in cauda venenum

Come si dovesse ristabilire un equilibrio, un’ autostima da recuperare appieno, dopo che la sconfitta nelle sue varie forme (e l’abbandono o la delusione sono tra queste), viene la rabbia e il voler far male. In fondo l’ultimo atto di debolezza è proprio il colpo di coda, già oltre il tempo massimo. E’ un gesto che forse scarica la delusione, ma impedisce di guardare avanti con razionalità. Accade sempre quando c’è passione, si rompono le amicizie per questo. Forse perché le cose in cui crediamo portano con sé una carica emotiva, amorosa che le fa sentire come estensione di noi e quindi intangibili. Comunque sia, in amore, politica, vita quotidiana, la tentazione di rompere il giocattolo emerge. E siccome questa tentazione l’ho anch’io, la rifiuto, la getto nella fornace della prossima volta, nella certezza che non si conclude mai nulla davvero e che il futuro sarà non una rivincita, un darmi ragione, ma il prevalere di ciò che mi sarà caro.

Guardiamo avanti e magari facciamo un po’ d’autoanalisi: dove abbiamo sbagliato? E se pure non emerge l’errore, qualcosa che ha condotto le cose in una direzione diversa dalla nostra ci sarà pur stato. Anche se fosse che le linee di forza del destino conducevano a quell’esito, almeno il non aver compreso a tempo ciò che accadeva, sarà stata pur stata una nostra carenza. Eppure non penso che ci sia colpa in tutto ciò, quando si vive si è miopi. Riesaminare con la giusta distanza è piuttosto la necessità di guardare a noi prima che all’altro, perché se ci piace vivere il nostro sarà un perenne confronto, un imparare che non apprende mai abbastanza, che ci condurrà a gettarci in una mischia o in una relazione guidati da un sentimento che ci procura energia da spendere. Nulla di più fallace dal punto di vista della razionalità. Nulla di più bello dal punto di vista del vivere.

Ci sono -e saranno- altre volte e l’in cauda venenum non mi interessa come agire, ho già sperimentato l’impotenza del rancore, è un pasto che non soddisfa mai.

17.35

Come usa la sera di novembre,

è fioca quest’aria di primo freddo,

che non sa dove andare e s’appiccica alle case.

Chiude balconi e persiane, accende le piccole luci nei bar,

esce, s’aggrappa ai passi frettolosi,

spegne le labbra che non han baci,

spalma il freddo sui cappottini rossi da stringere forte,

è sera fredda e lo sa bene,

al più concede sorrisi da scambiare correndo.

Lontano suona un telefono,

con l’antico tintinnio che evoca oggetti d’altra età:

le cose non sono ciò che sembrano,

tutto scorre attorno e anche la luce scivola sui muri

fioca di piccole paure, circonda gli uomini la sera.

Che noia il vivere senza certezza d’amore,

che vuoti scava la parola

quando incerta vibra nell’aria,

e lascia stupiti il silenzio: forse quella parola non s’è mai detta?

C’è sembrato, magari era un pensiero più forte,

un’urgenza, un piccolo richiamo d’attenzione,

di novembre, le voci interiori prendono scuri toni di basso,

sciolgono capelli intrecciati e attendono la notte,

e mentre il primo freddo si fa strada, fioca è la sera,

ma nei rumori frettolosi non c’è udito per sentire.

