davvero nulla, si fa, e al più si transita per tappe successive.

Noi, così. Popolo che si lancia messaggi e poi si ritira, timido d’una risposta che aprirebbe altre richieste, domande, vorremmo solo, visto che ormai s’è capito come funziona, che chi contempla la propria altezza fosse conscio della sua insufficienza, della miseria che lo accompagna, per averlo amico in questa notte che finisce nella consapevolezza, che tiene il buio alle spalle come una coperta calda e sente e guarda bagliori paralleli, che si assomigliano e ci sono. Per fortuna ci sono.

far finta di essere sani

Questo è un luogo particolare. Chi ci viene per scrivere, chi per leggere, chi per vantarsi, chi per chiedere aiuto. 15 anni fa neppure c’erano questi luoghi e le persone facevano lo stesso tutte queste cose. spesso con un contatto fisico. Pare sia meno necessario e la tecnologia ha creato un luogo di solitudini dove mettiamo in fila i bit cercando di farli assomigliare alla vita, a quella che abbiamo, a quella che vorremmo avere. Come se la realtà fosse eccessiva e avesse bisogno d’una valvola di sfogo: c’è chi sta meglio e chi sta peggio, ma qui non conta basta far finta di essere sani. 

Come stai? Benissimo. Ma tu cosa vuoi sapere davvero? Perché c’è l’obbligo a star bene, ad essere sani. E felici. Il resto disturba e non interessa davvero, se non a pochissimi e quelli te lo chiedono con la voce, con gli occhi, con le mani, e lo sanno. Ognuno c’ ha i suoi guai e questo è un buon luogo per raccontarli, sublimarli, capirli. Hai detto poco. Ma la solitudine non se ne va e dopo una sbronza di parole resta la sensazione che il mondo rarèfi, sfugga come aria e bisognerebbe inseguirla quell’aria, vedere dove va. Qui basta far finta d’essere sani.

breviario laico del limes

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Restare nell’attimo che precede l’azione, quando la forza è ancora una molla e il futuro non è scritto.

Ricordare il prima dell’accadere, quando non si sapeva e le cose erano consuete, percorse di pigro svolgere di tempo.

Percepire i piccoli segni di ciò che accadrà, con meraviglia tranquilla, lasciando che il possibile accada e diventi vita.

Sentire il filo, trasparente e forte, che lega le cose e ne fa tempo, ciò che sta prima e ciò che viene poi, amarlo in un sussulto d’amore che non si spegne.

Cogliere l’attimo e disporlo nel vaso, con ordinato amore, farne risaltare colore e bellezza, mettere l’armonia in accordo con esso perché sia per sempre nostro.

Restare sospeso nel meriggio del pensiero, fare del razionale una lama di luce netta in cui danzano i bagliori del sentire.

Guardare ciò che finora non si è visto, in un vuoto di pace che lascia agli occhi il loro lavoro.

Vedere e non sentire l’urgere di sé, quieto, in onde di respiro aperto, parte di una eternità che finalmente dura.

l’utilità del vuoto

Per chi considera l’utile come parte essenziale delle vite, consideri che altro si può pensare, che 2500 anni fa il Daodejing parlava di armonie che continuiamo a inseguire, a volte nel fare, a volte nell’accumulare, a volte negli studi degli analisti.

Sgombrando il viso da sorrisi, per un poco si rifletta che noi siamo contenitore per avere contenuto, corpo per avere pensiero, desideri per avere governo. E che non tutto ciò che riempie è sufficiente, e non tutto ciò che possiamo contenere ci fa bene e dona equilibrio.

E la bellezza e l’armonia sono misura del vuoto, di ciò che lo riempirà e di ciò che ne resterà.

Dal DAODEJING

capitolo XI- l’utilità del vuoto

Trenta raggi si uniscono in un sol mozzo

e del suo vuoto si ha l’utilità del carro,

s’impasta l’argilla per fare un vaso

e nel suo vuoto si ha l’utilità del vaso,

s’aprono porte e finestre per fare una casa

e nel suo vuoto si ha l’utilità della casa.

Perciò il pieno costituisce l’oggetto

e il vuoto costituisce l’utilità.

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Essere lì dove c’è la luce e tra il nero delle nubi. Lì dove il tempo cambia e torna ad essere, dove lo squarcio diventerà blu e s’annidano le soluzioni.

Lì e capire il cambiamento e la tempesta per gettare ciò che è inutile al volo. E lasciare, non rottamare (rompere per non usare più), ciò che è vecchio, senza rimpianto per l’età dell’oro, perché adesso è l’età della pioggia e nessuno resterà davvero asciutto.

Neppure quelli che dalle finestre guardano e indicano una direzione con le dita, muti e prigionieri del vetro tiepido delle loro anime.

Lo so, bisognerebbe sbattere la testa contro la pietra di ciò che è inutile per non aver capito. Ma che c’era da capire, era lì, tutto davanti ai nostri occhi diventati vecchi anzitempo.

Non confondere l’assennatezza con il possibile, la lentezza con il vecchio, l’equilibrio con la compatibilità. Lo ripeto come un mantra che salvi il vuoto per volare e ciò che dovrà essere riempito. 

Eppure non sono certo che ci siano molti che vogliono vivere quello spazio tra le nubi, i più s’accontentano di desideri a colazione e cena e intanto dicono: fate, cambiate tutto, e non disturbate più che ora abbiamo altro da fare.