la parola umiltà non ha più senso

Credo sia l’età ma provo una insofferenza crescente per i modi in cui evolve il mondo delle relazioni sociali. Parto dalla politica, forse perché da molto ci sono immerso e l’altra sera mentre ascoltavo gli interventi di analisi sulle ultime elezioni e mi chiedevo cosa stia mutando nei rapporti di potere. Badate bene che parlo dei modi della politica, ma questo riguarda tutto, anche i sentimenti, che pure sono una cittadella ben difesa epperò consegnano persone sempre più inermi ad arroganze criptate nell’eguaglianza fittizia di genere. Ne riparleremo, intanto parlo dei modi della politica e di nuove arroganze, di fiducie dettate dalla disperazione, di comportamenti omologhi premianti.

Nell’analisi di una sconfitta, la parola umiltà esonda, diventa un chiedere scusa senza dirlo, non una disponibilità ad ascoltare. Ti ho già detto che sono umile, che vuoi ancora? E se questo accade quando si perde, comunque tutto si innesta in un contesto di vittoria. Altrove il successo è stato pieno, adeguatevi. Lo conosco quel trattare con sufficienza le persone, si vinca o si perda, l’ho conosciuto in tanti politici e politica di sinistra, tale o presunta. E lo vedo ora che i giudizi si sprecano, che le antipatie, il rifiuto dell’ascolto, l’opinione forte e senza appello sono esplicite. A supponenza poi corrisponderà supponenza. E così anche i giovani che sono entrati in politica, si imbevono di sicurezze e modi sprezzanti, usano il chi? per dire che non si è nessuno e applaudono il vincitore. Si convincono in fretta, non esercitano spirito critico perché è una perdita di tempo. Ma che saranno queste vite senza dubbi? Guardo i ministri e le ministre, sono nuovi e giovani, belli e non usurati dalla politica (ancora), ostentano sicurezze più giovani di loro, dicono parole così nette che chi non si riconosce è fuori. Sembra che non gli importi l’antipatia che accompagna l’eccesso di sicurezza, ma piuttosto il tracciare confini invalicabili. E’ strano che la tanto avvertita nuova politica non se ne accorga e che nessuno, ripeto nessuno, si affidi all’argomentazione, al ragionamento. Convincere attraverso il discutere è fuori tempo, adesso vale l’imporre.

Tempo perso si dice, valgono i numeri e la velocità. Ci sono quelli che frenano e quelli che corrono, anche la cultura, il sapere diventa a senso unico (i passatisti e i futuristi, si chiamavano così allora). Dove si corra non si capisce bene, ma l’importante è dare l’impressione che tutto si muova. Una espressione molto in voga è : il Paese si è rimesso in moto. E’ importante, dà fiducia, ma qualcuno che lo guidi davvero, che conosca il motore, spero ci sia e forse è meglio non disturbarlo. Però è brutto stare tutti zitti, e non piace essere messi tra i conservatori se si sollevano obiezioni e ragioni. Ci sono cose di cui non si parla, privilegi, caste immuni, temi come l’evasione fiscale o il problema dell’eccesso di ricchezza in pochi che sembrano argomenti da stampa estera più che elementi di cambiamento reale. Da tempo in economia circola l’idea che il vero problema del mondo sia l’ineguaglianza e che un modo per affrontarla sia la redistribuzione degli eccessi di ricchezza. I troppo ricchi sequestrano il denaro e le risorse e impediscono lo sviluppo. Non è una teoria marxista, ma è un pezzo di pensiero liberale e occidentale che sta riflettendo sul tema e propone soluzioni che ripercorrono quelle già adottate dopo la fine della seconda guerra mondiale quando si redistribuì una parte della ricchezza prodotta attraverso la tassazione e creando, di fatto, la classe media. Mi rendo conto che sono discorsi noiosi, ma se non ci si riflette almeno un poco, come si potranno valutare le cose che ci accadono. Cito solo un’ovvietà, l’enorme tassazione italiana finisce in gran parte per pagare il debito, quindi non assicura la possibilità di crescita che viene totalmente affidata al privato. E l’imprenditore cosa potrà fare se non cercare il profitto? Sembra un dilemma senza soluzioni, ma le indicazioni non mancano per trovare una nuova via alla crescita partendo dai privilegi insostenibili, dai monopoli di stato che bloccano la concorrenza reale, dalle inutilità che non vengono messe in discussione. Tutti noi abbiamo elenchi di sprechi in testa, solo che sembrano riguardare un altro Paese non il nostro. E le parole che si rincorrono non sono: soluzione, equità, obiettivo, ma velocità, cambiamento, giudizio. Con queste parole il ragionamento viene dopo l’azione, come in un esperimento in vitro: si guarda quel che accade dopo i cambiamenti ed eventualmente si corregge il risultato. Ecco la ragione di tanta reiterata supponenza, che sfocia nel fastidio, un lasciateci lavorare che esclude chi non condivide.

