nel lavoro si predicava: Tu puoi trarre il massimo da me se mi consideri persona e non cosa. Se la mia opinione vale e non viene usata contro di me. Se valorizzi ciò che posso dare attraverso quello che do, posso essere fedele ai progetti dell’azienda che poi sono i tuoi se mi meravigli con una nuova conoscenza e così i progetti diventeranno i miei. Ciò che non puoi fare è essermi indifferente.
Esisteva un piccolo negozio di dischi, una stanza incastonata tra un’osteria e un ferramenta, con due cabine anecoiche e i dischi stipati in verticale in mobili di formica. Ci si sedeva su una panchetta all’interno di una delle cabine, si chiudeva la porta pesante con una piccola finestra e si metteva la cuffia. All’esterno un signore, forse proprietario, ma di certo possessore della musica, metteva il disco e lo faceva assaggiare nel pezzo scelto o in uno a sua discrezione. Mi piacevano molto i pezzi che lui sceglieva, preannunciavano un piacere sconosciuto, che poi avrebbe avuto modo di diventare parte di me. Mi convinceva con un annuncio di bellezza, un inizio di conoscenza e di passione. Non funziona così anche per le grandi imprese tra gli uomini?
Si diceva che in fondo non abbiamo altri criteri per scegliere in un gruppo: gli amici, i nemici, gli indifferenti.
Vale anche ora, gli indifferenti a noi, non contano.
Ognuno di noi contiene la propria malattia e su questa costruisce vita e relazioni.
Ne ha sensibilità, ma la mette in disparte, la maschera di necessità.
Scrivo di marginalità, penso cose strane e futili, uso quello che conosco per indagare con lo sguardo a lato. Mi interessa vedere intorno dopo aver guardato negli occhi, perché lì dentro ho trovato pezzi di me.
Conoscere la propria malattia significa averne intera la paura, vedere che l’indifferenza è appena dietro l’angolo pronta ad azzannare.
Quindi non è vero che l’indifferenza non conti, specie quando si maschera di cinismo, non è più inazione e azzanna la volontà.
Curare la propria malattia, significa capirla e temere il cinismo che non fornisce interessi veri. Solo le passioni sono a lato del cinismo, agiscono con chimica strana che combina occasioni e sentire. E se quasi mai si completano negli enunciati che le avevano generate, forniscono, comunque, la materia del vivere.
Scrivo spesso di piccole cose per me grandi e mi occupo di cose vere, mi saturo di realtà ogni giorno, al contrario di quando si parlava molto e si faceva poco o nulla e si viveva altrove. A lato. Allora restava quel vuoto, quell’inanità che genera la percezione della propria insufficienza colpevole.
Anche adesso.
Così la mia indignazione diventa passione e si scatena appena fuori della banalità di ciò che questo paese è diventato.
Ognuno è soggetto felice delle proprie passioni.
Per età potrei dire che non è più compito mio, che non m’interessa più. Ma in fondo la terza metà della vita, non è destinata a fare ciò che non si poteva fare prima, quello che non si è fatto è definitivamente perduto, ma il nuovo che è interessante, i nuovi percorsi e vincoli, le nuove virtù.
Ognuno di noi contiene la propria pazzia e ne ha nozione.
Spesso è l’unica libertà, la parte vera che si possiede, per questo è intollerabile viverla con continuità. La pazzia non conosce il limite tra il particolare e il generale. Totius ex parte. Era uno dei principi della magia antica, nel particolare c’è tutto il conoscibile dell’universo, tutte le contraddizioni, tutte le forze e le equazioni fondamentali. Per questo cerco la mia pazzia nei particolari, li lego alle passioni con sottili rossi fili di seta, scrivo di sciocchezze e m’intrido di realtà.
