lettera 5

caro Dottore, la settimana scorsa ho passato giorni intensi in quella zona del Carso, ora è Slovenia, dove mio Nonno paterno perse la vita nella prima guerra mondiale. Camminare in quei luoghi, ora totalmente trasformati dalla vegetazione che ha ripreso a occupare i terreni difficili del sasso e dell’arsura, ma ha dato una sensazione di continuità. Credo l’ avere almeno la cognizione d’esistenza di dove erano accaduti fatti così insensati e devastanti e avervi rivisto la vita, mi abbia rasserenato e commosso. Questo è un sentimento antico di cui le ho parlato poco, ma che ha influenzato, non solo la mia percezione, ma le vite di chi mi ha preceduto e con cui ho vissuto. Se quand’ero bambino, il tempo aveva attenuato l’asprezza di una rottura così vitale nella famiglia di mio Padre, dall’altro, la presenza di questo Nonno era parte dei discorsi di casa. Di Lui erano rimaste poche fotografie, una croce di guerra, i racconti di una vita di emigrazione e di problemi affrontati con decisione sino a una tranquillità economica e familiare che aveva resa stabile tranquilla la famiglia in un Paese straniero. Ho pensato spesso a quegli anni, pochi, di tranquillità che erano stati dati a questa famiglia, dopo i contrasti nei luoghi d’origine e il lavoro, cercato, cambiato, trovato. All’origine c’era una rottura, a me sconosciuta, ma certamente profonda e poi un dividere il passato accumulato in molte generazioni che non si erano spostate dai luoghi, dalle cose, dal cognome. Da quella scissione un intero ramo di famiglia aveva preso la strada dell’emigrare e pur sciogliendosi per strada, perdendo donne e uomini, il Nonno non s’era fermato finché non aveva trovato quello che lo tranquillizzava. Forse questo ripartire da lontano era la necessità per sanare una rottura, ma la guerra aveva rotto il proseguire di quella vita, il ritorno, l’arruolamento, le battaglie insensate per conquistare una buca, una dolina, un dosso e poi la morte. Quanto era accaduto allora, e proseguito poi, aveva distrutto felicità, cambiato vite, facendo finire definitivamente un mondo che era continuità, luoghi, appartenenza fisica. Era rimasto il ricordo e la certezza di essere una famiglia, ma altrove da dove era stata per secoli.

Ho spesso sentito la tenerezza e la sollecitudine del rapporto tra i miei nonni, la singolarità del rispetto e amore reciproco, e ripercorrere i luoghi dove era avvenuta la distruzione di quel loro mondo, mi ha fatto percepire che c’è qualcosa che continua nelle vite. Che si esprime ed ha influenza anche tra chi non si è conosciuto e che la mediazione che viene fatta da chi ci racconta o tace, è comunque qualcosa che modifica la nostra visione degli avvenimenti. Sia quelli più grandi che sono ormai storia, ma anche di quelli più domestici racchiusi in piccoli fatti, nei rapporti e nella memoria. Se la psicoanalisi esercitasse un ruolo che osa oltre le scienze sociali e indagasse non solo i nodi della persona ma anche quelli della società e gli eventi storici, forse il quadro di ciascuno si preciserebbe e finalmente le persone non sarebbero solo collocate nelle vite vissute ma anche in ciò che le ha determinate, dando a ciascun evento il giusto peso.

Essere figlio di, nipote di, non è solo una questione di censo ma di eventi che rendono la storia come quella terra fatta di carbonato, di sali ferrosi, di humus che odora di terra da semina e si sgrana tra le mani, sentendone la fertilità e il pensiero che in essa si andrà a generare la vita. Ma questo credo non faccia parte del suo mestiere, Dottore, e se glielo dico è per farle capire che anche quando si rivela il bisogno insoddisfatto, il trauma, l’assenza, l’affronto subito e non regolato, quando i rapporti familiari e sociali diventano filo che porta dentro il labirinto ma non ne fa uscire, tutto questo può essere raccontato, però omette il terreno in cui la pianta è cresciuta e che se volessimo bene a quel suolo, a quella continuità di seme e semantica che che ci ha generati allora qualcosa in più si capirebbe e si potrebbe relativizzare e piangere assieme pensando non di riparare l’irreparabile ma di dargli un senso, un luogo nella vita e che assieme a tutte le sbucciature di ginocchia, ci sarebbero queste cadute che pure hanno trovato un terreno pietoso che le ha accolte e se ne è stato zitto, lasciando a noi il compito di capire, interpretare.

Siamo pressa poco della stessa generazione, anche se lei è più vecchio, quindi dovremmo avere abitudini e ricordi generali, comparabili. Una texture che ci rende parte di qualcosa, di un territorio e di fatti letti o vissuti. Parlo delle grandi costanti, di quelle in cui poi si innesta una vita che si fa diversa all’interno degli stessi luoghi e invece il passato ci allontana. Sono così differenti e insieme uguali, i passati quando filtrano attraverso il crivello della famiglia di appartenenza. Venivo per raccontarle di nodi da sciogliere e di problemi contingenti, ma erano cose mie, come quando ci si taglia un dito e il problema è arrestare il sangue e nei giorni successivi, lavarsi le mani e il viso senza bagnare la ferita, ma si sa che basta attendere e il corpo aggiusterà quella parte come se nulla fosse. E’ potente il corpo nelle cose che lo riguardano, cerca sempre di ripristinare, sanare, naturalmente ha i suoi limiti ma ci prova con decisione e fiducia. La mente ha più difficoltà , sta a guardare. Anche i nodi guarda e se sa come scioglierli, se lo nasconde, perché per farlo deve farsi male, deve tagliare dove non si risana e tutto, poi, non sarà come prima. Si deve ingannare la mente con le associazioni libere, con i sogni da interpretare e lasciare che un altro ci convinca che andare nel profondo a tagliare e ricucire non ci farà stare peggio di quanto stiamo. Ecco la sua funzione.

Non devo bere caffè il pomeriggio tardi, non più. Anche in questo il corpo avvisa e ci racconta come siamo. Anche la città non mi risana più : camminare, riflettere, capire, credere, non basta e per credere serve qualcosa che impegni la mente a essere positiva verso se stessa. Un lavoro, una passione aiuta, non risolve ma direziona verso un risultato. Un tempo pensavo che la mente superasse il corpo e aggiustasse tutto. Credevo nelle infinite possibilità di avere una vita differente, come se essa fosse una sequenza di gesti: un biglietto aereo che ti portava altrove, una lingua e un posto sconosciuto dove tutto potesse cominciare con altre basi, con presupposti diversi, ma restando me e tenendo i ricordi, anche quelli che non ricordavo più, da mettere insieme agli altri in un contenitore che stava dentro e galleggiava . Quello ero io e potevo scegliere liberamente. Questo era il potere della mente: non l’aggiustare ma il creare il nuovo che ancora non c’era stato. Mio Nonno l’aveva fatto, in modo totale, magari con timore però con coraggio, sinché aveva trovato un luogo in cui fermarsi ed essere ciò che desiderava. Poi tutto era andato a catafascio ma non era stato dimenticato, c’era in chi era rimasto e anche in chi non l’aveva conosciuto attraverso il racconto. Quando camminavo tra le doline, in Slovenia, capivo che il posto esatto non era importante, anche se era quello perché attorno era tutto così sereno e ordinato che neppure sembrava ci fossero stati centinaia di migliaia di vite e famiglie spezzate. Pensavo al suo nome e alla speranza che la Sua vita fosse cessata subito in quell’ultimo assalto, quasi senza dolore e senza pensiero, per non aggiungere sofferenza e sentire l’ingiustizia che pativa.