Certo, e questo è enormemente positivo, sta cambiando la visione di molti luoghi comuni, gli attori di un tempo devono farsi domande, meritarsi la scena. Per troppo tempo si è vissuto di liturgie che non avevano una divinità per questo la novità mi sembrerebbe la discussione, il confronto e poi la decisione con un tempo prefissato. Un sollevarsi di intelligenza finalizzata che faccia decollare la consapevolezza di partecipare a un progetto comune, ma questo non elimina il dibattito, anzi utilizza l’intelligenza altrui per far meglio. Redistribuire l’intelligenza sarebbe la prima grande operazione di equità, ovvero non pensare di possederla in esclusiva e farne un bene comune.

resterà poco se non lo vogliamo davvero

SAM_0099

Resterà poco di noi dopo il diluvio di vita, di passioni, di dolori, di gioie sciolte nel quotidiano, smarrite nelle scelte. Abbiamo usato parole così sghembe da far scoppiare ilarità subito dimenticate. I nostri passi hanno preso a calci foglie e sono corsi sulla spiaggia, fatto cose insulse o piccoli eroismi, abbiamo amato senza che ce l’avessero insegnato. E a volte, stupiti, ci siamo soffermati davanti a tramonti colossali, compiuto viaggi assurdi, fatto sciocchezze e rincorso felicità, questo prima del digitale e di racchiudere ciò che eravamo in foto tutte eguali. Abbiamo costruito, dilapidato, sporcato pagine d’inchiostro, imbrattato tele, passato le dita su superfici lisce, prima scabre, e rimpiangendo il bianco, la grana, il lavoro non perfetto, abbiamo sorriso. E quante carezze e baci sono rimasti senza memoria, quante banchine di stazioni, sale di aeroporti, auto prese al volo, partenze difficili, ritorni ancora più difficili perché il cappello dalla testa era scivolato in mano. Quanto di tutto questo è davvero nulla, oppure semplicemente vita? Resterà poco se le esperienze si sono succedute senza mai fermare lo sguardo, se non ci siamo mai detti che il momento era così pieno di futuro da essere per sempre. Rincorrere l’esperienza è cacciare la paura della morte, ma chi più del ricordo la confina davvero dove deve stare? Per questo dovremmo scrivere, dipingere, fare oggetti, oppure raccontare molto di noi a chi ci è vicino.

Di te non conosco che l’adesso, e conoscere è parola davvero pretenziosa, sono attento, ecco, indago per interesse vero, ti faccio ridere, a volte, perché vedo cose che tu non vedi, ma del tuo essere d’un tempo non so nulla o quasi. E com’era l’amore nuovo che hai avuto allora, i palpiti te li ricordi e le tue tenerezze tra silenzi complici e parole sono tutte poi sfumate? Cosa fu il tuo mettere al mondo una vita, dei pensieri e delle paure che n’ è poi stato? Dei tuoi innamoramenti, delle gioie e delle disperazioni cosa resterà, se neppure lo ricordi a te?

