l’imprecisione dell’amore

Non lo dicevi con le labbra,
ma nei tuoi gesti l’imprecisione era confinata,
perduta in antiche severità
e poi scordata.
E così il muovere ritmico e attento delle dita,
che poteva essere quello di una sarta, di un geografo,
d’una orologiaia, di un calligrafo,
portava con sé piccoli segmenti di tempo,
stringeva con gentilezze sconosciute ai dinamometri,
ed era ciò che serviva: né più né meno.
Così, da ogni lavoro finito, emergeva una linea,
la stessa del palmo, credo,
che congiungeva di senso, la fine all’inizio.
Ed era la linea della vita,
non delle vite, ché quelle stavano,
colorate e vivaci, nei tuoi pensieri
a tacere e dire assieme,
riservando un colore ad ogni cosa,
ma con una leggerezza così sottile
da innamorare il filo che annodava le possibilità.
Ed ecco cos’era il connubio tra ciò che merita l’esattezza
e la gloria d’ogni impreciso, fidente, amore.

andare

Andare dove il sasso viene tradito dalla languida carezza dell’acqua
e del gelo,
là dove il vento agita le erbe e sparge colori tra i rami,
mettere il passo dove le voci ascoltano e gli animali scordano il vivere dell’uomo,
andare seguendo un pensiero che si radica,
e oscilla tra terra e cielo, indeciso.
Andare inseguiti dal futile e in cerca di appigli,
andare sapendo dove s’annida la verità,
vicina alla vipera e al ronzare delle mosche,
presente e minacciosa perché muta la percezione,
e andare ad essa che avvelena i pozzi dell’acqua di città.
Andare dove la radice prende la forma della serpe e la sua fatica si somma
e si sottrae al tempo,
andare sapendo l’ignoranza di sé e stupirsi d’ogni bellezza che impudica si palesa.
Andare come a un difficile amore
che cambia
e nuovo ti fa ritornare.