Gli uomini di pianura hanno le gambe snelle e forti di chi cammina a lungo, le scarpe sempre impolverate, un cappello per il sole e un berretto per le nebbie di novembre. Hanno la testa che pensa altrove, l’odorato che sente il salso della marina mentre gli occhi vedono i monti appena oltre le città. Risalgono i fiumi in barche dal fondo piatto, remano in piedi tra odore di fango e canne, si fermano a guardare i salti dei pesci che pescano dall’aria gli insetti. Conoscono osterie dove si approda e che fanno zuppe forti, di verza e di maiale, sanno gli uomini di pianura, dove tacere se si gioca a carte e alzare il vino quando un pugno sul tavolo protesta.. Sanno il fresco dell’alluminio delle sedie allineate in piazza, l’odore del cotone delle tende dove riposa l’ombra, l’orologio dei tacchi di chi è attesa. Offrono un chinotto, un pevarin, un fiordilatte ai bambini, mentre per loro c’è il musetto caldo e i fagioli cotti nel coccio. Risalgono le pianure e ritornano, stanno nelle città come i principi a palazzo, si stupiscono di ciò che al ricordo dello sguardo manca, inseguono un pensiero che li era accasato. Tornano sempre negli stessi posti, conoscono le pietre, i visi, il mutare delle stagioni nelle luci. Sanno l’ora della sera, la lunghezza delle notti insonni, il richiamo dei rapaci sopra il campanile. Amano i vicoli di notte, i campi a maggio oltre la periferia, l’acerbo verde delle vigne a giugno. In bicicletta vanno verso i campi dove gli Iris, le giunchiglie e i fiordalisi fuggiti dai giardini occupano i fossi, si fermano su vecchi muri, le schiene appoggiate al cotto che s’arroventa al sole, calano sugli occhi il cappello e guardano il lavoro ordinato delle formiche. Non amano le auto incolonnate, l’aria satura di azoto, l’asfalto che scalda i piedi. Aspettano l’inverno quando si sentono da distante i fumi che l’aria suddivide tra legna e stoppie nei camini. Sanno che i contadini adesso serrano le porte, come in città e che conoscono il sudore della paura, per questo sono cauti e rispettosi. Camminano, pensano, si fermano per una parola e se ne vanno inquieti, cercando la misura dell’ombra d’estate, lo spessore del ghiaccio a gennaio. Hanno grossi pastrani, baveri alti per tenere in petto il calore del respiro, seguono la ferrovia, la strada, il fosso e si meravigliano che così tanta pietra, mattoni e anni, si siano accumulati nelle città togliendo gli alberi dai giardini, tombinando fiumi, spianando le piccole salite dove c’era il ricordo di rovine antiche. Gli uomini di pianura amano con l’allegria triste di chi non sa stare al suo posto e sognano un sogno che sia nuovo, mai prima frequentato. La sera accendono le luci necessarie, vanno alla finestra, guardano tetti e dentro altre finestre. Vedono muovere corpi, bocche che dicono qualcosa che non prosegue, poi le luci si spengono e c’è una luce azzurra che non si ferma e fa star zitti. Ogni tanto una ragazza, o un uomo, d’estate in canottiera, vengono nella piccola terrazza o al balcone e con un gesto pieno d’abitudine e di grazia, accendono una sigaretta. Si vede la brace che rosseggia, il fumo che si spande e guardano il cielo o attorno, immersi nei pensieri.
Quando una persona che conosci e che spesso è a casa non ti risponde più volte al telefono cerchi qualcun altro che gli è vicino o lo conosce. Ho cercato allora suo fratello, un mio vecchio collega con cui avevamo condiviso, storie, cene, lunghissimi discorsi, vino. Non necessariamente in quest’ordine, ma sempre con il piacere di incontrarci. Neppure suo fratello ha risposto al telefono.
