capire il limite

DIstrazione

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Ci sono quelli che non si voltano mai indietro, hanno coscienza di sé, lasciano e pensano al nuovo. Altri, più incoscienti, sono incollati alla propria storia, l’hanno ficcata dentro uno zaino che è diventato zeppo e pesantissimo. Pensano di conoscerne a memoria il contenuto e così ci guardano di rado. Ma se lo facessero scoprirebbero cose interessanti. In compenso lo portano in giro rassicurati dal ricordo e dai fili che sembrano tener aperte comunicazioni. Dall’altra parte dei fili ci sono esigenze ormai spente, oppure altre che non s’accontentano. Intendimenti diversi si erano incontrati. Ora che resta? Per fortuna pesi diversi.

Qual’è il limite di peso consentito per volare? E se in un momento di quiete, oppure di passione, venisse voglia di andare e basta, togliere senso al tempo e camminare? Si sarebbe fatta la pace con ciò che non è accaduto, e vuotato lo zaino, riprenderebbe la storia. Perché capire il limite non è accontentarsi e neppure farsi una ragione. Nell’adattarsi il corpo si piega e si chiude, lo si vede nella postura che a volte si ribella; soccorrerebbe allora l’immagine del risveglio felino, che si stira e si guarda attorno stupito. Per un attimo, solo per un attimo, prima di una nuova mobile indifferenza.

pretese

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Ho comprato prima uno, poi decine, poi centinaia, poi migliaia di libri. Milioni di parole scritte, di pensieri avvenuti o immaginati, di storie narrate. Spesso mi piacevano, le avevo scelte, eppure non volevo assomigliare a nessuna di quelle storie. Volevo essere differente, ma riconoscere qualcosa di me in tutte. Ansia d’umano? Anche, e mi sono circondato di storie, le mie e quelle che ho sentito raccontare, di libri che non riuscivo a leggere, perché erano sì interessanti, ma troppi. Però sapevo che avevo comprato l’immortalità. Lo sapevo ad ogni libro finito, nel piacere di iniziarne uno nuovo. Un piacere intenso pari a quello che avrei avuto nel terminarlo. E mi godevo quel momento intermedio in cui potevo scegliere la prossima storia, il fascino di un altro pensiero. Cosa avrei ritenuto di quel libro: la differenza, l’assonanza, la somiglianza, il ripudio? Quanto di me avrei trovato e quanto di me ancora ignoto avrei scoperto? Di un libro restano poche frasi tra centinaia, alcune folgoranti di sintonia, altre strane od opposte a noi, molte inutili, ridondanti semplicemente scorrono. Una lettura partecipata è un bilancio tra interesse e noia. Lo sanno gli scrittori. E i lettori. Ma ciò che fa di un libro qualcosa che eccede il mezzo è il rapporto tra chi scrive e chi legge. E chi legge è il dominus, è lui che si riconosce. Questo mi dicevo guardando le file di libri sulle pareti di casa. Pensavo che nella perenne ricerca di qualcosa che dovrebbe completarci c’è la stessa immortalità del ritrovarsi in qualcosa d’altri. E questo piacere dell’incontro altrove lo potevo ripetere fin che volevo. Ed ero contento.

abilità

Mi avevano insegnato a far la punta alle matite. Nel libro di disegno c’erano illustrazioni che mostravano il legno scolpito e punte esagonali bellissime. Non si poteva usare il temperino, e neppure il coltellino (forse temevano ci ammazzassimo a vicenda negli intervalli), bisognava adoperare un attrezzo strano, antenato del cutter, che conteneva una lametta da barba. E imparare a controllare la presa e la forza del braccio per avere un risultato era una disciplina zen che ci avrebbe insegnato anche a fare linee sottili oppure grosse con le stesse matite. Ma questo non lo sapevamo e nessuno lo spiegava. E anche se l’avessero spiegato sarebbe stato lo stesso. Così si consumavano le matite, nel profumo del legno di cedro e nel truciolo di grafite che c’ imbrattava le dita, i fogli bianchi A4, squadrati con attenzione, il banco e non di rado maglioni e camicie. Con successivo e insufficiente gran uso di gomme. Quelli bravi erano i puliti, gli ordinati, gli appuntiti. Ci voleva talento e io non ne avevo, eppure di quel fare ho nostalgia e se prendo una matita per farle la punta come un tempo, tralasciando i temperamatite evoluti che posseggo, lo faccio per mio conto, come fosse un piacere  segreto. Non c’è un fine particolare, né un’utilità, è solo la verifica di un ricordo d’abilità che nessuna macchina riesce a dare. E in un sorriso altrettanto segreto finisce tutto.