Usano un termine che non adopero volentieri, dopo che pubblicitari, politici, persino manager e attori, l’hanno sporcato di non senso: narrazione. Però non ho sinonimi e la narrazione parla di qualcosa che avviene dentro e fuori, che è veduto, ma che non c’è davvero. Non ancora. E’ un mondo possibile, il passato che trasmuta in futuro, poco reale adesso, ma concreto e a portata di mano, e questo spiega la meraviglia che accompagna l’ascolto, il fatto che possa prender vita perché è stato. Qual’è la tua narrazione, intrisa di realtà, che non racconti?

Forse preferivi l’esperienza, la vita reale, ti dicevi che tutto passava in fretta. E’ passato e cos’è rimasto in te? Me lo chiedo perché non ne ho misura, vedo il presente solamente, mentre pezzi lunghi della tua vita, scompaiono anche a te. Com’erano i tuoi trent’anni? e i venti?

Cosa eravamo allora, distanti nelle nostre vite. L’epica dei giorni di furore e le quieti immani. L’abitudine ancora molle da plasmare e gli scarti repentini dell’umore, le tristezze che dilagavano e le alzate d’orgoglio incerto: manca molto all’appello. Racconta di te che resti traccia della vita, bella a te anzitutto. Racconta senza nostalgia d’aver vissuto, racconta e i giorni che verranno saranno nuovi, racconta senza fretta, prenditi tempo e risali assieme a chi ti ascolta. Ci sei tu nella tua vita assieme al mondo. Ricordi come si chiudevano i pensieri d’assoluto?  dopo di noi il diluvio ed era così bello pensarlo allora, invece il diluvio non c’ha portati via. E neppure siamo naufragati, siamo finiti molto in là, ma ciò che c’è stato in mezzo non è stato un caso. Per questo ci serve ancora e ci servirà, non è stato un caso e se resta poco di noi il mondo perderà qualcosa. E’ l’era dell’oblio, non l’avevamo mai conosciuta prima, ma restiamo ribelli ancora: ricordiamo per avere futuro.

istruzioni per l’uso

Di tutte le manipolazioni tentate su di me, quella che mi è stata più distante è l’essere usato. E naturalmente ho cercato di non usare.

E’ stata una buona scelta nel vivere ?

Non potrò mai saperlo davvero. Non ne ho la controprova, però ne conosco il prezzo, e vale la scelta.

Una scelta può spingere in avanti oppure far retrocedere, ma certamente non ha lascia nulla di fermo.

Una scelta non elimina le possibilità che si sono perdute, vivranno altrove, in altri  e così non basterà il ricordo o l’emozione che l’accompagnerà.

Ed è davvero una scelta, se corrisponde alla propria pelle come un abito ben tagliato. Questo è il tradire o l’essere fedele.

Però confondono la pazienza con l’arrendevolezza, la forza di lasciar perdere con la debolezza. Forse non può essere altrimenti, ciò che certamente non sarà buono è il tradire se stessi.

Poi per descrivere cosa ci accade bisogna leggersi dentro, e lì non ci si nutre di frasi usate. Neppure quando le parole sono buone. Neppure in prospettiva.

Per adesso può bastare aver fugato una sensazione.

Per ora può bastare.

la sintesi

IMG_8084[2]

