“piccoli maestri”

Oggi è iniziata a radio 3, la lettura ad alta voce dei Piccoli Maestri di Meneghello. Ho amato questo libro, e pure molto, per il contenuto, la scrittura, la lingua e per l’apparente semplicità. Sembrava mi parlasse direttamente, come  accade tra amici nelle sere in compagnia, dove si cena e poi si racconta. Forse l’ho letto nel momento giusto, quando potevo capire, cambiare, sentire che c’era un senso a quel resistere prima, e al resistere poi, con molte mancanze e umanità. L’umanità è quella cosa che uno si sente addosso e che gli fa sentire gli altri oltre sé, è piena di sbagli, ma ha una direzione, è come se sapesse che qualcosa è giusto, e lo fa, ma senza forza o cattiveria, perché è quello che si deve fare anche se non si sa bene cosa ne verrà.

All’inizio Meneghello dice: non eravamo buoni a fare la guerra. E dirlo è un amore per la pace, non per la quiete, un fare quello che è giusto.  Forse questo non lo capirono quando il libro venne pubblicato. C’era la retorica della Resistenza, che era rossa o non era. E anche per me era così, perché vedevo che i partigiani rossi non avevano fatto carriera, non occupavano i posti importanti dello Stato, non erano a capo delle aziende pubbliche, erano tornati a fare gli operai, i muratori, i contadini, oppure se facevano politica erano  funzionari di partito, con la miseria sempre a un passo. Quindi chi aveva pagato di più non erano i borghesi, i professori, ma la povera gente e così mi pareva che la Resistenza degli altri fosse meno importante, meno resistenza perché non aveva in sé il riscatto, il cambiamento. E senza cambiamento, tutte quelle speranze erano state tradite. E si vedeva, oh sì che si vedeva, perché se c’era il miracolo economico, non erano poi cambiati i rapporti di forza tra chi aveva e chi non aveva. Con una testa così confusa, mi sembrava naturale parlare e sentire un tradimento della Resistenza, come cosa vera, ma anche di sentire la necessità di un riscatto, di un completamento oltre la retorica. Ma forse era una cosa mia, perché altri avevano già superato tutto e quella retorica la consideravano come una palla al piede e un’ incapacità di leggere la realtà.

Piccoli maestri  mi aiutò a capire che la Resistenza era rossa per tutti quelli che l’avevano fatta e scoprii l’importanza del Partito d’azione, che non c’era più, ma era un assente-presente nella vita pubblica. E quando un azionista di allora, pur confuso, parlava della sua Resistenza, senza grandi eroismi, ma forte di necessità, mi sembrava che raccontasse un pezzo della verità che mi riguardava. Che riguarda questo Paese anche adesso. 

Piccoli maestri è un libro che ha 50 anni, eppure dice ancora molto. Solo che non si legge, oggi si cerca altro. Alla mia generazione, poteva dire di più, e se non dice nulla ai nostri figli, è colpa nostra. Il rosso della primavera, è diventato grigio, non abbiamo comunicato passioni che servono. Queste cose però basta leggerle, a questo servono i libri. Qualche anno fa, ne hanno fatto un film senza nerbo, girato anche nella mia città, forse non hanno capito che non c’era nulla da dire e molto da sentire, che le vite sono tali quando si vivono, che sono i sentimenti che devono emergere, ma questo non fa scena. E se gli eroi erano persone comuni, cosa volete che ci fosse da raccontare quando combattevano e desideravano la pace, quando cercavano di assomigliare a quell’umanità che avevano dentro. Niente, che fosse così importante da cambiare davvero tutto, però le vite le cambiava, eccome se le cambiava. Ecco, Meneghello era bravo a raccontare com’era cambiato, come aveva fatto Fenoglio, Calvino, Levi e qualche altro. E questo mi piaceva, perché mi diceva che fare ciò che si sente, ci fa assomigliare a noi stessi e ci cambia da come ci hanno indottrinato. E’ un metodo che vale sempre, anche adesso, forse per questo sarebbe una buona cosa che chi è giovane lo ascoltasse leggere e magari lo leggesse. 

