ci sarà un giudice a Berlino

Partiamo dalle elezioni e dalle novità della politica (?): le minoranze e il pensiero difforme non conta. Ma si può irridere, trascurare, espungere dalle decisioni una minoranza e chiederne la fedeltà nel momento del bisogno? Sì, se si tratta di sudditi ed è accaduto in ogni monarchia, in ogni dittatura, ma se gli uomini sono liberi, allora questi pensano, fanno bilanci, traggono conclusioni. E decidono. Questo un capo dovrebbe pensarlo, chi vuole esercitare il potere dovrebbe saperlo. Ovunque.

Parlando apparentemente d’altro, in Grecia chi paga la crisi sono i più deboli. Come sempre. E la classe che era media non lo è più. Certo i debiti vanno pagati, ma se si uccide il debitore, i debiti si estinguono oppure lo debbono pagare i figli, i nipoti, e così avanti per i secoli a venire? Non è una domanda da poco perché se uno ruba un po’ paga anche il fratello, se uno sperpera paga anche il figlio, ma se non si è sperperato e rubato perché si dovrebbe pagare al posto di chi l’ha fatto e magari continua ad accumulare e a far denaro? Di queste, e molte altre anomalie, non si discute nella politica dei paesi democratici, che così diventa una politica omissiva, spesso interessata, a volte collusa. Per questo un potere terzo e a suo modo terribile, serve. Serve un giudice a Berlino che giudichi e dica se ciò che viene fatto è conforme alla legge, sapendo che la legge non dimentica l’uomo in ciò che avviene, ristabilisce un ordine che viene violato dall’eccesso e giudica anche il potere. Come nella novella di Von Kleist, dove al mercante di cavalli a cui è stato fatto un torto e che chiede ragione, viene risposto sbeffeggiandolo, bastonandolo in un esercizio di potere che irride. Allora il mercante s’ improvvisa capopopolo, parla ad altri e i torti si riconoscono, e quando questo accade sono guai, perché diventano valanga. Travolgono il giusto e l’ingiusto. Così il mercante, solleva una guerra spietata contro chi l’ha offeso, semina morte e distruzione. Poi tutto viene rimesso in ordine, ma nel giudizio a Berlino, per quanto avvenuto dopo l’ingiustizia, oltre alla condanna, gli viene riconosciuto il torto subito, per cui al mercante di cavalli, pur impiccato, una soddisfazione alla fine verrà data.

Non è necessario arrivare a tanto, ma i motivi per pensare e per decidere con chi stare ci sono tutti: un torto genera conseguenze e non sempre queste sono così marginali da essere inesistenti. E questo accade ovunque, anche in politica dove si tende a perdonare molto e di più. Una magistratura che difenda il diritto oltre la politica, oltre il contingente, serve a tutti perché è la legalità che manca prima della legge. Tutto ciò a dire che i giudici della Corte Costituzionale devono decidere sulla conformità alla costituzione e non sulla convenienza del governo in carica. Qualunque esso sia. Perché sulla legge, e sul suo rispetto, si fonda il diritto del singolo, dei gruppi e la legalità. Le politiche e la convenienza del più forte sono altra cosa.

Finisco con un accenno alla campagna elettorale. Lunedì ci saranno molti vincitori, ma anche molti sconfitti. Credo che chi vuole il cambiamento rischi di stare più tra i secondi che tra i primi. Cos’è il cambiamento? A questa domanda, si dovrebbe rispondere dando fiducia a qualcuno e, nel farlo, sposare una possibilità nuova per i cittadini. Invece se va bene che le cose stiano come sono, il problema non sussiste. E la cosa sembra meno facile dell’evidenza perché se ad esempio nella mia regione, il Veneto, dopo 20 anni di governo di Lega e Forza Italia, il cambiamento è posto in una candidata donna, chi vuole il cambiamento magari obbietta, distingue molto, discetta. Stranamente emergono categorie come la simpatia o l’antipatia, più che una critica su quanto viene proposto di fare. Si potrebbe quindi pensare che quando si dice che le cose non vanno, non è proprio così profondamente vero da motivare una scelta differente. Queste persone, qualunque cosa facciano, saranno sempre insoddisfatte e sconfitte da se stesse, non operando secondo ciò che pensano non troveranno mai chi le soddisfa. Ma questa considerazione sul cambiamento e su chi lo vuole, non vale solo per il Veneto, perché cambiare non ha solo un colore politico, ovvero non lo ha più da molto. Anche altrove, indipendentemente da chi governa se non si è soddisfatti, cambiare significa scardinare apparati consolidati, mutare priorità, sciogliere clientele.