pendolo di tramontana

La lamiera ha risuonato tutta notte,

pendolo di tramontana,

poi le nubi, al mattino, si son divise,

tra rivoli di grigio

e di bianco,

e lì s’è sciolto il vento

nella luce rosa

e poi gialla dell’est.

T’ho sognata,

al risveglio eri un eco,

come un brivido di freddo

e l’abbraccio non sarebbe bastato.

umbratile

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Mica lo sapevo di essere umbratile, l’aver imparato la pazienza, anche per predisposizione, occultava questo mutar d’umore e sopratutto il bisogno di solitudine. La solitudine quando si sceglie, non sempre, forse per questo l’umore umbratile è meno prevedibile perché vive sia in compagnia che da solo, partecipa, a volte è proprio un compagnone, ma a guardarlo bene è sempre un po’ distaccato, come se vi fosse un bisogno nascosto, un desiderio, che attende d’essere soddisfatto. Di questo star assieme, per bisogno di compagnia, e dello star solo per bisogno d’essere con me stesso ho imparato presto a considerarli come parti di me immodificabili e quindi tanto valeva accettare entrambi gli stati. Così giustificavo l’umbratilità, la facevo mia e potevo cercare di gestirla. Più complicati erano gli sbalzi d’umore che facevano star male se ulteriormente compressi. Ho ricordi da ragazzino di questo carattere e di questa ricerca di equilibrio tra solitudine e compagnia. Anche di risposte strane, così pareva loro, ai miei compagnucci per questo esserci e andarmene. Ho capito poi che non era una cattiva cosa, ma un modo per essere sinceri. Con se stessi anzitutto. Ho scoperto allora che essere chi si è oltre la superficie, non interessa poi tanto, che lo si può mostrare a seconda degli interlocutori, e che mettere assieme due opposti non è difficile, ma induce a cercare chi è simile per capirsi. Quindi un ragazzino che giocava assieme o da solo, che aveva bisogno di spazi per pensare oltre che di correre poteva accettarsi. Ma quando era solo pensava a cosa? A quell’età le cose non sono mai troppo complicate, c’era la voglia di fantasticare e questo si può fare assieme solo se si è in sintonia. Se avevo bisogno di star solo, fantasticavo.

Una bella ginnastica quella di mettere assieme tensioni differenti nella stessa persona. Ho scoperto che le donne la fanno molto più degli uomini, e non è solo una questione di ruoli, credo derivi dalla cura, dal farsi carico e che il bisogno di star da sole, nelle donne, sia una doverosa cura di sé che spesso viene loro negata. Quando lo capii, ebbi la sensazione di aver una parte che capiva e sentiva assonanza, ma si collocava comunque in un genere privilegiato. Non credo di poterci far molto, ma l’umbratilità altrui provoca in me una reazione che cerca di capire cosa ci sia dietro, se la cosa mi riguardi oltre la sua manifestazione. In questo è utile la pazienza, il vero legame tra opposti che fa tenere assieme solitudine e compagnia, temperando entrambe. Se accetto me dovrei accettare anche gli altri, ma non è necessario abbia empatia con tutti, ma solo con quelli che mi interessano, che sono simili, perché con loro posso comunicare a un livello di realtà maggiore. E di loro capisco la necessità di raccogliersi, di avere un proprio spazio riservato. Non è difficile capirlo, se qualcuno vuole essere lasciato in pace è perché ha bisogno di ritrovarsi, di recuperare energia, di riprendere a fantasticare, di essere libero. Almeno per un po’. Poi tutto riprenderà, ruolo, necessità, responsabilità, ma una pausa non si dovrebbe negare a nessuno e siccome nessuno ti insegna come trattare la propria umbratilità, bisogna imparare da soli a ricavarsi spazi, a dire di no. Almeno per un po’ finché la pazienza riprenderà il sopravvento.