sciocchezze

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Mi turbano inezie, l’insipienza verso i disastri dell’agire quotidiano nei confronti del mondo in cui viviamo, il debito pubblico che toglie ogni prospettiva a tutti fuorché ai furbi, il tirare avanti sperando che qualcosa risolva tutto, il girarsi dall’altra parte, il dire sono tutti uguali, la politica e la sua incapacità a reagire, la difficoltà a perseguire il possibile come alternativa all’obbligato. Mi turba l’inerzia che accompagna gran parte delle passioni collettive, l’incapacità a vedere oltre il proprio interesse, l’esposizione delle persone in mondi fasulli, l’illusione degli amici che si possono cancellare, la difficoltà a sentirsi parte di un insieme vero, di un popolo. Mi turba l’incapacità di legare esterno e interno, la mia vita con le vite degli altri, la scelta di una dimensione piccola perché quella grande si fa fatica a capire, il rifugiarsi in ciò che si ha, il chiudere gli occhi e gli orecchi, il rifiutare ciò che sta fuori delle nostre vite. In definitiva il non capire. E tutte queste sono inezie perché gran parte delle persone cercano ogni giorno di affrontare i problemi del quotidiano, cercano di salvarsi oppure rifugio nella soddisfazione dei desideri, non si pongono più il problema del mutare, casomai se sono giovani, pensano di andarsene. E allora temo che stiamo tutti invecchiando velocemente, che abbiamo rotto gli specchi per non vederci, che nel difendere la nostra casa non ci accorgiamo che la città cade. Tutto questo pensare oltre è sciocchezza se non è pensiero collettivo, è solo dolore personale, incapacità che rende inani di fronte a ciò che è troppo grande per uno o pochi, ma che sarebbe risolvibile da molti. Ecco quel sentirsi soli o pochi traccia il limite della sciocchezza, la porta a colpa individuale, irrisolvibile e quindi senza speranza di soluzione personale. La sensibilità quando prevale l’egoismo è sciocchezza e purtroppo il turbamento nasce da lì.

Asmara

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La città è su uno zoccolo di pietra che si è ricoperto di terra e di alberi. Poi sono arrivati gli animali e da ultimi gli uomini. La strada verso il mare scende rapida, laggiù, 2300 metri più in basso, c’è il caldo, le zanzare, i giorni che sconfinano nelle notti senza riposo, ma anche 100 isole davanti alla costa, la barriera corallina, i pescatori, le barche, il pesce, una bellezza e un blu che toglie il respiro. Altra vita.

La gente degli altopiani è particolare, lo è dappertutto, non si rendono conto dell’altezza e neppure del motivo per cui un tempo sono saliti lassù spinti da qualcosa. Forse il caldo, le minacce di altri uomini, la malaria, chissà, ma comunque fosse allora, sono rimasti e a loro sembra di essere sempre stati lì. Così loro, nomadi, sono rimasti a girare in tondo su quello zoccolo di roccia e alberi. Anche in città girano in tondo. Non sono montanari, neppure contadini, gli abitanti dell’altopiano sono affezionati agli animali. Quelli che trovano e riescono a tenere: pecore, capre, cammelli. Vendono il latte quando c’è, e gli animali quando serve. A molti basta così.

Gli zoccoli di roccia hanno un orlo da cui si vede lontano, aiuta a sentirsi sicuri e chi è sicuro investe su di sé, prospera, forse per questo qui è nata la capitale. Con essa, importanza di case, vie, chiese, moschee, persino una piccola sinagoga, anche se gli ebrei erano pochi e facevano fatica a mettere assieme la preghiera del sabato. Poi venne un mercato, lo fece ras Alula, quello che sconfisse gli italiani a Dogali; un grande mercato coperto in cui vendere e comprare, ma soprattutto trovarsi, bere caffè, farsi tagliare i capelli, confezionare un vestito, combinare un affare e chiacchierare, a lungo, ogni giorno, di tutto.

Del passaggio degli italiani sono rimasti gli orfani, nomi, i cinema impero, gli edifici magniloquenti della piccola Roma, bar, ferramenta. La gente dell’altopiano, li ha guardati, anche cercato di capirli, spesso ha scosso la testa, poi ha atteso. E sono passati. Gli italiani, sono passati, come tutti gli altri. Loro, la gente dell’altopiano erano qui prima di Roma, prima di Tebe, prima insomma. La rift valley non è distante e da queste parti si è mosso l’uomo per andare altrove, loro non lo sanno, perché non sono andati lontano, hanno girato attorno. Sono rimasti.

