Il resto è storia, storie. Quante storie generiamo che non riusciamo a raccontare e che restano dentro sino a trasformarsi in desideri delusi.
L’esperienza dell’amore non è la sua conoscenza e non fornisce certezze. La durata dipende da entrambi, ma esistono amori che non siano asimmetrici? Ovvero ognuno ama qualcosa che non coincide con ciò che è amato. Forse è così che i corpi e i desideri si uniscono.
Supponiamo l’eguaglianza, ma la differenza ci affascina e ci sconcerta perché diversa dalle nostre vite.
Vedere il cervello nudo, i pensieri allo stato puro. L’erotismo è una condizione dell’anima, non del desiderio. O almeno non solo.
Sacerdoti di un rito in cui basta comprare, contare i soldi in tasca e ancora comprare. Con la carta di credito non c’è limite al rito. E’ come un lavacro di consenso, togliere i divieti, saturare le papille acquisitive. Poi il dubbio: sarà bello? È ciò che volevo? L’acquisto successivo cancella il precedente. Vorrebbero che le nostre vite, la loro etica fosse un eterno acquisto immemore. Vorrebbero chi? Individuare i mandanti e verificare se sono dentro di noi.
C’erano molti in chiesa e altrettanti non sono venuti per paura. Oggi il sentimento dominante è questo, la paura, oppure l’indifferenza. Ne abbiamo un po’ parlato nelle poche conversazioni possibili, dietro mascherine chirurgiche e guanti di lattice eravamo pur sempre due amici che si ritrovavano dopo 50 anni. Cos’è accaduto in questi anni di divaricazione? I primi barlumi di un ricomporre e poi tutto è precipitato. Ci siamo visti ancora a parlare di musica per non parlare di te se non per quelle frasi brevi e così intollerabili che necessitano di banalità e di speranza per essere colmate.
Non ce la faccio più, hai detto, ad un certo punto bisogna dire basta.
Ho sperato che non fosse così, che il corpo si ribellasse e invece ti ha assecondato. E la tua mancanza torna in altri modi. Si intreccia con la mia vita di allora. La illumina, anche se è difficile dopo tanti anni di avere la limpidezza che motiva le azioni, le scelte. Bisogna accontentarsi di angoli pieni di polvere, di ragni che scappano veloci. Si deve far la punta alle matite e osservare i trucioli prima di scrivere. Si può essere un campo di battaglia a vent’anni come a settanta, ma le battaglie sono diverse e anche il miles è differente, e non è solo questione di stanchezza ma di ricordi sovrapposti in strati che quando si torna indietro sono cerotti che strappano pelle apparentemente sana. Ho ricordato e ricorderò moto di quei sette anni in cui accade di tutto in ogni essere che cresce. Le persone hanno ripreso sembianza, le voci, i suoni, i sogni si sono dotati di consistenza. Fuori infuriava il cambiamento. Anche dentro accadeva ma eravamo distanti di pochi anni ed è un’epoca quando accade qualcosa di grande, che riguarda tutti. Così mi appello alla dolcezza della voce di tua mamma, a noi quattro assieme per parlare di quasi tutto, alle cose scontate che tali non erano. Mi appello alla clemenza dei ricordi che hanno sempre una via d’uscita anche quando sono solo un angolo di polvere. Polvere buona , basta soffiare e sotto appare qualcosa, un fatto, una scorribanda, dei colori che si piegano in figura e diventano cose, apprendistato. I colori dovrebbero restare puri dopo una certa maturazione, essere il segno granuloso di un pensiero che è esistito, la mano che ha tenuto il pennello come doveva, la tela o il legno o il vetro che hanno accolto. Dovrebbero, ma non sono, nuvole che assomigliano e nel particolare sono qualsiasi cosa, un viso che ammicca, un corpo che si rivela, un segno antropomorfo della coincidenza di molecole che allora era un complesso grumo di pensieri, di desideri, di cose dette e di molte non dette. Neppure pensate. Adesso che non ci sei più per ascoltare forse avrei potuto spiegare le ragioni facili, non quelle difficili. Sono stato accolto, ci può essere altro sentimento che non si ricomprenda in questo e che non abbia una sua ragione conseguente.