ti parlo della pioggia

Questa notte, era prima dell’alba, è iniziata una pioggia violenta, continua. Si sentiva sul tetto in lamiera, sulle persiane chiuse. Insisteva per scrosci e ventate. Nel cortile c’era un rumore di ruscelli che si congiungevano verso la grande grata in ferro. Sembrava trascinassero le piccole pietre aguzze divelte dalla terra, tolte dall’asfalto, le foglie strappate, gli aghi di pino accumulati in piccoli mucchi e nulla si fermava in questa violenza d’acqua che inzuppava il terreno e ne traboccava, con rumori che si confondevano e diventavano un tutt’uno che sembrava travolgere ogni cosa. La tempesta è durata a lungo, ha smesso che era già luce piena e il cielo si è illuminato di sole e d’azzurro, lasciando vedere le tracce d’una lotta notturna, una baruffa tra cose dove qualcuno aveva resistito, altro era prevalso, ma il tutto si era ricomposto in un nuovo ordine che attendeva d’essere asciugato e reso stabile. Ho pensato, ai racconti di città che riportano una forza più stabile delle cose: non ci raccontiamo dello smottare, del confondersi di rami e dell’impotenza delle case, piuttosto pensiamo alle sicurezze degli spazi che si sono consolidati, alle cantine che a volte s’allagano, ma rendono stabili le case. Ci rendiamo conto che gli edifici dell’uomo sono conficcati come rocce e di rado, nelle nostre pianure, se ne vanno per loro conto. Forse per questo non ne parliamo e ci sembra naturale sia così, ma stanotte non sembrava fosse tutto così stabile e persino il bosco poco distante si muoveva e aveva rumori strani di terra strappata, di rami che si staccavano e venivano portati altrove.
Non è accaduto nulla d’importante e forse per questo, più tardi, tutto s’è oscurato nuovamente. Il grigio ha inghiottito sole e azzurro, ed è diventato del colore delle terre di fonderia, come avesse esaurito la sua capacità di dare cose utili e ora attendesse solo di cadere esausto al suolo. E così è stato, in una nuova bufera d’acqua e grandine che scaricava le nubi del grigio ma ancora non si contentava. Pioveva da un cielo bianco, candido di nubi rapprese e spesse, pioveva con violenza e grandinava. Guardavo la casa poco lontana e la sua grondaia che traboccava ondate d’acqua e grandine, come usano fare i pescatori sul pesce preso e disposto in cassette, quando buttano la graniglia di ghiaccio e sale, senza risparmio, così, allo stesso modo, i tetti distribuivano sui cortili, sull’erba, sui terrazzi inermi, ciò che veniva dal cielo.
In questi giorni si parla spesso di siccità, si vedono terreni arsi dal caldo, piante avvizzite, questa violenza d’acqua sembrava essere la loro conferma perché si sarebbe esaurita presto e dispersa in fognature, in fiumi che s’ingrossano d’un nulla mentre i laghi restano vuoti e le fonti tacciono. Pensavo agli animali che erano sui prati e che ieri s’azzuffavano per bere in una pozza e ora si rifugiavano stretti gli uni agli altri ma di certo non avrebbero avuto grande beneficio da tutto quello scrosciare, anzi il passo sarebbe diventato malfermo. I declivi per un poco sdrucciolevoli, sarebbero stati pericolosi, mentre intanto il terreno carsico avrebbe inghiottito tutto fino ad un nuovo secco.
Questo procedere per scossoni d’acqua e sole, m’ha fatto pensare alle nostre rincorse fatue, al cercare equilibri difficili e momentanei in attesa che qualcosa consolidi l’ordine delle cose. E se le cose non avessero un ordine che ci piace, mi sono chiesto? Dovremmo adattarci ma non tutti riusciremmo e la riottosità non servirebbe a nulla o quasi. Dovremmo leggere le cose nel loro divenire, anche se sembra sempre così difficile perché nelle nostre vite attendiamo un nuovo che ci sia amico. Lo vogliamo così forte che quando non c’è o ritarda ci sembra di cancellare il buono che abbiamo e che ci attornia e allora disperiamo. Accontentarsi non è una virtù, è una resa al passato, a ciò che è stato.
Pensavo a cose che entrambi conosciamo, ad esempi che ciascuno potrebbe invocare a propria giustificazione per il non fatto, per ciò che si è evitato per paura o dolo e così evitiamo in egual misura gioie e dolori per lo stesso timore ovvero che la delusione ci prenda e ci annichilisca nelle forze nel tentare qualcosa di diverso.
Intanto l’acqua cominciava a scemare, procedeva per scrosci e mentre ne zittiva uno se ne preparava un altro, ma sempre più debole e meno convinta. Come la furia si quietava e lasciava tracce attorno, non c’era un nuovo stabilirsi del futuro: si era sfogata e ora guardava indifferente. Priva di colpa e di un progetto che non fosse l’essere guidata, se la si voleva amica. Anche nell’indifferente quiete aveva molto da dire e io ho pensato che se mai ti sia capitato d’insegnare questa parte del caso, che è apparente, ed è in realtà solo fatica e ignavia per il nostro non volerlo vedere. Come per gli amori indecisi, ho pensato, che hanno bellezza e struggimento, ma poi si spengono altrove e non se ne capisce il motivo semplicemente perché non si è indagato nel semplice divenire delle cose che non si ripetono e lasciano rimpianto. E allora ho pensato che nella bellezza e nel momento in cui accade bisogna capire d’esserci e che tutto, anche nella tempesta, assomiglia alla fine della sesta di Beethoven condotta da Kleiber, così definitiva da lasciare intuire, a chi l’aveva ascoltata, la bellezza nel suo divenire e di come essa possa essere quando venga messa nel giusto ordine. Allora la consapevolezza ci lascia ammutoliti e indecisi se manifestare la gioia che si è generata oppure se tenerla dentro di sé in un attimo che dura all’infinito. Pensieri incongrui alla furia e al bene dell’acqua caduta: ora nel prato giocano i bambini e tutto sembra nuovo. Perdona il divagare che si sofferma sulle cose, però mi auguro che un poco del fresco che ora avvolge tutto il verde, che lo rende splendente, ti arrivi e sia come un dire sommesso che non si capisce bene cosa racconti, ma è caro al cuore e accarezza.