Anche Addis Abeba è su un altopiano, anche lì la gente si è fermata, ma non nello stesso modo ed è un’altra capitale, altre lingue. Qui il tigrino, lì l’amarico, e chissà quante altre parlate ci sono. Eppoi gli etiopi sono stati nemici, lo sono ancora anche se è difficile per la gente dell’altipiano andare in cerca dei nemici, sta bene dov’è, si sposta con fatica. anche per fare la guerra. Gli etiopi non l’hanno capito e hanno perso. Eppure sembravano più forti, solo che distanti dall’altopiano diventavano deboli. All’Asmara lo sanno, non si spostano volentieri se non per fuggire davvero in cerca di lavoro e libertà.  

Gli uomini degli altopiani sono alti, magri, aristocratici, le donne bellissime; quando si muovono il corpo incede, come un arco contro il sole. Si sono fermati perché c’era pascolo, la notte e l’acqua erano fresche e si assomigliavano perché entrambe toglievano la fatica, aiutavano il corpo a tenersi la vita. Le distanze in giornate di cammino davano l’idea di uno spazio infinito prima del ciglio verso la pianura, così l’altopiano sembrava il mondo e non valeva la pena di andare altrove. C’era tempo, i villaggi sono cresciuti, divenuti pietra e poi città, le vie si sono lastricate per i carri. I commerci sono diventati importanti e l’altopiano attraeva anziché essere un punto di partenza, così anche le pecore hanno fatto percorsi circolari senza più scendere in pianura. C’è stato tanto tempo, e quel tempo che ancora oggi sembra non avere limite si è riempito di guerre e di nascite, di amori e di fatica, all’infinito. Fino a oggi, oltre ogni oggi. Non molto più il là, ancora in Eritrea, il Nilo si ingrossa anche adesso, punta verso la Nubia, qualcuno partiva e loro hanno atteso che qualcuno tornasse da quegli imperi che sembravano leggenda, e negli imperi si parlava degli altipiani e delle loro genti, qualcuno tornava e restava. Raccontava. Da queste parti c’era la regina di Saba, Salomone era infinitamente più distante, ma c’era tempo e così le persone, i re si incontravano.

Quand’ ero all’Asmara, cercavo nei volti, nelle voci, nelle pietre ciò che c’era prima dell’arrivo degli italiani, degli europei, e nelle persone trovavo una consapevolezza che era storia, letteratura, arti, abilità tramandate, ma soprattutto postura del corpo e uso del tempo.  Mi sono fatto l’idea che l’immemorabile venisse da questa confidenza con il tempo, come fossero loro a dettarlo, tenerlo nel giusto conto, senza troppa importanza: un alleato che non si sovrapponeva a loro stessi. La cultura era il tempo e loro mi sembravano i signori del tempo.

l’arte d’intrecciare canestri

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Stasera il vento comincia a ricordarsi che è pur sempre novembre. Domani prevedono pioggia (mi piace l’immagine di questi che prevedono, chissà dove sono, immersi in carte del tempo oppure che sghignazzano chiedendo al nonno se ha i dolori), bello godersi la bicicletta tra le strade illuminate di luce pubblica e dai negozi. Tra poco inizieranno le luminarie, ma quella non è la città che sento domestica, è la città in spolvero, che mostra la propria voglia di festa, di ricchezza. Meglio le falivete delle caldarroste che volano verso l’alto e che sono stagione, cosa di casa. 

Gli occhi del ricordo investigano i segni, un refolo di tramontana riporta ad altri autunni ben più freddi, persone chiuse nei cappotti, sfoggio e necessità di lane, adesso ancora ci sono giacche e al più cotoni pesanti. Capricci del clima. La città non sente freddo, è ancora aperta, accoglie ovunque, le persone per strada che si fermano a parlare, i non pochi seduti all’aperto anche di sera. Si intrecciano voci, appuntamenti, risate e i toni si alzano, si mostrano. Sono distintivi i toni del dire, apparenza, voler essere e mostrare. Attorno è tutto un intrecciare relazioni, dare appuntamenti, proseguire affiancati, costruire reti. Un sociologo inglese ha definito la cultura come l’arte di intrecciare canestri, mettere assieme il dentro e il fuori come si fa con i rami di salice o di nocciolo e ricavarne qualcosa di solido e utile, un contenitore che raccoglie altro, con una sua bellezza. La cultura della città è questo: stabilire connessioni nuove.