Insomma cambiare, se lo si considera un valore, ha un significato preciso, è discontinuità di azione e di governo, nuovo progetto e nuovo programma. E ciò che si deve decidere è se ci va bene la sostanza di ciò che viene proposto, se esso è conforme ai nostri principi, alle nostre aspettative. Questo è dirimente e toglie ogni alibi a chi vota e a chi non va a votare: ci sono quelli favorevoli alla continuità e quelli che invece vogliono qualcosa di diverso. Il paradosso è che anche nel cambiare si possono scegliere gli alleati e quindi avere altre continuità, altri compromessi, altre politiche che si fermeranno alla soglia del mutamento vero. Non basta dire di voler cambiare, sono i fatti che alla fine parlano ben più delle parole.

era de maggio

Prima ci furono cortei, discussioni, dibattiti, scontri. Ma erano in una parte piccola del Paese, così a molti sembravano cose distanti, che non avrebbero cambiato le vite vicine. E tanti neppure sapevano di che si parlava. Nei giornali si scriveva che erano state confermate amicizie tra Stati, mentre intanto si stipulavano nuovi patti segreti. Questo non si diceva e il popolo non sapeva. Capiva però che comunque, altrove, la guerra era scoppiata. Sembrava ancora qualcosa di lontano, un rombo di temporale che mostra un fulmine senza pioggia e intanto gira attorno.  E così sentivano che non ci sarebbe stato nulla di buono in ciò che arrivava.

Poi qualcuno decise.

Cominciarono i preparativi, le cartoline di precetto, le esercitazioni. Ma anche in questa situazione che cambiava, tutto doveva durare poco. Intanto erano mutate alcune opinioni, per i più convinti c’era una ragione altissima, per tutti gli altri un obbligo e l’impossibilità di sfuggirgli.

Forse questa era la prima violenza.

Scoppiò il 24 maggio e vennero gli addii, che dovevano essere arrivederci. Tantissimi addii, come mai prima ce n’erano stati.

Poi ci furono tantissime giornate senza pericolo e tantissimo pericolo in poco tempo. Ma tutto questo, in quell’abbraccio ai piedi di un treno, ancora non si sapeva. C’era già una lacerazione da lontananza di affetti in chi si abbracciava, un bisogno che cresceva con la paura, e ogni saluto aveva il sapore dell’ultimo. Ogni ricordo nei giorni, nei mesi successivi, sarebbe stato avvolto da quella paura, nata a partire da un abbraccio.

E allora, ovunque, una solitudine infinita avvolse donne e uomini. Non bastava essere assieme ad altri, aver cose da fare, figli da crescere, lavorare. E d’altro canto, al fronte,  non bastava spostarsi o stare fermi, scavare trincee o sparare a ogni cosa che si muoveva. Non bastava perché ciò che doveva finire non finiva, ciò che si desiderava non accadeva, e la solitudine diventava immensa e con essa cresceva un’atonia che prostrava, un dover motivare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto la speranza.

Sfuggiva la speranza e restava la solitudine e la paura.

I giorni di quiete al fronte erano tantissimi, mentre quelli della paura infinita, pochi, ma così concentrati che le vite si consumavano a balzi di dieci, venti anni in un giorno, in un’ora. Quando tornarono, chi tornò, erano tutti vecchi.

Una cosa già si sapeva il 23 maggio: sarebbe accaduto un disastro. Ma anche un disastro si spera passi presto, che le cose tornino come prima, ciò che non si sapeva era che sarebbe durato talmente tanto da non avere mai fine. 

Per questo una banchina di stazione dovrebbe diventare il simbolo, il sacrario delle speranze infrante.

Il luogo in cui gli affetti si saldarono in un abbraccio che era l’unica cosa umana in tutto quello che stava accadendo.

ragazzi di fatica

Le case delle maestre avevano facciate rigorose e solide, erano come il sapere, fatte per durare. Assomigliavano alle loro scuole, con soffitti alti, infissi scuri e tende pesanti e se non erano belle nei particolari, si riscattavano nelle proporzioni e nelle misure ampie dei portoni, nelle scale larghe, rigorosamente senza ascensori. Per aspera ad astra. Faceva bene far le scale, era parte di quella ginnastica povera e concreta delle scuole e arrivare col fiatone, incontrare, giusto il necessario, i vicini, scambiare convenevoli, gli esercizi di cortesia, e poi ciascuno nella sua casa, era parte dell’educazione al riserbo.