 

 

la nuova casa sul colle


Dietro un acero, grande, forte di chiome, spunta il becco di una gru. C’è una grande casa sul colle, antica di pietre squadrate, con prati e bosco attorno,  i suoi  muri si stanno prolungando e occuperanno l’‘intera sommità del colle. L’acero la nasconde e lascia vedere le montagne più distanti coperte di boschi. Forse faranno un b&b oppure venderanno appartamenti con magnifica vista sull’altopiano. Questi luoghi in cui ci sono solo seconde case, si riempiono per poche settimane d’estate e d’inverno, poi passano la mano ai solitari, a chi fugge dalla città in cerca di qualcosa che non è meglio precisato.
Sono ancora località di vacanza ma forse sarebbe ora diventassero luoghi di residenza. Chi un tempo ha costruito qui una parte del suo essere importante, è ormai vecchio e i figli hanno altre mete di vacanza. Se venisse perseguita una politica del risiedere e non il taglieggiamento dell’occasionale forse un futuro ci sarebbe. Invece sempre più case restano chiuse e i cartelli che vendono sono ad ogni passo. Non possiamo esigere la saggezza da chi specula sul presente però quando guardo  il cielo, i boschi attorno, le montagne che contengono tutti i silenzi mi chiedo se tutto questo e quella nuvola che ora s’illumina nel tramonto possano essere solo una speculazione oppure se troveranno sempre occhi in grado di vederli e cuori che s’allargano nell’accoglierli stupiti di tanta gratuita meraviglia .

felici di non negare la felicità

 

Una generazione dopo l’altra porta il peso delle vite e delle guerre, di quelle vissute vicino a noi e di quelle distanti in cui l’indifferenza ha generato l’oblio prima che accadesse.

Come nel piccolo, così grande delle vite, un amore porta le unghiate di ciò che l’ha preceduto.

Qual è stata la nostra fortuna? E come l’abbiamo usata?

E quella nuova, perché l’abbiamo negata?

Non farsi sopraffare dal passato, dalla sua assoluta relatività che fa perdere la visione dell’insieme, del nostro posto nel tempo comune e nell’universo. Attorno e dentro, schegge di realtà che non meritano mai la disperazione perenne degli errori, che si negano il nuovo nel nome di una visione stereotipata di ciò che è stato. Hanno agito innumerevoli forze e si è creduto di cavalcarle indomiti e nuovi, dovremmo ammettere di non aver capito e che l’errore è nato da questo.

 

Dovremmo dirci che non capiremo ancora e che, senza doveri, sbaglieremo liberi, felici di non negarci nuove felicità.

 

 

Passerà

Passerà la breve rabbia, il dispetto che prende quando ciò che prometteva non mantiene.
Passerà deviando percorsi immaginati,  ripiegando attese.
Servirà giusta distanza e tempo.
Il tempo livella, è galantuomo, sistema con grande attenzione le cose nei cassetti dei ricordi.
Quindi passerà e l’attenzione si sposterà altrove, troverà nuovi motivi, ricombinerà i percorsi e indagando con la lucidità che viene dal guardarsi indietro, troverà le ragioni, i piccoli errori, per ciò che sembrava evidente e non lo era.
Una parte degli uomini crede che ciò che offre, che la capacità espressa e in nuce possano essere di per sé riconosciute; sono persone che non si mettono davanti, che non dicono io alzando la mano. Sono destinati ad essere sottovalutati e se hanno raziocinio vedranno che magari ciò che viene poi fatto, loro, l’avrebbero fatto meglio o più convenientemente. E sbagliano nel non proporsi, ma non è nella loro natura e quindi come biasimarli?
Del presente si può dire sempre molto, ma è così carico di passato da impedire un approccio sereno.
Meglio attendere e nel frattempo fare ciò che viene, esserci, guardare innanzi e immaginare il futuro che piacerebbe o almeno quello che sembra migliore di ciò che si presenta.
Si parla di cose, di fatti, di sentimenti molto meno, eppure in essi si accendono e si spengono umori. Qualche volta il cielo li accompagna, più spesso è un navigar di nuvole e potrebbe essere diverso. E qui il passerà e l’essere riconosciuti funziona molto meno e davvero il tempo dell’occasione rifulge per fatalità e potenza. Passerà lo si dice ad altri, ma noi sappiamo che quel verbo così duplice non farà davvero passare nuovamente ciò che si perde in lontanza.