Nella piazza si affacciano nove bar, in quasi tutti si può mangiare. In un paio pure bene. C’è ancora qualche tavolo in cui mangiano all’aperto, ora però è il tempo delle sale che si gremiscono. Tavolini vicini, voci che si sovrappongono, chiacchiere e progetti che prendono consistenza. Tutto assieme. Una coppia approfitta del tono alto di due donne per trovare una intimità difficile. 

Questa è mia figlia. E indica una ragazza che approfitta dell’interruzione per consultare il touch screen. Ma dai, sembrate sorelle. Piccole ipocrisie, complimenti tirati e la figlia alza gli occhi infastidita. Tra un’insalata d’orzo e un prosecco, le reti si annodano, costruiscono immediati futuri. Alla coppia luccicano occhi e sorrisi, le promesse mute prendono assai e lo sfiorarsi, lo stringere di mani, i baci fugati, intrecciano possibilità. Questa è una cultura che prescinde dal luogo, così diceva Ulf Hannerz, più o meno. E invece a me piace l’idea che il luogo sia parte dell’intrecciare.

Sugli scalini della gran guardia, altre reti, persone, ragazzi. Cultura come rete che intride persone e luoghi. E’ solo un’idea, una suggestione che mi piace perché penso che nei muri, tra le case, si conservi qualcosa di questa cultura che nasce e ha un passato. Che questi ragazzi, e chi ne è preso, disseminino ciò che apprendono, lo portino con sé per il mondo. E che quella rete non sia solo sentimenti fugaci, ma lingua, sentire, vedere, sensi che nascono in un luogo. Suggestioni, un modo di leggere i rapporti, tenerli, farne esperienza e conoscenza che si trasmette non con i libri, ma come si può, come viene. Anche perché è sera e non fa ancora freddo, ma di calore umano c’è sempre bisogno.

il pane nasce ieri

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Ieri

Con la giusta lentezza, ho impastato la farina e il lievito madre, l’acqua, il sale, l’olio, un cucchiaino di miele. E ora lievita. Stasera dopo la commissione, lo impasterò nuovamente. Farò le piegature, così si chiamano, e pare sia lì uno dei segreti per un buon pane. Lieviterà tutta la notte e domattina sarà infornato e cotto.

Le cose normali, i piccoli caos dell’esterno che preme con le sue urgenze ed incombenze, riportati nell’ordine che si è scelto per dipanare le difficoltà. Ognuno ha i suoi modi. Quando la pressione cresce, io rallento, mi distraggo e faccio cose molto diverse, direi incongrue, come cucinare, leggere un libro in piedi, scrivere d’altro. E così confino la preoccupazione e l’urgenza in un canto, finché trabocca. Ma io spero non trabocchi. E comunque l’affronterò se accade. Qualsiasi decisione prenderà la commissione che coordino, si altererà un risultato. Difficile essere giustamente distanti, troppe pressioni. Ciò che si fa ha la certezza della buona fede, del perseguire un equilibrio in cui possano stare molti, la maggioranza, e questo sembra già molto. Riportare le cose a prima del loro accadere non è mai possibile. Bisognerebbe che dopo un intoppo, ciò che ha fatto traboccare fosse rimosso e il fiume riprendesse il suo corso. E mentre così penso e mi muovo perché questo accada, mi è chiara la difficoltà di capire quale sarebbe stato il corso naturale delle cose. Però penso anche a tutto il buono che c’è attorno e che noi non vediamo, al fatto che si agisce sulla devianza e invece la gran parte di cose che vengono fatte bene, si ignorano. Bisogna rispettare chi agisce rispettando gli altri, chi ha un fine alto e lo persegue con modestia. Siamo circondati da queste persone e non le vediamo.

