l’inverno del nostro scontento

“ora l’inverno del nostro scontento 
è reso estate gloriosa da questo sole di york,
e tutte le nuvole che incombevano minacciose 
sulla nostra casa sono sepolte nel petto profondo
dell’oceano…

…ebbene io ,in questo fiacco e flautato tempo di pace ,
non ho altro piacere con cui passare il tempo se non
quello di spiare la mai ombra nel sole e commentare 
la mia deformita’.
percio’ non potendo fare l’amante
per occupare questi giorni belli ed eloquenti,sono 
deciso a dimostrarmi una canaglia e a odiare gli oziosi
piaceri dei nostri tempi.Ho teso trappole ,ho scritto 
prologhi infidi con profezie da ubriachi ,libelli e
sogni …”

Riccardo III  W. Shakespeare

Ciò che si ha non è sufficiente. E non per ingordigia od altro, ma proprio perché sembra non rispondere a qualche bisogno. Servirebbe una teoria soddisfacente di controllo dei bisogni, c’hanno provato per secoli. Ancora ci provano, deviandoli, negandoli, attribuendo loro aggettivi negativi e infine inducendo la colpa. Se non si è soddisfatti è perché sbagliamo qualcosa non perché ci manca qualcosa. La ricerca dovrebbe essere concentrata sui bisogni, sul far emergere come essi/esso sono parte della nostra vita. E a volte sembra di individuarlo, il bisogno, ma alla prova dei fatti ci si accorge che ci deve essere dell’altro. Forse per questo ci circondiamo di sostituti, di palliativi più facili perché esiste una fatica nel bisogno e nella sua soddisfazione. Ciò che ha distillato la civiltà è il farsene una ragione, trovare una medietà che non faccia né troppo male né troppo bene, perché entrambe le situazioni sono davvero difficili da gestire a livello singolo. Figurarsi a quello collettivo. Non ci sarebbe ordine. Ifatti il bisogno, il desiderio sono una rottura dell’ordine e questa è una colpa grave, da espungere dal consesso comune. Quindi vanno bene i bisogni modali, positivi perché comuni, gli altri no, sono devianti. Anche nei sentimenti funziona allo stesso modo. Ma tornando a noi -per fortuna esiste l’individuo- forse un modo di vedere il rapporto bisogno soddisfazione, oltre ad identificare davvero il bisogno è quello di considerare che queste insoddisfazioni sono uno specchio e un percorso dove si mostra ciò che manca e si indica una strada che tenta e non ricongiunge se non in pochi fortunati momenti. In qualche momento il recipiente si è bucato e non si colmerà più, ma continuare ad attingere è ciò che lo fa vivere.

p.s. molti anni fa studiavo Agnes Heller e la teoria dei bisogni, sullo scontro tra soggettività e potere. Eravamo, in molti, convinti della sua giustezza e ciò che era materia di riflessioni filosofiche entrava nella vita quotidiana. Parole e vite che si modificavano reciprocamente. Poi il marxismo venne messo in disparte, vinse il capitalismo e i bisogni confluirono nell’edonismo e nella competizione. Come se l’etica calvinista avesse alla fine fatto piazza pulita del desiderio e del bisogno (e dell’uomo), dello stesso Freud e della psicanalisi, per sostituirli con una nuova, molto terrena e laica, cultura della grazia e del favore degli dei. Ciò che ne ha fatto le spese è la passione: l’uomo che tempera eccessivamente il desiderio e il bisogno, elimina le passioni forti. Ma questo non è un male per la società dove il cambiamento è solo fluidità.

per tutto una misura

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Abbiamo bisogno di una misura, per ciò che vediamo, per ciò che sentiamo. Ovunque.

Stamattina il prato è inondato di sole, secchiate di luce buttata per ridere, per fare felici.

L’aria corre sulla grande piazza, tra gli alberi, le statue, l’acqua, l’erba, i ponti di pietra. Quanta aria tiepida e nuova? Volumi, fiumi, correnti come i flutti di Leonardo, ricchi di ricci e piccoli vortici.

E tra questo fiume di luce e d’aria che non si vede, ma si sente, persone che parlano, prendono il sole in costume, sorridono sedute sull’erba, sulla pietra porosa del bordo d’acqua, sotto gli alberi. E non sanno perché oggi stanno più bene del solito, ma lo vivono.