Di questo ricordare e sentire che è me da sempre, cosa potrei dirle Dottore, visto che non voglio scordare da dove sono venuto e neppure la mia vita voglio privarla dei ricordi. Se sciogliere qualche nodo fa male si potrà fare, ma le cose che mi hanno costruito dovranno essere preservate, perché con quelle ancora desidero il nuovo. Noi cosa lasciamo e a chi? Se l’è mai chiesto dottore? E non l’ha presa un po’ di vuoto dentro ? Ci pensi, poi ci sarà tempo per parlarne. Buona serata Dottore.

polvere come talco e ferro

Le scarpe hanno ancora la polvere del Carso. Rossa, fine come talco, si è fissata sulla punta che aveva sopportato la pioggia. Ricordano l’Africa questi luoghi dove tutto è antico e stravolto da una guerra che non si sarebbe dovuta combattere. E la roccia è un carbonato finissimo dilavato dalle piogge e rappreso in forre, cavità e pozzi, grotte scavate dall’acqua, doline. La terra si genera con questo minerale che si mischia con le parti organiche e diviene terreno arduo ma generoso di umori, con un vino, il terrano, che è minerale anch’esso. Ricco di tannino e da diluire con la carne da brace. Doline, verde fatto di quercioli e di miriadi di altre specie vegetali con rami forti e legno denso.

Percorrere un sentiero è mettere i passi nella storia di confine. Tomizza abitava a due passi da qui e davvero la vita eterna si sente in questi luoghi, eppure qui si è combattuto tanto aspramente e inutilmente che il terreno sembra rosso per il ferro che è disseminato ovunque ma soprattutto per il sangue di centinaia di migliaia di vite giovani stroncate. Contadini contro contadini, di tutta Europa che avrebbero potuto costruirla quella nazione unica, fatta di fatiche, di migrazioni interne, di terreni dissodati con fatica e di capolavori, di genio, di inventiva, di lingue che non si fondono se non nel canto. Avrebbero potuto costruirla cento e più anni fa, mettendo assieme i calli delle mani, le pance vuote, il rimpianto dei luoghi abbandonati, le pietre accatastate nei muretti a secco o cementati nella malta in case dai muri grossi come fortilizi e incentrate in un camino dove la vita si alimentava e resisteva alla bora, al freddo e alla neve che d’inverno non si cura delle previsioni del tempo. Avrebbero potuto costruirla nella differenza l’Europa, nell’apprendere la lingua dell’altro, come fanno i bambini per gioco, nel mescolare le tradizioni e le identità per tenersi le vecchie ed averne di nuove. Andare avanti così, con un piede che spinge la vanga tra sassi e terra rossa e l’altro pronto a camminare per andare e poi tornare in ciascuna piccola patria. Una nazione che sapesse la precarietà di cosa c’è sotto il terreno che sostiene la vite, da sapore al cavolo che poi verrà fatto fermentare, che distilla l’acqua come fa l’alambicco che gocciola alcool e sapore nelle grappe uguali e diverse dappertutto. Avrebbero potuto fare un’Europa di uomini e donne, usi alla fatica e alla bellezza, gente forte, orgogliosa di essere ciò che è, diffidente e pronta ad aiutare una povertà. Costruire una nazione dove secondo le leggi dell’abate Mendel, il colore degli occhi si sarebbe mescolato e poi sarebbe tornato a risplendere, i visi addolciti e ben segnati nei lineamenti, le mani e le altezze dei corpi sarebbero stati il ricordo , assieme alle lingue, ai mille diversi significati di ogni etimo, che quei luoghi erano un unico luogo di tante patrie e di tante genti, ma unite dallo stesso amore per la terra, per la bellezza, per lo spirito immortale che porta con sé ogni fluire di abitudine inveterata.

Le case sono basse, senza la pretesa di sfidare il cielo, utili alla vita quotidiana, custodi di calore, affetti, pensieri, assieme al grano, all’orzo, agli animali e le verdure che sono una appendice del sapere che si trasmette piallando un’asse, sagomando una trave con l’ascia, costruendo un mobile con il noce vecchio, ché quello nuovo ha ammucchiato frutti carnosi in sacchi sufficienti per i dolci invernali. E poi mele da inverno, nocciole, mandorle, rami di cumino da far penzolare dai travi, fagioli e piselli secchi per zuppe forti da mescolare con le verze dell’orto. Case, la terra difficile, le doline, i sentieri che ora si percorrono per il piacere di essere sempre nel verde, mentre da non molto lontano arriva il salmastro del mare che a volte la bora scava e getta in aria come stesse giocando sulla sua spiaggia, dove gli uomini non osano andare. Case basse, chiese senza grandi pretese, un crocefisso, pochi santi e la devozione, forte anch’essa, che chiede serenità e lavoro pacifico da accumulare negli anni.

Poteva essere Europa, anzitempo e invece, guidati da ordini incomprensibili, contadini hanno condiviso la terra e il sangue con altri contadini. Qui si legge la differenza tra città e campagna, tra le diverse fatiche e il diverso pensare le vite. Gli ideali sono spesso così radicati da restare al limite della diffidenza se c’è l’antica legge per cui lo straniero non è veramente tale perché prima è uomo. Ma dove questi pensieri semplici diventano potere, possesso, necessità senza limite, allora tutto si frange e la terra si spoglia d’alberi e si riempie di lampi e di morte. Le pietre costruiscono trincee, i muri delle case vengono sbriciolati e pongono la vita eterna dei luoghi e delle persone in tane da intridere di sangue. Ordini urlati, reticolati, scoppi di granate e neppure il mare si sentiva più.

Poteva essere Europa, ora è un luogo bello in cui le persone ricordano nei cippi, nei cimiteri, nel rumore che fa la vanga quando incontra una grossa scheggia di ferro nell’orto, e si semina comunque, cresce la verdura l’insalata, i cavoli e i fagioli. Passano persone che camminano dove c’è stata una battaglia immane, ma non si vede nulla, dove sono morte 80.000 persone in pochi giorni. Solo verde, doline, quercioli e erba alta che il vento muove credendo sia il mare. Cammino e ho voglia di piangere, non lo so perché oppure lo so ma non è il caso di dirlo ad alta voce perché quel nodo che s’aggroviglia è il futuro.