E intanto, mentre impasto, la pasta si appiccica alle dita: domani il pane sarà cotto, una decisione verrà presa e il corso delle cose procederà. E’ la calma o l’incoscienza che spinge avanti? A volte vorrei poter fare la mossa del cavallo che punta sull’obbiettivo e poi scarta a lato: siamo troppo intrisi di linearità e interiormente così aggrovigliati che pare difficile fare le giuste scelte. Bisogna aggrapparsi ad un ordine, accettare di sbagliare in buona fede, rallentare per capire.

Oggi

E’ mattina, il profumo del pane si spande per la casa, è così reale da sembrare semplice. Ha avuto bisogno di un poca di attenzione e di movimenti semplici, ma nei pochi ingredienti si è maturato un arcano di complessità che avevano un fine, per questo sembra semplice e invece è buono. Insegna molto il pane.

Ricetta del pane semplice:

800 gr di farina, (io uso tre farine: manitoba 300 gr, integrale 250 gr, farina di grano duro 250 gr. Tutto con macinazione 0 o più grossa ( ne viene un pane rustico, se si vuole qualcosa di più raffinato si sostituisce il grano duro con farina di grano tenero)

250 gr di lievito madre, (il lievito è dono di un’amica che ama la forza della semplicità e ne prende la bellezza)

410 gr d’acqua tiepida,

1 cucchiaino di sale,

1 cucchiaino di malto o miele,

1 cucchiaio d’olio.

Il tutto si impasta a mano, con pazienza e forza – quella che si ha- finché è morbido e appiccica, ma si stacca dalle dita. Si fa una pagnotta, si taglia a croce profondamente e la si lascia a lievitare coperta per almeno 3 ore.

Poi si riprende, si impasta nuovamente, stendendolo con le mani e ripiegandolo come fosse un tovagliolo, così, più volte, con pazienza e pensando ad altro. Infine si possono fare due pani lunghi oppure una pagnotta grande, si ripetono i tagli profondi e si lascia lievitare per una notte (7-8 ore).

A mattina, un ora in forno caldo a 180 gradi. E il miracolo della semplicità si ripete.

non c’è niente da capire

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Oggi c’è il sole. La giornata è fresca, come sa fare l’autunno che non promette e non illude, ma regala. Il cielo sopra le case è terso, ampio, senza limite d’altezza e d’estensione. Prima di sera cominceranno i fuochi delle caldarroste e il fumo, dolce, salirà assieme a fasci di scintille. Verso l’alto, verso la sera ancora chiara, con scie che si spengono eppure restano. Come il dolce discreto che riempirà la bocca di gusto rugoso, mentre le mani si scalderanno col sacchetto. E il vino rosso, leggero e rustico, non lascerà quasi traccia. Non c’è niente da capire, non nelle stagioni, non nel godere del tempo e delle cose.

E la musica che ascolto, tra le altre, è questa.

 

giù dalle colline verso la pianura

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Sono colline estenuate, stanche d’appennino. Riottose quel tanto da mostrare ferite di antiche gare geologiche, calanchi, che si gettano in mari che non esistono più. Ma verranno, oh sì che torneranno i mari, la terra è un galantuomo ( strano si metta al maschile le cose che si mantengono, le donne mantengono assai di più, forse pensare oltre il genere fa capire quanto poveri siano i modi di dire a fronte della realtà), ha tempo e si riprenderà la terra data a prestito, la riconsegnerà ai pesci, e attenderà che altre insensatezze la facciano reagire. A suo modo, certo, con quella pacatezza che si scorge in queste colline che contengono l’uomo, non ne sono contenute. Le città di pietra presa dai colli, le cattedrali meravigliose di marmi, il pavimento più bello del mondo, le opere d’arte, le torri arroganti, i palazzi rossi di mattoni, tutto questo immane ingegno profuso, si scioglie nel paesaggio. Perché basta un cipresso a fermare il passo. Un dorso di collina che si staglia contro il cielo, le scie di colori d’autunno giocati sulle variazioni del verde, la natura e l’opera dell’uomo, rallentano l’andare perché presi dalla quantità di bellezza bisogna lasciare tempo per accogliere, per esserne pervasi. Poi magari ci si accorge che mancano i colori del nord, che non ci sono i viali di platani che spingono frotte di foglie giallo marroni verso le auto, che i marciapiedi e i bordi delle strade non croccano sotto le scarpe, che l’aria è priva del mulinare nel vento di fine ottobre. Mancano perché questo è il regno dei sempreverdi, e le piante decidue, che pur ci sono, sembrano complemento al verde, mai protagoniste. Ma tutto manca distrattamente e rende lontano e privo di senso ogni confronto, qui e ora non può che essere così. L’immanenza dell’esistere nel momento qui trova la sua realizzazione, non nella piccola ricerca dell’attimo, nella soddisfazione che si esaurisce.