La lunga facciata guardava una strada larga, nata dopo l’unità d’Italia, nel 1875. Una strada che prima aveva occupato il canale dei Gesuiti, interrandolo e poi aveva lasciato spazio alla modernità della Ferrovia provinciale con la stazione di santa Sofia. Quindi le case erano sorte in un posto nuovo e ben servito, e pur dentro le mura del ‘300, erano aperte alla nuova linfa portata dal positivismo: accanto a piccole case d’artigiani, che conservavano tracce della città vecchia, l’edificio lungo e nuovo degli insegnanti era diventato una nave che si spingeva verso l’altro sapere, quello universitario, un baluardo della città nuova, del nuovo apprendere, della modernità. La facciata era il nuovo confine della città che cresceva e si rinnovava, quindi un fondale per la semplice ripetitività di motivi geometrici. Facevano eccezione per aggiunta d’importanza ai nuovi possessori, ch’erano alfieri d’un mondo di principi e d’eguaglianza fondata su censo e merito, di pochissimi terrazzini, che sancivano un privilegio da condividere. E pertanto, questi, erano condivisi, a cavallo di due appartamenti, ma erano tagliati a metà da elaborate divisioni di ferro battuto che finivano in punte acuminate, come ci fosse qualcosa da difendere da scale d’assedio visto che erano a sei metri d’altezza. In realtà erano solo le difese dai vicini, anche loro insegnanti e pari, ma dotati di bimbi molesti, chiassosi, scherzanti, male educati e incuranti della proprietà privata, un bene che il regno aveva ribadito ed esteso a loro attraverso cooperative e stipendi certi come la casa che abitavano. Non tutti erano insegnanti allo stesso modo e c’era una differenza tra chi figliava e chi si dedicava solo alla scuola, di fatto sposandola e investendo in essa tutta la forza educativa che veniva dalla missione del far apprendere e crescere i cittadini di una nuova Italia. Oltre l’impero austroungarico, oltre la Serenissima, il Regno era il nuovo e l’educazione elementare il suo apparato culturale di massa. Eppure se i maestri si fossero visti nelle case, com’erano davvero, avrebbero notato che quei ferri battuti, quelle punte acuminate, difendevano basilici e rosmarini, rose un po’ stentate, un sostegno per la bandiera, e qualche piccola cianfrusaglia in spazi davvero minuscoli, quindi nulla. Ma nel nuovo regno il privato era rimasto eguale all’impero, era nata una borghesia che era sì modernista in pubblico ma difendeva le sue abitudini e convinzioni, e con esse, piccoli tinelli e tappeti e mobili scuri e note di pianoforti verticali sempre al limite d’intonazione. E il pianoforte e l’enciclopedia erano uno status, che quasi tutti avevano e mostravano. E a volte suonavano (il pianoforte, naturalmente), facendo salotto prima che discussione. E come pesavano quei pianoforti, e posso dirlo per esperienza come pesa e come fa male portare su e giù pianoforti per scalini pepe e sale. Qui il Sommo soccorreva noi venuti tanto dopo, che ci facevamo risate allegre su quelle scale di graniglia, assoldati dal prete o da qualche padre d’amico che avevano ricevuto in eredità casa e oggetti. Così ebbi modo di conoscere i figli vecchi degli insegnanti dell’età umbertina. Di vedere salotti rigorosamente in velluto Bordeaux, i poggiatesta impreziositi di merletti di Burano, lampadari di ferro con i beccucci del gas adattati alle lampadine (sempre fioche, da 20 candele, foriere di generazioni di talpe per risparmio), e le grosse stufe di ghisa, le parisine, messe nell’angolo, per sicurezza, anche se c’erano immensi termosifoni del Silurificio di Napoli, perché non si sapeva mai con questi impianti moderni, vuoi mettere la sicurezza della legna e del carbon coke? 