spiegazione che si può tranquillamente saltare

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Due giorni fa ho pubblicato dei pensieri in sequenza, senz’altro legame che non fosse il succedersi cronologico. Non era esplicito ma mancando una tesi e una conclusione, ricomporre la frammentarietà era affidata a chi leggeva. Si potevano scorrere le parole come dei frames, abbastanza banali, di proposizioni e archiviare il tutto, oppure potevano essere evocativi di sensazioni e convinzioni proprie sino a una conclusione o meno. Cioè la storia tra le slides può proseguire oppure no, a scelta, perché ognuno di noi ha una propria storia in un campo così abusato come quello dei sentimenti, ha delle convinzioni, dei luoghi personali e dei luoghi comuni. Ma perché poi dovrebbe leggerla in parole d’altri? E a che serve questo scrivere che vorrebbe far scrivere il testo in chi legge più che esporre il proprio testo?

C’è un antefatto e un postfatto.

Racconto l’antefatto. Ho riletto alcuni miei vecchi testi sparsi tra carta e altro, anche su questo blog. E, checché se ne dica, scrivere è una buona misura del comunicare a sé. Anche in altri modi di espressione si vede il cambiamento di interessi, il modo mutevole di vedere il mondo, gli apprendimenti che diventano sostanza. Accade nelle arti visive, in quelle plastiche, nella musica, ovunque ci sia espressione. Succede anche nel lavoro non tayloristico o burocratico. Però nella scrittura è più evidente e così rileggendomi in poche cose, però distanti, ho visto un’ attenzione diversa. C’è stato un tempo della ricerca della sintesi, un tempo di parecchia condivisione musicale, un tempo ricco di descrizioni, un tempo di ricordi, un tempo ermetico. E così via. Ma ora che tempo è ? Mi sono chiesto. Certamente un tempo di passaggio importante, di cambiamento (si cambia a qualsiasi età dipende come), dove tutto è molto più orizzontale, alcune cose sembrano capite e assestate, altre si sono aperte e non si capisce bene come evolveranno.

Il post fatto è che allora mi sono chiesto, non se continuare a scrivere, questo è un mio piacere e necessità, ma se farlo, e come, in pubblico. Avendolo fatto da sempre per mio conto, la considerazione è che non potrei che essere me stesso ovunque e riflettere ciò che sono ora. Ma adesso qual’è la differenza tra ciò che resta privato e ciò che è pubblico. Il pudore del sé profondo, cosa contempla in questi casi? Come nelle conversazioni, si è maggiormente espliciti a seconda che si sia tra amici oppure tra conoscenti o ancora diversamente tra estranei. Ma in questo contesto ho qualcosa di più (e qualcosa di meno, ovvero il contatto fisico) a disposizione, cioè posso dire, raccontare e ascoltare senza troppi vincoli di forma, grammatica, sintassi, regole, tempi, purché vi sia un senso. Almeno per me. Essendo poi un viandante, sarei portato a raccontare. Ma ora, in assonanza con quello che mi accade, sento che la mia scrittura pubblica muta, che c’è un bisogno di ascoltare finché parlo. La scelta potrebbe essere quella del silenzio. Si chiudono tantissimi blog ogni giorno, e altrettanti restano fermi a una data. Quando ci capito sopra mi chiedo cosa sia accaduto, come sia mutata la vita di chi scriveva e se c’è stata una corrispondenza, mi chiedo come sia proseguita la vita. Dove sia, cosa faccia, per alcuni mi chiedo persino se sia felice. Credo ci siano tantissime interruzioni nelle nostre vite, reali o virtuali, che molte conoscenze restino sospese, in attesa, e per chi non ha notizie questo sapersi, cristallizza al momento in cui c’è stata l’ultima comunicazione, al più con una prosecuzione logica immaginaria. Ma il tempo è andato avanti diversamente e la vita vera sarebbe ben più interessante dell’immaginazione, per questo mi piace ascoltare, per riempire il tempo di chi si è fermato, per dare a un frame la possibilità di diventare una storia.