Poteva essere Europa. Potrebbe essere Europa.

lettera 4

Caro dottore, non credo abbia letto i miei ultimi scritti, o forse l’ha fatto , ma come da copione è rimasto silente. L’ultimo l’avevo scritto seguendo un filo che pensavo le sarebbe piaciuto, con considerazioni diverse, eppure legate sotto la superficie di argomenti che sembravano buttati. Non accade questo ai nostri pensieri inespressi: seguiamo una traccia che muta ( mi verrebbe di scrivere, cangia, perché ha un significato forte e colorato, come certi galli che faceva uno scultore, Poli, fatti di ferro smaltato a fuoco e che, per vederli bene bisognava cogliere la forma nelle singole parti e poi metterla nell’insieme e associarla alla variazione dei colori che l’arte e la fiamma creavano con i pigmenti) ed è il seguire questo sentiero mai percorso che ci fa trovare fatti e considerazioni che ci riguardano profondamente. Così accade a me e così lei chiedeva, a volte, facessi, nel dire senza preordinare. In realtà non funzionava molto perché m’innamoravo sia della sorpresa d’un fatto che riemergeva ( una bolla di ricordo ), ma anche delle parole per dirlo.

Credo che il fascino delle bolle sia nella capacità di essere fragili eppure capaci di volare con una trasparenza translucida di colore e piene di un’aria di cui non sappiamo nulla oltre la trasparenza. Potrebbero essere miasmi oppure ossigeno nativo, comunque si dissocerebbero dal luogo in cui nascono, come ci fosse una purezza intrinseca e indipendente dalle cose. Così accade a certi ricordi che si riempiono di un’atmosfera che è indipendente dal luogo e dal modo in cui sono nati e quando ritornano hanno una purezza che diventa nodo e lacerazione con quanto è accaduto poi, anche in loro conseguenza. Voglio dire che, almeno per quanto mi riguarda, il non sciogliere alcuni nodi ha significato trovare poi soluzioni che li ricomprendevano intonsi. Il procedere della vita li ha incorporati come accade ai nodi in un albero, che diventano legno diverso, più duro e inaccessibile ma con una loro bellezza generatrice. Pensi alle venature che il tronco dispone loro attorno, ai cerchi sempre più larghi che mutano densità e colore. Sono parte e al tempo stesso, pensiero indipendente, rivolta e libertà, che dev’essere accolta con amore. Inglobata nella vita per renderla più forte, testimoni della nostra incapacità di risolvere un problema che ci riguardava profondamente e ci metteva in contraddizione con i nostri principi.

Ho immaginato molto nella vita, alcuni sogni sono diventati realtà, altri si sono risolti in fallimenti di cui sento ancora il peso. Il fallimento è l’aver compiuto tutto ed essere ad un passo dalla meta per poi cadere e il riprovare porta altrove, fa perdere lo spirito originario: genera qualcosa di cui ci si deve accontentare. Ma all’inizio non c’erano fallimenti, c’erano tentativi che potevano risolversi in un successo, in risa, allegria comune, anche da parte di chi era coinvolto e soccombeva, è stato poi, con l’instillarsi di regole, divieti, principi, senza un ordine che definisse l’importante dal banale, che piccole cose risolvibili (ora le penso tali) hanno elevato una contraddizione tale tra desiderio e insegnamento da travolgere lo scorrere quieto del crescere e del vivere.

I nodi si sciolgono a tempo, poi diventano sempre più stretti e la soluzione sarebbe quella di Alessandro il grande, ma a me era stata insegnata la pazienza dello sciogliere, del dipanare, per cui con le mie piccole dita, con le unghie cercavo di ripristinare una continuità che non fosse compromesso, ma corretto scorrere degli eventi. Bisogna concentrarsi in quell’età, in quei luoghi, facendosi accompagnare dai profumi, dai gesti, dalle assenze e dalle presenze. Bisogna guardare in faccia ciò per cui si è sempre distolto il volto e capire che qualsiasi cosa accadde era minuscola, priva di colpa anche se in grado di generare segreti, silenzio, dubbi irrisolti.

Pensi al suo paziente amico, cosa che non può essere per i suoi principi, non per i miei, che ad un certo punto capisce che non era importante ciò che accadde, ma che è quasi bello sia accaduto, che senza quelle tempeste sarei diverso e che ciò che è mancato davvero è avere qualcuno che rendesse naturale e possibile tutto quello che accadeva come una logica, gioiosa, progressione del vivere. Nel sogno che raccontavo, e che in diverse versioni faccio spesso, c’è la sensazione di un compito terminato ma non finito, lasciato aperto. Accade anche in certi amori che le storie non si chiudano, tutto il romanticismo di cui siamo intrisi, lo declina in continuazione nel suo narrare le vite. All’inizio erano gli eroi, la purezza raggiunta attraverso l’atto esemplare che chiudeva perché di meglio non si poteva fare, poi vennero gli imitatori che trasformarono le commedie in tragedie, ma soprattutto erano incapaci di un atto esemplare che interpretasse il desiderio silente dell’uomo di essere dio e assoluto, semplicemente perché non tocca all’uomo essere tale. Compresa la possibilità di essere molti, eguali ma differenti, non restava che un piccolo rapporto con noi stessi che diventasse identità, diversità, impronta da lasciare con orgoglio.

Lei mi dirà, che sto diluendo il brodo in considerazioni generali, un po’ è vero perché questo mi difende, ma anche lei fa parte di questo brodo, ha molte capacità da donare per condurre le persone verso la comprensione della propria normalità eccezionale, può far diventare piccolo ciò che sembrava grande, ma tutti siamo immersi in questo secolo che è stata la coda delle nefandezze compiute scientemente in varie parti del pianeta e credo che la nostra tendenza all’ allegra estinzione (per fortuna chi ha meno e fugge spinto dal bisogno non ha queste tendenze), sia un modo per conservare assieme il delirio del profitto e della crescita infinita delle cose, praticando l’abbandono della crescita interiore come sentimento comune di umanità. Se l’uomo non riesce a diventare uomo, cioè capace di umanità, che opinione può avere di se stesso. E neppure lei è fuori da questo mondo e non può renderlo migliore se non facendo capire che ci si può vivere dentro essendo diversi. Diversi e sottoposti a tutte le tentazioni, i desideri che vengono indotti, consci e quindi capaci di capire la finitezza della colpa. Le cose, i gesti, le scelte non durano all’infinito, estinguono la loro capacità su di noi quando ci perdoniamo. E di cosa ci perdoniamo? Di non essere felici a volte e sempre sereni. Insomma di non vivere dando spazio a tutto il patrimonio che possediamo nell’ironia, nel relativo, nell’allegria dell’inutile, nel piacere, comunque vissuto, nella limitatezza di ciò che si realizza, ed è sempre molto se ci riguarda.

Caro dottore, dovrei raccontarle di alcune impressioni di questi giorni vissuti con allegria, stanchezza e libertà, non di rado con commozione positiva e con molta capacità di sentire, che magari era immaginazione, ma era così verosimile che in qualche multiverso di certo sarà accaduta. Ci sarà tempo per raccontare e scavare alla ricerca di tesori. Stia bene e legga poco di ciò che non la interessa.

silloge1

C’è festa nel tempo. Un mattino morbido come la luce che gonfia le tende.