Un mio caro amico mi ha raccontato che più o meno un secolo fa era accaduta una tempesta elettromagnetica solare così violenta che per settimane c’erano state aurore boreali a tutte le latitudini, disturbi dell’umore, tracce sulla crescita delle piante, animali che impazzivano, interruzione in tutte le macchine elettriche che a quel tempo facevano ben poco per tenere assieme la civiltà. in questi giorni c’è una tempesta in corso, ma ci ha regalato solo splendidi tramonti, se avesse voluto infierire l’intera civiltà si sarebbe paralizzata e nessun telefonino, centrale elettrica, macchina ecologica e non ecologica avrebbe funzionato. Che fare in questi casi se non tornare a carta e penna e così ho fatto: un biglietto in cassetta postale con la richiesta di notizie. Dopo qualche giorno è arrivata la telefonata da un nuovo numero e con essa la relazione dello stato di salute non buono del mio amico e ancor peggio quello del fratello. Era in un istituto ormai da mesi, spesso scordava dov’era e cercava il suo banco da lavoro, la lente da mettere all’occhio, gli infiniti cassetti da cui estraeva viti e ingranaggi, poi la sua mente andava ai viaggi innumerevoli fatti in tutte le parti del mondo, in condizioni molto vicine agli abitanti dei paesi che visitava, allora venivano fuori racconti di avventure, di fatti inusitati per l’esperienza comune, di meraviglie viste e perdute, ma ben presenti nella sua mente. I vicini lo ascoltavano, poi pensando fosse un romanzo, ed invece era una vita, si stancavano e andavano dietro ai loro pensieri.
Il mio amico, mi raccontava con precisione cosa era accaduto e accadeva al fratello e a sé e traeva delle conclusioni sul vivere, sulla necessità di avere qualcuno vicino, sulla solitudine che inevitabilmente prende il sopravvento quando ciò che si ha da dire è molto, troppo per chi ascolta e non ha la stessa esperienza. Finché parlava, poi glielo dissi, immaginavo che al fratello, portassero il tavolo da lavoro, quello con il ripiano che aveva una insenatura per il corpo che si inseriva in esso, le fotografie ormai falsate nei colori messe in cornici con altre fotografie messe ai lati come compagnia di terre lontane da tenere vicine e che lui, messo davanti alla finestra come a casa, ricominciasse a mettere insieme macchine, piccoli automi meccanici, orologi che avevano bisogno di essere lubrificati, come accade alla mente quando ricorda e a volte si ferma per guardare lontano, oltre il vetro ma in realtà guarda dentro e vede, e sente, e un ricordo si mescola ai suoni esterni, e ha un sapore che nell’aria non c’è, un colore che non esiste perché è un frullo di luce che per un attimo ha colpito la retina molto tempo fa.
Le sue mani, il corpo stesso era un tutt’uno con ciò che aveva fatto e faceva, la delicatezza dell’entomologo, la sensibilità del pittore, la precisione dell’inventore che organizza in nuovo modo il consueto e rispetta ciò che già funziona per farlo funzionare meglio. Lui era tutto questo, capace di camminare per giorni mangiando banane e cocco in luoghi in cui passavano ben poche presenze estranee, era in grado di vivere tra persone che adottavano i linguaggi sconosciuti o dimenticati, del corpo, del viso, del tatto, delle mani e tornato a casa scaricava la sua piccola macchina fotografica. Faceva stampare le fotografie che erano sempre poche ma ciascuna l’inizio di un racconto, salutava il fratello e riprendeva il suo posto tra suoni di pendoli, battere di secondi, impercettibili sussurri di orologi di gran pregio che solo lui sapeva rimettere in ordine nella città.
Per questo pensai che ovunque fosse avesse bisogno della sua zattera, del suo tavolo, della luce concentrata, della lente sull’occhio e delle pinzette di varie dimensioni, ma tutte minuscole come i cacciaviti e le frese sottili. Pensavo al cassetto dei quadranti dove si mescolavano nobili e plebei in allegra confusione, perché l’utile non dipende dal nome ma da ciò a cui qualcosa serve, pensavo alle viti che erano come i grani di pepe che aveva portato dall’isola delle spezie e che forse per lui avevano lo stesso profumo. E forse pensava, chiamandolo e prendendoli tra le punte aguzze delle pinzette, ai nomi delle cose che ruotano, che trasmettono il moto con lentezze esasperanti, che dominano il tempo e sono così inusitate da richiamare ben altro nella vita quotidiana. Nomi antichi che venivano dal medioevo, nomi dati da eretici ugonotti poi ginevrini, nomi che si erano portati in una sacca gli attrezzi per la misura del tempo, per costruire orologi, assieme alle bibbie e le eresie che avevano rimesso in moto l’Europa e poi le Americhe. Nomi che gli orologiai scambiavano tra loro, che regolavano il mondo, il correre dei treni, gli appuntamenti amorosi e quelli d’interesse, nomi che muovevano migliaia di persone , che li allineavano in catene di montaggio, nomi da campanile quando l’alba e il tramonto, la fame e il sonno non bastavano più. Nomi assemblati con cura senza errore perché in un orologio è il mondo che funziona e il tempo si muove danzando con esso, in sincronia perfetta.