Sembra mi sia perso. Mi piace perdermi e mi accade spesso di guardar per aria, ma in realtà mica ci si perde: si imbocca un’altra strada, ci si segue. Ed io vorrei conformarmi a ciò che sono ora, al bisogno di ascolto e al tempo stesso dire in maniera diversa ciò che mi sento di comunicare. Non so cosa ne verrà fuori. Portate pazienza, o anche no, dipende dall’interesse che avrete per come andrà a finire. E giusto per contraddirmi, una cosa ho capito in questo tempo in cui poco è certo: che non finisce mai.

vorrei sapere chi mi ha venduto

Vorrei sapere chi fornisce il mio nome e numero di telefono ai call center. Vorrei sapere perché ogni giorno, l’80% delle telefonate su rete fissa mi offrono qualcosa che dovrebbe costare meno di quello che pago. Vorrei sapere se il tempo che perdo ad ascoltare è solo segno di una mia cortesia e del rispetto verso chi fa un lavoro mal pagato, con un accento straniero, messo chissà dove, oppure se è una mia debolezza. Vorrei che nessuno si permettesse di registrami senza che io lo chieda. Vorrei sapere perché mentre si vogliono mettere limiti ad internet, il governo non mette limiti a questa vessazione continua. Vorrei sapere perché le cose si sono degradate a tal punto che nessuno difende gli anziani che sono i maggiori utilizzatori di telefonia fissa. Vorrei sapere perché devo pagare qualcosa dove vengo venduto come possibile cliente e perché non pagano me. Vorrei sapere perché i servizi su banda larga sono sempre carenti e la pubblicità invece funziona sempre sullo schermo dei browser.

Vorrei sapere se chi pensa di avermi venduto lo crede davvero oppure non gliene importa nulla, io propendo per la seconda soluzione e allora, mercante di indirizzi e telefoni, stai sicuro che non mi avrai, che ogni telefonata che ricevo mi allontano dai tuoi scopi e da quelli dei tuoi clienti, che sto usando la dissuasione del rifiuto, che non rispondo più a chi non vedo come numero conosciuto. Non mi avrai e se in molti faranno barriera fallirai. E’ il mercato bellezza e io voglio, che nel mio piccolo, tu scompaia perché sei noioso, infedele e usi due debolezze, quella di chi lavora per te e quella di chi risponde. Sei un mercante che importuna e ha merce opinabile, non ti rispetto perché tu non rispetti me.

prima notizia

Da mezzogiorno, su radio e tele giornali, la prima notizia era la trascrizione, in Campidoglio, delle nozze tra omosessuali italiani celebrate in altri Stati. La seconda notizia, che adesso è diventata prima, è quella del sinodo dei Vescovi che apre su gay e divorziati. E si spacca. Quindi oggi davvero non ci doveva essere molto di importante se si gira attorno a questioni becere e vecchie come il cucco. Per quanto mi riguarda, sono contento che i vescovi discutano, sono contento della trascrizione delle nozze, ma proporre questo piccolo angolo di novità come il più importante, è testimonianza di quanta pruderie ci sia ancora in questo Paese. E credo che anche dimostri quanto distanti siano i diritti dalla normalità. Perché di diritti si tratta, ovvero della libera scelta di due persone di amarsi e di stare assieme, e con questa unione generare diritti affettivi, assistenza, diritti patrimoniali, identità civile. Nell’amore lo stato dovrebbe occuparsi solo di tutelare la parte debole, non entrare nell’amore stesso. Ma in questo non c’è alcuna notizia, sui ritardi dello Stato nei confronti dei cittadini si può disquisire, dividersi, dissentire, concordare, ma alla fine non c’è nulla di nuovo. La novità sarebbe una legge italiana sulle nozze tra omosessuali e sulla possibilità di avere figli, adottarli, crescerli, ma questa legge non c’è e allora dov’è l’importanza di questa notizia? Credo che per essere cittadini del mondo, ma anche solo dell’Italia bisognerebbe che la stampa ci proponesse una visione diversa del Paese. E invece ci liscia il pelo, tocca le corde che fanno alzare gridolini di compiacimento o biasimo, ma sempre gridolini sono, Paese visto dal buco della serratura. Cosa c’era di davvero importante attorno oggi: cortei per il lavoro, scontri con la polizia, la Libia che sta esplodendo, Kobane che resiste e contrattacca, l’ebola, la crisi e le sue soluzioni, una manovra economica che avrà effetti, positivi e negativi, sulle vite di tutti. Sciocchezze? Non notizie? Credo che ci siamo lasciati prendere in giro per troppo tempo, che a furia di non guardare siamo diventati miopi e che questa miopia abbia bisogno di essere coltivata attraverso le non notizie. Bravo sindaco Marino, ma vorrei che la sua notizia fosse un articoletto di quarta pagina e che in chi ascolta e legge, ci fosse la coscienza che essere cittadino implica sapere dove si è, capire se le cose ci vanno bene e, nel caso che così non fosse, modificarle. Insomma farsi un’opinione del mondo. E se permettete il mondo è anche e soprattutto altro.