Sto ripercorrendo la genesi che mai è un colpo di magia, ma un farsi che si relaziona tra volontà e accoglienza e ha così tanti rivoli che quell’angolo di ragnatele conta sino a un certo punto mentre sono i ragni che aiutano a discoprire. Che portano altrove e congiungono cose e fatti, persino i pensieri presunti e le voci mettono assieme. Gli sguardi i desideri sopiti, le nefandezze lievi e le paure che furono attraversate ma non eradicate. Un aiuto fondamentale come nel costruire la propria casa sono le travi e i plinti, la mia era simile a quelle che si vedono nelle vecchie città del nord, quelle risparmiate dalle bombe e che mostrano le travi incrociate nelle facciate, sepolte nella calce e integrate nella pietra. Scatole che si tengono in piedi da sole, basta appoggiarle a terra, pensateci bene perché ci chiedono di costruirci così e non di guardare dentro dove c’è oscurità, stanze che attendono la luce, pavimenti di legno solido. Siamo di quercia, di pietra o di incannucciato? E i colori sono puri oppure scivolano come i pensieri, scurendo e mutando riflessi, lungo pendii scivolosi che portano verso un incognito nulla, tale perché scoprirlo è fatica e genera paura.
Non avremmo parlato di questo e neppure di chissà quante altre cose accadute nel silenzio del cosmo che ognuno possiede e riempie di deità personali. Avremmo. Avevi iniziato, parlando di passioni. In questi pochi incontri ho ascoltato curioso e mai sazio, ma c’era poco tempo ogni volta e nell’ultimo incontro stavi già troppo male. Volevo stessi bene perché il tuo mondo non ti avrebbe mai annoiato e nella tua voce emergeva l’entusiasmo di allora per le cose da fare, per quelle conosciute. Un solido sistema di valori e di conoscenza non impedisce che vi sia una insaziabile curiosità e questo era uno dei tuoi doni di cinquant’anni prima. Conoscere il rigore e la misericordia, la conoscenza e l’ignoranza e metterli assieme in una gara dove ciò che conta è sapere oltre. Forse non dentro, quella era cosa mia, ma per il tuo mestiere di formatore era essenziale comunicare questo competere con il sapere, con la gioia che esso provoca e lo smarrimento ch’esso sia sempre parziale e insufficiente. Così mi hai parlato del tuo metodo educativo, dell’entusiasmo che provocava nei ragazzi e dei risultati eccellenti che otteneva sollevando nuvole d’interesse in età in cui la distrazione è facile ma la competizione è campo che ciascuno può frequentare. Capisco la difficoltà dei tuoi colleghi a seguirti perché questo modo d’insegnare era fatto di lezioni che si rinnovavano costantemente ed era impossibile ripetere. Questo tuo parlarmene mi riportava alla mente le giornate passate assieme allora, la spinta a sapere, a scoprire che era la regola del gioco per stare assieme e che aggiungeva in continuazione l’ironia al sapere qualcosa in più, in una gara non dichiarata dove, a mio modo ho imparato a pensare e a considerare la relatività degli assoluti.
Non c’è stato il tempo di rimettere insieme gli universi che si erano svolti per loro conto, ma hai riaperto una stanza che forse non è unica e nel buio mostra coincidenze e cose, annoda e scioglie, rigenera curiosità assopite. È un dono che si somma a quelli ricevuti allora e di questo ti sono grato, come dello sguardo che hai sollecitato, delle domande che mi sono fatto e che nascono inarrestabili seguendo quei ragni che portano altrove e insegnano l’arte dell’annodare fili apparentemente esili. Nel buio dei luoghi comuni, nell’assodato ritrovo ragioni, dubbi e molto presente.
Tu che avevi un orecchio assoluto per la musica, avresti sentito in quell’ halleluja, non le stonature, quelle fanno parte del cantare, ma l’esitazione e poi la rincorsa a rimettere in ordine la melodia, avresti sentito l’incastro meraviglioso delle voci e il loro deviare, perché non era possibile fare altrimenti. E avresti notato e sorriso. Ho capito nel tempo che ciò che non si può fare bene una volta non è perduto per sempre, che la prossima sarà meglio o peggio ma sarà comunque un capire di più, un tentare per una volta la perfezione. Già, la perfezione, quella cosa dinamica che dura un attimo e lascia tracce indelebili, ma non s’accontenta di ciò che è stato e aggiunge e riprova, perché c’è sempre un’altra occasione e un meglio sconosciuto. Questo ho pensato di te e di ciò mi hai donato. Grazie, ancora grazie.