L’orologiaio che aveva conosciuto il mondo, gli orologi d’acqua e di sabbia, le sfere giganti delle torri, gli astrari e la precisione delle menti che sapevano descrivere l’ora dal moto del sole o da quello della luna. Lui che aveva capito che atmos, l’eterno orologio che si muove per le variazioni di pressione era pur sempre un’approssimazione del tempo, come ogni orologio, compreso quello atomico che basa se stesso nei tempi di decadimento di una particella, compreso quello dell’universo dove il tempo conta davvero poco ed è l’energia a farla da padrona finché non emergerà la gravità quantistica a rimettere ordine alle cose. Lui sapeva che ciò che metteva assieme, per quanto preciso, era una approssimazione di una convenzione e che l’esattezza era in chi guardava le cose evolvere, lo sapeva mentre adattava se stesso a ciò che mutava, fosse l’inferno della Dancalia o il verde infinito dell’Amazzonia o semplicemente ricostruire una mozza o un bilanciere perduto. Il tempo era nell’uomo e lo approssimava e da esso era approssimato. Questo lo rendeva leggero su ciò che di mirabile faceva, conosceva il senso del tempo e della sua misura e di tutto ciò che era apparenza e veniva portato al polso, messo su un mobile importante, appeso a un muro pregiato, conosceva il limite. Il tempo ripete se stesso, mentre l’uomo era una fonte continua di meraviglia, questo era il senso dei suoi racconti.
Non gli hanno dato la sua zattera, così penso che dolcemente si sia lasciato andare al flusso dei ricordo, al fiume di tutto il tempo che aveva regolato e che ora non aveva più significato. Penso che ora sia un bel viaggio, l’ultimo che ancora può raccontare senza parlare, certo che chi lo ascolta adesso sarà attento e sorriderà alle sue parole su ciò che è urgente e ciò che non lo è mai stato.
Presso il limite della terra fu come un’acqua che imbeve
e mentre l’attenzione scivolava a ciò che in fretta asciuga,
un appoggio si scioglieva,
veniva preso, portato altrove
e così divenne malfermo lo stare
e difficile andarsene.
Accadono cose terribili, disdicevoli anche per i ben pensanti, si disfa la materia di cui è costituito il comune sentire che ci sia una specie, una sua conservazione, un futuro che si poggia sul presente. Cos’è il presente se non è paziente costruzione, il capire dove sta l’errore, non ripeterlo, ripartire, collocare il piccolo, ma grande, contributo che definisce le vite come accesso alla contentezza di essere. Tracciare un confine tra possibile e impossibile, star bene e star male, momento e continuità, desiderio e felicità. Tutto questo è rimesso in discussione perché c’è un filo ma non si vede più dove esso finisca. Cade il principio di precauzione, l’intuito non sorregge e si dimostra fallace perché a cosa non consegue cosa se è l’abisso che si apre. Cave, cave, attenzione, attenzione, dicevano i latini e già poteva arrivare il morso se l’intelligenza non sorreggeva, non diventava modo di tenere la distanza
Noi leggiamo, leggiamo, leggiamo. Viviamo il presente come annuncio di bellezza, ma poco ci curiamo di essere costruttori di progetti comuni. Abbiamo opinioni, convinzioni, principii, tutto importante e personale, cercando il bandolo mentre non si vede la matassa, così il proporre torna a noi, ai principii e alle convinzioni su cui si è costruita la vita. Magari saranno utopie, pezzi di sogno che diventano materia, eppure in questa realtà guasta sono piccole barche su cui è ancora possibile navigare. Ora le domande si affollerebbero e una sola le riassume: basta tutto ciò oppure ciò che è semplice diviene conquista per avere una possibilità di esistere?