Tempi dolci, anche gli oggetti non hanno fretta. Si mostrano con il piacere languido della notte trascorsa nei sogni. Una pipa sul legno, il computer chiuso, ostrica di facile mistero, piante nell’acqua in controluce, e un taglio di sole che sceglie tra i libri, la musica, le parole per dirsi.

Il caffè spande il suo profumo borbottando, trova il pane tostato, assieme imbandiscono dolcezza alla giornata.

Melenso perché la dolcezza non basta mai, per voglia di coccole, per il miele cristallizzato che si stende sul pane, per il latte, il caffè, per il profumo di casa. Ascolto parole intelligenti dalla radio, le sgrano una per una, le scompongo nel suono, che sia questo uno dei significati dell’udire? Non ascoltare più e render proprio ciò che per altri è diverso? Vedere la trama, perdersi nell’inutile così denso di significato?

Nella luce, camini che fumano,

attorno odore di cose che restano,

vibra un ricordo, si stempera nello sguardo,

dentro/fuori, nulla è urgente:

è festa nel tempo.

“Diversità è una parola che non mi piace, è qualcosa di comparativo, esprime una distanza che non mi convince, non funziona, ne ho trovata uno molto convincente: unicità.

L’ascolto è il più grande atto rivoluzionario, accogliamo il dubbio anche solo per essere certi che le nostre convinzioni non siano convenzioni”

Versi scomposti
Parole scomposte che mondo s’è creato. Eravamo distratti, spero stessimo facendo l’amore mentre le macchine automatiche prendevano gli angoli delle strade e le osterie, dove ci rifugiavamo, diventavano agenzie. Eravamo ignari, dolci, indifesi. Con piccoli lapis dell’ikea scrivevamo numeri senza memoria, che ci assicuravano il costo di una cena. Vennero poi parole d’ordine, non più numeri, ma lettere e altro, purché non ci fossero accenti per aprire i file, noi ci baciavamo, nascondendoci in ogni angolo che pensavamo fosse libero e nostro. I numeri, le password divoravano il tempo, quello sempre poco, che apparteneva alla tenerezza, ed ora se il cuore ci dice di dimenticare, restiamo attoniti. In fila, in attesa, che il tempo riporti l’amore e le cose al loro posto, lente e dolci come l’esitare davanti alla porta della pasticceria della vita.

Poi stanotte ho sognato che l’azienda in cui lavoravo era stata venduta. Venivano i nuovi lavoratori, le stanze venivano vuotate. Dei lavoratori precedenti non si conosceva il futuro, qualcuno, un capo, assicurava che non sarebbero stati licenziati. Questo futuro era più una curiosità partecipe per me, sentivo che mi riguardava ma senza essere determinante. C’era una sorta di passaggio di consegne che avveniva nelle grandi stanze dove prima c’erano i calcolatori, ma ora sembravano vuote. C’erano nuovi corridoi, color nocciola, con molte porte e stanze in sequenza. In una di queste, una ragazza si stava per vestire e mentre aggiustava il vestito mi chiedeva di sistemarle la cerniera sulla schiena. Intanto mi dava delle indicazioni, ma le altre stanze avevano le porte chiuse. Andando verso le pareti perimetrali, mi accorgevo che la struttura dell’edificio si stava aprendo, le travi si allontanavano dai pavimenti. Non c’era un pericolo immediato ma l’edificio sarebbe crollato su se stesso. Avvisavo le persone del pericolo e mi avviavo verso l’uscita. Non avevo nulla da salvare, mentre altri si attardavano per riempire scatole e portarle con sé. Mentre uscivo vedevo che le crepe si allargavano, ero tranquillo ma sarebbe imploso. Fuori cercavo la mia auto che non ricordavo dove avevo parcheggiata. Nel piazzale c’erano persone che guardavano in alto, io cercavo tra file d’auto ordinatamente disposte, un ricordo che permettesse di ritrovare la mia.

Interpretazioni varie che partono dalla mia identificazione con l’edificio che rappresenta ciò che lascio. In esso comunque albergano desideri che porto con me nel rapporto con altri. Non ricordare dov’è l’auto significa non sapere dove andare.

Da ozioso, quale sono, ho messo assieme pensieri in libertà. I pensieri non si liberano, sono liberi, vengono e vanno come desiderano, seguono l’andamento dei desideri e della necessità.

I pensieri sono liberi ma nessuno nasce libero. Sin dall’inizio qualcuno si preoccupa di mettere orari, regole, paletti alla tua vita. Costruiscono per te un ordinato vivere che è sapere cosa accadrà in ogni parte del giorno, ogni settimana, ogni anno, ogni età. Cercano di mettere la briglia ai pensieri e ci riescono. Pensiamo collettivamente , anche quando andiamo in direzione ostinata e contraria.

Nessuno nasce libero. Il bisogno d’essere accuditi, protetti, amati, coincide col taglio del cordone ombelicale, con lo sforzo del primo respiro, con il pianto che ne segue, con il primo freddo, con il primo sogno che s’alimenta nel mondo senza protezione.

Nessuno nasce libero e la libertà è una conquista anzitutto personale che parte dalla libertà del pensiero e si traduce nell’azione senza scopo, nell’apparentemente inutile. Ma è un atto di volontà e neppure davvero libero dal contesto. La libertà diviene un percorso e non porta la felicità, ma la serenità interiore. Ognuno disegna la sua libertà e i limiti della sua prigione e non smette mai di farlo perché la libertà è fatica prima che piacere.

Esistono tante libertà, una le comprende tutte ed è nel pensiero che si misura con il bene e naturalmente col suo opposto, il male. Scegliere il bene è un atto di libertà, non è la libertà. Le altre libertà si sono create nel tempo, alcune sono così importanti da essere condivise. Senza la libertà di parola non si potrebbero, volendo, comunicare i propri pensieri, il sentire, la propria tristezza, la percezione della bellezza. Già in famiglia non è bello tutto quello che pare tale e non si può dire tutto quello che vorremmo. Ci sono Stati, aree del mondo, religioni, regimi, società in cui si può sentire solo ciò che è permesso, si deve essenzialmente tacere oppure dire ciò che non dice nulla. Questo incide sul pensiero che ha tutte le sue potenzialità ma ci chiude in una gabbia e getta la chiave. Qui nasce il primo confronto tra la libertà personale e ciò che la impedisce, ovvero la libertà di essere ciò che si è e si potrebbe essere. Nasce un legame tra libertà individuale e collettiva perché tra le libertà che ci consentono di stare assieme, l’una non può essere senza l’altra. Eppure questa libertà di esprimere ciò che si è, non viene insegnata, così che conquistarla è una consapevolezza individuale, un confronto tra essere e dover essere che dura una vita. Ma se posso ora pormi tutti questi pensieri banali sulla libertà, se posso misurarmi con me stesso per trovare i miei soddisfacenti limiti senza invadere quelli altrui, questo non mi impedisce di essere tutto ciò che vorrei essere. Posso diventare ciò che voglio, posso scegliere tra bene e male, ma solo la libertà che mi fa crescere e non nuoce è comunicazione, carisma, vita che trova un senso libero. Se ciò accade è perché la mia libertà in divenire, limitata, faticosa e preziosa è stata fatta crescere da molti che prima di me si sono posti il tema, che hanno sviluppato una sufficiente intolleranza all’assenza di libertà, al sentirsi ingiustamente oppressi, tanto da ribellarsi insieme ad altri e ottenere spazi nuovi per tutti. Hanno superato la solitudine della libertà, tanto da renderla un problema di crescita collettiva. Le mie piccole, grandissime, libertà, la possibilità di dire di no, è dipesa in misura essenziale dalla loro ribellione.

