l’altro sé

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Ci sono momenti, e pure altri. E così potrebbe finire il racconto della vita riservata.

Oppure con molte parole precise e circostanziate, potrebbe iniziare il racconto della vita apparentemente trasparente. Una narrazione molto presente a sé, meticolosa, dettagliata, ricca di riferimenti comuni in cui chiunque possa almeno un po’ riconoscersi.

Bella, ma non sarebbe la realtà perché non direbbe cosa si seppellisce tra le frasi, nel contesto della passione, nel significato di quelle parole così precise e insieme doppie nell’oscillare tra ciò che si vorrebbe e ciò che è stato.

Quando scrivo è come parlassi di un’altra persona… 

Credo sia il modo giusto per dire la verità e non perché quella persona sia terza rispetto a noi ma perché è noi, liberata da una convenzione ad essere.

Nell’espressione, che è titolo e suggestione di racconto, una stanza tutta per sé, c’è la chiave della prigionia dell’essere nel posto giusto eppure del non esserci totalmente. Un ossimoro dettato dall’esaurimento di una spinta ad andare. Non a caso gli amori sconclusi sembrano il luogo della felicità possibile e non stata, mentre l’apparentemente reale mostra un suo vincolo immane di obblighi, di ripetitività, di consuetudini e apparenze in grado di far desiderare altro. Fortemente e radicalmente. Quell’altra persona appunto, che si compie nell’atto del descrivere/descriversi.

Partire dalla propria imperfezione, considerare che la purezza è un’astrazione scomoda in quanto precettiva, giudicante, generatrice di quella parte così umana e al tempo stesso inutile, se non produttrice del cambiamento, che è la colpa. Se non c’è innocenza non c’è colpa non redimibile, ma soprattutto non c’è un’ attribuzione ai surrogati, del compito di lenire il bisogno d’amore connaturato con l’uomo. 

È come parlassi di un’altra persona riassume l’esperienza passata, la contemplazione del presente, l’essere prigionieri d’un possibile non stato che estrae da noi ciò che siamo davvero. Cioè impossibili. Acutamente e indicibilmente impossibili nell’assomigliare ad altri. Colpiti dall’insufficienza dell’essere sovrapponibili, e neppure somiglianti.

Parlare d’altri in prima persona è parlare di sé, in modo libero, senza il ruolo assegnato, senza la necessità impellente di precisarsi. Una sorta di contemplazione di ciò che è ora, subito, adesso, nel percepito. Non è la verità totale, nel senso che non esclude le alternative, non raggruppa le nostre molteplicità, ma descrive una presenza anche quando lo travisa nel godere masochistico dell’assenza. Si permea della negazione d’un futuro, almeno per un poco, perché più acuta dev’essere la percezione di ciò che manca e più forte la dimensione dell’immensità del sentire, dell’aver unicamente provato. Dell’essere altrimenti dalla banalità del ripetersi quotidiano.

Se si nega la purezza come dimensione dell’esistere, si apre una pagina su cui scrivere. Possiamo scrivere ciò che accade oppure ciò che ci accade. E ci accadrà per la natura divina e umana che si mescola nel nostro daimon e non per fato.

Comunque quell’altra persona siamo noi per davvero.

oltre l’apparire

M’interessa, ma in realtà mi piace perché proprio questo oscuramente m’attrae, la parte profonda e positiva del sentire l’altro, ovvero lo scoprire ciò che si nasconde sotto la superficie che mi viene mostrata. E non solo i desideri segreti, le pulsioni a molla, ma ancor più la cifra, ossia il profondo che permane. Indiscreto? Curioso? Perverso? Forse, ma lo dichiaro e so che è ardua, riservata a pochi, e presuntuosa, questa attenzione. È una curiosita partecipata, una necessità che chiede sommessa il permesso a lasciarsi intuire, una condivisione e la pazienza del capire. 

In questa epoca in cui l’apparenza è sostanza, capire oltre essa, toglie il giudizio. Non è priva di rischi quest’attenzione perché c’è sempre il rischio del comprendere che ci si è sbagliati. Che non si è adatti a questa persona. È un processo d’attenzione orizzontale che diviene un giudizio su di se non sull’altro.