dovremmo

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Dovremmo lasciar svolgere le nostre vite, ascoltare il buono che ne viene,

parlare anche con il silenzio, pensare con forza a chi si vuol bene,

togliere ogni consuetudine che divenga falsità,

astenersi perché il cuore trovi le parole mai usate.

Cantare musiche senza tempo con il pudore della felicità,

riconoscere la propria e l’altrui unicità,

far leggerezza di sé e accettare di sparire con dolore,

essere malinconici e cercare le emozioni lievi che riempiono la vita.

Non aver fretta d’essere ascoltati con l’attenzione che subito vorremmo,

spiegare con le parole che si sentono inadatte,

usare i silenzi che fanno parlare le mani e gli occhi

e sorprendersi d’essere capiti. 

E nell’abbracciare ascoltare il corpo che ci parla,

che ha domande e risposte vaghe, bisogni e necessità di tempo.

Le vite si sovrappongono, scorrono le une sulle altre, s’incollano e si staccano,

ma ciò che conta tiene oltre la stanchezza,

sente la necessità che hanno le assenze,

ha  la coscienza d’essere sempre insufficienti,

e il coraggio di dirlo senza mai scusarsi.

Non abbiamo bisogno di cedere scuse

ma di vederci vivere ogni giorno, con benevolenza, 

e cercare quella novità che a raccontarla sembra poca cosa,

ma è quella che risveglia l’abitudine alla felicità.

 

 

 

archi ribassati

Spiegava l’evidenza, ovvero che un arco ribassato, una volta senza l’ausilio della cuspide gotica, premeva sulle spalle di appoggio. Il ponte della Costituzione a Venezia è un po’ così e magari se le rive non tengono tutta quella spinta, oppure s’allontanano perché annoiate dai tanti piedi distratti, alla fine cadrà in acqua. Sarebbe una logica conclusione all’imperizia e all’incuria, al mercantilismo con cui il bello è diventato bazar, consumo di pietre per piedi trascinati, confusione di economie tra chi risiede e chi viene, prende e se ne va.

Intanto, pensucchiando, era diventata notte e nella via dov’ero nato, gli archi ribassati dei portici che vedevo erano chiusi da solide barre di antico ferro, stanco persino di ruggine e delle mani che si erano appese per dondolarsi come scimmie, per tirarsi su, per dimostrare che anche da piccoli si riusciva ad essere forti quando non esistevano palestre e gli esercizi ginnici erano in aule polverose vicino ai banchi. Ovvero, esistevano le palestre ed erano un retaggio ottocentesco, forgiavano ginnasti e spadaccini oppure pugili che avevano giri e parole loro. Ma erano guardati con quel giudizio imbecille che li apprezzava solo quando combattevano oppure conquistavano medaglie, per il resto erano persone a parte, confinate in circoli dove era meglio non andare, frequentare, parlare.

Così ricordando, scorrevo, quegli archi tenuti da sbarre malfidenti, che poggiavano su pilastri di diversa dimensione. Alcuni tozzi e massicci, sembravano fatti per sorreggere l’intera casa. E anche se non era vero, se ne atteggiavano e avevano intonaci strani, riccioluti in punte aguzze di malta grigia, forse per impedire che le persone s’appoggiassero. Pensavo che i proprietari avessero pensieri grevi e che pur costretti a un pubblico portico volessero difendere la proprietà oltremisura, per cui un povero non potesse riposare nell’ombra, non ci fossero questuanti davanti casa che togliessero decoro e infastidissero i visitatori, fosse precluso il sostare che cerca un muro a cui posare la schiena o la spalla. Precauzioni inutili perché il lezzo greve della pescheria poco distante, toglieva ogni aspirazione di nobiltà acquisita a quelle case e quella strada, pur con i suoi palazzi nobiliari, i merli ghibellini, le porte alte e i legni pregiati dei portoni, era pur sempre terra di botteghe e d’artigiani e il fabbro, che aveva la fucina davanti alla mia casa, forse era stato quello che aveva battuto quelle barre per gli archi, aveva forgiato catene per tenere insieme pareti perimetrali stanche e non aveva badato al fortore della pescheria che s’appiccicava ai mattoni, li permeava d’estate di una patina di decomposizione organica, confondeva spazzatura e portici come accadeva nelle vie medievali, in attesa che una folata di vento ripulisse le narici prima che l’aria, no, batteva, lavorava, scherzava col vicino commerciante, salutava le signore e si schermiva della sua canottiera blu che portava in estate e inverno, ridendo, cantando e facendo.

