Credo sia l’età ma provo una insofferenza crescente per i modi in cui evolve il mondo delle relazioni sociali. Parto dalla politica, forse perché da molto ci sono immerso e l’altra sera mentre ascoltavo gli interventi di analisi sulle ultime elezioni e mi chiedevo cosa stia mutando nei rapporti di potere. Badate bene che parlo dei modi della politica, ma questo riguarda tutto, anche i sentimenti, che pure sono una cittadella ben difesa epperò consegnano persone sempre più inermi ad arroganze criptate nell’eguaglianza fittizia di genere. Ne riparleremo, intanto parlo dei modi della politica e di nuove arroganze, di fiducie dettate dalla disperazione, di comportamenti omologhi premianti.
Nell’analisi di una sconfitta, la parola umiltà esonda, diventa un chiedere scusa senza dirlo, non una disponibilità ad ascoltare. Ti ho già detto che sono umile, che vuoi ancora? E se questo accade quando si perde, comunque tutto si innesta in un contesto di vittoria. Altrove il successo è stato pieno, adeguatevi. Lo conosco quel trattare con sufficienza le persone, si vinca o si perda, l’ho conosciuto in tanti politici e politica di sinistra, tale o presunta. E lo vedo ora che i giudizi si sprecano, che le antipatie, il rifiuto dell’ascolto, l’opinione forte e senza appello sono esplicite. A supponenza poi corrisponderà supponenza. E così anche i giovani che sono entrati in politica, si imbevono di sicurezze e modi sprezzanti, usano il chi? per dire che non si è nessuno e applaudono il vincitore. Si convincono in fretta, non esercitano spirito critico perché è una perdita di tempo. Ma che saranno queste vite senza dubbi? Guardo i ministri e le ministre, sono nuovi e giovani, belli e non usurati dalla politica (ancora), ostentano sicurezze più giovani di loro, dicono parole così nette che chi non si riconosce è fuori. Sembra che non gli importi l’antipatia che accompagna l’eccesso di sicurezza, ma piuttosto il tracciare confini invalicabili. E’ strano che la tanto avvertita nuova politica non se ne accorga e che nessuno, ripeto nessuno, si affidi all’argomentazione, al ragionamento. Convincere attraverso il discutere è fuori tempo, adesso vale l’imporre.
Tempo perso si dice, valgono i numeri e la velocità. Ci sono quelli che frenano e quelli che corrono, anche la cultura, il sapere diventa a senso unico (i passatisti e i futuristi, si chiamavano così allora). Dove si corra non si capisce bene, ma l’importante è dare l’impressione che tutto si muova. Una espressione molto in voga è : il Paese si è rimesso in moto. E’ importante, dà fiducia, ma qualcuno che lo guidi davvero, che conosca il motore, spero ci sia e forse è meglio non disturbarlo. Però è brutto stare tutti zitti, e non piace essere messi tra i conservatori se si sollevano obiezioni e ragioni. Ci sono cose di cui non si parla, privilegi, caste immuni, temi come l’evasione fiscale o il problema dell’eccesso di ricchezza in pochi che sembrano argomenti da stampa estera più che elementi di cambiamento reale. Da tempo in economia circola l’idea che il vero problema del mondo sia l’ineguaglianza e che un modo per affrontarla sia la redistribuzione degli eccessi di ricchezza. I troppo ricchi sequestrano il denaro e le risorse e impediscono lo sviluppo. Non è una teoria marxista, ma è un pezzo di pensiero liberale e occidentale che sta riflettendo sul tema e propone soluzioni che ripercorrono quelle già adottate dopo la fine della seconda guerra mondiale quando si redistribuì una parte della ricchezza prodotta attraverso la tassazione e creando, di fatto, la classe media. Mi rendo conto che sono discorsi noiosi, ma se non ci si riflette almeno un poco, come si potranno valutare le cose che ci accadono. Cito solo un’ovvietà, l’enorme tassazione italiana finisce in gran parte per pagare il debito, quindi non assicura la possibilità di crescita che viene totalmente affidata al privato. E l’imprenditore cosa potrà fare se non cercare il profitto? Sembra un dilemma senza soluzioni, ma le indicazioni non mancano per trovare una nuova via alla crescita partendo dai privilegi insostenibili, dai monopoli di stato che bloccano la concorrenza reale, dalle inutilità che non vengono messe in discussione. Tutti noi abbiamo elenchi di sprechi in testa, solo che sembrano riguardare un altro Paese non il nostro. E le parole che si rincorrono non sono: soluzione, equità, obiettivo, ma velocità, cambiamento, giudizio. Con queste parole il ragionamento viene dopo l’azione, come in un esperimento in vitro: si guarda quel che accade dopo i cambiamenti ed eventualmente si corregge il risultato. Ecco la ragione di tanta reiterata supponenza, che sfocia nel fastidio, un lasciateci lavorare che esclude chi non condivide.
Certo, e questo è enormemente positivo, sta cambiando la visione di molti luoghi comuni, gli attori di un tempo devono farsi domande, meritarsi la scena. Per troppo tempo si è vissuto di liturgie che non avevano una divinità per questo la novità mi sembrerebbe la discussione, il confronto e poi la decisione con un tempo prefissato. Un sollevarsi di intelligenza finalizzata che faccia decollare la consapevolezza di partecipare a un progetto comune, ma questo non elimina il dibattito, anzi utilizza l’intelligenza altrui per far meglio. Redistribuire l’intelligenza sarebbe la prima grande operazione di equità, ovvero non pensare di possederla in esclusiva e farne un bene comune.

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