Andareoltre l’apparenza parte dalla sensazione che il tempo abbia costretto a tagliare, sopire,  seppellire, che le situazioni si siano accanite, che l’educazione abbia messo un freno tagliando anziché far fiorire, e ciò mi porta a pensare che ci sia un essere altrove dall’apparenza. E che tutto il rimasto in questo altrove possa tornare a crescere senza che il tempo abbia potuto togliere le età.

Ad esempio se la giovinezza in generale è lo statu nascendi d’ogni possibilità non filtrata dalla vita, quando una possibilità sarà scelta si scarteranno le altre. Questo accade sempre nella vita e in noi si modifica qualcosa che si vede, ma se la scelta non era conforme a ciò che possiamo essere, muta l’apparenza.

Bene, oltre all’apparenza, m’interessa la possibilità che ancora non si è fatta pelle, che è stata scartata. Cogliere questi accenni fa parte dell’interesse profondo che a volte può essere comunicato e verificato assieme -e ci si può sbagliare di molto- ma più spesso è difficile parlarne senza la giusta intimità. Si può cercare di capire in silenzio, adeguarsi a ciò che s’intuisce e lasciar parlare gli atti. Cosa c’è di più intenso del riconoscere una possibilità d’essere dell’altro? E non è un atto d’amore che sia lui a scoprirlo, cercando che diventi autostima e coscienza di sé.

La grazia non ha bisogno d’essere scoperta, si vede. E’ una dote che diventa affettazione quando si ostenta, oppure sconfina nel chiedere e in entrambi i casi cessa d’essere tale. La grazia è il dare gratuito ed è predisposizione, chi la possiede non se ne accorge, semplicemente è esso stesso grazia. Ma diverso è lo stile e ciò che si vuol mostrare, sono percorsi di testa e costruzione di sé, che nascondono alla vista. Immagine e maschera assieme, belli, ma quanto c’è sotto è ben più interessante.

Sono ben cosciente che a chiunque piace essere riconosciuto come vuol mostrarsi, e anche questo rivela molto, ma se ci si ferma all’apparenza, quanta noia e disinteresse. In fondo la falsità svelata ha lo stesso e forse maggiore fascino della verità, perchè anche questa non è mai così lampante e attende d’essere davvero compresa a fondo. Ci sono tanti modi per farlo, ma serve sempre pazienza, rispetto, confidenza intima, condivisione, attenzione. Se ci pensate questi sono tutti verbi dell’amore.

A volte mi pare che tutta questa apparenza sia un somigliare ad altro e che non si sia superata mai totalmente la sindrome del mettere scarpe e vestiti del babbo e della mamma. Che ci sia persi per strada e l’essere adulti ovvero diventare ciò che si poteva essere sia sia stata confusa come una condizione fatta di limiti da superare. Come si dovesse raggiungere e superare il genitore che abbiamo ammirato. E noi dove eravamo, dove siamo? Ecco mi interessa ciò che può essere, al resto ci si abitua presto.

tre variazioni sull’otto marzo

prima variazione:

Si può essere commossi e calmi? Sì, se ciò che si è subito si è talmente commisto alla vita da diventare permanente parte di essa.

Con voce commossa e calma, enuncia lo stalking subito per sei anni, le minacce fisiche, le percosse, il pericolo di morte. E accanto a questa condizione assurda del vivere, enumera le denunce, la diffidenza incontrata, i tentativi di dissuaderla dalle querele, l’atteggiamento e l’insensibilità incontrate, essi stessi percossa e violenza, nel capire più l’aggressore che l’aggredito. Una parola pesante emerge tra le altre, la connivenza dell’istituzione che rende compatibile socialmente l’abuso, che diventa parte della violenza. Poi il racconto continua con il positivo incontrato, le persone sensibili delle associazioni di aiuto contro la violenza, un graduato di polizia che capisce e chiede scusa a nome dello stato. Il narrare è sereno, ma non scompare del tutto la piega amara della voce, delle parole. Poi, l’epilogo, che non è tale, verrà col processo dopo sei anni di sofferenza. Ma non ci sarà processo, perché nel frattempo il persecutore è morto. Tutto derubricato quindi? Finito? No, perché la vittima per fortuna è viva, ma deve ricostruirsi, inglobare la violenza subita in una visione positiva di se stessa, terapie per riaprirsi alla speranza, al rapporto con gli altri.