Come si misura lo star bene? E la felicità? Il primo quando si riempie il contenitore che abbiamo dentro e che dice ad ogni cellula di vivere senza pensarci troppo. La seconda quando qualcosa che ha buon sapore, trabocca.

Passandoci in mezzo vedo l’allegria inconsapevole che corre, e sembra non avere misura, ma io la so: è essere lì, adesso, ora e così fischietto.

E ho anche fame.

ogni persa è lasciata?

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Twoo mi comunica che mi sono persa una Alessandra da Scorzè. Con periodicità quotidiana mi rimprovera il signor Twoo che mi perdo persone. Sempre donne, con una serie di Marie, Sabrine, Jessiche, Anne, Giovanne, ecc. ecc. Non passa giorno che non me ne perda qualcuna, tanto che sono ormai seriamente preoccupato per la mia memoria, chissà dove le metto… Ma torniamo ad Alessandra, forse l’ho lasciata e non me ne sono accorto perché non mi pare di conoscerla. Da queste parti si dice, memori delle carestie, che ogni lasciata è persa e quindi si sta bene attenti… Ma forse l’ho proprio persa e se vale la dimostrazione al contrario, cioè che ogni persa è lasciata, l’ho lasciata prima di conoscerla. Questo induce non poche speculazioni sulla vita e sui filtri che le mettiamo: quelli che non conosciamo li perdiamo più o meno coscientemente ? E al contrario dovremmo conoscere tutti? Questo sarebbe leggermente faticoso, ma forse è questo che sott’intende Twoo? Cioè che invece di perderle le devo conoscere tutte?  Oppure mi dice che l’ho conosciuta e me la sono persa? Preferisco pensare che sia una mia disattenzione e che non l’ho proprio conosciuta e magari era in mezzo alla folla del 25 aprile e io me ne sono andato senza salutare. O che l’ho incontrata per il corso a Padova e come al solito ero perso nelle mie elucubrazioni e non l’ho vista. Oppure che lei fosse a Venezia quando mi sono fermato alle zattere a guardare un palazzo che passava in canale, ed era una nave.  Comunque sia, mi spiace essere stato scortese con Alessandra, che pure è simpatica e bella.

Anche con Twoo, mi spiace essere scortese, lo disabilito perché non gli ho chiesto niente e continua ad offrirmi un campionario di persone che non conosco e neppure ho voglia di conoscere. Si trova ciò che si cerca, così mi hanno insegnato in analisi qualitativa, e vale pure per la vita. Se non cerco, ciò che arriverà sarà una sorpresa, non un catalogo.