L’aria dell’autunno è ancora dolce. Ieri sera s’ infilava sotto i portici della città semi vuota per il ponte. In piazza delle erbe, le bancarelle dei pakistani vendevano frutta, verdura e sorrisi. Ormai resistono solo loro alla fatica d’essere in piedi dalle 4 del mattino sino a notte. In piazza della frutta, si alzavano i fumi delle castagne cotte tra il profumo dei funghi, della frutta secca, delle spezie. I bambini, affascinati dal volare delle faville, quando si alzava la grande padella dal fuoco erano parte di un rito del passato che tutti abbiamo vissuto, e distoglievano gli occhi dal video gioco o dal telefonino.
L’aria era così ricca di profumi, di colori accesi e sapori, che l’inverno sembrava lontano e non faceva presagire la pioggia di stasera. Sotto i portici del ghetto e del prato, c’erano i bar con tavolini all’aperto pieni di ragazzi, e sul liston e tra le piazze si celebravano i riti vecchi e nuovi dello spritz, della vasca (ovvero del percorrere ininterrottamente il percorso dell’appuntamento serale), del parlare di tutto e di nulla fino a notte, con un bicchiere in mano.
Anche con la pioggia è bella la città in autunno, tra qualche giorno le prime nebbie veleranno il prato della valle, ma basterà alzare gli occhi e le stelle e la luna saranno al loro posto, limpide. Ormai le nebbie dense della mia infanzia, sono un’eccezione; merito del riscaldamento delle case, dicono. O forse di quello globale perché dai colli, la città sembra avere un cuscino di calore sulla testa fatto di vapori e luci gialle, non rimedia all’artrosi di una vecchietta accogliente, con qualche acciacco, ma ha ancora il fascino immutato di quando ci pareva giovane nei suoi mille e mille anni. Però anche adesso riesce a stupirmi, a mostrarmi una strada mai percorsa, un giardino dentro un vicolo, il ricordo d’un accadimento su una lapide che riporta a fasti antichi.
Qui l’autunno dolce è di casa perché questa città ha questa stagione sulla pelle e nel cuore. Saprà agghindarsi di verde e di fiori a primavera, e riempirsi di neve d’inverno, mostrando un antico temperamento nordico che non ha più negli occhi. E lo si percepisce nell’arroventarsi d’estate e nel tenero scacciare i suoi abitanti verso il mare e i monti vicini, ma per la città la sua stagione amorosa è l’autunno.
Questa città è un bel posto per me, sarà perché ci sono nato e ciò che vedo sono pezzi del ricordo di altre età. Anche altre città che amo sono vicine, perché in fondo, con i suoi campanili e i dialetti che mutano tenendosi stretto il suono, questa regione è un’unica grande metropoli, rigata di fiumi, di campi, di vigne dove la pietra si innalza al cielo sia quella degli uomini che quella dei monti. Pianura assolata, montagne, mare, qui tutto ciò che conta è vicino, tutto influisce, ma anche sta per suo conto, tutto è a portata di auto e di giornata. In fondo gli antichi veneti avevano scelto bene e saputo sfruttare l’incrocio dei fiumi e delle strade.
La provincia ha il fascino del piccolo, del percorribile, degli eventi giornalieri, mai pochi, ma ancora importanti perché non soverchiati da troppi avvenimenti.
Ho scoperto di essere un provinciale, probabilmente molto presto, quando ho pensato che questi erano i luoghi in cui tornare e ancora non avevo deciso di andare. E anche se vedo tutti i limiti di una città mai troppo grande, penso che i pregi li cancellino piano piano tutti e che il segno resti positivo. Insomma non mi sono mai pentito d’essere in questi luoghi.
Nelle bancarelle si sovrappongono gli abiti, i colori, i tessuti. Le mani mescolano tutto, alzano, guardano controluce, poggiano sul corpo, interrogano il venditore, l’amica, l’amico, chiedono di provare. Non si può, non c’è camerino, solo lo specchio e il sovrapporre, l’immaginare come sarà poi addosso. Si ride, si scherza, si contratta, ma il prezzo è così basso che alzandolo di poco si prendono due capi. Le coppie si allontanano ridendo con un sacchetto di plastica non biodegradabile.