Le vecchie maestre ci chiamavano tosi o ragazzi (di fatica era sotto inteso), facchini non era appropriato, perche potevamo essere stati loro scolari. Ci offrivano cioccolatini dallo spiccato sapor di muffa, noi eravamo parchi e ben educati, sperando  nell’intestino forte e che fossero solo delle regalie dell’anno prima. Però erano Streglio e La Torinese e superato il primissimo moto di rifiuto, una qualche attrazione l’avevano mantenuta, non sputavamo di nascosto, insomma.. Avevamo sempre fame e questo ci rendeva invincibili. Poi per chiederci qualche piccolo spostamento di mobile, le maestre ci facevano indossare pattine con feltro lucidante e allegramente pattinando su pavimenti in terrazzo veneziano, parquet di noce, mattonelle bianche e nere, sollevavamo ridendo, mobili pesantissimi, rischiando sempre la spaccata sugli strati di cera Fila, deposti con cura maniacale. Eravamo danzatori involontari e irriverenti, ma infine utili. Guardavo i libri rilegati, le edizioni Ricciardi di letteratura, una sontuosa copia dell’enciclopedia Pomba, le librerie invetriate, i cassettoni, i mobili scuri, le specchiere maculate, i tendaggi pesanti che filtravano aria e rumore di strada in una perenne sonnolenta, penombra. Guardavo, finivamo e passavamo al lavoro vero, negli appartamenti di quelli che erano stati i vicini. E portavamo giù per le scale cose identiche a quelle viste, sempre pesantissime, libri e mobili, attaccapanni e pianoforti.

Era l’estate, la stagione dei traslochi d’eredità ai parenti disattenti che volevano far cassa, dei lasciti alla parrocchia. Così finiva un’epoca, si svuotavano gli appartamenti pagati con mutui infiniti, le porte finestre venivano aperte e quei terrazzini ormai abitati solo da piante rinsecchite, rivelavano la prigione in cui erano state costruite le vite.

en attendant

Prenotazione tre mesi prima, fare coda allo sportello per la riconferma dell’esame il giorno fissato, spostarsi e fare coda per il pagamento del ticket, 47.15 euro, ritornare all’altro sportello per consegnare la ricevuta di pagamento. Coda. Tra la cassa e lo sportello ci sono 50 metri. Tre code, 150 metri, per fortuna ho le gambe buone e una discreta pazienza. Eppure questa è la migliore sanità italiana, così dicono. Ma la burocrazia e la logica sono allineate al livello di efficienza e di irrazionalità più basso. Non c’è logica , ne buon utilizzo del personale, perché?

Adesso pazientemente attendo che un’ora tassativa per me diventi reale per il medico.

Penso e questo fa compagnia.

verde

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Di un fazzoletto di prato ben tenuto, colgo la felice anarchia delle margherite. Non molto distante, sul clivo dell’argine, radi papaveri si mescolano alle erbe e diluiscono la dolcezza del verde. Sono passati greggi di pecore e hanno lasciato il superfluo, eppure è bastevole e ricco. Giù dell’argine, nella corrente rapida, che un tempo muoveva macine, alimentava fortune di paese, sfamava alcuni mentre altrove si moriva di fame, ci sono lunghe erbe verdi sommerse che muovono sinuose. Anch’esse verdi, accarezzano pesci ormai destinati alla battaglia con le esche dei moldavi e dei rumeni  che popolano allegramente gli argini nei giorni di festa. Il verde è qui, appena fuori d’ una porta, d’una strada di città. Necessario quanto mai alla vista e difficile come le parole che lo circoscrivono. Troppe, inutili, inefficaci oltre quell’etimo: verde, che già lo racchiude e tiene dentro di sé. Ed è profumo d’erba tagliata che già muta colore come se il verde pervadesse l’aria e la lasciasse più povera. E’ menta selvatica, rosmarino, basilico, timo che accarezzati cedono il verde all’olfatto. E’ lo scostare di foglie, l’umido alito del sottobosco, la luce che investe. O ancora è il mare che copre senza apparente soluzione di continuità un latifondo. Oppure un miracolo che risponde a leggi rigorose, una percentuale da piano regolatore, il bilancio di un degradare economico dell’uomo verso ciò che, apparentemente,  è inesauribile e può essere tolto con facilità. Il verde delle carte è la misura del corrompimento dell’idea di progresso, il suo abortire in un numero che non è misura di benessere, ma di guadagno. E quel numero stabilisce se esista o meno la corruzione delle menti prima che quella del denaro, se ci sia o meno sopraffazione. Oggetto del desiderio di chi lo distrugge, se esso è di tutti, viene dal suo carnefice ricreato nella propria casa. Il successo d’una carriera si misura più sul verde che attornia la casa che nelle stanze che essa mostra.