Capisco che tutto questo oggi è lontano, che riflettere sulla libertà personale (di scelta) e comune, sembra un esercizio ozioso. In fondo ciascuno, ogni giorno, registra sconfitte e vittorie in questo campo che sembrano appartenere solo alla sua vita. Capisco anche che fatti e parole, un tempo importanti perché legati a eventi terribili, a ingiurie, sopraffazioni e conseguenti atti di viltà e coraggio inenarrabili, siano oggi svuotati del loro significato. Le parole di Calamandrei, di Primo Levi, dei tanti condannati a morte sembrano letteratura, pensieri alti, poesia, ma prive di un riscontro effettuale, di una incidenza vera sulle vite odierne. In questo iato tra esperienza e storia della libertà contemporanea vedo e sento il baratro dell’indifferenza che si consuma attorno a noi sul tema della libertà come conquista. Sento che non si è attualizzato il valore che possediamo, che non si è trasformato in ragionato patrimonio collettivo ciò che ha coinvolto allora tante donne e uomini, ma che questa spinta ideale e vitale si è consumata come fosse inesauribile e data. L’educazione ha oscillato paurosamente tra vecchie e nuove coercizioni. Ci sono stati tentativi, sogni di pochi che hanno riproposto il tema della libertà per sé e per i figli, aggregazioni educative e sociali originali, ma l’economia e la società si sono incaricate di rimettere le cose a posto , nell’ordinato vivere che è conformismo prima che necessità. È vero, oggi ci si può muovere senza troppi limiti, c’è una libertà sessuale maggiore, si può dire molto purché qualcuno ascolti, ma il processo di affrancamento è ritornato ad essere solitario e personale. Irreggimentato dall’utile, confinato nel ruolo, nell’età, nella convenienza. Se faticosamente è proseguito un cammino collettivo, con nuove parole, nuove libertà, nuove costrizioni, esse non hanno conservato quella spinta dirompente che le aveva originate e oggi non è possibile misurare quanto questo cammino sia stato guidato da altri. Quanto le libertà siano state più un potente affare economico che arricchisce pochi più che una conquista collettiva di crescita. Perché la libertà ha come correlato la critica e non si può dire che questa si sia -e si stia- sufficientemente esercitando nei confronti della società liberale. Quella che di certo non è proseguita, al di là della retorica delle celebrazioni, è stata la riflessione sulla libertà e il legame che essa ha con l’educazione che mette assieme libertà personali e collettive. Si è pensato che essere e avere fossero coincidenti nella libertà e cosi la stessa parola, in conseguenza della crescente diseguaglianza economica, si è via via svuotata di significato rivendicativo tanto che ormai il 40% dei cittadini di questo paese è disponibile a ridurre la libertà personale in cambio di beni.

Le libertà personali da conquistare sono più o meno difficili se il contesto delle libertà collettive è carente e diseguale. E ancor più se esso include l’ingiustizia nel sentire comune. Portandoci verso la sola libertà individuale, facendola coincidere con l’avere è stato ristretto e chiuso il recinto della riflessione collettiva suĺla libertà. Chi ha è libero, tutti gli altri sono costretti in piccoli spazi personali, piu o meno come nelle società autoritarie dove la possibilità di essere liberi è oggetto d’acquisto.

Nessuno nasce libero, la libertà è una conquista personale, ma il suo esercizio è una consapevole conquista collettiva.

Una goccia e la mia libertà è tale prima d’essere pioggia, fiume, lago, mare e poi ancora goccia, nell’infinito ciclo dell’essere. Sento la profonda forza che s’inerpica sulla perfezione, non mia, non nobis domine, ma di molti che diversamente cercano se stessi e ciò che non accontenta, spinge verso l’alto. Pensavo alle mie cadute, e a quanta bellezza è stata usata per fare la percezione del mondo bella come è. Diversa e intellegibile, tenera e accudente, con i doni che porta ed elargisce la bellezza è qualcosa che si è imbevuto di comprensione, di libertà di vedere oltre. La libertà è invulnerabile, ci consola e coincide con ciò che fa bene al vivere.

Ho sognato, sogno, che ogni mia parola sia muta, che coincida con la tua e ne sia contenuta mentre la contiene. Non sono come vorrei ma posso esserlo, mai compiuto, mai perfetto, sarebbe così noioso esserlo. Mi affido alla parola che smuove e contiene e se non sono come vorrei, penso che ciò che è compiuto non vive appieno senza la mia povera cura. Essere libero di coincidere con me e con te, come tu fai.

mantra della bellezza


Nel mattino lasciami vedere il tempo che rallenta, del suo procedere non darci peso, 
solleva la tua mano che ci china il capo
trasformala in carezza. 
Della nostra bellezza dobbiamo tener cura
darle il nutrimento che ci fa felici, nelle lunghe giornate ricche di gesti nervosi.
Guarda dentro e fuori di me,
come chi è stanco e rischia d’affogare,
trova il filo che ci tiene assieme
è accaduto ogni volta che infuriava la tempesta
e solo con lo sguardo di chi volge a lato,
la realtà s’è scomposta in piccoli frammenti.
Ognuno rifletteva il cielo o un pezzo dell’attorno:
prima era occultato e ora sei tu che mi rassereni.
Fa che reagisca con serenità
alle cose usuali poco necessarie.
A questo serve la bellezza
che aiuta a capire
se conta più essere belli o essere sani.
E con dolcezza chiedimi, della bellezza che coltivo,
quanta è mia poi per davvero.

lettera 3

Caro dottore, la strada dove lei ha scelto di abitare superava un fiume, che purtroppo non esiste più ma che ha accompagnato la mia fanciullezza. La strada lo superava allegra appena fuori della porta della città antica e si snodava, non proprio diritta, fino a una chiesa, che prima era un tempio romano e prima ancora chissà che altro, perché qui, come nella coscienza e nel ricordo, gli strati si sovrappongono e scavando si trova sempre qualcosa.