22 marzo ore 10.53

IMG_0060

Spesso accade che scompaia l’azzurro, ingrigisca la luce e il cielo diventi bianco latte per poi piovere a dirotto. E il verde nuovo, gli alberi ancora spogli, le siepi di biancospino, di bosso, di lauro, i narcisi già così fioriti e serrati sui clivi di canale, diventino ancora più precisi di colore e di forma. E accade che la forza d’acqua, cadendo, strappi petali di mandorlo e di pesco, che ci siano macchie di fiori nuovi che debbano opporsi alla violenza dolce, ma accade per un poco e l’albero, l’arbusto, attorno alle radici, prima insignificanti di colore, abbia poi un tappeto lieve, ancora intatto di bellezza, come se la vita attendesse prima d’essere altro mantenendo altrove sostanza e forma. Accade anche l’improvviso freddo, il sollevar di bavero e lo stringersi nei cappottini e nelle giacche, già fiduciose di calore nuovo. Accade che gli uomini e le piante si raccolgano in sé, attendendo arrivi il bello, che poi coincide con il buono. Ecco, l’attesa di qualcosa che invariabilmente mantiene le promesse, è vita che nasce. Non altra da noi, ma vita da cogliere ancora, da tenere tra le dita con dolcezza, da godere nel suo svolgere veloce. E poi lasciar volare, perché nell’aria di marzo, in fondo, nulla cade mai davvero.

suonatore di strada

IMG_6106

S’appoggia al muro, il violinista,

la schiena si raddrizza,

una sola nota suona

e più chiara sembra l’aria, 

quieto il rumore attorno.

Lunghissima e costante,

infrange il tempo della distrazione,

e sembra non finire: 

così si fa silenzio! 

Dai tavolini dei bar si girano le teste,

s’apre una porta di bottega, 

un uomo guarda mentre asciuga le mani nel grembiule,

chi è quel signore, chiede un bambino,

e indica col dito, 

la mamma qualcosa sussurra,

mentre la nota si spegne d’improvviso.

S’alza l’archetto,

ora la mano pizzicando danza,

e mentre riprendono le voci, ma più piano,

nasce un ritornello nell’aria cristallina.

Che strano, un’attesa si fa strada,

tra desideri che passeggiano,

dentro gli occhi che rubano dalle vetrine, 

nel chiacchiericcio e nelle risatine,

tra passi lenti e braccia allacciate,

s’insinua e nasce

e vive d’attimo,

e si confonde di pensieri

di un giorno, 

di una vita, 

per sempre, 

non importa, 

nasce.

 

la teoria del lavaggio

Quando si doveva purificare qualcosa in laboratorio di chimica analitica, si lavorava con i solventi. Lì ho incontrato la teoria del lavaggio, che aldilà delle formule, si spiegava con un esempio semplice: per togliere più sporco ci si deve lavare più volte con poco sapone piuttosto che una volta con molto sapone. Il motivo è che lo sporco si toglie in percentuale e non muta se c’è tanto o poco detersivo, solo se si opera ripetutamente andrà via un po’ per volta e diventerà infinitesimo, invece con una sola volta si toglie l’apparenza, ma la sostanza resta.

Siccome ero un allievo farfallone, più che la teoria del lavaggio e il risultato dell’analisi, mi colpiva l’idea della purezza originaria che emergeva quando ci si incasinava la vita, con la conseguenza che ogni volta si voleva far immediato ordine e pulizia, salvo poi ricascarci con le stesse modalità di lì a poco.   