Eppure il verde è fratello di quell’aria, di quell’acqua, che parimenti mutate, eradicate dal sensibile, tolte dalla percezione usuale, diventano oggetto di meraviglia quando si manifestano senza aggettivi. L’aria è l’aria, l’acqua è l’acqua, poi interviene ciò che la muta e la fa giudicare per differenza. Così il verde che da colore diviene punto d’equilibrio interiore a tal punto che la sua assenza  inaridisce il sentire, depriva, spinge alla ricerca di succedanei. Nella forza apparentemente anarchica  delle margherite, trovo la vitalità di aceri, pioppi salici, bagolari, cresciuti per loro conto sui clivi, nelle incolte isole di eredità contese, nelle custodie giudiziali dei fallimenti, negli espropri eccessivi, nell’incuria di opere pubbliche senza manutenzione. In questo anarchico fiorire di boschetti, di abbarbicature a ciò che per l’uomo è residuale, si compiono trasformazioni che risanano, riportano equilibri a un pregresso che deve pur stare nella memoria di Gea vista la pervicacia con cui lo rincorre. E nei mucchi di tronchi abbattuti dall’intenzione di dare una regola al mondo, vedo sia il prodigio dell’energia gratuita che essi offrono, ma anche l’insensatezza di voler governare a colpi di mannaia ciò che un cervello poco malato, ben distinguerebbe, ossia che c’è ciò che ci fa bene e ciò che ci è nocivo. E che di quello che ci fa bene ciò effettivamente usiamo non può essere un’astrazione, ma una concretezza data alla parola che lo identifica. Così verde, albero, erba, papavero, margherita, ecc. ecc. designano un contenuto per noi, per il nostro spirito, per una composizione di esso con l’ansia di prevedere il futuro, di determinarlo. E di tale contenuto, a volte, teniamo conto e inspiegabilmente proviamo una piccola felicità a cui non sappiamo dare un nome. 

la dote

Alla fine bevi sempre con gli stessi bicchieri, mangi negli stessi piatti, cucini con le stesse pentole. Cambia il cibo e cambiamo noi, ma poco o nulla i mezzi. Impariamo a degustare, mettere i vini nei bicchieri giusti, ma accade ogni tanto e così la fraterna tirannia delle cose d’abitudine c’accompagna. Sembra che queste siano fatte per accompagnarci, per avere un rapporto particolare con noi, e non ci stupiamo che corrispondano nei risultati. Conosciamo una pentola e ciò che è in grado di fare e lei ci ricambia. 

Da piccoli magari avevamo una tazza, o un cucchiaio, o una forchetta che erano solo nostri. Era un elemento di proprietà che ci dava una differenza, un posto particolare a tavola, un inizio di identità. E abbiamo continuato ad avere cose solo nostre, anche se le credenze e i cassetti intanto si riempivano di stoviglie che sono invecchiate con noi. Servizi che passeranno ai nostri figli e che spesso non vorranno. Il modernariato è una grande assemblea di desideri realizzati da altri, di occhiate alle vetrine, di regali tenuti con cura prima e con indifferenza poi.

Guardando i ripiani ricolmi si capisce la ridondanza, la sua gentilezza che contiene una mancanza, un ordine interiore naufragato sugli scogli dell’utile. I dono e il desiderio hanno accumulato un bello destinato a non raccontarsi quasi mai. E questa è la mancanza, ovvero quello che si è mostrato come sicurezza e possesso non ci ha allietato. Così tra gli scaffali che rivelano piccoli ricordi dimenticati emerge il bisogno di semplicità, un tributo all’innocenza possibile, un’altra possibilità di vita.

Avevo una forchetta d’argento. Era la mia, forse residuo di qualche dote sciupata. Con tre rebbi, da frutta, andava benissimo per le dita bambine. Decoro San Marco. Molto evocativo e veneto. Chissà dove è finita. Mia madre diceva: no la ghe xe? la sarà ‘ndà a san Lazaro. A san Lazzaro c’era la discarica. Dava la giusta importanza alle cose, mia Madre. 

cambiar verso dove ?