Mantegna agli Eremitani

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La porta d’ingresso laterale era una staccionata da cantiere, fatta d’assi sconnesse e legata col fil di ferro. Appena dentro il buio, forte e poi penombra, il fresco d’estate e il freddo umido d’inverno. E un immenso cantiere che andava in verticale dal pavimento, già a rettangoli di marmo rosso e bianco, al soffitto, ricostruito nel legno della carena di nave rovesciata; poi, in senso longitudinale, per più di cento metri, si andava fino a quell’abside rabberciato, quell’altar maggiore sbeccato dalle bombe, quelle pareti di cappelle che erano state una chiesa colpita, offesa, polverizzata, che ora ritornava pian piano ad essere edificio, memoria, vita. La guerra era finita da dieci anni e quella ferita rimaneva. Anche in noi ragazzini che pure la guerra non l’avevamo vista ed ora correvamo scivolando su quei pavimenti lisci, facevamo battaglie con pigne tra le staccionate, ci arrampicavamo sui ponteggi inseguiti dai carpentieri. Era accaduto l’irreparabile, ma noi eravamo vivi, spensierati, pieni di voglie piccole e immediate, giochi, dolciumi, corse, stanchezze felici.

Cosa può interessare del ricordo personale a chi non l’ha vissuto ed oggi vede una porta grande, in noce di una chiesa apparentemente, ben conservata? Poco o nulla, ma facciamo un esperimento e provate a seguirmi nella grande chiesa che allora non era più tale, alla fine degli anni ’50. La chiesa degli Eremitani, era stata bombardata per stupidità e incompetenza dagli alleati, l’11 maggio del 1944. Dovevano colpire un edificio vicino, il distretto militare, centrarono una delle più belle chiese di Padova, e un caposaldo dell’arte distruggendo il ciclo di affreschi del Mantegna giovane che aveva cambiato il pittore prima della pittura. Quella cappella Ovetari era stata contrastata sin dall’inizio, piena di lotte tra giovani e anziani artisti, gloria di una famiglia e altempo stesso di una Padova che voleva rivaleggiare con Venezia. Mantegna veniva da un paesino del contado, Isola di Carturo, ma era un caratterino non da poco. E per fortuna è stato così, altrimenti mica ci sarebbe stata la rivoluzione che cambiò modo di intendere la rappresentazione del vero. Da altre parti erano ancora alle prese con i fondi oro, con le quantità di lapislazzuli da mettere in un affresco con manti e abiti da rendere munifici e salvifici. Lui, il riottoso allievo, ha molto altro da dire e si dovrebbe parlare dei suoi rapporti burrascosi con Squarcione, Vivarini, Niccolò Pizzolo, Bono da Ferrara, Ansuino da Forlì e con i Bellini per via di matrimonio, ma sono notizie che potrete trovare ovunque. Eppoi a 8 anni mica le sapevo quelle cose, e neppure di Mantegna sapevo. Giocavo in quella bellezza infranta, con una frotta di ragazzini, inseguito dalle imprecazioni degli operai che disturbavamo. Ogni tanto eravamo richiamati dal Parroco, che era troppo buono per non capire che in quelle corse non c’era nulla di male e credo pensasse, c’era meglio tenerci vicino al campanile, piuttosto che altrove. La chiesa man mano veniva ricostruita, noi correvamo e gridavamo e a volte se ne parlava in casa. Il giorno del bombardamento, molti padovani erano andati a vedere il disastro. De Poli, Zancanaro constatarono piangendo la rovina, sparsero la commozione, anche i miei ne parlavano. Poi, constatati