la religiosità dell’umano

Bisognerebbe parlare solo di ciò che si conosce. Ciò che si sente è un’area grigia dove la logica si perde. A maggior ragione ciò si capisce nella sfera del religioso e del credere. E chi non crede che fa, viene espulso dall’umano? Pur tra i tanti fondamentalismi, il poter esprimere l’onestà del sentire e non la convenienza, ha la possibilità di una carica di verità che fa onore alla civiltà. La civiltà del dubbio e del relativo ammette, quella delle certezze, esclude. Vale anche per i nuovi teismi, per le fedi scientiste, per la sopravvalutazione del reale, inteso come unico. Ripensando al racconto evangelico dell’ultima cena mi chiedevo se la storia comprendesse una inclusione, una apertura oppure se già ci fosse la differenziazione tra un noi e un voi. Non è cosa da poco perché ci si è messi 2000 anni per arrivare alla distinzione tra errante ed errore nella chiesa cattolica, ma non era questa che m’importava, mi chiedevo se la storia così come narrata e privata dell’alone dell’assoluto e del divino, contenesse un messaggio così universale da essere questo sì fondamentale e tolto dal tempo. Il prima della narrazione del Cristo è fatto di inclusioni, il discrimine è il credere come termine della salvazione, l’accoglienza del messaggio umano, comportamentale. Questo è ben più difficile del credere divino perché induce una prassi di vita e di relazione. E’ ben più facile credere alla salvazione piuttosto che praticarla con i gesti quotidiani. Più facile credere in un dio che salva piuttosto che nell’uomo. La storia dell’ultima cena viene letta conoscendone già la fine, ma io voglio pensare che se essa ci fu non fosse così triste, che ci fosse la convivialità e l’amicizia come dato prevalente e che solo il Cristo sentisse il peso della possibilità di una fine. Una fine che l’aveva seguito per tutta la predicazione, che l’aveva accompagnato nella rottura delle consuetudini, nell’inclusione dei pubblicani, delle prostitute e dei peccatori, Era questo lo scandalo per l’ortodossia. Scandalo che si riproduce tal quale nell’ortodossia della nuova chiesa, quella generata da un messaggio che dovrebbe essere inclusivo, badare all’uomo ed invece punta a dio, alla sua difesa dal dubbio, dalla ragione, dallo stesso uomo. Come se la divinità fosse più importante dell’uomo stesso. Ma è questo che diceva il Cristo? La condivisione è comunicazione profonda, amore e questo segue l’uomo che ama e condivide secondo possibilità ed errore. La possibilità di amare è per sempre, amore è momento, condivisione profonda, scelta che si ripete, non per forza ma per libertà. Mi piace pensare che quella sera ci fosse il rito, l’allegria inconsapevole dei discepoli, la preoccupazione del Cristo e anche il suo vivere assieme a loro. Ciò che viene dopo riguarda ancora di più l’uomo: l’angoscia, la tortura, il supplizio, la morte, sono gli elementi di una storia ripetuta infinite volte e che ancora si ripete. Qui mi fermo perché il passaggio successivo esige convinzioni ed analisi che non ho, in fondo a me interessa l’umanità che esprime il messaggio cristiano non il dogma, ed è lo stesso interesse che emana da altri messaggi che riguardano l’uomo. Neppure mi interessa il sincretismo tra religioni, è la storia di una positività di pensiero umano che riguarda la comunicazione profonda e l’amore che m’interessa perché questa agisce sul reale, sul presente e non ha bisogno di credere ma di essere profondamente umani.

solista

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Le camere d’albergo si assomigliano tutte. Anche quelle a cinque stelle. E’ l’odore che non va via. Odorano di moquette anche se non c’è. Ma forse è solo stanchezza. Nella stanza del solista non mancano mai i fiori, all’inizio coprono l’odore, ma poi quando si è stesi si sente. Dev’essere l’odore di non avere un luogo. Un luogo vero, non la casa. La casa c’è. Bella. Ricordo la casa di Rostropovich a Mosca, era un intero palazzo, comprato un pezzo alla volta e riempito di ricordi e di desideri avverati. Però, forse è stata più casa sua quel concerto ai piedi del muro di Berlino appena abbattuto, con i ragazzi e la speranza attorno.

E’ difficile da capire, ma quando inizia un concerto, in una sala ci sono centinaia di persone, spesso ben più di mille. Sono sedute a fianco le une alle altre. A volte si conoscono, a volte sono stati messi assieme dal caso. Ogni testa pensa per suo conto, ha problemi, vita e desideri suoi. C’è l’attesa del concerto, spesso si parla perché non si sa stare in silenzio, comunque il brusio, le risate, gli stessi silenzi, attendono e intanto pensano ad altro. Poi quando arriva il solista, c’è l’applauso liberatore. Chissà che significa quell’applauso, forse è il benvenuto, la spinta di incoraggiamento, l’espressione dell’attesa. E quando inizia il concerto, c’è il silenzio, ma l’attenzione non è immediata. Quelli bravi, solisti intendo, catturano subito l’attenzione, gli altri fanno fatica. Per un poco ci sono i pensieri personali e non c’è estraniamento di chi ascolta. Accade anche quando c’è un buon oratore, ma con la musica è più difficile, perché la musica lascia pensare. Il solista lo sa e quando inizia deve isolarsi, pensare a sé e alla musica, non a chi ascolta. E’ una questione sua, per questo il palcoscenico può diventare una casa, un qualsiasi luogo in cui si suona, può essere una casa, ma non quella stanza d’albergo. Quello è il ricettacolo dell’ego ipertrofico, dei dubbi che ci sono, prima e dopo ogni prova, della stanchezza, dei mali veri o immaginari, del tempo dopo l’esaltazione, della sconfitta, della gloria di chi ha ascoltato. Ma non è una casa.