Si può essere commossi e calmi nella voce e trasmettere, proprio attraverso la calma, il carico di dolore in atto e trascorso. Questo insegna, fa riflettere, rende lampante l’inadeguatezza delle parole di legge e dei comportamenti che esse generano. Non si tratta solo di sentirsi in colpa in quanto genere. A che serve la colpa se non è accompagnata dal suo superamento? Bisogna essere consapevoli, e questo riguarda tutti, che la violenza è tra noi e che, se non la vogliamo, bisogna, non solo emettere leggi, ma fare in modo che essa non sia accolta, giustificata, relativizzata, messa in conto come danno collaterale. Non c’è nessuna guerra in atto tra i sessi, c’è solo una questione di rapporti ed eguaglianza che dev’essere modificata nella cultura, nella percezione. A partire dalla mia cultura, dal mio intendere la presenza femminile ovunque nella società.

seconda variazione:

La ragazza ha meno di vent’anni. Stringe tra le dita un mazzetto di mimosa molto sciupato. Eppure se potesse liscerebbe gli steli, gonfierebbe i fiori sino a renderli turgidi come appena colti. Lo ripara dalla pioggia con una mano mentre cammina veloce senza ombrello. Potrebbe metterlo nello zainetto, ma si sciuperebbe ancora di più. Rivolge i fiori verso il basso per far scorrere la pioggia, ma ogni tanto li rialza per controllare se si riprendono. Di certo l’ha ricevuto da una persona per lei importante. E ha collegato la giornata con una festa che la riguarda e un atto di affetto. Forse d’amore.

Si vive anche di simboli e di gentilezza, almeno per una giornata. Ci penso poco a questo. Mi ha sempre infastidito l’insistenza avida dei fiorai, l’attenzione pelosa del donare obbligato dal conformismo che si chiude in un giorno. E al pari m’ infastidiva l’ignoranza liberatoria delle pizzerie, dei night a spettacolo invertito nel genere. Anche la risata grassa e ricca di doppi sensi mi dispiaceva perché ad essa corrispondeva quella maschile. Mi sembrava mettere assieme la parte bassa della libertà. Eppure anche in questo c’era un passo avanti, una liberazione d’accatto era sempre meglio del bigottismo precedente.

Un fiore, anche virtuale, tutto l’anno per ripristinare la mimosa sciupata. Ogni giorno, la predisposizione a dare gesti di cura. Anche un abbraccio può servire. Un abbraccio lungo, caldo e silenzioso. Ricco di sottointesi e appena colto dall’albero del bene reciproco.

terza variazione:

Li ho visti l’altra sera a Gazebo, ripresi e commentati con la levità empatica dei conduttori che mette in luce, non l’immagine di rapina del fotoreporter, ma una quotidianità assurda, sofferente. Sono le donne e i bambini al confine con la Macedonia. Passano la giornata in fila per un panino e una bottiglietta d’acqua, attendono che qualcuno possa passare. Inermi tra gli inermi. Donne avvolte in lunghi abiti neri oppure con gonne corte colorate, che stanno e altre arrivano, si sistemano in tende fragili, estive. Tutti nella stessa condizione, pur venendo da diverse esperienze di rapporti familiari, di vita e di prospettive.

Non credo che oggi abbiano distribuito mimosa nel campo, sarebbero bastati i panini con un minor tempo d’attesa. Chissà se per loro prima esisteva un otto marzo, comunque non credo ci pensino ora. Non loro, non i tre milioni di profughi in Turchia, in maggioranza donne e bambini. Non il milione e mezzo stipato in Libano (ma forse quelli stanno meglio che con Erdogan). Non gli oltre 350.000 somali in un unico campo di tende a Dadaab in Kenia. Non l’indeterminato numero alle soglie del Sahara o sulle coste libiche. In maggioranza sono donne e bambini che attendono e mostrano la nostra vergogna.