Questa strada congiungeva la mia città con un’altra città della decima legio imperiale, era importante anch’essa e ricca. Quindi era un luogo trafficato e fonte di scambi importanti. Sotto la sua strada, a circa 3 metri di profondità, lei potrebbe ancora trovare, perché ci sono, le grandi pietre del basolato romano, segnate dalle ruote dei carri che trasportavano persone e merci in un’ ordinata confusione che durò a lungo. Entrambe le città hanno poi contribuito non poco alla nascita di Venezia. Quando le invasioni furono troppo frequenti e cadde l’impero, le città ricche furono preda degli invasori, le popolazioni fuggirono e cercarono rifugio dove prima avevano visto paludi inospitali, mestieri poveri e difficili. La ricchezza cercò posto dov’era la miseria, perché lì si sopravviveva e si poteva ridiventare ricchi. La speranza dei ricchi è diversa da quella dei poveri, più intrisa di emozione mai rassegnata, può essere l’anticamera dell’annientamento oppure la spinta per una nuova avventura, che sarà prima solidale e poi molto egoista.

Lo sa che a un certo punto la terza città dell’impero era ridotta a 2200 abitanti? Era anche il risultato di un abbandono, perché i ricchi non solo non l’avevano difesa ma erano andati a ricostruire le loro fortune altrove, là dove i ricchi di un tempo si sentivano al sicuro. Chi invade i poveri, avranno pensato: solo chi è ancora più povero, ma i barbari non erano tali e quindi tra sabbie, canne e acqua potevano ricominciare a vivere.

Proprio davanti alla porta del suo androne, la strada fa una specie di dosso, è il punto più alto della città, non per merito di una orografia speciale, ma per l’accumularsi delle rovine dei palazzi e delle ville distrutte nei secoli che hanno alzato il profilo del terreno, in questo e in altri luoghi. Volevo attirare la sua attenzione sulla strada dove lei vive e sui simboli che la circondano: una porta, un corso d’acqua, ora interrato, un ponte a tre arcate che si vede solo da cantine inaccessibili, una chiesa romanica-bizantina in fondo alla strada, un sottostante tempio. La strada ha anche ora molti palazzi antichi che la fiancheggiano, alti portici e una piazzetta dall’etimo incerto, dove forse c’era una casa di briganti rasa al suolo. Sostanzialmente è una via che finirebbe in un tempio o in un vicolo cieco, anche se poi non è così, e come accade molto spesso nella ricerca della propria verità, del proprio equilibrio si finisce in una fede oppure in un vicolo senza uscita. L’essere bastevoli a se stessi implica comunque un modo di vivere e delle soluzioni, e quasi mai queste comportano l’assenza di dubbio o la felicità. Ho pensato più volte che questi luoghi in cui sono cresciuto, erano la metafora del pensiero che non si libera, che soffre, che chiede aiuto per uscire e pone il problema o alla divinità oppure alla sua capacità di andare oltre. Aggiungo che gran parte dei motivi che mi spingevano da lei, si erano svolti nelle strade che sono attorno al suo studio e che di questi luoghi ho la conoscenza incarnata che derivava dall’averli vissuti nel loro disfarsi e rifarsi, moderni e peggiori, per non piccola parte. Percorrevo quelle vie, da solo o in compagnia, ma più spesso in dialogo con me stesso, e raggiungevo luoghi dove avrei trovato il gioco. Cos’è il gioco se non l’esercizio di ciò che non c’è, la trasformazione del reale in finzione altrettanto reale di un mondo in cui essere protagonisti e compartecipi? Questo era il credo comune delle nostre bande di ragazzini, il modo in cui vedevamo il lecito e il proibito, il luogo mentale dove ogni cosa veniva collocata, il tempo modificato, la colpa trasfusa in trasgressione e poi di nuovo in colpa. Alla sera eravamo stanchi, sudati e felici, incapaci di vedere i pericoli corsi, ma anche consci di una protezione, nel mio caso mia nonna, che ci era discreta e vicina. Come un amore di cui non serve la prova perché è così certo e incarnato che ha in sé la durata illimitata. Allora, in queste strade in cui risi molto, fui allegro e qualche volta piansi, si formarono equilibri che nel tempo assunsero altri nomi. La porta mi portava fuori dalla città difesa dal canale e dalle mura, la strada verso un luogo in cui lo spirito doveva trovare equilibrio e quiete. Poi c’era stata la vita in mezzo, ricca di timidezze, paure, amore, doveri, responsabilità, felicità improvvise e non ripetibili. Cos’è la vita quieta che ho sognato a lungo, dottore, se non una tregua che preparasse a correggere la rotta e trovasse la felicità oltre la quiete? Potrebbe essere il titolo di un libro, sulla ricerca della saggezza che può essere la coscienza progressiva della propria impotenza fisica o una stanchezza che viene da lontano ed è fatta di pochi nodi irrisolti che ancora attendono di poter essere trasformati in quel motore che spinge la vita, genera entusiasmi e fa dormire tranquilli. Quando sono venuto da lei pensavo di volere l’ordine e invece cercavo l’innocenza, come se le cose fossero identiche e si sovrapponessero scambiandosi i ruoli nella vita che ha un fine, che costruisce, che vuol lasciare traccia. Esattamente come quelle ruote cerchiate di ferro che segnavano il basolato nel profondo oppure nello svolazzare dei mantelli di feltro pesante che disegnavano la velocità dei pensieri verso un fine già maturato. Credo che molto più umilmente il mio fine aveva iniziato a farsi in quelle strade ed era uno scopo, non un fine. Proprio come lo è ora. La ricerca di quello scopo e se esso fosse possibile in un equilibrio spesso sereno e a volte felice, era il motivo per cui mi stendevo sul divano e cominciavo a parlare o tacevo. Ma sempre qualcosa sfugge e il senso non si compie, le racconterò allora, ma non subito perché le cose con me funzionarono o fallirono a loro modo.

Che la sera sia buona per entrambi, dottore.

un cavalier dalla losca figura

Posted on willyco.blog 8 maggio 2016

C’è un cavalier dalla losca figura e s’aggira per il mondo. È l’incipit d’un picaresco romanzo capitalista, un gioco di potere che lascia attoniti i coscienti cultori delle regole degli equilibri, è un suono di metallo, l’odor del ferro e del suo sapore in bocca. E chi lo vede? Attorno sembra importante solo lo schermo luccicante, una applicazione e lo smartphone ben carico di comunicazione. Distratti dall’affetto sparso a piene mani nelle frasi, negli emoticon, diventiamo ciechi e privi di tatto. Scorriamo la realtà col dito e così i visionari s’afflosciano. Forse impauriti dalle catastrofi che ormai s’accettano purché future (non è quanto avviene per il clima, per le piccole estinzione ridotte a numero, per la pandemia e le sue cause). Debosciano le speranze in un futuro prossimo tragicamente uguale al presente. Di supposta sicurezza ci si spegne, di presunto futuro ci si infuria, né l’uno, ma né l’altro lasciano segno. Cosicché di quel cavaliere non nasce l’epigono antagonista, colui che capisce e sa dove la lama penetra. E neppure nascono santi perché nessuno si danna più, infatti cos’è l’anima dell’occidente se non una pasciuta distesa di pornografa vista dove l’inumano diventa curiosità e il rapporto tra persone e vite, labile, forti d’incapaci tentazioni, di equilibri anoressici tra cibo e vino. L’anima satolla si spegne nelle parole ripetute, estasiate di sé e infine prive di senso che dura. Colpa come motore del mutare del bianco cavaliere e consapevolezza che gli stazzona anima, mantello ed armatura. Che lo induca a capire, a cercare assoluzione e non espiazione, a uscire dalla colpa e cambiare. Definitivamente o per un poco, cambiare. Ed allora anche un cavalier dalla trista figura va bene. Un sognatore di passato che crei il futuro e sia appassionato. Anche appiedato va bene, purché dia un’alternativa, un senso che faccia finalmente vedere dove siamo e andiamo. 