Modesta riflessione per il Presidente del consiglio:

A Napoli ci sono due gestori per due linee di metropolitana: uno sono le ferrovie dello stato con svariati tipi di biglietti, prezzi e scadenze. L’altro è una municipalizzata, l’ANM che gestisce due linee. I biglietti dell’uno non valgono per l’altro.

Oltre a questi gestori esiste la Circumvesuviana, la Napoli- Giugliano-Aversa i cui gestori confluiscono nell’ente autonomo Volturno e la tariffazione è gestita dal Consorzio unico Campania. Comunque Wikipedia può chiarirLe la situazione e non mi permetto di insistere sui particolari.

Le faccio questo esempio che è uno dei tanti esistenti, a nord come a sud, (e penso che anche Ella potrebbe raccontarne di ‘belle’ per Firenze e la Toscana) per chiederLe una fugace riflessione su cosa significhi per il cittadino cambiare verso. A mio avviso significa avere una vita che rispecchi nella cosa pubblica, la semplicità, che gli dia la percezione che non si buttano i soldi inutilmente, che gli faccia tener a mente la distinzione tra utile e inutile, tra equità e privilegio, tra passato e presente. Le dico questo perché ho l’impressione che si stia applicando il principio che il cambiamento inizia da dove c’è meno resistenza, che le cose vere da mutare siano inalterate, che, ad esempio, non sia mutato nulla nelle grandi articolazioni della macchina pubblica. Quella con cui il cittadino si confronta giornalmente, imposta la propria vita in un insieme di certezze che alla prova dei fatti non sono tali. Sono esperienze che fanno perdere la nozione di collettività, che tolgono la sensazione di essere dalla stessa parte, come Ella spesso ci ripete, ma invece radicano l’impressione di essere sudditi. Se il pesce puzza dalla testa, da noi, purtroppo l’odore si è diffuso. Gli elementi che hanno contribuito sono in sostanza due: il potere esercitato sempre e ovunque, e il suo antidoto, il privilegio che permette di temperare il potere, opporre una diversa legalità. Tutto ciò, come Lei ben sa, è inefficiente e costosissimo. Allora le chiederei di cominciare questo mutamento del Paese proprio dalla parte difficile, cioè l’inefficienza e il privilegio. Di far sorridere il cittadino assieme alle sue Ministre, che vedo trionfanti perché passa la legge elettorale o la riforma del Senato e della Costituzione. Attendo assieme a molti altri, ben più di quel 40% di cui parla l’Italicum, che questo cambiamento di verso inizi davvero, perché vede Signor Presidente del Consiglio, io voto ogni 5 anni, ma vivo ogni giorno e vorrei vivere meglio.

p.s. Io sono sereno e attendo il cambiamento e Lei ?

commessure e Pollock

Il posatore ha avuto momenti di sbandamento nelle commessure del rivestimento. All’inizio avrei detto: peccato! In onore della precisione, dell’ordine che rasserena e crea certezze, poi mi sono ricreduto osservando una crepa che risorge dalla ridipintura fresca e la ragnatela che s’è appesa e attende. Steso in una poltroncina di studio dentistico, attendo. Rumori ovattati e musica di sottofondo. Cose pop, radio locali, hits. Se con gli occhi seguo il profilo di una linea immaginaria di cemento bianco ne posso calcolare la lunghezza percepita, sono mattonelle 30×15, pensare che la ceramica invetriata di Babilonia aveva almeno altrettanta sapienza. Ma non era diritta. Basta andare al Pergamon e ci si rende conto che non è la precisione netta che crea la bellezza, ma la sequenza. E il colore, sopratutto nelle sfumature di un forno. Sequenze infinite di sfingi blu, di dignitari in corteo che accompagnano e convergono verso il re e la porta di Ishtar. Come nell’esercito di terracotta. Sequenze. Conta il numero. Il numero genera l’astrazione.

Studio le commessure, scopro ulteriori imprecisioni, scheggiature. Una retta procede pervicace verso l’infinito, una commessura fa al più il giro della stanza. Chissà cosa girava per la testa di Euclide quando deduceva i suoi teoremi: osservazione, ragionamento, astrazione, genio. E artigianato. Genio e artigianato del pensiero, divulgazione e ripetizione: la decorazione in architettura ha vissuto per qualche millennio sulle sequenze, gli incastri, i colori, gli islamici anche adesso.