Scendere a Siena come Guidoriccio da Fogliano è semplice, i paesi sono un po’ più grandi dei castelli del ‘300, ma le colline sono le stesse. Mancano i nomi bellissimi dei condottieri e dei popolani (chissà che fine ha fatto questa capacità di dare ai bambini nomi originali, che tracciavano destini ed erano già un biglietto da visita, sostituendoli con le pletore di Katie, Samanthe, ecc. ecc.), ma se si scava nelle parole dei luoghi, Montaperti è ancora una ferita per una parte e una gloria per l’altra. Anche sui partiti, su quei guelfi (bianchi e neri, con non pochi distinguo, perché in Italia avere una posizione duale è praticamente impossibile e chi propugna sistemi politici binari dovrebbe rendersene conto che questo è il paese in cui ci si dilania sulle sfumature per non giungere mai al contenuto) e ghibellini che fanno parte del nostro modo irrisolto di gestire e separare la cosa pubblica dal credo spirituale delle persone. Scendere è facile dalle colline, meglio per le strade secondarie, meglio evitare le superstrade che puntano a obbiettivi lontani e tolgono la vista, meglio restare nel silenzio, fermarsi al ciglio e guardare. Prima guardare e poi fotografare. E non di rado tenere solo dentro sé l’impressione, perché quel verde, quel colpo d’occhio, quel profumo di legna bruciata, quell’eco di parlata nel borgo, quell’azzurro distante, e soprattutto quell’essere travolti dalla bellezza di esserci e vivere, non verrà mai in una fotografia. Ma dentro di noi sì resta la sensazione, che continuerà a lavorare sui particolari, che penserà alle colline belle come il duomo di Siena, che restituirà una sensazione di equilibrio nella gara del meraviglioso. Era una partita, l’uomo ha dato il meglio, ma il tempo non l’ha mai avuto dalla sua parte e le colline, piano piano hanno inglobato tutto, la cornice si è presa il quadro, rispettando le singolarità, i guizzi di genio, ma alla fine ciò che resta è la sensazione di essere immersi in un tutto in cui l’uomo si inchina, mostra la sua esistenza e si sente parte. questo è il vero equilibrio, la pace, la vittoria della bellezza che non ha vincitori.

piccoli pensieri

La vita degli uomini e’ moltissima e poca cosa, racchiusa in capsule di presente ha spesso rara bellezza, vive di fotogrammi pieni di colore, sensazione, movimento. E se pure non manca il grigiore, il ripetersi, il vuoto, nel vivere il giorno, la vita dà speranza. Ciò che è storto, nel giorno, muta, può evolvere, rovesciarsi, sorprendere. Così la vita è molto, anche se a volte lascia senza parole, in un’attesa che vorrebbe stimoli e invece è davanti al muro grigio della proiezione di ciò che verrà. Il futuro non si annida nel giorno, che semplicemente lo consuma ed esige l’energia che dovremmo trarre dalle scelte, dalle rinunce.

