lettera 2

Gli scaffali sovraccarichi di libri e oggetti, l’ordine che li poneva in quel preciso luogo era cosa sua, caro Dottore. Una mappa della sua mente che non mi sono certo peritato di decifrare. Di sicuro una mappa differente dalla mia che non siamo riusciti a percorrere fino in fondo. Forse perché non c’era un fondo, oppure le deviazioni erano tali e tante che non bastava come nei labirinti girare sempre dalla stessa parte perché comunque in qualche posto si sarebbe giunti. Lei metteva oggetti e libri sugli scaffali, io facevo lo stesso, qual era la differenza? Quello che cerchiamo, e lei non si può escludere dalla moltitudine, è che ci sia un nesso che lega le cose: se questo è troppo debole non serve a nulla, se invece è troppo forte allora diviene come un romanzo cioè un insieme di azione e reazione preordinata, un determinismo che ci impedisce di agire differentemente e che non è più un legame ma una ossessione. Lei mi aveva spiegato la provenienza di tutti quegli oggetti che erano apparentemente in buona parte giocattoli, erano doni dei suoi clienti e ognuno di essi, ma questo lei non l’ha detto, era la rappresentazione di un sé, lo stesso che lei indagava o meglio ascoltava nel suo spiegarsi. Spiegare è una bella bella parola, assomiglia all’aprirsi di un libro prima della lettura, un togliere le cose dallo scrigno in cui erano racchiuse. Spiegare è anche il gesto del dorso della mano che liscia un foglio piegato, nella vana presunzione di portare via le pieghe e rimetterlo nella sua originaria bellezza. Lei mi spiegava con poche parole o più spesso domande, quello che il mio discorso aveva tracciato. Torniamo al labirinto perché questo era il mio percorrere i meandri di un passato che aveva ricordi e connessioni col presente, come vi fosse un ponte tibetano che congiungeva l’accaduto con lo stare. Per entrare nel labirinto, non tutti abbiamo la fortuna di sedurre un’Arianna che ci fornisca il filo che consentirà di uscirne, quindi serve più coraggio e accettare anche la mancanza di senso, i trabocchetti della mente, i mi pareva che nascondevano sotto un apparente senso, qualcosa di differente. Gli oggetti dei suoi clienti erano una sintesi di quello che essi pensavano di sé, non un tutto ma un bisogno. Forse per questo c’erano tante bambole e burattini. Dietro agli oggetti c’erano i libri della sua saggezza. Per quanto l’ho conosciuta, penso che ella fosse critico e non poco su ciò che faticosamente si era aggiunto come certezze allo spiegare i percorsi della mente. Mi chiedevo, oltre allo star bene, ritrovare il benessere e l’equilibrio, e io non ero venuto per quello da lei, cosa motivava se non la sofferenza il distendersi, lasciarsi andare e raccontare di sé. Non importa se vero o falso ciò che veniva detto, ma l’atto del raccontare, dello spiegare non era già esso stesso un sottomettersi per trovare il senso di ciò che non andava e faceva soffrire? Credo che la cosa avesse molto a che fare con gli obblighi, la repressione dei desideri, l’impossibilità di conciliare un senso a ciò che seguiva meno la volontà e più il piacere. Lei sapeva tutte queste cose, sapeva che il senso non era possibile se non c’era decisione, del resto in maniera più o meno contraddittoria me lo ripeteva che salvare capra e cavoli non solo non era possibile , ma ci riconsegnava a quella difficile mediazione tra essere e poter essere. Non era colpa degli altri e questa era già una gran bella acquisizione ,dipendeva da noi, da me che stavo steso e guardavo oggetti, soffitto, scaffali o più spesso chiudevo gli occhi.