Entrando nell’edificio, mi colpì l’odore dell’ombra e del legno. Poi la luce soffusa. Veniva dall’alto, ma sembrava ovunque, spalmata sulle pareti, sul pavimento, sulle persone. Fuori un afroamericano, in divisa blu oltremare, puliva meticolosamente pomi d’ottone. Oggetti inutili e belli che nessuno usava: tutti spingevano il battente e il legno di quercia s’era fatto più biondo nei punti di contatto. Prima d’entrare, m’ero goduto mezz’ora di solitudine da Starbucks. Non capire nulla dell’americano smozzicato degli avventori e dei camerieri, lo aveva fatto diventare una nenia di fondo, e così bevevo caffè intingendo muffin al cioccolato, scrivevo, guardavo attorno. I visi avevano storie. Sentivo che imprigionavano case alveare, luoghi, abitudini, mestieri che volevano essere raccontati, ma non uscivano dalla coscienza perché mancava un ascoltatore che non li conoscesse. Così sentivo gli sguardi che si posavano, un pensiero fugace e poi lo scivolare via. E allora immaginavo. Per l’aria sottile di prima mattina, mi sembrava una storia perfetta. Ma cos’era una storia perfetta?  Una sensazione descritta in parole che si facevano più precise. Confezionata per essere aperta, e poi ripresa in mano. Depilata, mutata in un erotico emergere di forma essenziale, guardata e riguardata, ascoltata e capita. Un necessario continuo togliere, scoprire dopo aver ricoperto, sino all’osso limite quando il banale scompariva e restava il corpo, la sostanza, il perfetto in sé.

Senza poter parlare il processo era su di me: potevo essere una storia perfetta, come chiunque attorno. Si partiva dal banale, da una decisione che scartava: prima avevo seminato i compagni, la sera ero stato reticente, avevo infine rifiutata la bella compagnia che s’era proposta. Solo. E tutto questo perché c’era una determinazione, un canovaccio già scritto di cui, però, non sapevo cosa sarebbe avvenuto, pur avendone la sensazione positiva. Quell’attendere da Starbucks era un assaporare ciò che ancora non sapevo e ritardavo, e questo lo pensavo rafforzando il futuro immediato con scelte precise: cosa avrei fatto, il tempo che avrei impiegato, dove sarei stato per tenere la magia dell’emozione, il ritorno. E cercavo di scriverlo, scegliendo le parole che descrivessero qualcosa che ancora non c’era. Cioè cercavo di descrivere il nulla che è pieno di presagio, l’attesa non il fatto.

Attraversando la strada, notavo particolari, come dovessi poi ricostruire qualcosa. Di fatto preparavo un racconto per la memoria. Qualcosa che sarebbe rimasto, artificioso e determinato come ogni prodotto della volontà, ma al tempo stesso inerme e fiducioso dello svolgersi. Come in una partita di scacchi avevo i pezzi, cominciavo le mosse, volevo condurre il gioco con geometrica essenzialità, non importava vincere o perdere, l’importante era ciò che ne sarebbe rimasto. Per questo scelsi subito che non avrei visto tutto. Furono tralasciate molte sale, perduti tesori che potevano attendere una improbabile altra visita, le ridussi a quattro o cinque. Il numero fissava un tetto alla sopportazione della bellezza, cercava di esaltarla e così passai non poco tempo davanti a un Monet, seduto su una panca e spesso oscurato dalla schiena e dal sedere di occhi frettolosi. Chiudevo gli occhi e lo vedevo ancora, li riaprivo ed era là. Un atto estetico, inutile e per me sommo: la rinuncia. Mi beai del fatto che la sazietà era venuta prima del previsto e che in quel colore, guardato ripetutamente, potevo vedere la pastosità del farlo, la punta di bianco di un riflesso, cercare di intuire un pensiero che mescolava e semplificava. Come per le parole il pennello si soffermava nella densità per estrarre l’analogia con una forma, l’impressione tradotta in emozione, per poi sostare e vedersi riflesso. Ecco, questo mi sembrava la sintesi, il coincidere tra emozione e rappresentazione.

Tornando al racconto di me, di tutto questo vedere, immaginare, sentire, tenevo il controllo pur lasciandomi andare e travolgere. Pensai, lo ricordo bene, che tenevo il bandolo del filo del mio tempo. E non c’era altro che il sentire senza mediazione e senza qualcuno che avesse spiegato prima, il contesto e cosa notare,vedere, cogliere. Come per un incontro voluto ero inerme e disposto alla meraviglia. E per questo forte. Come una storia, per l’appunto che determina il futuro. Ed è un raccontare senza scopo che trova senso nella gratuità del dire, non nello spiegare o nel far comprendere. Il dire nella sua evidenza, a sé, anche davanti a nessuno.