Altri archi erano su colonne più sottili, su capitelli recuperati da scavi che si distinguevano proprio per le loro diversità. Sembravano poco preoccupati di spinta e peso, quei contrafforti esili, che avevano una eleganza da ballerini consumati, tangheri, come si diceva storpiando e sorridendo dell’andatura un po’ claudicante del ballerino di tango che spazza la pista col passo strascinato prima d’ essere richiesto. Leggeri e pieni d’anni, incoscienti, reggevano pesi e sostenevano. Mi chiedevo nei pensieri oziosi di calura, cosa tenesse davvero quel marmo, se non vi fosse una convenzione tra cose che alla fine, cooperando, mostrasse non la realtà ma l’apparenza, ovvero se il tenere o meno fosse altrove e quegli archi con quelle sbarre, adesso davvero necessarie, non si reggessero da soli, per cui l’appoggiarsi fosse carezza al marmo, bacio affettuoso e non peso. Un affetto per tutti gli anni passati assieme, per la vicinanza che ingentiliva e rendeva lieve l’arco di mattoni con l’ormai inutile chiave di volta, come accade alle coppie dove lei fornisce a lui quel supporto di leggiadria che lo illumina e gli raddrizza le spalle, ne rende interessante il viso e la figura, perché assieme stanno bene e si vede.

Così la via correva nella notte, tra odori intensi e silenzi di mura che trattenevano il respiro di chi passava. Mi sembrava che in quella via ci fosse più aria quand’ero piccolo, che gli odori non entrassero nelle case, ma scivolassero via come ombre sui muri. Che quegli archi fossero occasione di gioco, d’ombra e sosta per chi passava, che le grate delle cantine alitassero sempre quel misto di fresco e muffe di cose dimenticate ma non buttate. Osservando le superfici, passavo i polpastrelli su granulosità che erano lisciate dall’uso, dalla consuetudine che hanno i bambini di toccare. Come se essi sapessero che c’è una memoria del tatto e che quella resta a lungo pur estraniandosi dal luogo, e c’era il ferro rugoso, la pietra d’Istria che si sfaldava piano, il sasso liscio che parlava con il palmo. E c’erano quegli archi che incorniciavano il cielo sopra le case, e bisognava essere piccoli, per vedere il cielo, piccoli di statura e grandi di semplice sentire.

come ti vorrei

Vorremmo essere intuiti, capiti nella cura e nel desiderio. La nostra mappa semplice e poco segreta sembra palese. In fondo ciò che vogliamo è solo attenzione. Il correlato del bene.

Per ogni desiderio che si incontra, la misura della delusione oppure della sorpresa felice, è solo in noi stessi. E l’altro non capisce e ne viene sorpreso.

Il tempo giusto, la misura, l’intuizione, come in una scala di definizioni, sono elementi che emergono in quel senso di soddisfazione o di delusione che c’è nel vivere un rapporto. Questo ci dice che il per sempre è soggetto a continua verifica e che, se l’amore o il bene non sono in discussione, lo è la loro misura.

Sull’altro si proietta una grande responsabilità: quella di essere dentro di noi. In continuazione.

Così ogni rapporto è costellato da una infinita serie di piccole mancanze, di disattenzioni non volute.