La potenza generativa di un algoritmo umano, fatto di vene, di sangue veloce, di connessioni elettriche e di mediatori chimici, di misteri che si annodano, di serpi e di code di gatto, di ricordi, di meraviglie spalmate su un tempo che è presente eppure è già futuro e passato assieme. Ciò è ansia, intrisa d’attesa e di rilassato lasciar fluire.
Il fiume ci trascina e ci guardiamo, perché siamo riva e acqua che discriminano, separano e dicono ciò che resta e ciò che scompare indietro. E di questo tempo rimane ciò che ha la forza di guizzare assieme, un moto d’acqua nel pensiero e l’algoritmo s’acqueta, diviene solida certezza, speranza condivisa e soprattutto amorosa relazione. Ciò che si perde nel vortice improvviso era sale destinato ad andare altrove, sciolto in un tenersi, assaggiarsi, ma le cose poi hanno separato. Poteva, ma non è stato. È triste l’addio che non si consuma, che non diventa parte di un vissuto comune, che non s’acquieta nel sogno. Se non accade c’è l’infingere che parla d’altro, ma era finito il percorso, sciolto l’arcano e ora il mistero è svelato, rivelando il poco rimasto.
Tristezza nelle cose micragnose, consumate per trascuratezza, come in una reazione chimica veloce in cui tutto decade per assenza d’ossigeno, È stato un veleno che ha impedito il coagulare, che ha rinfocolato l’ impazienza di andare senza capire o salutare, e un altro algoritmo ha portato ad altra soluzione. Così si è ripartita la responsabilità in una reazione che non avviene e forse è maggiore d’una parte rispetto all’altra, ma che importa, non è avvenuto e ciò che non avviene non esiste se non nella nostra mente. Non nella corrente, non sulla riva, ma solo in quella potente macchina che immagina e connette ciò che non ha capi, la memoria, e solo lì poi improvvisamente si svela, prima di sedimentare in strati di ricordo. Ma è già finito: prima d’iniziare s’è compiuto. A suo modo perché nulla si compie per davvero se non in una fusione di molecole che altro genera. Ciò che prima non c’era e ora c’è. Può bastare tutto questo per dire che non c’è stato?
Uscirne del tutto non può accadere, conviveremo, se va bene, con una nuova influenza, che muterà di anno in anno e ci sarà un vaccino che la inseguirà. Troppo arduo vaccinare il mondo e rinunciare agli egoismi. Troppo difficile debellare una cosa semplice, apparentemente rozza come un pugnale di selce e con effetti variabili. La luce in fondo al tunnel parla di una nuova normalità, ancora da definire, che si aggiusta per suo conto e in forza di ciò che le viene lasciato a disposizione. La “grippe” o la febbre inglese che per qualche anno alla fine del 1400 fece più morti di una pestilenza, sparì com’era venuta e sopportata da uomini che non potevano capire solo sperare passasse, ma avevano a disposizione un mondo che era assieme passato e futuro, ora sembra che solo il presente sia a disposizione e che questo sia necessario per costruire colossali fortune. Parlano di questo quando parlano di normalità? Oppure ci si riferisce a un seguirsi di abitudinio e di possibilità note che pian piano vengono inglobate nell’algoritmo globale, nella politica di potenza di calcolo, dove chi possiede gli archivi e ciò che serve per elaborarli è in grado di controllare le abitudini e le vite. Oppure, ancora, la