i recuperi nelle casse di “ruinassi” (il dialetto in queste cose è impietoso ed icastico, rovine, ecco quel che erano), forse qualche pezzo di figura o testina di affresco finì altrove. Chissà che riemerga col tempo, le cose nell’arte se non vengono distrutte, ricompaiono. Comunque il danno era stato immane e irreparabile. C’è stato un tentativo eroico di rimettere assieme i pezzi, ciò che si vede sono lacerti ed è giusto sia così, il miracolo non ce lo meritavamo. Tutti, perché ciò che si è perduto definitivamente è emblema della stupidità e non c’è giustificazione. Chi mise un distretto militare tra cappella degli Scrovegni ed Eremitani era stupido e altrettanto stupido fu chi fece l’incursione e sapeva. Se non ci fosse stata la stupidità quel luogo magico in cui si erano scontrate due visioni dell’arte ci sarebbe ancora. E forse anche la storia di noi ragazzini sarebbe stata diversa. Qualche sera fa Edoardo Boncinelli, presentava il suo ultimo libro sulla fisica e su “le leggi di Dio” nella immensa sala del Palazzo della Ragione, e così ha iniziato: sono stato a tenere conferenze in molte parti del mondo, ma in un luogo così bello non mi è mai capitato di farlo. E tutti, assieme a lui, abbiamo guardato le pareti affrescate, il soffitto a carena di nave rovesciata, e magari abbiamo pensato che quel luogo era stato ancora più bello con gli affreschi di Giotto e il soffitto di fra Giovanni Eremitano perduti nel ‘500. Ma eravamo consci della bellezza concessaci e della fortuna di esserci.

Essere cresciuti in luoghi che oscuramente riportavano al bello, che parlavano di cose che non conoscevamo, mi piace pensare che sia servito per essere un po’ più attenti, che ci abbia spinto appena un poco sulla curiosità del conoscere. E se ora ho una diversa, e più pesante, ignoranza da allora, ho anche la consapevolezza di un Paese che, ben oltre quello che si dice negli slogan e nelle stupidità che riguardano la cultura e i monumenti, ha dentro di sé la possibilità di essere migliore. Di giocare e di essere felice, ma anche di fermarsi di fronte a quello che sente superiore a sé, goderne immeritatamente e poi restituirne il senso in rispetto, tutela, crescita e nuova felicità. La bellezza non fa PIL, ma dà una cosa che nessuna ricchezza è in grado di dare, ci rende migliori.

“For the great desire I had to see | fair Padua, nursery of arts, I am arrived… | and am to Padua come, as he that leaves | a shallow plash to plunge in the deep, and | with satiety seeks to quench his thirst. “

Per il grande desiderio che avevo di vedere | la bella Padova, culla delle arti sono arrivato… | ed a Padova sono venuto, come chi lascia | uno stagno per tuffarsi nel mare, ed | a sazietà cerca di placare la sua sete.

 

(William Shakespeare: la bisbetica domata . Atto 1, Scena 1)

illude la finta stagione

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illude la finta stagione,

tra caldi improvvisi,

e storie di scirocco.

Ragazze in canottiere colorate

nei tavolini all’aperto,

e l’allegria di voci e sorrisi

cancella freddi che forse verranno.

Ci sarà un tempo per lane e pesanti cotoni,

ora tra piccole malizie, 

l’inizio d’un seno baciato dal sole, 

muove su tacchi troppo alti

per gli antichi acciottolati.

Ma la luce cala in fretta

e nella sera, i lampioni

e l’aria di fiume,

già si riprendono rivincite attese.