Questo, ed altro, mi ha fatto fare il chimico per poco, però la teoria del lavaggio me la sono portata nella vita e anche oggi penso che:

nella corruzione in politica a poco vale colpirne uno, con un gran dispiego di forze se poi il resto del marciume resta intatto, bisogna lavare in continuazione per pulire il tessuto sano dalla corruttela,

nell’insofferenza per quello che non funziona nella società e in noi, non contano tanto i cambiamenti repentini che poi tornano sui propri passi quanto il ripetere l’azione che cambia come si sta nel mondo,

nel mostrare la sostanza di ciò che si è, non conta un no ogni tanto, ma il dire costantemente ciò che si pensa e si vuole, 

nel disordine che si sente nella vita, buttare via tutto quello che viene a tiro una volta, conta poco se si lascia intatto quello che riprodurrà la stessa condizione di lì a poco.

E, parte più difficile, se nei sentimenti c’è bisogno di mutare davvero la sostanza, meglio arrivare alla pulizia profonda piuttosto che accontentarsi del primo strato e cioè dire davvero ciò che si sente e non la parte compatibile con l’altro.

Tutto questo mi ha fatto vivere meglio? Non posso saperlo, anche perché ho derogato parecchio e se pensavo, allora, che la sostanza pura era un mito dell’alchimia, perché faceva coincidere il soggetto con l’anima, non è necessario tanto nella vita, bastava l’approssimazione. Però se lo sporco fa soffrire bisogna lavare a fondo, e ripetutamente. Qualcosa di indesiderato (?) resterà sempre, però imperfetti, ma abbastanza puliti è meglio. Eccola la teoria del lavaggio.

contentezza

Ci sono momenti in cui si è contenti, e non è razionale, epperò viene naturale accettare d’essere così piacevolmente pieni di qualcosa che è reale ed impalpabile assieme. Ci si sente come da bambini, dopo una giornata di giochi, e assieme alla stanchezza, nel tornare a casa, c’era la certezza che il giorno successivo si sarebbe ripetuta la felicità e così ne derivava un piacere che durava fino al sonno.

Oggi, credo, si sia contenti perché qualcosa è andato per il suo verso e questo apre al futuro, come c’era allora la certezza del piacere del gioco e del giorno dopo.

E’ quella fiducia nel favore delle cose e quell’aprirsi che aumenta la contentezza e a volte la muta in felicità.

Ecco quello che dice ciò che si apre: questa contentezza durerà oltre questo presente che ci prende.

Non so da dove provenga tutto ciò, anche da noi stessi, credo, ma è un dono e come tale dev’essere accolto: col sorriso.

 

libri e fiori

IMG_0848[1]

Più libri e meno mimose. Così consigliano i librai per l’otto marzo. Donando libri (e non solo l’otto marzo) mettiamoci anche un fiore, meglio se in vaso.  Il piacere del leggere, il conoscere, non sono mai in contrapposizione alla gentilezza, anzi la generano, la esaltano. E’ la conoscenza arrogante, che non fa fare un passo avanti al noi e neppure all’io.

Le donne conoscono bene il valore del sapere e praticano la gentilezza, quindi meglio associare i simboli e non scinderli. Le donne mi hanno insegnato il valore del sapere e della gentilezza. Quelle con cui sono cresciuto mi hanno anche raccontato che non sempre avrebbero pagato, che non erano di per sé fonte di ricchezza o di potere, ma erano un piacere, avevano una loro felicità e generavano benessere. E soprattutto mi avrebbero permesso di parlare con me e con gli altri. E su una cultura hanno insistito in particolare: quella del rispetto a partire dai sentimenti altrui. Se cerchiamo questa cultura nei libri, solo i grandi scrittori ne parlano adeguatamente e ciò che sorprende è che le storie non siano mai scontate anche quando si sa come andranno a finire, perché è la persona che non è mai eguale. Ed è una “letteratura” dinamica e fondata su principi profondi quella che tratta del rispetto, in grado di separare il melenso da ciò che è carne e sangue e quindi verità.