Dopo è venuto Pollock. Hanno restaurato alchimia. Quando lo guardo penso che potrebbe averlo dipinto Nietzsche: l’orlo dell’abisso con relativo tuffo.  Adesso lo si può rivedere al Guggenheim, a Cà Venier dei Leoni. Un palazzo mai finito, un solo piano e poi il marmo che si getta in acqua. Forse già pensavano ai cottage, i veneziani, e invece mica è vero, sono mancati i soldi, xe mancà i schei, ma è bello pensarlo, perché un altro palazzone sul Canal mica cambiava lo skyline, e cussì no par miga da stranio (così non sta poi male). E poi col cavaliere di Marini, l’angelo della città in erezione, ad aspettare che arrivi qualcosa dall’acqua, è uno spasso: sguardi obliqui, risatine, quei che fa finta de gninte, distrazioni verso il canale, che sarà pur Grande, ma sempre canale è. E lui che angelo sarebbe se non vegliasse su ciò che può accadere… A Venezia, dall’acqua veniva il buono e il benessere, non era così ovunque. Il mare come sottofondo servirebbe, al posto di queste musichette, magari glielo dico, anche se dal dentista si parla poco.

In alchimia, mi sono perso ogni volta che l’ho visto, e se questo studio avesse le pareti con la sua riproduzione io sarei spaesato e totalmente distratto dal contesto. Non sentirei il rumore del trapano nell’altra stanza. Sarebbe l’inveramento di ciò che mi pare dicesse Fontana: che attraverso i buchi delle sue tele si risucchiava l’universo. Non un buco da guardoni, ma energia che andava verso l’infinito. Come le rette, penso. L’arte oggi è solo filosofia, diceva anche, ovvero un’opinione autorevole sulla realtà che al più suggerisce. O almeno mi pareva dicesse così.

Ci sono rumori ovattati di ferri dalla stanza a fianco. Dal dentista ormai nessuno urla più, neppure i bambini. Mettono piastrelle avorio, una via di mezzo che consente il pulito e non fa ospedale. Una volta ero steso al pronto soccorso e mentre aspettavo guardavo il soffitto, c’erano degli schizzi di sangue, potevano pulirlo, no? Così mi ricordo solo quelli: schizzi di distrazione di massa, così ho perso la nozione del taglio, era sulla mano, sul ginocchio, boh? Qui invece tutto sa di menta. Un’attesa alla menta piperita. Sembra quasi una ragazza messicana, un nomignolo per una chica: piperita del mi corazon. Vorrei dormire, le commessure fanno effetto, chissà perché i dentisti adesso si chiamano odontoiatri e hanno tre o quattro ambulatori in cui operano contemporaneamente. Ubiquità donata dal santo dei dentisti, che poi è una donna: santa Apollonia.

Ma le donne sono naturalmente ubique, fanno sempre più cose assieme. E comunque tenetene conto.

Aspetto, ma poi finisce.

bar sport mediterraneo

Per onestà e chiarezza bisognerebbe porsi le domande vere che stanno sotto i problemi: cosa vuol fare l’occidente di questi uomini che fuggono da guerre e fame, non di rado indotte dallo stesso occidente? E se non vuole fare nulla, come pensa di respingerli? E’ meglio porsele queste domande, perché ora sono un milione in attesa, ma se il mondo continua a generare profughi e affamati, i milioni cresceranno. Le soluzioni evocate in questi giorni vanno dall’affondare i barconi con i profughi a bordo all’affondare i barconi nei porti. Lascio perdere la prima soluzione perché solo un nazista può pensare una cosa del genere, ma anche la seconda non risponde in realtà a nulla di concreto perché basta ricordare, e ce lo dice la cronaca datata di oggi, che i droni o i cannoni non distinguono tra amici e nemici, tra prigionieri e aguzzini. Inoltre il milione di profughi che ha attraversato il deserto o è fuggito dalla guerra in Siria o in Iraq, che fine farà? Possiamo dichiararci irresponsabili di queste persone? Diciamo che il problema lo deve risolvere la Libia, un paese nel caos in cui non manca la responsabilità dell’occidente?

Per questo le soluzioni evocate sono da bar sport, in realtà si sta scatenando una guerra per il cibo, l’acqua e la vita. E l’occidente non potrà chiudersi pensando di salvarsi. Non ci riuscirà perché il costo sarà talmente alto da non poterlo sopportare. né democraticamente, né economicamente e solo se rinuncia a depredare i territori, come ha fatto per secoli, ma al contrario, investendo e creando condizioni di pace e di lavoro potrà uscire dall’assedio.