normalità è un susseguirsi di possibilità che non vengono esercitate, ma che fanno compagnia alla libertà presunta in cui ci pare di nuotare?. Comunque sia una normalità arriverà e sarà nuova, come cambierà il mondo velocemente, ma se in pace o in sussulti e conati di violenza dipenderà dalla formazione di una coscienza comune. Dovremmo elevarci e guardarci dall’alto, vedere il nostro egoismo sciocco e pensare che solo nella misura dei rapporti positivi con chi ci è vicino, con la società in cui viviamo, con il genere e con le specie c’è una possibilità di armonia e quindi di una normalità buona, mutevole, che fa bene. Ma ciò non avviene e lo stare nella stessa barca è solo un’immagine che serve per chiedere qualcosa a chi è vicino. La fragilità ci mostra come siamo, era ora, perché ci credevamo onnipotenti, ma questo non basta a cambiare per chi il delirio di onnipotenza lo confonde con l’identità. Cambiare, mutare forma e colore alla luce significa uscire dal tunnel e vedere un mondo nuovo, cose da giganti e se volessimo ognuno di noi lo è quando allarga lo spirito e vede nelle cose piccole l’intero universo, sente in un rapporto il bene che si fa materia, ascolta in un suono che è armonico la lingua che ci accomuna. I sensi, adoperiamoli tutti, mettiamoli insieme alla libertà, uniamo ciò che è sensibilità ed è stata negletta. Guardiamo, tocchiamo, ascoltiamo, annusiamo e assaporiamo ogni cosa, ogni rapporto fatto di senso, aggiungiamo ciò che non ha nome eppure ci fa sentire il mondo e ciò che abbiamo vicino. Usiamo il sogno e togliamo il giudizio, ma preserviamo l’uomo, rendiamolo persona, non moltitudine o cosa, diamogli l’infinito valore che ha e comportiamoci quietamente di conseguenza. Basta un saluto, un bene gratuito, un gesto amoroso, un’attenzione che rimetta in moto la meraviglia. Così ogni giorno e senza accettare che qualcuno ci dica cosa bisogna fare per essere parte di un gruppo, di una nazione, di una specie. Lo sappiamo, è dalla normalità che deve essere tolta la differenza negativa, quella che toglie ai molti per dare ai pochi, non l’inventiva, non la volontà di capire, non l’intelligenza dei sentimenti, dell’amore. È questa una luce possibile in fondo al tunnel, che ci farà vedere il mondo diversamente e ci fornirà gli elementi di un nuovo vivere. Poi anche il virus capirà e sarà sconfitto, ma dal nuovo, non dal vecchio che viene promesso come la normalità di un mondo fatto di ingiustizie e diseguaglianze, di disamore. Dicono le statistiche che si sciolgono convivenze, che i matrimoni vanno in crisi per la vicinanza, nessuno sopporta la verità vivendola se essa non gli appartiene, altrimenti diventa altro, finzione, convenienza, equilibrio cercato altrove. Ciò che resiste alla prova è luce nel tunnel, è riscoperta, attenzione, piccola verità da consumare assieme. Ogni situazione di limite ci rivela a noi stessi, per questo non approfittare di questo vedersi è un’occasione sprecata, immolata a un come prima impossibile da raggiungere, perché quel prima non esiste più. Guardiamo dentro e avanti e forse il disaccordo si accorderà alla sintonia, con noi stessi. La domanda è proprio questa, siamo in sintonia con noi, ci assomigliamo in questa presunta normalità? E la risposta non è nel testo, ma nel commento.