Qui il genere scompare: quante donne che festeggiano l’otto marzo pensano che l’esodo dev’essere un problema che si risolve in occidente? Penso alle donne perché gli uomini su questo hanno gesti sbrigativi, considerano che i danni collaterali fanno parte della realtà. Poi si sa, che i maschi se la cavano, anche quando emigrano. Anche nel morire se la cavano, ma le donne come fanno a tenere a bada la paura e il dolore per i propri figli, per sé, per i compagni? Come ricostruiranno le culture, i nuclei di relazione, l’amore se non viene loro permesso di avere un futuro? La mia amica danese mi dice che in Danimarca non si festeggia l’otto marzo perché i diritti delle donne sono una cosa normale. Ma per chi valgono i diritti basilari? Quelli semplici, da cultura laica o religiosa: accoglienza, rispetto, eguaglianza, sono per noi e basta? Si è parlato molto a lungo di radici culturali da inserire nella costituzione europea. Questi diritti erano ricompresi, a partire dalle radici cristiane. Che fine hanno fatto alla prova dei fatti? Sparito tutto. Forse anche per questo l’otto marzo non è proprio solo una festa commerciale.

l’imperturbabilità del ragno

Per casa girava una correntina fresca. Bassa, a livello pavimento, pian piano raffreddava piedi e caviglie. Tutte le finestre erano sin troppo chiuse, quindi il tutto doveva derivare da quei pertugi, aperti per sicurezza in cucina ad evitare accumuli di gas. Oppure da quella piccola lama d’aria sotto l’ingresso. O ancora, dagli sfiati dei bagni e del fornello. Oppure erano tutti assieme che si parlavano con l’aria, che comunicavano linguaggi misteriosi di molecole, che allegramente si facevano gli affari loro. Che stessero dentro o fuori. Mi sembrava una libertà eccessiva, e a me preclusa, in quanto ben educato, d’inverno non stavo sull’uscio a parlare, ma limitavo al minimo la permanenza nel limite, i convenevoli, anche le affettuosità di saluto.

Loro, i pertugi, invece stavano indecisi. Anzi vivevano d’indecisione. Parlavano attraverso essa, cogliendo dell’uno e dell’altro stato. Poi, i più ciarlieri, o dispettosi, adattati dai diametri, diventavano dei tubi Venturi e acceleravano il moto d’aria fino a generare quella lama costante, pur piacevole d’estate, che d’inverno raffreddava caviglie e piedi. Solo quelli, ma l’effetto invadeva il corpo e spingeva a mettere calzini più pesanti. Inutili dopo un primo effetto barriera. Considerata l’ineluttabilità della cosa, assieme all’alzare le estremità, l’assumere pose accoccolate, o orientaleggianti, oppure tornare il ragazzino che privo di voglia di fare i compiti, si dimenava sulla sedia, raccoglieva le gambe, ci si sedeva sopra, e poi si spostava e s’allungava, in un moto che cercava nei gesti la voglia che non c’era e che pertanto mai sarebbe giunta, nonostante tutte queste manovre, dicevo, il pensiero che quell’aria scambiata contenesse un codice d’ una comunicazione mi affascinava. Perché di certo era così, quell’aria mossa e appena fresca era intrisa di significati, e parte di quel misterioso di cui vediamo solo gli effetti, e cogliamo magari un piccolo sollievo o fastidio, ma di cui ci sfugge totalmente la meccanica e la vera essenza che ci sta sotto. Pollini, microscopiche bestiole, granelli di polvere, gas, profumi, ferormoni primaverili, molecole di carbonio e d’azoto, ossigeno in più forme molecolari, fino a micro spray di vapore e oli, quindi acidi grassi e probabilmente basi e chissà quanto d’altro, si scambiavano informazioni indifferenti o interessate. Eh sì, perché sia pure in piccolissima parte, qualcosa si combinava in nuove molecole, qualche esercito d’ acarucci mangiava polvere e residui organici, qualche ossigeno instabile per i temporali di marzo o per l’eccesso di gas di scarico, trovava nell’aria quieta di casa, modo d’accoppiarsi, di mutare stato. E se anche la temperatura s’abbassava di quel tanto, e solo a livello pavimento, da far sentire i suoi effetti, chissà cos’era accaduto al moto dei gas, alle molecole stanziali e pacifiche come me, alla termodinamica generale della casa. E la mia era una casa moderna, con infissi nuovi, ché in altri tempi ben diverso sarebbe stato l’effetto e soprattutto lo scambio.