lettera 2

Gli scaffali sovraccarichi di libri e oggetti, l’ordine che li poneva in quel preciso luogo era cosa sua, caro Dottore. Una mappa della sua mente che non mi sono certo peritato di decifrare. Di sicuro una mappa differente dalla mia che non siamo riusciti a percorrere fino in fondo. Forse perché non c’era un fondo, oppure le deviazioni erano tali e tante che non bastava come nei labirinti girare sempre dalla stessa parte perché comunque in qualche posto si sarebbe giunti. Lei metteva oggetti e libri sugli scaffali, io facevo lo stesso, qual era la differenza? Quello che cerchiamo, e lei non si può escludere dalla moltitudine, è che ci sia un nesso che lega le cose: se questo è troppo debole non serve a nulla, se invece è troppo forte allora diviene come un romanzo cioè un insieme di azione e reazione preordinata, un determinismo che ci impedisce di agire differentemente e che non è più un legame ma una ossessione. Lei mi aveva spiegato la provenienza di tutti quegli oggetti che erano apparentemente in buona parte giocattoli, erano doni dei suoi clienti e ognuno di essi, ma questo lei non l’ha detto, era la rappresentazione di un sé, lo stesso che lei indagava o meglio ascoltava nel suo spiegarsi. Spiegare è una bella bella parola, assomiglia all’aprirsi di un libro prima della lettura, un togliere le cose dallo scrigno in cui erano racchiuse. Spiegare è anche il gesto del dorso della mano che liscia un foglio piegato, nella vana presunzione di portare via le pieghe e rimetterlo nella sua originaria bellezza. Lei mi spiegava con poche parole o più spesso domande, quello che il mio discorso aveva tracciato. Torniamo al labirinto perché questo era il mio percorrere i meandri di un passato che aveva ricordi e connessioni col presente, come vi fosse un ponte tibetano che congiungeva l’accaduto con lo stare. Per entrare nel labirinto, non tutti abbiamo la fortuna di sedurre un’Arianna che ci fornisca il filo che consentirà di uscirne, quindi serve più coraggio e accettare anche la mancanza di senso, i trabocchetti della mente, i mi pareva che nascondevano sotto un apparente senso, qualcosa di differente. Gli oggetti dei suoi clienti erano una sintesi di quello che essi pensavano di sé, non un tutto ma un bisogno. Forse per questo c’erano tante bambole e burattini. Dietro agli oggetti c’erano i libri della sua saggezza. Per quanto l’ho conosciuta, penso che ella fosse critico e non poco su ciò che faticosamente si era aggiunto come certezze allo spiegare i percorsi della mente. Mi chiedevo, oltre allo star bene, ritrovare il benessere e l’equilibrio, e io non ero venuto per quello da lei, cosa motivava se non la sofferenza il distendersi, lasciarsi andare e raccontare di sé. Non importa se vero o falso ciò che veniva detto, ma l’atto del raccontare, dello spiegare non era già esso stesso un sottomettersi per trovare il senso di ciò che non andava e faceva soffrire? Credo che la cosa avesse molto a che fare con gli obblighi, la repressione dei desideri, l’impossibilità di conciliare un senso a ciò che seguiva meno la volontà e più il piacere. Lei sapeva tutte queste cose, sapeva che il senso non era possibile se non c’era decisione, del resto in maniera più o meno contraddittoria me lo ripeteva che salvare capra e cavoli non solo non era possibile , ma ci riconsegnava a quella difficile mediazione tra essere e poter essere. Non era colpa degli altri e questa era già una gran bella acquisizione ,dipendeva da noi, da me che stavo steso e guardavo oggetti, soffitto, scaffali o più spesso chiudevo gli occhi.

Mi sono domandato spesso se ne saremmo usciti da questo girare attorno, se bastava la consapevolezza di un attimo per rimettere a posto il puzzle, oppure se scendere un livello, aprire una scatola, vedere ciò che conteneva, leggere un foglio che narrava qualcosa, non implicasse sfondare il fondo e andare in un altro livello che avrebbe avuto sempre un enigma, un ricordo, un rifiuto, una trasgressione. Trasgressione di qualcosa che veniva da un’ autorità senza discussione e che diceva cos’era essere e cosa non lo era, definiva il buono e il cattivo, tracciava la strada obbligata per giungere ad una innocenza che (e qui sentivo odore di tradimento) che già era posseduta. Ciò che a suo tempo mi era stato offerto era una guida Michelin, un senso e un punto d’arrivo. Se avessi avuto sufficienti talenti e fortuna, avrei potuto permettermi di godere dei passaggi intermedi che erano ricchi di gusto e di senso sociale. Sa cosa penso, caro dottore, che non solo dobbiamo accettare l’errore, il fallimento, ma anche il fatto che non vi sia un senso che eccede ciò che ci viene dai rapporti personali. Come mettere assieme il sentirsi tradito, non compreso, con la necessità di andare comunque avanti, come cucire la riprovazione o lo scarto tra ciò che si desidera e ciò che si ha, con la vita quotidiana. Lei mi diceva di scegliere e non sempre le stesse soluzioni, ma quelle che potevano non fare male, forse risolvere. Non c’era nulla di definitivo e mancando il senso che poteva venire solo da chi agiva, da chi sceglieva, capivo, o almeno questo l’ho capito, che non solo non finiva mai, ma che era il nuovo che avrebbe modificato il vecchio, il già stato. Il ponte tibetano si percorreva nei due sensi e quello che avrei fatto ora cambiava quello che era stato allora. Solo la meccanica quantistica ci poteva aiutare per capirlo oppure il fatto che il labirinto iniziava adesso e quello di prima era stato solo una prova. No, alla Borges, ciò che bisognava capire era che i labirinti erano infiniti e iniziavano ogni volta che avrei compiuto una scelta. Devo dire che quando uscivo dalla sua porta avevo quasi sempre capito qualcosa in più, qualcosa che mi sembrava importante, poi bastavano le scale, il sottoportico, la strada e la mia infanzia mi tornava a mente. La libreria era poco oltre, comprare un libro, mi apriva un mondo di possibilità e rasserenava. Il libro non era una risposta ma un placebo che toglieva la tensione e riportava le cose a un rapporto interno esterno, cosa necessaria per avere un labirinto da percorrere.