Ho un appunto di quella mattina, scritto su una panca d’acero prima d’uscire:

L’ombra dopo la luce sul palazzo di fronte, Picasso, Caillebotte e altri, confusi già ora, Monet, la colazione luminosa di Renoir e la camera di Van Gogh ad Arles, una panca perfetta d’acero biondo, la pace di una scelta, poi nuovamente la luce e il silenzio. In mezzo al rumore. 

Per arrivare alla sintesi servono moltissime parole, e sensazioni, ma quando si capisce cosa si sente tutto prende il volo e resterà una sola parola.

quale forza vorrei

non vorrei la forza del guerriero,

quella no,

piuttosto quella del poeta,

che solleva stanco, il passo nella neve,

eppur procede.

Vorrei la costanza indomabile dell’immaginazione,

il tempo ritmato delle pendole, 

la tristezza del non fatto che si scioglie.

Vorrei tenere la forza dell’ abbraccio, 

il parlar muto

liberato dal condiviso sogno. 

Vorrei tener cara la morbidezza della neve

che prima si schiaccia in orme

e poi si scioglie

e cola in rivoli nei tombini arrugginiti,

scivolando verso la campagna, 

dissetando piante e terra

finché il mare poi l’accoglie e fonde.

Vorrei la memoria d’acqua,

l’essere stata altro e l’essersi mutata,

fiduciosa in sé dell’ accaduto.

Ecco la forza che vorrei,

gentile e inarrestabile, 

zeppa d’ afrore e vita,

come quella del poeta che

accarezza e fa l’amore con ciò che vede

tenendo cara la vita che l’accoglie.