Ragionare sui modi del comunicare non formale, partendo dai piedi, non era proprio un elegante esercizio di pensiero, e il pensiero che Dickens scrivesse a letto i suoi primi capolavori, attanagliato da spifferi e gelo londinese, di certo non lo nobilitava anzi dimostrava le vite parallele e indifferenti del genio e dell’ambiente. E non essendo il mio caso il primo, ciò mi portava a considerare che i pensieri inutili erano una pigra percezione di quel gps che possediamo tutti e che dovrebbe dirci, oltre al dove siamo, chi siamo davvero, con la divertita autoironica percezione del proprio limite. Poi lo sguardo era corso a quell’angolo vicino alla trave, dove un modellino di biplano sembrava oscillare appena. Ma era un’impressione. E lì c’era una ragnatela, piccola e perfetta, immagino sfuggita alle attenzioni delle pulizie per la fragilità dell’oggetto. E nella ragnatela, un piccolo ragnetto imperturbabile, attendeva, e capiva che in quell’aria accadeva molto. Capiva e attendeva che qualcosa di sufficientemente grosso arrivasse nella sua rete. Non so quale livello di intelligenza abbia un ragno, ma per la sua capacità di attendere e di capire quanto accadeva attorno, di certo era maggiore della mia. E di certo non aveva i piedi freddi. 

anziani conservatori e magari gufi

In momenti diversi della storia d’Italia, persone anziane e giovani, assieme, manifestarono fortemente e pubblicamente, l’amore per il proprio paese e la sensibilità di essere parte di una storia comune. Ciò rese queste persone importanti per tutti. Ci fecero sentire in una comunità positiva. Migliori, insomma. Sono persone che oggi potrebbero essere ascritte a conservatrici o anziane o entrambe le cose, e invece furono rivoluzionarie. Com’è rivoluzionario il modo di parlare al cuore delle persone, superando il divario ideologico, facendo emergere concetti che non si possono identificare nella distinzione tra vecchio e nuovo. La libertà ad esempio, oppure la solidarietà, o ancora la partecipazione, la giustizia, la legalità, l’eguaglianza, il bene comune. E di tutti questi, e degli altri principi, che fanno parte di una cultura positiva dell’uomo, che non lo adopera, non lo asserve, si è avuto bisogno nei momenti in cui era più grigio il momento, le contraddizioni più evidenti, le speranze di cambiamento fievoli. Queste persone hanno dato il senso di una continuità, di un’appartenenza a qualcosa di più grande che merita rispetto e sacrifici. Una religione laica del vivere comune, che oltrepassava il credo ideologico, l’iscrizione a un partito, la professione di una fede. Queste persone mi mancano. Non perché non esistano, ma perché sono banalizzate ed etichettate con epiteti. Loro che hanno sempre preferito il pensiero proprio a quello uniformato e prevalente, ridotte a mucchio,.

Alcune di queste persone fanno parte della vita mia e di molti. Ma quel che è certo è che non volevano essere icone. Di certo non Giovanni 23°, Pertini o Berlinguer. E neppure Falcone, Borsellino o Ambrosoli. E chissà quanti altri ci vengono in mente nel loro testimoniare valori comuni che consideravano semplicemente giusti e necessari. Anche oggi sono molte le persone che propongono una visione dello stare assieme che prescinde dal pensiero prevalente e si rifà a una prospettiva di vita e di futuro in cui esistano e si possano esercitare quei principi di cui parlavo innanzi. Lo so che esistono e non tacciono e per loro ho la stima e l’apprezzamento che si deve a chi indica una strada che tiene assieme e non divide. Sono uomini che parlano a uomini, non chiacchierano, parlano. È questa la differenza

e poi non è vero

… e poi non è vero che un battito d’ali, lì, dalle parti dell’Australia, generi un tornado nel golfo del Leone.

E neppure è vero che questo canto confuso d’uccelli parli un’unica lingua per chi sa capire.

Ci sono confusi segni attorno, difficili da intendere.

Ma è pur vero che un battito di ciglia ha riordinato il mio mondo,  

e fa risuonare questa campana, con un segno nuovo,

e forte,

e caro.

Ma tutto questo è natura,

è scorrere, è disordine apparente,

che accade inatteso nel mistero ordinato dei segni,

e non c’è arroganza nel fiume,

e neppure nella gravità,

per questo se a un desiderio accade d’accadere, meglio lasciar che sia.

E basta.

E nel far di noi bambini nel tempo, attendere,

che riaccada diverso,

se ne avesse ancora voglia.