Conosci la sensazione del sentirti raggirato, ma anche quella dell’aver riposto speranze e viste possibilità dove esse effettivamente c’erano ma poi si sono consumate nel consueto, nel ciarpame ridipinto che maschera i sogni d’accatto. Si sente da una nota nella voce quando una persona mente, lo si vede dagli atti minuti, dalle difficoltà frapposte, quando qualcosa che dovrebbe raggiungere il suo compimento nel mutare la realtà viene mutato, posposto. La delusione assomiglia a un tradimento minore. In fondo nessuno ha tradito l’altro, ma non ha messo la verità che diceva assieme ai pensieri e ai gesti. Non a caso la politica delude spesso, perché la racconta e poi, con mille scuse, procede per propri interessi. E non a caso dove ci sono sentimenti che legano a un lavoro, a una persona, a un gruppo, se non c’è un processo di verità, subentra il non detto, la presunzione, il sospetto che vi sia altro fino a rendere tutto più guardingo e la prima a morire è la fiducia. È chiaro che se scrivo queste parole così generiche, una molla c’è. Qualcosa non è andato per il verso auspicato e dopo aver tentato più volte che ci fosse un raddrizzarsi della situazione, un ripristinare le premesse e le loro conseguenze, alla fine ho constatato che avevo capito male. Mi ero illuso. E che si fa quando un’illusione investe la vita? Quando si capisce che ogni ulteriore passo e sforzo è inutile? Si prende atto e si inizia un paziente lavoro che deve trasformare un fallimento in insegnamento, un vissuto in spinta per fare altro. La realtà è una severa e amorevole maestra e funziona sempre perché essa indica sia ciò che non va in noi, quello che non aderisce al nostro progetto interiore di vita e alle convinzioni che la rendono davvero unica, ma nel farlo scorre in avanti. Evita che la delusione sia il luogo in cui tutto si ferma e invita a guardare con occhi diversi ciò che abbiamo trascurato. Ci fa l’esame interiore per determinare dove sia quel nuovo che abbiamo tralasciato in noi per riporlo in altri. Ci chiede dove vogliamo andare, mentre ci lascia meditare e riflettere. Senza fretta, verso nuovi modi d’attuazione di quell’assomigliarsi che è connaturato con le vite che si prendono tutte. E si perdonano e sono soddisfatte per un poco, ma non s’accontentano perché sanno che per chi ha deluso esiste certamente un altro che non lo farà.
Hai detto, con una certa perentorietà: vivo nel presente. Come non ci fosse un passato che invece molto spesso appare nel vivere anche tuo e quindi ha un peso, e insieme a quel passato c’è un futuro da costruire. Aggrapparsi al presente è la condizione dei naufraghi, dei realisti senza sogni, quelli a cui qualcosa di importante è stato tolto, ma hanno il futuro e finché non disperano lo sanno. Lasciamo la disperazione a chi veramente non ha nulla e casomai diamogli una mano, togliendo la negatività di questa parola, naufraghi, e ricordando che si sono salvati e aspirano a tornare a qualcosa e vivere una vita. Si può vivere una vita fatta solo di presente? Credo di sì perché lo fanno in molti e pare si trovino bene, ma il presente è la realtà nuda e cruda, con le sue interpretazioni che non le tolgono la severità di una condizione da affrontare. Qui, subito, adesso. E c’è bisogno di futuro per quella triade, di fatica e di un’idea del mutare. Almeno un’idea. Chi si affida al fato non compie la volontà degli dei ma ne è prigioniero. Credo ci si convinca di essere realisti e in realtà la speranza, la voglia di cambiare sia sempre presente perché ben pochi possono dire che era questa la vita che avevano sognato.
Finisce un anno difficile. Era iniziato con qualche presagio di negatività ma sembrava che tutto potesse sistemarsi. Era accaduto altre volte che minacce endemiche si fossero affacciate alle vite di tutti, ma poi erano state confinate. C’erano stati contagiati e vittime, ma era in un altrove poco vicino, che non turbava troppo i sogni e la vita usuale. Poi pian piano si spegneva la minaccia e il suo ricordo con quella indifferenza che aumenta con il quadrato della distanza dagli eventi che non ci riguardano. Per troppo tempo siamo stati abituati che le cose gravi accadono agli altri, che in questa parte del mondo, pasciuta e veloce, le cose vengono respinte con facilità. Un pensiero arrogante sul dominio dell’intelligenza e la potenza della tecnologia ci accompagna. Anche ora la fiducia nella scienza le chiede di essere veloce, di togliere di mezzo le minacce ancora non ben comprese. E la scienza, le multinazionali del farmaco, lo fanno lasciando al poi e ad altri il compito di capire le ragioni della minaccia. A dire il vero i virologi da tempo ci parlano di queste forze che risvegliamo, ma finché tutto funziona sono poco amati profeti di sventura e sono convinto che non si sia ancora ben compreso che è la vita che facciamo tutti che non è in accordo con il mondo. Con ciò che vive e perfino con ciò che non ha vita.