appunti sul Cansiglio

IMG_7976
Anguane (anche òngane): ninfe ammaliatrici che abitavano nelle vicinanze di pozze d’acqua o nelle cavità. Benevole in montagna e via via malefiche verso la pianura (forse non dipendeva da loro). Il loro nome veniva usato per tenere i bambini lontani dalle pozze d’acqua e dai bus (buchi) del terreno carsico.
Salbanei: folletti dispettosi e mattacchioni che annodano i capelli ai bambini, mettono a soqquadro le stanze, nascondono le cose.
Con i semi di faggio, le faggiole, si faceva una farina per fare pane o altro cibo.
Anno di pasciona lo scorso anno, ovvero di abbondante produzione di semi che daranno origine ad alberi. E il bosco cresce per semina propria e selezione naturale.
Nomi di piante viste e trovate, tra le altre, geranio, cardo, bardana, veccia, artemisia, aconito( velenoso e mortale), veratro (falsa genziana velenosa), molte orchidee, ce ne sono più di 70 specie di orchidee selvatiche. Il tutto tra un numero imprecisato di specie di piante. Il sottobosco ha una bellissima elasticità, è coperto di semi, foglie, residui vegetali, densamente abitato… Chiazze di sole tra ombra fresca e profumata di legno e resina, c’è un profumo di timo selvatico che si solleva quando lo calpesti.
Il Cansiglio è un altopiano con 6570 ettari di bosco di proprietà pubblica diviso tra due regioni e tre province (adesso che spariranno le province non si potrà più dirlo).
A parte le case dei Cimbri, non ci sono proprietà private nel Cansiglio.
Acquisito dalla Serenissima assieme alla città di Belluno nel 1500, tenuto in gran conto soprattutto per i faggi necessari per fare remi da 6/8 mt e utilizzato in grande tutela, con un apposito provveditore.
E’ un territorio carsico con una configurazione depressionaria, una sorta di catino bucato, dove piove molto e non c’è acqua e che crea il curioso fenomeno di avere temperature bassissime a bassa quota (anche -35 a 1000 mt).
Ricco di grotte profonde e foibe : Bus della genziana, Bus della lum e l’Abisso del Col della Rizza. ( Bus si pronuncia con la esse che ha un suono strascicato e tra esse e zeta.
Oggetto di migrazione di Cimbri dall’altopiano di Asiago (Roana) che approfittarono della fine della Serenissima (1798) che vietava gli insediamenti, ebbero fino a 500 individui su tre comunità. Oggi ci sono 13 cimbri stanziali in tutto il Cansiglio. Gli abitanti residenti dell’altopiano sono una trentina.
Foresta di faggi, abeti, pini, poche betulle e querce. Gli alberi si regolano da soli e cercano le migliori condizioni per attecchire e vivere. E chi ha detto che la foresta non si muove? 
Come distinguere l’abete bianco dall’abete rosso: i rami del primo sono decombenti (verso il basso), quelli del secondo assorgenti (verso l’alto). Belle queste parole, decombente e assorgente, denotano uno stare, un essere e non un sopportare o un dovere.
Nell’abete gli aghi sono singoli e nell’abete bianco sono piatti, mentre in quello rosso sono cilindrici. Nel larice e pino sono a ciuffetti, tre o più aghi assieme
Dalla distillazione della resina dell’abete rosso si ricava la trementina (acqua ragia). Il legno è bello e facile da lavorare, oltre che per utensili e lavorazioni, ha doti di grande risonanza musicale e si presta per fare casse armoniche di strumenti. Alberi di navi non se ne fanno più e agli impianciti ci pensano quercia e teak, un po’ mi dispiace.
I veneziani preferivano il faggio, legno duro e facile da lavorare, ottimo per i remi, con gli abeti, più elastici, facevano alberi e pennoni. Ma ci pensi come facevano a portarlo fino in arsenale a Venezia con pezzature anche da 15/20 metri…
Il nome Cansiglio: concilium luogo di incontro.
Come raccontare una giornata così piena di verde, colore che s’indossa e s’inghiotte, ma non si descrive con facilità? Si pensa verde, lo si assorbe, si diventa verdi dentro, oscillando sincroni, nella mutevolezza che lo fa sfumare nell’aria oppure incupire nell’ombra. Assomiglia all’umore libero, senza aggettivi. Il Cansiglio è un bosco e un luogo e qui si potrebbe finire, invitando ad andarlo a visitare, a viverlo. I miei appunti non parlano della magia che si avverte sottile. Quando le cose si destrutturano nella semplicità, emergono forze strane, impalpabili, nascoste. Tutto è ciò che sembra, ma anche altro. In fondo la linneana geometria dei nomi, è un ordine che serve a noi, ma tutt’attorno lussureggiano piante con varia iterazione con l’uomo. Gli animali sanno ed evitano, oppure sviluppano antidoti. Il confine tra velenoso e benefico porta indietro, a pratiche semplici, decotti, estratti, disseccamenti, che è poi rimettere armonia con ciò che si mangia, con ciò che si è. La magia è questo irrompere dell’archetipo, del semplice senza nome riportato a sentire. Basta un buco nella terra per capirlo: le foibe impauriscono ed attraggono, come ogni abisso. Succede anche nell’animo. E la fredda esalazione del profondo inverte le idee d’inferno, eppure il verde si lancia verso il fondo senza paura, come i sacchetti di rifiuti che l’uomo buttava (adesso non più), però il verde è vivo e alla fine vince. Andare a fondo senza paura, fidando. Magia è uno stato non una constatazione. Forse esigerebbe solitudine e silenzio. Nella foresta non c’è silenzio. Mi torna a mente un’ eclissi totale vissuta in montagna, si oscurò il sole e gli animali, d’improvviso, tacquero, per paura. La paura impedisce di comunicare, ci toglie dalla naturalezza. Ma oggi non ci sono eclissi e tutto parla, si muove, comunica. Cosa comunica il verde che trasfigura in marrone e si scioglie nel giallo? Anche in questo soccorre l’idea di magia, il linguaggio senza nomi non si decritta eppure rasserena, come le erbe medicinali che sciolgono la tensione se ci si affida. Affidarsi, ecco un termine che accompagna la magia, bisogna sentire che non c’è minaccia, ma equilibrio che accoglie. Mi convince la riflessione della guida sulla pericolosità degli animali, prima vengono gli choc anafilattici con i calabroni e le vespe, poi, molto distanti, i cani selvatici e non hanno invece rilevanza i lupi, gli orsi, i cervi, le stesse vipere. Se facciamo parte di un equilibrio le regole sono commisurate alla nostra forza e adeguatezza, ma noi non siamo più in quell’equilibrio, ne abbiamo alzato l’asticella complicandolo. Sovrastrutture. E’ così bella l’idea che tutto questo verde sia un bene comune, che la proprietà non lo tocchi, che non si complichi ulteriormente l’equilibrio.
Il verde non si racconta, neppure l’idea di spazio, l’ombra, il sole, l’alternarsi di nubi e luce piena, neppure il profumo che si mescola col fumo delle cucine. Si mangia, facciamo rumore, tutti assieme si serra il branco, si ride molto. Fuori la foresta, il silenzio che non è tale, la comunicazione con i tempi lenti delle stagioni. Il verde è quel colore che è suono, erba alta spostata dal vento, oscillare semplice, indifferente e forte.