Però una volta, magari una sola volta, mentre prendete in mano una camicia, un maglione, che tastate con i polpastrelli, che annusate come se il colore avesse odore, pensate alle centinaia di migliaia di chilometri di tessuti che vengono prodotti ogni anno. Pensate ai milioni di pecore che oziano lente brucando la poca erba a disposizione, pensate alla sera quando si raggrumano in un recinto e dormono l’una sull’altra, pensate ai cani insonni, ai pastori che si riparano con mantelli pesanti se non hanno un tetto, pensate alle mani che toseranno senza creanza, a quelle più gentili che carderanno, pettineranno la lana in posti così lontani da essere meno di un punto sulla carta geografica.
Immaginate gli sterminati campi di cotone, che cresce verde d’acqua e di sole, seminato con cura, irrorato di pesticidi, ha sviluppato una tonda, gonfia lanuggine che fa oscillare lo stelo maturo e ora pensate al raccolto con le grandi macchine che tagliano, separano, comprimono mentre sputano gli steli nell’aria. Pensate al lino, tagliato, battuto, lavato a lungo, sfibrato e privato della sua corazza per essere filato. Pensate a tutto questo racchiuso in balle enormi avvolte di plastiche che le tengono strette senza amarle, solo perché non fuggano nel vento i fiocchi in attesa che treni, navi, carri, spalle, camion portino verso i mercati.
Pensate ai magazzini affacciati sulle banchine dei porti, fatti di legno o di mattoni con alte volte in penombra, di rado freschi, spesso soffocanti di calore e polvere, bagnati con acqua per evitare le autocombustioni. Pensate agli angoli di mondo dove la seta è stata raccolta in balle fatte di migliaia di matasse incolori e anch’essa è in attesa di un porto franco dove verrà lavata, colorata, riconfezionata in morbide trecce e cambierà nazionalità e valore. Pensate che in tutto questo coltivare, accudire, raccogliere, filare, c’è una sapienza così antica che ha sostituito le pelli degli animali con le fibre, unendo morbidezza e bellezza, rubando i colori ai molluschi, alla pietra, agli insetti e inventando il modo di conservarli, espanderli, generando arte e piacere da portare sulla pelle. Pensate che tutta questa sapienza è diventata merce e si avvia alle macchine per tessitura, ha già viaggiato molto, spesso tornerà dov’era nata. Tagliata, cucita, confezionata, sarà trattata, comprata e venduta a peso, a numero, a taglia per poi riprendere la strada dei trasporti, grossisti, negozi.
Ed infine noi.
Quando penso a tutto questo lavoro, mi prende una vertigine da dimensione e non riesco a confrontare il prezzo di ciò che pago con la consapevolezza di ciò che l’ha generato, mi pare che il lavoro dell’uomo non esista, che ci sia una interminabile catena di sottrazione che ha portato alla ultima contrattazione e che ciascun passaggio abbia tolto qualcosa di dovuto a chi è l’artefice di ciò che le dita stringono con un pensiero narcisistico di bellezza propria. Dovuta come un sacrificio a un dio.