 

l’antico e il nuovo

Hanno rimesso mano ad antiche case e scavando per i garage, sono emersi dei reperti romani. Così hanno fermato il cantiere. Sono venuti gli archeologi, hanno esaminato, discusso a lungo, fotografato. Sono tornati assieme a dei ragazzi, dottorandi credo, che hanno cominciato a cercare ed estrarre pezzi di manufatto. L’impresa, per far prima, ha messo a disposizione degli operai per scavare. Così è iniziata un’opera cauta, fatta di perimetrazioni col filo colorato, di segnalini bianchi numerati, fotografie, frammenti collocati nel luogo in cui sono stati trovati. Hanno scavato il possibile per giorni e giorni. Poi si è messa di mezzo la pioggia, che ha riempito di pozzanghere profonde le vecchie pietre emerse, ma anche il cemento dei muri a fianco.

Gli scavatori sono fermi e silenti da parecchi giorni. Mi sembrano un po’ arrugginiti, ma credo sia un’impressione. Stamattina c’è stato un lungo conciliabolo. C’era il direttore dei lavori e il geometra di cantiere, entrambi vestiti con quegli abiti consistenti e caldi che usano i tecnici, c’erano i proprietari, con cappotti e giacche più eleganti, la sovraintendenza con gli stivali e gli operai con le tute. Credo abbiano deciso che il cantiere riprenderà i lavori perché in un angolo, le betoniere han cominciato a versare cemento.

Scavando ancora forse emergerebbe altro: i romani, i veneti, i paleoveneti. Qui tutto si sovrappone e negli strati ci sono pietre, manufatti, cocci. Per scavare uno strato bisognerebbe buttare all’aria ciò che gli si è costruito sopra nel medioevo, oppure ben prima. Ma c’è stato anche il rinascimento e l’età moderna che hanno riempito di palazzi e case, la città e poi l’800 e gli austriaci e i ricchi borghesi dello stato unitario. E ancora il fascismo che ha sventrato e scavato e costruito, e poi l’euforia del dopo guerra, dell’interrare e ricostruire, fino alla speculazione che ha abbattuto ancora e fatto scempio di quello che era rimasto. E tutto s’ è sovrapposto, ha inglobato, ha reso il ricordo, il pre esistente, un materiale che era curiosità o semplicemente cosa. Là dove continuava un mosaico o un muro ora c’è una casa. E ancora quel cunicolo appena scalfito, ora si perde nel buio e ci si sforza di riempirlo di materiale arido perché la costruzione che verrà non ceda. Nelle cantine un tempo si vedeva il resto di un’epoca andata, c’erano strani angoli, archi interrotti, pezzi di marmo e fregi tra i mattoni, porte murate, ora con le costruzioni in cemento non è possibile, si annega tutto in una pietra liquida che solidifica e fa propria ogni cosa.

È come col lavoro sul nostro passato: si costruisce oppure si ferma la costruzione, si mettono segnalini, si fotografa con la mente, si archivia cercando di trovare un senso. È un fare, non un’ analogia. La scoperta comporta il rifacimento del costruito, il suo demolirsi, e c’è una valutazione del possibile danno che provocherebbe una maggiore conoscenza. Non c’è alternativa se non tenere l’intuizione di un possibile stato, della sua interrotta parabola, della magnificenza perduta o mai stata. E come nelle scelte passate, giuste e sbagliate, ci si troverà davanti al dilemma se annegare in un cemento ciò che è stato oppure conservare un’ immagine dell’antico e il suo rimpianto, vivendo. 

I lavori riprendono, piccoli reperti con un senso finiranno in magazzino, forse i più belli verranno esposti, ma la vita che si è svolta e quella che sarebbe potuta svolgersi, si perderanno comunque. Solo chi ne sente la continuità potrebbe raccontarla, ma il nuovo, immemore, difficilmente ascolterebbe.

una giornata di fine inverno

Una giornata cioccolata. Densa, cremosa, scura come un gorgo di passione.

Amara, dolce. Dolce, amara. Bollente.

Brillante negli occhi che hanno il freddo agli angoli, una piccola lagrima di reazione.

Allarga, sorride, sofferma.

Sorseggiata in punta di labbra, ripulita dalla lingua, assapora l’ultima goccia ferma dove il labbro osa arrogante.

Sensuale sente il sapore del prima. Ancora. Ricorda.