Questa sera Radu Lupu ha suonato  Schubert e Schumann, ha stupito e attratto, ha riempito di vita propria le note di due secoli fa, ha aperto squarci nelle convinzioni, ha messo in discussione punti di riferimento. E’ stato grande. Aveva male alla schiena e si vedeva. Camminava con lo stomaco in avanti e non si piegava, chissà quanto di quel dolore è finito nelle sue mani e si è trasformato in un nuovo modo di vedere la sonata in fa maggiore, oppure i Kinderszenen. C’erano scoppi di note e pianissimi. Non li ricordavo così, ero abituato all’interpretazione morbida e romantica. Poi mi è parso che questa fosse l’interpretazione romantica e le altre un po’ slavate. La testa si è svuotata ed io, assieme a moltissimi credo, abbiamo lasciato che la musica ci prendesse. C’erano i soliti colpi di tosse, i piccoli rumori che in un concerto non mancano mai, come se la musica tirasse fuori anche il disagio, il male che c’è dentro. Accade sempre quando c’è silenzio e nella vita convulsa che facciamo molto meno, significherà pure qualcosa.

Ho pensato che il solista è un grande artigiano prima che un artista, che il suo lavoro è il risultato di una fila interminabile di errori tolti dal risultato. E che quegli errori non generano il giusto, l’assoluto, il definitivo, ma che il risultato diventa a sua volta un punto da cui partire. E’ più facile con le parole, si tolgono o si gonfiano di aggettivi e alla fine qualcosa avrà una forma che sembra perfetta, ma le note sono quelle. E’ possibile agire sulla durata, sui tempi, ma alla fine non lasciano scappar via, sono un confronto perenne. E’ la loro forza e ciò che fa la differenza tra i grandi e i mediocri esecutori. Stasera anche se è stato davvero grande, avrei preferito che non applaudissero subito, in fondo il solista aveva fatto una fatica enorme per arrivare ad un punto, a un silenzio. Ecco avrei preferito si fosse rispettato di più quel silenzio. E che lui lo avesse portato con sé, in quella camera dove dormirà, come un segno, non di gloria, ma di condivisione profonda, e che pensandoci, stanotte, non ci fosse per lui quell’odore di albergo, ma quello di casa. 

sogni di poliestere

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Quella che sembrava una testa, 

e uno sguardo di minaccia,

si rivelò una tenda, un poco accartocciata,

e in realtà gli occhi erano fiori blu,

pervinche o fiordalisi,  ma in file un po’ banali, 

era vera la luce usata, 

il buio che inzuppava le case attorno

e una discreta solitudine

propagata e uniforme nella notte.

Bastò chiudere una persiana,

farsi qualche domanda e,

ad una ad una, le risposte, sfilarono in parata.

Conosciute da buon tempo,

allegre sembravano salutare con la mano

mentre le cullava il sonno,

finché, incuranti di tempo e luogo, furono sogni, e

fu così che venne la mattina.

Alzando la persiana,

c’era profumo di risveglio e di caffè e, 

la tenda, senza volto ed occhi

ora, allineava fiori blu contro la luce

e si gonfiava ingorda

d’essa, traboccante dai vetri,

dalle risposte,

dalle strade,

ma non pareva nulla,

era solo poliestere d’una finestra a fronte

che al più occultava qualche pensiero,

desiderio od ansia simile alle mie,

troppo poco per un sogno nella luce.