Tutto questo le donne lo sanno e lo insegnano, basta ascoltarle. E donare loro un libro e un fiore significa dire che ammiriamo l’intelligenza e siamo conquistati dalla gentilezza. 

Che ogni giorno sia otto marzo, nella mente e nel cuore.

stamattina, come in Africa

IMG_0697

Come certe mattinate d’Africa, dopo il primo canto del muezzin, quando non dormi perché sotto la zanzariera è caldo e senti che appena fuori spira una brezza sottile. E allora ti alzi, e vedi una luce ancora sospesa, le finestre aperte, senti i rumori della fatica di chi già lavora attorno. Ed è tutto sommesso, anche il tetto che nella notte è stato pieno di zampette e fruscii, tace, ma non la foresta, non gli alberi pieni d’uccelli, di grida, di colori che volano, di ombre marroni che si muovono veloci. Sopra, il suono, a mezzo, la quiete della luce già incipriata di pulviscolo, e sotto gli uomini. E ti sembra che da quella luce sottile, da quella brezza leggera, venga un’energia che scende nel profondo. Poi ci sarà il caldo, il suono diventerà rumore, verrà la fatica, ma in quella luce sospesa c’è l’universo che ogni giorno rinasce.

E’ per questo che viene il bisogno di andare.

i treni passano, è la voglia di viaggiare che conta

cropped-dsc06920.jpg
Ci si chiederà come nascono queste riflessioni che sembrano non avere un contesto e che, molto spesso, sono pensieri conosciuti, cose che ognuno di noi pensa. Nascono dall’osservare, conversare, dai racconti di altre vite che mi inducono a ripensare alla mia e così diventano un esame delle mie scelte e contraddizioni. Dirlo in modo assertivo può dare una patente saputella che non c’è, non ci sono verità assolute, solo il riesame di ciò che davvero significa il tempo, ciò che è agire e ciò che invece essere agito. E quanta felicità questo mi genera o mi sottrae. In fondo la triade: tempo, possibilità, felicità la si trova ovunque nella vita e come al solito bisognerebbe chiedersi cos’è che apre e cos’è che chiude, per capire se la felicità può entrare o meno.
C’è una notizia buona e una meno buona. Quella meno buona ci dice che le occasioni (e quindi le scelte) per quel futuro, proprio quello, ci sono solo una volta. Quella buona ci dice che si presentano in continuazione. Non sono le stesse, magari si assomigliano, ma saranno altre, comunque nuove. Chi preferisce aspettare indefinitamente è un indeciso o un perfezionista, entrambi condannati all’insoddisfazione. Chi prende tutto quello che passa è un bulimico che non gusta più nulla e non discerne. Chi a volte prende e a volte se lascia scappare l’occasione, è normale. Ma tutti siamo sollecitati da questo miracolo dell’essere sorpresi. La scelta è tra un essere presi da qualcosa che è un futuro concreto (sia esso immediato, prossimo o lontano) e comunque possibile, oppure rifiutarlo. La scelta è sempre binaria, le scelte a mezzo sono piccoli rifiuti. Poi le cose non vanno come si pensa, deviano perché altre scelte vengono fatte, perché le sorprese non necessariamente saturano il desiderio, al più rispondono al bisogno, ma ciò che accade è qualcosa, anche quando è stato favorito, che è in sostanza inaspettato. Chi non è meravigliato dalla possibilità ha già scelto, e di fatto non ha creato nulla di nuovo per sé. E questa è un’altra parte della scelta, ovvero la novità, ciò che ci può cambiare. Si dice che i treni non passano due volte, se così fosse gli orari ferroviari sarebbero inutili, ci sarebbe qualche scontro inevitabile, anche se sarebbe interessante andare in stazione e prendere il primo treno che incontra il nostro favore o desiderio. E il desiderio d’essere altri e il bisogno di nuovo, di viaggio dentro e fuori di sé, in misura diversa sarebbero soddisfatti. Se guardiamo bene, nessuno davvero è in grado di vietarci questa esperienza che confiniamo nel sogno. Pensateci e scartate una per una le impossibilità trovando soluzioni, vedrete che non è impossibile. Ma questo ci riporta al fatto che se quel treno, quell’occasione, non passeranno più epperò altri ne passano, cosicché la vita può essere intesa come rimpianto di ciò che poteva accadere e non è successo oppure come possibilità che succeda qualcosa che ci muta perché corrisponde alla nostra scelta e quindi a noi. Se vado in un centro commerciale, le scelte mi stancano, sono sollecitazioni multiple a desideri poco strutturati, sollecito il desiderio che non avevo, attraverso un essere attraverso le cose o l’apparenza. Se parto da casa e acquisto ciò che già desidero, una soddisfazione intrinseca mi prende. Non sono stanco, sono contento perché ho già un possibile mio futuro in mano. Uscendo dalla banalità dell’esempio, ciò che penso è che in realtà è l’uso del mio tempo che in fondo è in gioco e quanto di questo tempo corrisponde a ciò che faccio e scelgo. La scelta, il prendere quel treno è un uso forte del mio tempo che diventa vissuto, non un tempo che mi è fatto vivere da altro che non sento mio. Poi anche il nuovo diventerà abitudine, comunque non è più tale se non ha la capacità di rinnovarsi, di ricrearsi, di essere vivo, insomma. Però se considero che io uso il mio tempo attraverso le mie scelte e lo determino e da esso mi lascio determinare perché si conforma a me, anche attraverso il contrasto a ciò che non mi piace, che non mi si confà, comunque lo vivo. E’ allora che mi accorgo che il tempo cronologico conta poco, che il mio tempo è ciò che scelgo, che le occasioni continueranno a presentarsi e che io potrò vederle e scegliere se esserci o meno. Ecco questo mi pare che sia davvero una meraviglia e che che nella sua gratuità, ci chieda unicamente di vivere approssimandoci a quello che davvero siamo, a coincidere e a godere di noi, del molto che abbiamo e riceviamo in continuazione.