lettera 1

Caro dottore, il sole è arrivato improvviso con un carico inusitato di calore per la stagione. Quando, di tarda mattina, arrivavo all’appuntamento, l’androne di casa sua era fresco. Forse era l’ombra e quel passar d’aria che lo attraversava perennemente a raffreddato. Peccato lo avessero pensato come ingresso al retro banale dei garage. Non avevano visto la bellezza dei giardini rimasti nelle case cariche di storia, che attorniavano la sua. Era stata una fortuna, pensi che ho visto costruire il suo palazzo, abbattere le case piccole che affiancavano la casa del Bembo, ho assistito ogni giorno all’inerpicarsi delle impalcature assieme ai pilastri di cemento armato. La sua casa non era peggio di altre, ma aveva distrutto un equilibrio e, se permette, in una strada ricca di palazzi antichi era stonata e brutta in quel moderno da ricchi arrivati in città e ansiosi del doppio bagno e del portiere che sorveglia a l’ingresso. Non è colpa sua ma se non ci fosse stata era molto meglio. Ho attraversato spesso l’androne per mettere la bicicletta nel retro e ogni volta, uscendo, di lato oltre un muro che nascondeva terrazze e piccoli abusi, guardavo il cinema chiuso da anni, sulla cui la sommità c’era quel cinema estivo che non era mai entrato in uso, ma era un autentico oggetto del desiderio, per chi aveva la mia età e si ricordava dei cinema all’aperto. L’architetto famoso e di regime che l’aveva pensato, aveva un debole per i teatri estivi, vicino a una fascistissima casa del fascio aveva messo un’arena per 2000 persone poi diventate 5000. Insomma gli piacevano i raduni, ma erano opere pregevoli, si sarebbero potute utilizzare in una città piena di studenti e di voglia di stare assieme. Peccato che siano state buttate, assieme ai simboli del regime: non sono i prodotti che si dovrebbero abbattere, ma le idee che avevano distorto le menti, la volontà e il popolo. Si sono abbattuti i simboli e un po’ nascoste le idee, poi tutto è andato avanti senza fare i conti con quanto era accaduto.

Comunque l’architetto aveva avuto un’ idea geniale nel collocare sul tetto il cinema estivo e di certo aveva pensato alla meraviglia dei tetti che digradavano verso l’Ercole dell’Ammannati poco distante, ai palazzi e ai chiostri di quella strada stretta che sfocia a nella piazza dove c’erano le meraviglie perdute del Mantegna giovane. Non erano forse esse stesse un film, sia per l’opera perduta grazie ai bombardamenti alleati, sia per l’avventurosa impresa di ricostruzione che esigeva non poca immaginazione. Mi piaceva quel luogo che mi portava nel suo studio e pensavo che in quel fresco c’erano atomi di un passato che m’apparteneva, non ero forse nato e cresciuto da quelle parti. Non avevo respirato la polvere di quel bombardamento che aveva cancellato un pezzo di storia dell’arte, non avevo assistito alla ricostruzione della grande chiesa e bonificato di macerie e sassi quel pezzo di terra che le stava attorno ed era il luogo dei giochi e dei pensieri ragazzini di un gruppetto di amici che sognavano e trasfiguravano ogni cosa che facevano? Forse quello che lei cercava nei miei racconti era proprio nato da quelle parti e a quell’età e se c’erano stati momenti in cui qualcosa si era incrinato e poi per suo conto rabberciato, era anche accaduto in quei luoghi.

Immagino la sua pazienza nell’ascoltare le storie che si ripetono e hanno un canovaccio comune. Ho spesso associato lei, la sua mente e le sue dita che erano dietro di me e non vedevo, a ciò che faceva mia nonna con gli spaghi strettamente annodati che serravano le ceste o i pacchi che arrivavano a Natale. Lei si metteva con pazienza a districare i nodi, a togliere i sigilli di piombo, e pulire della ceralacca le lettere che venivano serrate sotto le cordicelle. Con pazienza, scioglieva e riusciva dove altri avrebbero abbandonato l’impresa, poi di quegli spaghi faceva un piccolo gomitolo o un intreccio che li avrebbe srotolati con facilità e ne riempiva scatole di latta per usi futuri, Credo di aver imparato da Lei a sbrogliare le matasse, ma anche a vederne la bellezza finché sono annodate, tanto che credo di avere entrambe le condizioni applicate ai pensieri.

Mi viene a mente in questo giorno così caldo e fuori stagione, che la vita la viviamo in attività che si concludono in sé stesse. Mettiamo da parte ciò che accade in blocchi di passato che sembrano facili da sbrogliare. Invece diventano legno da scolpire che non finisce di crescere e su cui mi sono accorto di aver steso strati di lacca bianca o rossa. Ora pezzi di vita, non rivelano il loro contenuto ma al più riflettono l’immagine di chi guarda. Ci pensi bene, perché spesso, molto spesso le parole sono il riflesso di uno specchio non il contenuto e che proprio quel contenuto per essere scalfito, aperto, riguardato forse, anzi certamente, genera la tentazione di essere nuovamente scolpito. Il passato che si cela si riscrive e ciò che si scioglie non è la frattura rabberciata, né l’ordinata scatola dei fili, ma un cesto in cui sono contenute cose che hanno sofferto il trasporto oppure sono state più forti di esso.

Salivo le scale a piedi per raccogliere le idee. Non raccoglievo nulla e tutto quello che si era affollato, che aveva fatto male nei giorni precedenti, scompariva in una brodaglia di indeterminato malessere. Se ero alla sua porta un motivo c’era, ma qual era il motivo vero? Forse per quell motivo ogni volta sbagliavo a suonare il campanello, poi sarebbe iniziata una routine che non era tale e un viaggio che non sapevo se mi avrebbe portato da qualche parte. Però non era una recita, o almeno non più di quella che ogni giorno ciascuno racconta a se stesso.

basta con i mesi

Basta con i mesi, promettono e non mantengono più,

erano diversi, un tempo, grandi generatori di domande sulla vita,

preghiere mute del nuovo che nasce e continua il mondo.

Ora tacciono o sono altro

anche se ancora mi chiedo cosa spinga il pero a fiorire,

piccoli fiori bianchi screziati di rosso,

donando bellezza ben oltre le mie poche cure.

Mi domando cosa metta assieme petalo per petalo, la bellezza della rosa,

e perché infine essa s’abbandoni all’erba presa da languore.

Forse ha lo stesso cuore del mite soffione che impavido vola

o quello ben fermo, del ciocco d’alloro che pur tagliato riprova a raggiungere il cielo,

sembrano concordi e si parlano, forse, nel creare bellezza del vivere

perché in essa s’intuisce una gioia.

Solo un melo s’è stancato e ha ferito il legno, per mostrare il suo cuore

così ha rivelato l’estrema compattezza di chi per coraggio rinuncia.

Impudico e ferito s’è mostrato alle margherite, alla menta e alle viole,

come a raccontare la gloria e il coraggio delle cose,

che pur stanche restano se stesse,

incuranti del cielo che vorrebbe piovere,

ma non riesce a farlo.