Comunque in quest’anno, un riordino delle priorità è avvenuto naturalmente e mentre il futuro è scivolato in una nebbia densa, ciò che si muove intorno alle vite e dentro ai pensieri ha tutte le gamme dell’incomprensione. Voglio dire che c’è chi nega e chi non ne vede un’uscita, ma entrambi oscuramente vorrebbero una normalità che assomigliasse per quanto possibile a ciò che c’era prima. Sono pensieri banali, ma cosa non è banale nelle nostre vite che si ripetono, che corrono dietro a mode e miti, che si lasciano guidare consciamente da potenze crescenti che ci conoscono nel dettaglio e al tempo stesso pensiamo di essere liberi. Essere liberi senza fare lo sforzo di liberarsi, attribuendo al denaro e al potere la capacità di essere fuori dalle costrizioni e dalle piccole infelicità indotte o naturali. È accaduto molto in quest’anno che contraddiceva questo modo di pensare ma credo che ben poco, per ora sia transitato nella nostra volontà di mutare le vite per mutare priorità e destini. A dire il vero c’è una forza che non è soggetta, se non in parte, a tutto questo, ed è l’amore. Dovremmo però parlare anche dell’amore al tempo del virus, alle sue difficoltà per chi non è vicino, al suo svolgersi con una modalità che comunque tiene conto del futuro incerto. Comunque è dall’amore, dalla condivisione, dalla comprensione che dovremmo partire per capire sino a che punto vogliamo essere liberi, determinare le nostre vite, avere un nuovo rapporto con il mondo inanimato e con la nostra e le altre specie. Forse il termine felicità dev’essere ridefinito, e anche il benessere psico fisico ha componenti nuove. Questo esigerebbe un pensiero che oltrepassi il contingente, che si difenda e voglia superare la bufera ma al tempo stesso immagini come essere domani, quando tutto sarà più sicuro. Il mondo si riorganizza e riorganizzerà anche noi, allora quella parola abusata in passato, resilienza, potrebbe essere coniugata in altro modo e pensare che l’aspetto esteriore può tornare ad assomigliare al precedente ma che gli atomi, le molecole si sono disposte in modo differente e che nuove scale di priorità, nuovi diritti, un nuovo concetto di bene comune si fa strada negli uomini.
Pensando queste cose oso parlare di speranza, di attesa del futuro e del suo farsi e penso che i naufraghi abbiano una vita da ridisegnare. Questo pensiero è allegro, dà forza come tutte le cose che sono almeno in parte nuove e che ci fanno sentire nuovi. Vivere il presente, oggi, è capire ciò che accade e sulla base dell’esperienza e dell’intelligenza mutare ciò che è ripetizione di errori già fatti. E credo occorra una nuova consapevolezza e speranza comune, che dica che il tempo dell’egoismo spacciato per cura del sé è in difficoltà, che questo pianeta, questa nostra specie deve essere una sola cosa nel benessere reciproco. Il benessere del pianeta deve diventare il motore delle intelligenze, delle energie degli uomini e cambiare in meglio le vite.
Questi giorni di semi cattività sono stati giorni pieni, guardati in filigrana mentre si sta stesi sul divano e si osserva quella crepa sul soffitto, hanno un senso strano, un essere coperti di qualcosa dove sotto l’apparenza si nasconde un’irrequietezza, un timore che ci sia un pezzo che manca e che non ha nome. Ci sono stati e ci saranno, giorni vuoti e giorni pieni che s’assomigliano, ci saranno tempi in cui ciò che spinge a fare, non è mai abbastanza e sono quelli in cui esce un equilibrio inusitato fatto di corse e di arresti improvvisi, entrambi felici. Noi dovremmo lavorare in noi per costruire quei tempi nuovi, perché lì la vita si moltiplica e risplende. Si sono tolti i calendari vecchi, si sono messi i nuovi con la speranza che tutti quei giorni che contengono portino cose che fanno bene, ma dipenderà da noi. Questo ti auguro, che il tuo presente sia intriso di futuro e che quel futuro sia quello che vorresti o forse anche diverso ma che ti faccia comunque bene e lo faccia a tutti noi.