Salvare se stessi significa, affrontare un’emergenza umanitaria, e contemporaneamente disinnescarne le cause: guerra e fame. Per questo emergenza e progetto vanno assieme: se i soldi che vengono spesi per arginare l’inarginabile verranno portati e spesi nei Paesi d’origine si invertirà il percorso dei profughi. Nessuno ha voglia di morire per strada se non fugge da una morte certa o quasi, ma questo sembra che i governi occidentali non siano in grado di capirlo. Serve un piano di aiuti per l’Africa e il medio oriente che consenta l’autosufficienza alimentare ed economica, con il contemporaneo embargo delle armi e l’imposizione della pace. Ma questo ha dei costi, forse per questo si preferisce l’emergenza e il dibattito sterile che genera: perché svia dalla soluzione reale del problema. Ma non perderemo il benessere raggiunto se si forniscono le condizioni di autosufficienza ai popoli, semplicemente evitiamo una guerra che già è in atto, anche se non dichiarata, e che, fosse solo per il numero, ci vedrà comunque perdenti. Quindi un calcolo di perequazione di risorse, di riduzione dei conflitti, la stessa diminuzione della diseguaglianza è oggi un calcolo logico, basato sul male minore: l’occidente cambia il mondo rendendolo più vivibile ovunque e conserva il suo benessere. Anzi lo può addirittura accrescere perché crea  capacità economica, nuovi mercati non più basati solo sull’assistenza. E tutto questo non ha nulla di buono o santo è semplicemente l’alternativa all’uccidiamoli tutti. 

campi di periferia

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Il portiere mette il pallone a terra, con cura, su un punto preciso che solo lui conosce. Arretra, prende la rincorsa e calcia. Il pallone manda un suono acuto, quasi un grido, mentre vola. Gli occhi seguono la traiettoria mentre le bocche già commentano. E’ così, ogni domenica pomeriggio, nei campi da calcio di periferia o di paese, c’è sempre una squadra che gioca e ci sono sempre persone che guardano. E grida, fischi, risate di scherno o di divertimento, improperi, gioia, bestemmie. C’è sempre un allenatore che s’arrabbia e prende a calci una panchina, dei giocatori che si rivolgono, al cielo, all’arbitro, al pubblico. C’è un portiere che incita e che dà ordini, c’è una palla che vola, che si scontra, ribatte, corre veloce e raramente finisce in fondo a una rete. Poi tutto finisce e resta l’odore di erba tagliata di fresco, le margherite ai bordi del campo, le persone che si riprendono le biciclette, i motorini, le auto e parlando s’allontanano. C’è sempre un momento in cui si deposita la luce, mentre l’ultimo della squadra di casa raccatta il pallone più lontano e cammina piano lungo il bordo, attento a non pestare la linea tracciata di gesso. Poi il silenzio. 

La luce tagliava di sguincio, allora mio padre, mi metteva sulla canna della Legnano nera e tornavamo verso casa. Poi si sarebbe sciolto l’incanto per la sua vicinanza, per il ricordo che lo riportava ragazzo a dare calci ad una palla di stracci, alla sua reticenza nel dire ch’era pure bravo, e che la vita avrebbe potuto essere diversa, ma erano altri tempi. Nelle partite di periferia, pochi erano in tribuna, si guardava tra i rami di una siepe, dall’alto di un monticello di cantiere, nelle maglie d’una rete. E c’era chi arrivava per caso e si fermava, chi arrivava prima del tempo e chi, per partito preso, sempre se ne andava  prima che la partita finisse. Ma c’era anche chi restava e cercava con chi dire la penultima parola, perché a casa proprio non ci voleva tornare. 

Nei campi di periferia o di paese, adesso è come allora, si parla dialetto, si impreca, grida, si gioisce o ci si dispera, ma è sempre per poco, perché ogni volta sarà nuova. L’unica differenza è che ieri, in squadra, c’erano un africano, due magrebini e un cinese, e correvano e chiamavano la palla, con quel pasha pasha che era il passa passa di una volta ed esultavano o si disperavano esattamente come tutti e alla fine la loro stanchezza e felicità era davvero la stessa, mentre andavano verso gli spogliatoi.