imprecisione

Tenendo impreciso l’inizio del tempo, 

le cose, gli atti,

e più ancora il pensiero che lo mosse,

allegri si mostrano, lacerti di speranza.

Ciò che non si è fatto potrà iniziare poi.

Forse, ma non importa poi tanto,

la distanza genera impensate serenità

e basta un appiglio per non precipitare

nel non fatto che annichilisce.

E’ questione di dimensioni, nella vita si sceglie,

in disparte non resta il marginale,

ma l’importante che abbiamo scartato.

Delle tante bellezze del possibile, qualcuna si è scelta, 

mentre altre, ancora, sorridono invitanti.

Per non smarrirsi nel desiderio 

è giusto dare, a ciò che si lascia, una possibilità: 

sarà tempo.

E da un passato dove un briciolo s’espanse,

viene una data per l’ inizio, 

ma non vogliamo tutto ciò,

perché è bellissimo che il fiume scorra 

e non abbia solo una piccola fonte,

un limite, a noi che limiti non abbiamo.

Così comprendo ciò che non è esatto, 

e amo i miei orologi in ritardo, 

scandiscono la bellezza che non è ordine, 

e abbraccia,

ricamando di possibili alternative,

i sogni.

elogio della timidezza

La timidezza allena e costringe ad una sensibilità maggiore. Poi nella vita s’impara a sopperire quello che l’istinto non regala e ciascuno ha i suoi piccoli schemi per mascherare il tratto timido che resta. Ma ci sarà un canale in più, sempre attivo, che valuterà parole, gesti, silenzi considerandoli specchio di chi li compie. Il timido, anche se mascherato, prende sempre sul serio la persona e ciò che gli viene detto e fatto. E pensa di capirlo oltre l’apparenza. Ad esempio, ci pensa anche in relazione al gesto educato, visto che il cripto timido tiene in gran conto l’educazione. Nel ringraziare sente, allenato dalla timidezza, il gesto dovuto, quello affettato, quello sentito. Naturalmente avverte ancor più l’assenza del gesto. Tra un gesto che è sinonimo di buona educazione, il rendere grazie per abitudine e un gesto sentito c’è una distanza che è coperta dal sentimento ed è questo ad essere avvertito. Se all’educazione viene unito il rapporto con l’altro, sparisce l’affettazione e il gesto dovuto, resta la percezione di un riconoscimento reciproco. E questo ha grande valore per chi ha frequentato la timidezza.