Il futuro ha bisogno di senso e di storia e come per un film, coglierne il senso implica mettere assieme una storia, legare, assegnare ruoli e significati, in questo la vita ha blocchi grandi di ruolo in cui pare vi sia un senso dell’età. Cose conosciute, contenitori: la fanciullezza, la giovinezza, l’età matura, la vecchiaia. Da sempre i ruoli sociali dell’età riguardano i contenitori prima che gli individui, le vite come sequenza e funzione prima d’essere senso individuale. La società ha bisogno di vite uguali, è indifferente alla disperazione del senso. Queste sembrano non riguardarla come del resto tutto ciò che concerne le storie individuali, per questo il condizionamento esterno ci consegna alla ricerca della sensazione, per capire d’essere vivi nonostante il ruolo assegnato. Oltre quel ruolo. E’ fallace tutto ciò, perché accetta ciò che ci viene imposto e non vede la coesistenza del bambino, del giovane, dell’età matura e del vecchio in ogni momento della vita raggiunta, in ogni età. Rispettare noi nel presente è rispettare le nostre età che convivono, dare loro, tutte assieme, un futuro.

gaudeamus igitur

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Lionel Barber, il direttore del Financial Times, ha scritto una lettera ai suoi redattori che dice in modo esplicito ciò che sta avvenendo nel mondo della propagazione della conoscenza: la parte cartacea del giornale sarà il risultato della edizione web e non viceversa. Quindi chi lavora nel giornale cambi e si adegui al mondo.

Davanti al Bò, cinque o sei feste di laurea con tortura del laureato seminudo, getti di talco e schiume, canti, un tempo sboccati, che si ripetono senza fantasia. Cerimonie festose di parenti attoniti che saranno seguite da altre tutto il giorno. Ogni anno 7000 laureati. Nel chiostro del cortile antico, tra gli stemmi di professori e studenti di 400 anni fa, un funerale con l’alzabara di un professore. Le feluche nere dei commessi sono attorno in un triangolo perfetto, massonico, gli allievi e gli amici ai lati del cortile. Alcuni studenti hanno i mantelli degli ordini goliardici e i cappelli colorati di facoltà.  Sollevano il feretro tre volte al cielo. Poi passano la mano e cantano il Gaudeamus igitur. Al primo piano del cortile, ci sono le sale museali del Bò che conservano i teschi dei professori che lasciavano il corpo agli anatomisti dell’università. L’anatomia è nata qui. Vicino all’aula magna la cattedra di legno grezzo, dove la tradizione mette il Galilei a insegnare.

Fuori e dentro, speranze e tradizioni fortissime che regolano un mondo a parte, chiuso, dove la cultura si è tramandata, ha creato gerarchie, certezze e rivoluzioni. Ma da troppo tempo non si apre, non abbatte i propri steccati. Il Financial Times sta insegnando qualcosa che riguarda i modi di trasmissione del sapere e ridisegna professioni e modi. In quanti qui dentro si stanno accorgendo che questo riguarderà tutto il modo di apprendere?

Ogni curiosità trova una risposta nei motori di ricerca, manca la verifica, si dice, ma la verifica della rete è superiore a quella universitaria per democrazia e apporti. Ed è proprio il ridurre la cultura a curiosità che sta mutando l’approccio al mondo. Molto è mutato negli ordinamenti scolastici, ma come questi siano in grado di affrontare assieme i privilegi dei detentori di cultura e chi ne fruisce ancora non si capisce. Quel che è certo è che il mondo che vedo ogni giorno passando tra gli edifici dell’università è affascinante proprio per la sua “esclusività” che è esclusione. Extra Gottingam non est vita, ancora attrae, come l’alma mater studiorum, il sapere come sazietà di bisogno di conoscere. Un luogo e una madre che nutre. Solo che all’esterno di quelle mura è avvenuto, e avviene una rivoluzione, i libri si dematerializzano, il sapere diventa altro e ciò che sta dentro quei palazzi onusti di gloria, si avvia a diventare un unico grande museo.

In questo si misurerà il coraggio della sfida dell’intelligenza al mondo: chi saprà per primo interpretare il nuovo e farne una nuova modalità di lavoro anche per la conoscenza, vincerà. Come ai tempi di Marsilio, di Galilei, o di Morgagni, stavolta rovesciando i flussi, non si andrà dal docente, ma questo verrà a chi vuole apprendere. Sembra facile, ma non lo è e sopratutto non ha il fascino e i privilegi di adesso. Resterà la conoscenza come motore. Non è poco.