Questo sentire che trascina in basso, non è niente, è una tua fantasia, un tassello che giocando hai perduto, ma non è niente. E non vivi come un animale perché la loro cura del restare assieme non conosci, non è niente e anche se fa male, è un male lieve, una scalfittura di memoria, un catalogo d’assenze. Davvero vorresti vivere nel silenzio, nei rumori lievi che giungono ovattati dai lontani marciapiedi, nell’ombra che s’allunga mentre per ricordare chiudi gli occhi? Lo sai che non è niente, neppure quando emerge ciò che manca, quello che mai farai, i desideri stropicciati e poi gettati ad attendere un giorno, una congiunzione d’astri che non è arrivata. Non è niente, passa, bevi, dormi, sogna e passa. Lo sai che le radici vanno oltre ciò che vedi, lo senti che un umore amaro si mescola col chiaro, e di tutto questo mettere assieme hai il privilegio, per questo non è niente. È un prezzo, ma si può pagare. Non è niente se pensi cambi e possa mutare, non è niente.
Con la fiaccola ben stretta nella mano generiamo sfere di luce, attonite presenze ci guardano per poi essere ricacciate nel buio, camminiamo e vediamo il piccolo tratto, le sue asperità mentre la direzione è un intuito dell’andare. Restano i desideri che vorrebbero colmare domande, ma senza un seme amoroso il vuoto sgretola certezze. Solo la passione per un poco ci salva, e oltre quella sfera di luce, indica un senso, un’attesa, un luogo perché tornare sia nostro come l’andare. E la parabola d’una torcia gettata nel buio genera il giorno.
Ma non basterà la vita per trovarli tutti e questo mi rende più forte.
Parlo di chi riduce e tralascia, sceglie la via facile.
Si pensa compiuto e corrispondente a ciò che è: un groppo di desideri da spendere.
Potrebbe fare cose grandi e lo sa, ma si ferma, preferisce altro. Oppure non gli interessa di saperlo. E si ferma. Ciò che desidera è più importante del futuro, è l’adesso che lo soddisfa.
Verrà il tempo dei sospiri verso l’alto, o verso terra, perché il pensiero di sé non è soddisfatto: allora ciò che si è perduto sembrerà assoluto.
Mentre esiste un guardare innanzi che è ancora tutto nuovo e se lo si accoglie, è una nascita.
Tra piccole passioni, ricerche strane mi perdevo. Su tavoloni di massiccio castagno biondo mi venivano consegnati libri antichi da consultare, faldoni di documenti pieni di carte spesse ingiallite e scritte con inchiostri forti. Il profumo della carta si mescolava alla polvere e sentivo un ricongiungere anni e uomini trascorsi, dimenticati, che avevano lasciato tracce di vita e pensieri prima che di un lavoro. Questo mi stupiva, ovvero che lavoro e poteri, importanza, patrimoni si fossero cancellati, mentre restava traccia di cose importanti ma minute e che questo fosse tutto quello che testimonia a continuità e vite. Non viviamo a singulti rappresentati da ciò che siamo in un tempo che inizia e finisce con noi, ma c’è altro che prosegue. Questo ho capito in quella giovinezza strana dove tra ciò che si doveva apprendere e il piacere, c’era la stessa distinzione tra una vita irregimentata ed una libera. Forse per questo mi ribellavo in silenzio e la mente scappava ovunque, non si soffermava se non il necessario per comprendere ciò che assicurava una sufficienza. E spesso nemmeno quella. Era questione d’intelligenza, di volontà carenti? Forse, anche. Certo che l’attitudine pesava e procedeva a dissipare le giornate senza alcun ritegno, quasi con una gioia libera passata in quei luoghi strani o camminando per strade desuete, ma quel tempo lo pagavo alla sera e prendeva alla gola la sera e strozzava d’insofferenza e di colpa. Capire che tutto ciò era sbagliato era quasi naturale, ma non resisteva a quell’andare controcorrente. Quando si sta male per un dovere non assolto diviene logico pensare che ci siano altri, che le cose si condividano anche nel negativo: una società sbagliata e un individuo inadatto. Mi veniva da pensare così. È andata bene, si poteva finire in qualcuna di quelle istituzioni che volevano fare il tuo bene distruggendoti. E allora se penso troppo al molto che ho perso per strada, cerco di accettare la stranezza e costruire il molto che aspetta. Anche perché non si reggerebbe il peso di uno sbaglio continuo se esso non fosse indole. Questo consola e così il sonno non si perde del tutto.