una maglietta 3 euro, una camicia 5 euro, un jeans 12 euro
È un progetto nato per passione e scherzo, poi diventato cosa vera. Due ragazze, ma potevano essere ragazzi oppure un po’ per genere, bastava (non basta mai come in ogni amore), la passione per il teatro, per ciò che pare e diventa vero con la voce, il gesto, la movenza del corpo. E così è nata una stanza bianchissima, grande, uno spazio pieno d’aria, di sussurri che sono parole ripetute, di pulviscolo sollevato trafitto dalla luce, di talco attraversato e di sguardo attonito nel vedere il silenzio che si posa dopo una perfetta frase di pensiero pronunciata. Sopra c’è un cielo di tulle e foglie, uno strano albero volante sotto cui è dolce sostare, l’attesa è bene detta, forma un quieto posare d’armi e pregiudizi. Lo sfondo, indeciso s’essere sipario dell’altove o quinta, avvolge l’indefinito, mentre attende l’ingresso dell’attrice che compirà il rito. Tutti ne intuiscono l’alchimia che avvolge le parole dipanandole dal dito in cui sono messe in fila. Forse a ricordar qualcosa, come s’usava da bambini e i pensieri nei giochi fuggivano veloci oppure perché le frasi hanno una musica che si perde se non viene fermata in una riga, un nodo, un filo. Per dar forma al silenzio, s’attende lo sbocciar del gesto, la parola che pastelli il bianco, il suono, la lacca dell’accento, tutto nella fusione dei sensi per la mente di chi ascolta. Chi assiste, partecipa chiedendo d’esser preso per incantamento, vuol essere accompagnato nella realtà che si crea assieme. Ha il cuore e la mente aperti, accoglie e già nelle parole vola socchiudendo gli occhi. Vede lei, che ora, fuma nel suo vestito rosso, vede il suo sogno, assieme lo condivide, sorride, il tempo, il luogo sono svaniti, è rimasto l’incanto e la scoperta d’esser belli. Appena oltre la porta, c’è uno. Spiazzo di cemento, potrebbe essere erba su cui è bello sedere, ignari i ragazzi giocano a pallone forte, a loro modo felici di quei gridi che ricamano il cielo.
Piccoli dolcetti al cacao si accompagnano al fernet e caffè nella larga tazza. Tra le strette piazzette e nel viale, passano ragazze con vestiti estivi corti e leggeri. Parlano con parole che si di stendono pigre le une sulle altre, ridono spesso. Qualcuna gesticola e si tocca i capelli e il corpo: sta raccontando qualcosa di sé. Gli uomini si fermano rallentando il passo in sincronia con le parole, tra una boccata e la successiva parlano e ridono, ma è una risata meno leggera, pesante di sottointesi.
Il mio sigaro è di dolce Kentucky, poco invecchiato. Lascia un fumo denso e l’ aroma corre nell’aria come un flusso, un ricciolo d’acqua da codice atlantico. Lo seguo con lo sguardo e mi pare un bel momento.
Appena oltre le case, tra i balconi pieni di gerani rossi, s’annida il rumore di chi va di fretta perché ha esaurito l’estate. La città, che è nata dal gioco di un gigante, si incanala tra linee sempre un poco curve, quando è stata scritta, dalle dita possenti di forza e sorriso, ne è venuta una spirale logaritmica e io sono al centro di quel dipanarsi di luoghi che sembra correre verso la periferia e perdersi in un verde confuso con l’azzurro, ma sono anche sulla retta del corso. E lì vedo staccarsi le ore come rintocchi pieni di identità e pensieri compressi in attesa di espandersi nel futuro immediato. Ma è cosa d’uomini e d’animali tutto questo affollarsi di possibilità e accadimenti… mi prendono pensieri quantistici, risuonano le discussioni di Bohr e Heisenberg. Che belle le parole usate per definire ciò che diviene reale solo se osservato, chiamato ad esistere nel momento, in quel luogo e poi liberato da ogni determinismo sino a diventare un tessuto inconsistente che regge la realtà. E penso ai giochi di bambino quando tenendo per i capi un telo si faceva rimbalzare la palla verso il cielo ed essa andava, per una imperscrutabile somma di forze e indecisioni, da una parte oppure da un’altra o da un’altra ancora. Infinitamente indecisa prima di balzare e al tempo stesso pronta verso una nuova possibilità. Così immagino la folla di pensieri e di direzioni non ancora prese attorno a me e le mie stesse, mentre il cielo scurisce e si carica di elettricità. L’aria non vuole cedere al temporale. È così limpida e piena di tanti piccoli suoni tiepidi conosciuti, che si basta. Tutto si accorda nell’attesa di qualcosa, il deciso e la possibilità. E tutti, quelli seduti e quelli che passano, presumono di sapere cosa accadrà tra poco o tanto, ma allo stesso tempo sono attenti ai segni, anche se ostentano una distratta noncuranza. Forse per questa arroganza lieve di un determinismo vitale, o per aggrapparsi a qualcosa di ben noto, si ude il cigolio degli ingranaggi del campanile e si sollevano ironici commenti di sollievo perché le cose sanno far ridere se proseguono nelle parole. E qui c’è un eppure che distrae e si scioglie in uno di quei pensieri che sembrano importanti e si vorrebbe appuntare da qualche parte ma che già nell’indecisione del come farlo, si perdono. Sono schiuma d’onda che disegna e ridisegna, senza lasciare traccia definitiva, ma tra il rumore secco delle chicchere nel secchiaio del bar, le voci dei passanti e il tintinnare di bicchieri, inopinato risuona alto un evviva! con quel tono squillante che hanno i tenori di coro. Tutti si voltano verso l’indeterminato qualcuno che brinda al momento, alla presenza, a chi paga, e forse anche ai seni della barista. Qualunque sia il motivo si scioglie nell’aria il pensiero d’una carta voltata e mostrata, un arcano maggiore, mentre cadono le prime gocce di tiepida pioggia.