Tutto questo sentire è presunzione? Questa parola ha cattiva fama, anche se è il mezzo che nasce dal difendersi: si presume per prevenire. Allora usiamo un termine più in voga e positivo: intuizione. Quel canale in più che ha la timidezza è intuizione, ovvero anticipazione di ciò che è ancora latente. O ancor più, tentativo di comprensione profonda inerme. Avere qualcosa di positivo a disposizione per capire non esime dall’errore, diciamo che rende sensibili e attivi, e non è poco nell’età dell’indifferenza. 

amicizie virtuali

Mi viene chiesto di confermare una “amicizia ” su fb. Me lo chiedo anch’io, confermo? Amicizia ha un significato preciso, e per me il social ha meno rilevanza del rapporto umano vero, però c’è anche questo mezzo. Mica mi obbliga nessuno a starci, basta non raccontare come non si è. Quello che dico, sia nel virtuale o meno, è sotto mia responsabilità, quindi se si parla si dovrebbe permettere d’essere ascoltati. Ma la vita è altro, su fb è tutto è così parziale… Anche se possono nascere vere amicizie, in fondo tra affini ci si riconosce.

Non facciamola lunga, i veri amici hanno il mio telefono, sanno che ci sono, e questo basta per tracciare un confine. Non ho obiettivi, non devo crescere in popolarità, non ho nulla di cui vantarmi, leggo il profilo e acconsento. Può finire qui, ma sarebbe meglio avvisare che sono un po’ esigente e che se qualcosa mi disturba, prima dico che non mi va e poi taglio. E non si tratta di avere idee diverse, o almeno non troppo, ma se i nostri mondi che non si parlano, qui lo si scopre dopo. Mica è come nella realtà che capisco se cercarti o bere il caffè con te. E’ importante un caffè assieme, perché ti parlerei di ciò che penso con fiducia e senza pesare troppo le parole.

Questo è il limes con la realtà: cercare davvero l’altro e unire un piccolo piacere alla nostra fiducia. 

 Amor mio fedele, primo, pure la notte in sogno ti vedo; / mi sveglio e non ti rivedo, / e comincio a piangere a lungo. / Poni il mio amore nella tua anima / com’io l’ho nel mio cuore, / perché così vanno le cose nella vita: / amare come si è amati.

“amicizie pericolose”

Essere amici dei potenti comporta dei rischi e qualche certezza. Il rischio è quello di essere coinvolti nella caduta, la certezza è quella che al favore ottenuto si unisce una dipendenza difficile da sostenere. Però scegliere di evitare le “amicizie pericolose” ha un costo, spesso la marginalizzazione in politica o negli affari. Anche nella professione queste “indipendenze” si pagano. Guardo le vicende veneziane di questi giorni, penso a quanti esibivano la frequentazione dei potenti di allora come passe partout per il proprio accreditamento. Molto oggi viene negato, nelle teste vengono ricapitolate occasioni e incontri, ciò che era a pacche sulle spalle ricondotto a semplice istituzionale e necessaria conoscenza. E tutto porta a rapidi reset del passato. E così penso all’evidenza, alle carriere degli yes man, le contiguità vantate, le feste esclusive, il potere esibito. Ci sono degli indicatori infallibili per capire quanto si conta nella testa dei potenti: l’essere invitati nei palchi d’onore, ai ricevimenti dei prefetti, alle tavole esclusive di C.L. Se questi inviti cessano, significa che non si conta più, ovvero che non si è potenzialmente interessanti per altro e che il proprio ruolo pubblico è scomparso. Visto quanto accade, ed è già accaduto in passato, capisco che non cercare le “amicizie pericolose” è una predisposizione inconscia, che conoscere per lavoro è molto diverso dall’essere sodali, che “non contare” è una libertà grande, che ciò che salva è una timidezza diffidente che induce a non lasciarsi andare, a non cercare confidenze eccessive. E infine, che dire di no, non è facile, ma paga se è conforme a ciò che si sente. Potrebbe essere definita una scarsa attitudine a puntare verso l’alto o meglio, un’ambizione molto limitata. Ma non è una diminutio, è una vera benedizione se si sa apprezzare l’equilibrio che genera.