commercianti

eritrea 2007 107

Improvvisa mi prende una piccola nostalgia di luoghi e persone conosciute. Suoni, immagini, un taglio di sole, ad esempio, che colpisce una pila di sacchi di riso cinese, l’odore forte del pesce affumicato vicino agli imbarcaderi dei traghetti. Traghetti? Ammassi di ferro, ruggine, vernici sovrapposte scrostate, nomi cancellati e grasso, tanto grasso per far correre ingranaggi stanchi. Ovunque persone che vendono. Africa, oriente, sud america, i modi cambiano poco, anche le persone sembrano assomigliarsi. Poi non è vero perché gli ambulanti hanno un proporsi ben diverso dai bottegai. Anche gli abiti sono differenti, le donne più curate, i bambini vocianti, insistenti, ma non straccioni. Come si dovesse vendere se stessi oltre alla merce, spesso molto precaria, usuale, magra di guadagno. Di quel vociare senza strilli emerge nel ricordo un ordine gerarchico, e in certi luoghi, era come vi fosse un accordo, per cui evitato il primo, il secondo, e via via avanti, alla fine si era presi da sfinimento e qualcosa si comunque si comprava. E che questo fosse previsto, lo dimostrava il riunirsi del gruppo, le parole e i sorrisi con gli sguardi che si voltavano verso di noi, le dispute e non di rado, uno staccarsi per tentare un’ulteriore vendita considerato il successo della prima. In molti luoghi è difficile produrre, la manifattura è cosa da ricchi, per sfamarsi, agli stanziali, ché i nomadi vivono pure di stenti, ma di altro, resta l’agricoltura, con enormi precarietà e il vendere ciò che si può consumare subito. E il commercio ambulante diventa l’attività più semplice, che possono fare i bambini, le donne, i vecchi. Gli uomini commercianti li troviamo nei serragli, nei negozi, nelle attività appena più complesse. Così emergono le immagini dei negozi senza vetrine, la polvere che entra dalla strada e ricopre tutto, le merci cinesi coloratissime di plastiche che si disfano, le merendine, i dolciumi nei piccoli bazar, accanto a pentole d’alluminio indiano. Attrezzi da cucina che compriamo e finiranno poi nei mercatini di beneficenza, immagini di santoni, riso e grano, cotone a fiocchi, improbabili frittelle impegnate a lottare con mosche voraci, bibite che imitano coca cola accanto a succhi di frutti strani. E poi collanine, vetri cinesi, qualche cimelio di tecnologia, vecchie macchine fotografiche digitali spacciate per novità, droghe colorate, colori da muro, martelli, chiodi, trapani, sempre cinesi, sacchi di sale da 18 kg, persone che entrano ed escono, stanchezza di chi sta dietro al bancone. Spesso il proprietario è seduto per traverso, quasi non si vede dietro al banco, osserva, interviene poco, se necessario discute con me, occidentale, ma con distacco. Sa che compriamo poco di quello che ha, al più può offrire a un prezzo esorbitante, qualche prodotto d’artigianato che non fa parte del negozio, però la cosa finisce subito. E’ strano, ma la stessa posa e gli stessi modi li ho trovati ovunque nel mondo, come esistesse una lingua segreta dei commercianti e del commercio. Le botteghe si sovrappongono nei ricordi, e così i commercianti; c’è la piccola soddisfazione di una trattativa condotta bene, la sensazione, poi divenuta certezza, d’essere stati imbrogliati da chi sembrava affidabile, ma sopratutto emergono particolari. L’odore delle stoffe nei negozi d’Africa, nei bazar di Aleppo, o a Rosario, i cento posti dove il cotone in pezze impilate e verticali, attira l’occhio e poi colpisce l’odorato. Il cotone in fiocchi, la lana non filata di certi piccoli banchi del Senegal. Il sentore di polvere nei negozi di tappeti, il confondersi dei disegni che si sovrappongono, la morbidezza e le trame sui rovesci mostrate come fossero mappe d’una intelligenza perduta. La paccottiglia, il riprodursi delle immagini dei dittatori, l’assenza di queste immagini dove la dittatura è più pericolosa come in Eritrea e l’abbassarsi delle voci o il silenzio, quando se ne parla. I residui delle colonizzazioni nei negozi, che affascinano con le loro storie, i libri mastri in calligrafie di primo novecento, gli angoli dove siedono chi è rimasto a vendere il passato: le vedove e i figli dei matrimoni (?) misti. I mercati dei robivecchi dove la civiltà accumula i suoi rottami e tutto viene smontato per avere nuove vite; gironi infernali di grasso, nafta e bambini che scompongono motori e lavano pezzi di metallo, raddrizzano lamiere, segano vecchie tavole per nuovi mobili. I banche delle spezie, i venditori di caffè e di thè, che si aggirano dove c’è commercio, la frutta, il grano, le farine, i legumi secchi. Un mescolarsi di odori, di proposte, di incomprensioni, di segni sulla carta. Qui si scopre che i numeri non sono un alfabeto universale, e a volte neppure le addizioni. Giornali per incartare, piccole discussioni incomprensibili, il dito che indica, le mani che gesticolano: aggiungi, togli, il peso. All’Asmara volevo comprare la bilancia, alla fine non abbiamo trovato un accordo ed è stata una fortuna. Cosa ne avrei fatto di quel trofeo così precario nella mia casa strapiena, non lo sapevo né allora né adesso, mentre continuerà a fare il suo lavoro, più o meno onesto, dove serve. Meglio così. Il ricordo genera collegamenti strani, sbalza dalla polvere dell’Africa o della Siria, al freddo del Canada, all’ombra di una stradina di Buenos Aires dove vendevano vecchi bastoni animati. Lame di Toledo, giuravano. A quel tempo gli aerei accettavano tutto. Però adesso mi fermo su una lama di sole che taglia un pavimento, illumina un bancone scrostato, il viso del proprietario seduto è nell’ombra, ed io guardo le persone che a fatica comprano riso e sale. Mi ricordo di quando mia madre mi mandava ad acquistare la pasta e un quarto d’olio, e mentre aspetto la mia coca cola scaduta, mi prende una malinconia affettuosa, ma dirne adesso non è il caso. Sono quelle vecchie ubbie di cui ormai ci si ricorda da soli, perché parlarne assieme ci si sente un po’ ridicoli. Pago ed esco, guardo la strada, i motorini scassati, e i pulmini altrettanto scassati, ma coloratissimi. Il commercio non è l’anima del mondo, ne è uno specchio, ed è anche un nostro specchio, mi chiedo cosa ci vedo e perché la malinconia non se ne sia andata. 