Un contenitore di infinite solitudini competitive, questo pensavo, mentre guardavo persone compiersi e deludere. Compiersi e deludere sono gli estremi di un arco teso che tiene pronta l’incompiutezza, a scoccare verso il cielo o verso il cuore. A volte l’una e l’altra assieme.

allora, e adesso?

Mentre raccontava di politica degli anni ’60, di un’economia che cresceva, di officine e piazze piene, dalle parole  emergeva la spinta di molte persone con un progetto personale e comune. Era diffuso ovunque, nelle città e nei paesi. -pensavo- E dalle considerazioni, mi astraevo e veniva  l’odore che ha l’acqua del fiume, quello della pelle scurita dal sole, la sensazione di fresco e di brivido che portava un tuffo sfrontato di paura. Avvertivo l’odore dell’erba che dissecca al sole di luglio, quello della terra che si spacca e quello dell’ombra degli alberi di greto. Percepivo  lo scorrere fatto di tanti momenti immobili delle stagioni e quello veloce della strada. Il puzzo della benzina e dell’olio delle auto della provinciale, il fischio del locale che affrontava  la curva prima della stazione, la polvere di certi sentieri che sarebbe stato meglio non fare. E dal mutare del tempo veniva l’aria densa di vapore e legna secca delle cucine con la stufa economica. C’era il profumo del legno delle tavole corrose, delle sedie impagliate, dei pavimenti delle case della bassa fatti di cotto e d’abete. E veniva il profumo che la minestra dispensava prima del primo cucchiaio, il caldo pesante delle coperte d’inverno e il ruvido abbraccio delle lenzuola di canapa, d’estate.

Questo pensavo, mentre continuava a parlare di dispute tra avversari politici  che finivano nelle osterie della piazza grande. E lì, il sabato si contrattava vino e carne da macellare. Parlava di discussioni infinite nei consigli comunali,  sul Viet Nam, sullo Scià di Persia e sull’Africa che era luogo di massacri e prime indipendenze. Citava le partecipazioni silenti dei cittadini che affollavano la sala e i battimani per un intervento che sembrava riassumere tutti i pensieri mai fatti, ma che c’erano, solo che chi parlava aveva le parole per dirli.

Sentivo in quello che diceva e in quello che pensavo, un dentro/fuori che guardava la casa e il mondo, la crescita e il cammino, l’orgoglio d’essere parte di una storia comune e quello di avere idee forti e proprie.

Capivo la città che saliva verso il cielo e la pianura, la fatica del viaggiare e la meraviglia attesa. C’era un rispetto per il sapere che veniva da secoli infiniti d’analfabetismo, ma era anche la coscienza che dietro il ragionare c’era la fatica fatta  nell’apprendere e un uso del silenzio che forse proveniva da notti insonni in cui i pensieri s’attorcigliavano  alle cose importanti che il giorno avrebbe portato. Sapere era verbo e sostantivo che s’appiccicava alla persona, poteva essere trasmesso, ma comunque faceva parte del mondo in cui la fatica era più forte se esso mancava.

Il racconto continuava e si sentivano le difficoltà collettive, la scelta che veniva fatta nel votare, si percepiva l’affidarsi che includeva un patto reciproco. Grandi ideologie erano commiste alle vite, scrivevano futuri comprensibili. Ascoltare diventava naturale, si andava ad un comizio perché qualcuno spiegava la realtà, ma lo facevano anche i padri ai figli, i vecchi all’osteria, il prete nella predica. E se non era tutto buono, però anche la ribellione si mescolava agli odori di casa, avere un’altra idea poteva portare ad andare via, ma non ad uscire dalla realtà. Raccontava e chi aveva vissuto in quegli anni, sentiva un’acuta nostalgia di cose ancora da fare, di possibilità da spendere, e non era la malinconia dei vecchi ma la coscienza che una tela di sensi s’era strappata e ricucirla era impossibile.

Una parola si è infine sposata con un’altra, entrambe sembravano lontane eppure indicavano una via d’uscita: dignità ed ironia, ovvero conoscere la propria importanza ed usarla per smussare il rumore acuto che offende le idee, il sapere, le vite.