meditare sulla primavera

 

017

perché non lotti con la luce nuova, 

bisogna tener lontano il cuore, quanto basta,

e lasciare ch’essa entri,

rumorosa d’arcobaleni e vibrazione.

Solo allora il pensiero, il palpitare,

il battito d’un desiderio spento,

distratti dal colore,

si scioglieranno da quel grumo che chiamiamo amore. 

                                                                      Steso dentro al cielo, vorrei non volere per un poco,

né più pensare,

annegando nel profumo d’erba,

nel verde azzurro,

nelle nubi bianche,

nella forza che fa sbocciare il legno.

E con la linfa, che scorre tra le dita,

appiccicare allora i desideri al tempo mio.

Hallelujah

DSC00182

Anche chi non crede ha bisogno d’un dio. D’un dio piccolo, appena più grande di lui. Che faccia pochi prodigi sensazionali, ma che gli stia a fianco. Che veda la solitudine e aiuti a trovarne un senso, che indichi una via d’uscita, capisca e parli, perché di silenzio dentro a volte, ce n’è pure troppo e l’annuire non basta.

C’è bisogno d’un dio in cui riconoscersi, anche a chi non crede. Un dio che senza avere i nostri difetti non ci giudichi. Che abbia le nostre stesse paure, ma un po’ meno e con molta speranza in più. Ce n’è bisogno ogni giorno, di questo dio, e anche d’essere sicuri che non mancherà. Che saluterà ogni giorno comunque siamo, che ci riconosca, e faccia sentire che, almeno per lui, contiamo per ciò che siamo, non per come vorrebbero fossimo.

C’è bisogno di un dio mortale per chi non può credere, che finisca con noi. Anzi no, basta viva un po’ di più e s’ingegni a fare in modo che quel poco di buono che abbiamo generato, continui a vivere altrove.