Giornata che s’inerpica in spirali, che s’avvolge su un centro che attira, scorre, poi punta al profondo, travolge. E scende.

Entra per uscire trionfante e rientra, nell’amaro dolce. Assapora, ascolta, dice, gusta, attende.

È amara, dolce, croccante, solida.

Poi il tempo riprende. Dopo.

una felicità

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Mi aveva preso una frenesia, una gioia improvvisa, una spinta interna che faceva battere il cuore anzitempo, che muoveva le gambe e faceva canticchiare prima, e poi fischiettare la bocca. C’era nell’aria qualcosa di innominato, ma così pullulante di vita che era impossibile accoglierlo tutto. E allora bisognava correre, scaricare sulle suole di para la velocità delle gambe, sentire che l’aria ti veniva contro, che c’era una gioia profonda anche nel correre, nel passare veloce tra le persone, nel cercare spazio libero, nel pensare che si sarebbe potuto continuare all’infinito.  Quelle gambe mi assistevano, forse sarebbero ancora cresciute, nonostante fossero già lunghe e a scuola mi prendessero in giro storpiando il mio cognome per adattarlo a quell’altezza improvvisa maturata in poco tempo. Due anni o forse meno per crescere di corsa, anche se ero sempre stato alto per le mie età, però allora ero più alto e non me ne rendevo conto, ma gli altri sì. Non me ne sarei mai reso conto, ho lasciato questa incombenza a chi osservava la sua statura rispetto alla mia e ancora oggi non riesco a capire se una persona sia alta o bassa, se non quando essa è davvero molto bassa oppure più alta di me. E adesso che i ragazzi e gli uomini alti sono una consuetudine prodotta forse dall’euforia che coinvolse le generazioni nate dopo la guerra, questa caratteristica, voglio dire, non mi pare né rilevante, né connotante bellezza, ma semplicemente un fatto, come allora. Un fatto dei tanti che ci stanno attorno e coinvolgono per un attimo l’attenzione oppure distraggono. Come quand’ero piccolo, e nella grande piazza dove c’era la stazione delle corriere, si trovavano i venditori di patacche, i magliari dei tre tagli di tessuto per 10.000 lire, in quella piazza dove imparai a fumare, a correre, a giocare e a farmi male senza piangere, c’era un cinese con una valigia di legno e uno sgabello. Era piccolo, giallo e ben vestito, o almeno così a me pareva perché portava la cravatta. Aspettava vicino al bar che si radunassero le persone in attesa di veder apparire il proprio pullman, e allora apriva la valigia e mostrava il contenuto ben disposto in piccoli rotoli colorati. Erano cravatte, serie o sgargianti, all’americana, come si diceva allora, disposte per file verticali e su due ripiani, una tavolozza di colori che m’incantava. Guardavo, mentre il cinese attendeva paziente che qualcuno gli chiedesse il prezzo, e quando accadeva, si apriva la seconda parte dello spettacolo perché parlava con quella elle frequente che sostituiva la erre e altre consonanti, ed io che lo ascoltavo  con meraviglia, pensavo che forse in Cina parlavano tutti così e che per parlare cinese bastasse non parlare dialetto e mettere la elle al posto di qualche consonante. E ridevo tra me, contento del cinese e di questa cosa capita e poi l’avrei raccontato a casa che avevo visto un cinese, e mi avrebbero ascoltato. Perché ce n’era uno di cinese in città, e pochissimi stranieri, ed erano o americano o persone di pelle scura. Dicevano dei mori che fossero somali, o eritrei, o abissini, restati dopo la guerra, ma erano pochi, come erano pochi quelli che erano alti. Però questo fatto di essere alti era più comune e non aveva una caratteristica particolare se non quella di essere beccati sempre quando si faceva qualche marachella a scuola oppure nella difficoltà a dominare quelle gambette che erano sempre fuori baricentro e facevano cadere con facilità. E bisognava non piangere perché altrimenti ci sarebbero stati rimproveri e qualche sberla che non correggeva il baricentro ma doveva insegnare qualcosa che non si capiva bene. Forse neppure chi me la dava lo sapeva, perché non voleva mettere in campo la paura che mi facessi male, che quel correre, giocare, sudare, non avesse un corrispettivo in malattie sconosciute e per questo ancora più paurose. Come se essere troppo felici non andasse bene e quindi bisognava stare attenti e così mi dicevano : cussì n’altra volta te starè più ‘tento. In veneto si aspirava la elle, a volte anche la a, sempre le doppie, ma non eravamo cinesi. Però quel pomeriggio appena iniziato avevo bisogno di correre, di cantare, di fischiare, fino a non avere più fiato e poi, fermatomi, di guardarmi attorno e di respirare ansante, di sentire l’odore dell’aria che entrando, bruciava di fresco le narici, di vedere con occhi nuovi tutto quello che succedeva in quel momento e che coincideva con quello che ancora non aveva un nome dentro. Perché la vita non ha un nome ma è uno stato dell’essere, e io ero vivo, improvvisamente cosciente di esserlo e così felice che dovevo fare qualcosa che mitigasse quella felicità perché nessun caso me la portasse via. In quell’oscura genesi del rapporto con il vivere, i bambini già sanno che ci dev’essere una imprecisione che renda meno piena la felicità che altrimenti coprirebbe tutto, un qualcosa che eviti la botta e la cancelli, e allora si cercava un motivo che non facesse male e che al tempo stesso non impedisse alla felicità d’essere piena. Un motivo piccolo, un dispiacere già passato, i compiti da fare, un brutto voto, insomma un ri equilibratore fittizio che impedisse al maligno di portare via quella pienezza che riempiva tutto e non bastavo per contenerla. Ma il pensiero scaramantico era un attimo perché la felicità non si racconta né si argina e dopo poco cantavo, e fischiavo, e correvo, e sapevo che quello che stava attorno era a disposizione per completare il vivere: subito, adesso, felice.