C’è più coraggio in un riconoscimento di insufficienza e quindi nel ripiegare sulle posizioni più sicure, oppure nel tener testa, combattere oltre quello che si pensava e non recedere? In entrambi i casi se c’è onestà c’è anche coraggio e ognuno ha una sua risposta che vale sempre in quella vita che non è solo battaglia e tanto meno eroica. Penso alla vita quotidiana, alla difficoltà di fare il proprio lavoro, alla necessità di dire se si ama o meno una persona, al mettersi contro chi aggredisce portando idee trite e ritrite e che magari approfitta del becero conformismo. Il coraggio è una scuola dove si rafforza la coscienza di se6e la dignità, e non vale il teorema di don Abbondio che chi non ha coraggio naturalmente, non se lo può dare. Se si viene incoraggiati a dire ciò che si pensa, al tenere fede alle promesse, se si ha l’educazione a non compiacere ma a dire la propria verità, sopratutto nei sentimenti, non si è più felici, ma di sicuro più forti e coraggiosi.
Nei nostri tempi interessanti e ricchi di nebbia, il coraggio non è buona merce perché val più chi fugge, chi è un tartufo, chi assente al più forte e si mimetizza, chi non dice la verità. E bisognerebbe rispondere a questa domanda: perché il coraggioso alla fine sembra un visionario, un illuso, spesso un imbecille che non bada al suo tornaconto? Ma allora, se così fosse, perché il coraggio non viene derubricato dalle azioni possibili e semplicemente si elogia unicamente la fuga, che poi riassume tutti i modi dell’ignavia. Si fugge per salvarsi, non per restare ed evitare le difficoltà, l’impegno, la fatica, e così pensare che ci sarà qualcun altro che la farà al nostro posto. Perché questa non è fuga ma codardia. E non raccontiamoci che nel mondo è normale che qualcuno si sacrifichi al nostro posto, un mondo che va avanti sul sacrificio di chi rispetta se stesso. Se così fosse sarebbe un mondo di ignavi, dove ciascuno pensa a sé e se c’è bisogno di essere presenti, si sta zitti perché aiutare, fare ciò che non è richiesto è comunque una forma di coraggio. Questo mondo assomiglia molto a ciò che stiamo diventando, chiusi nella furbizia e nell’individualismo, pronti a conformarsi anche attraverso l’assenza, il cinismo del tanto tutto è uguale. Bisogna pensarci almeno tra quelli che ancora avvertono il disagio di non essere a posto con sé stessi, tra chi si emoziona davanti a un fatto tragico che poteva essere evitato e pensa che l’uomo è portatore di dignità assoluta ma non sempre è così per la legge. Bisogna pensarci perché sulla strada dell’ottundimento siamo avviati da tempo, perché non vediamo che intelligenza e umanità devono accompagnarsi e che una qualsiasi intelligenza artificiale sarà spietata con noi. Abbiamo ancora la risorsa del sentimento, facciamola crescere in modo che i coraggiosi non vengano trattati da imbecilli.
p. s. Ho messo un brano (non casuale) di Maria Gudina, la pianista che ha attraversato lo stalinismo continuando a suonare musica “proibita” e che nei concerti portava una pistola sotto la gonna come soluzione al suo possibile arresto.