Mi sono domandato spesso se ne saremmo usciti da questo girare attorno, se bastava la consapevolezza di un attimo per rimettere a posto il puzzle, oppure se scendere un livello, aprire una scatola, vedere ciò che conteneva, leggere un foglio che narrava qualcosa, non implicasse sfondare il fondo e andare in un altro livello che avrebbe avuto sempre un enigma, un ricordo, un rifiuto, una trasgressione. Trasgressione di qualcosa che veniva da un’ autorità senza discussione e che diceva cos’era essere e cosa non lo era, definiva il buono e il cattivo, tracciava la strada obbligata per giungere ad una innocenza che (e qui sentivo odore di tradimento) che già era posseduta. Ciò che a suo tempo mi era stato offerto era una guida Michelin, un senso e un punto d’arrivo. Se avessi avuto sufficienti talenti e fortuna, avrei potuto permettermi di godere dei passaggi intermedi che erano ricchi di gusto e di senso sociale. Sa cosa penso, caro dottore, che non solo dobbiamo accettare l’errore, il fallimento, ma anche il fatto che non vi sia un senso che eccede ciò che ci viene dai rapporti personali. Come mettere assieme il sentirsi tradito, non compreso, con la necessità di andare comunque avanti, come cucire la riprovazione o lo scarto tra ciò che si desidera e ciò che si ha, con la vita quotidiana. Lei mi diceva di scegliere e non sempre le stesse soluzioni, ma quelle che potevano non fare male, forse risolvere. Non c’era nulla di definitivo e mancando il senso che poteva venire solo da chi agiva, da chi sceglieva, capivo, o almeno questo l’ho capito, che non solo non finiva mai, ma che era il nuovo che avrebbe modificato il vecchio, il già stato. Il ponte tibetano si percorreva nei due sensi e quello che avrei fatto ora cambiava quello che era stato allora. Solo la meccanica quantistica ci poteva aiutare per capirlo oppure il fatto che il labirinto iniziava adesso e quello di prima era stato solo una prova. No, alla Borges, ciò che bisognava capire era che i labirinti erano infiniti e iniziavano ogni volta che avrei compiuto una scelta. Devo dire che quando uscivo dalla sua porta avevo quasi sempre capito qualcosa in più, qualcosa che mi sembrava importante, poi bastavano le scale, il sottoportico, la strada e la mia infanzia mi tornava a mente. La libreria era poco oltre, comprare un libro, mi apriva un mondo di possibilità e rasserenava. Il libro non era una risposta ma un placebo che toglieva la tensione e riportava le cose a un rapporto interno esterno, cosa necessaria per avere un labirinto da percorrere.

Un pensiero su “lettera 2

  1. Si la vita non è statica tutto ciò che costruisce energia è dinamico .
    La vita può anche essere abbastanza monotona e abbastanza sicura ,la chiave sta nella ripetitività . Prendi le decisioni più importanti della tua vita e tali restano fino alla fine . E comunque anche in questo caso c’è dinamismo ci sono le relazioni famigliari ed extra .
    Allora in poche parole ti tieni il tuo disagio comunque sia che prendi una decisione sia che non la prendi .
    Il dottore ti parlava nel linguaggio noto e probabilmente condiviso o più facilmente condivisibile .
    Di solito il paziente racconta magari pone domande e il medico analizza con te le possibilità. Alla fine ti dicono di fare la scelta che puoi fare , che poi è la meno dannosa.
    Questo dottore potrebbe essere anche un politico non ti pare ?
    Il senso che eccede ciò che ci viene dai rapporti personali .
    Qui ho delle riserve , mi spiego se tu ami spudoratamente la montagna se puoi ti trasferisci in montagna ma lei ama il mare . Tu la sera ti metti comodo dove vuoi leggi scrivi ascolti musica . Lei vuole andare a letto presto abitudine sana . La mattina probabilmente tu hai sonno e lei è sveglia .
    Insomma credo che se si convive sia importante seguire uno stile di vita vicino all’ altra persona . Non l’identico perché sarebbe una noia . Stare bene con chi ti relazioni di più è importante . È importante anche nel lavoro se lavori. Qualunque cosa io faccia se l’impatto quotidiano mi pesa molto mi crea disagio . Credo infine che il primo rapporto chiaro debba essere con se stessi , senza ossessioni . Ché anche la passione può diventare un’ossessione . Amo dipingere disegnare leggere e ascoltare musica amo anche rilassarmi . Dovrei tentare di farlo con equilibrio . Stando da sola tendo a mangiare solo quando ho fame e non guardo troppo l’orologio. Se dipingo posso mangiare anche alle tre,stessa storia la sera . Leggo e continuo a leggere .
    Mi ha colpito il tuo parlare di ordine , ecco ho due tavoli n cucina , le altre camere amo tenerle in ordine . Un tavolo e pieno di colori e pennelli . L’altro tavolo dove mangio e più piccolo mi basta . Poi piazzo il cavalletto e la tavolozza. In genere ,sono grandi
    Non c’è ordine in cucina . Mi dà un po’ fastidio ma non rinuncio alla mia passione . Anche prima potevo farlo ma tante volte mi rendevo conto del caos . Ci vorrebbe un laboratorio ma non c’ è l’ho . I compromessi esistono comunque se ti relazioni con altri .
    Credo di avere perso un po’ il senso …La vita non è semplice , è vero .. nel labirinto mi pare di vivere se ci entro, e non trovo una via di uscita ,mi prenderebbe un po’ di ansia . Cercherei comunque una via d’uscita . Qui concludo a me pare che ci troviamo in un labirinto. Che labirinto non sarebbe se si ragionasse non solamente in funzione di altri da noi . Mi riferisco all’Italia ,all’Europa e agli altri paesi . Tutti sotto il giogo …Ci dicono che non c’è altra via d’uscita . Poi ci propongono di seguire un progetto tutt’altro che salutare .
    Sono partita dal personale mi pare che si può estendere . Stando sul personale e un po’ più tranquillo. Ma non possiamo fermarci al personale . Occorre ,almeno comprendere quanto avviene attorno a noi . La questione è vasta . Scusa sono stata logorroica . Se applico tagli ora ,rischio di peggiorare solamente . Grazie Willy .buona notte ☮️

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