parole in forma di mantra: esattamente

Il profilo netto delle case e il loro colore sfumato si inserisce esattamente nel cielo. Più distanti le nuvole. Ora gonfie di bianco, pacifico e lento. I piani prospettici hanno la nettezza dell’aria che è stata accuratamente chiarificata da miliardi di collisioni tra acqua e particelle microscopiche. È avvenuta una battaglia e temporaneamente le pm 10 e 20 sono state abbattute, disciolte, portate in rivoli e poi confuse con la terra e nei chiusini. C’è la quiete esausta che segue i confronti cruenti e soprattutto un pulito impalpabile che ha restituito volume e dimensione alle cose. Ora c’è un vicino e un lontano, ma tutto ciò che è intermedio ha il suo posto, la sua identità.

Esattamente.

Ciò che si vede è scevro di confusione. Si capisce che è nel posto giusto perché il rumore di fondo si annulla.

Siamo prigionieri del rumore di fondo. Noising: fatica connessa al vivere in un ambiente disturbato, senza ribellione.

Perché è rumore di fondo qualsiasi disturbo costante. Non ce ne accorgiamo più e diventa presenza inquieta e sommessa. Subdolo, maschera d’abitudine la querulalità che lo farebbe recidere. Sembra inoffensivo mentre impunemente degrada il sentire. Senza danno per sé, toglie nettezza e volume al reale vero. Al possibile.

Lo smog è rumore di fondo, la strada, la musica del locale in cui si pranza, le chiacchiere dimostrative dei vicini. Ma anche l’essere perennemente collegati è rumore di fondo, le notizie senza conseguenza per il vivere sono rumore di fondo, anche il sentimento vago lo è. E nulla è esatto,  se questo bordone costante ci accompagna. Invece nella meccanica dei nostri flow decisionali c’è l’aspirazione ad un giusto incastrarsi delle cose nelle vite. All’essere imprevedibili per trasgressione non per noia.

Esattamente evoca una purezza di funzione, un senso che si riempie per presenza.

Sono qui, ho i piedi saldamente posti, il contatto con l’aria, vedo e sento e ammiro come tutto funzioni connettendo il prima e il dopo. Posso essere in un modo oppure nell’altro, ma armonicamente. Equilibrio, altra parola che evoca l’esatto, e insieme leggerezza, visione attenta.

Esatto è l’amore, il sentimento la comunicazione partecipata. Esattamente amo, sento, oppure avverto l’incrinatura, l’equivoco e la mistificazione.

Percepire dove si è, cosa si è, come premessa dell’andare. Da qualche parte, ma con leggerezza ed equilibrio: esattamente.