cominciamenti

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Da dove si fosse originato tutto ciò non importava molto, forse era solo naturale come ci si muta in famiglia e lo stesso bisogno assoluto dei primi anni, quel darsi nella crescita poi tocca la voglia di misurarsi, di non coincidere nei desideri comuni, nel mettere in discussione l’autorità. Un individuo si forma, cresce, si stacca e nuovamente cerca di unirsi, ma quella seconda unione non è una scissione dallo stesso corpo, piuttosto è il tentativo di riformarlo. Di questa fase che gli sembrava così forte, pregna di significato c’erano le gioie profonde del coincidere, la necessità del distinguersi, il piacere di provare qualcosa che veniva condiviso ben oltre la superficie…

Se poi quello in cui abbiamo creduto si rivela senza luogo, se la speranza cede e sembra più non esservi più parte, se le parole perdono significato e calore così si può fare? Rifugiarsi in qualche passione sostitutiva, provare sempre cose nuove perché il conosciuto in quanto non assoluto annoia, costruirsi castelli che proteggano dalle domande? Molti di noi sono orfani non della propria gioventù ma dei sogni che essa ha generato e rinunciare definitivamente ad essi significherebbe rinunciare all’idea di uomo e di società che giustifica il lottare per vivere assieme. Lasciarsi andare, rinunciare in fondo é facile se non si è creduto abbastanza, più difficile rinunciare alle passioni, alla volontà di cambiare se e il mondo che ci sta attorno. È il significato di questo mutare …

Ho sviluppato una serie di modalità sonnolente utili nelle diverse occasioni, tutte con discreta dissimulazione ovvero con la manifestazione di un atteggiamento che suscita il dubbio, ma non dà certezze, rispetto all’effettivo essere svegli e di ottima soddisfazione per le mie necessità. Importante e’ avere un assopimento vigile e un’azione sul tempo che permetta a quest’ultimo di scorrere, ma a chi dorme di controllare quanto avviene, in modo da passare da veglia a sonno in una frazione di secondo. Cose da sentinelle, insomma…

Le palestre sono luogo di stordimento, di reset, di confronto, di fisicita deviata. Gli sguardi si valutano come al corso, di odori sudati, di pensieri azzerati. Corrispondenze tra muscolo pensiero obbiettivo fatica: deve finire in un lago di sudore. E i risultati si vedono, segno della presunta superiorità della vita cogitante. I muscoli pensano a modo loro, guizzano, attirano e producono ferormoni…

La sconfitta, amica mia,è lasciare che la notte sia senza sogni, che la disperazione passi di bocca in bocca. In ogni guerra, rivoluzione, direi in ogni amore che si volta indietro, la somma delle speranze, dei mondi possibili si scontra con la morta acqua dei compromessi. E’successo sempre e ad ogni caduta qualcuno si è rialzato, ha cominciato a pensare e parlare di un mondo possibile, più vicino ai desideri, qualche altro l’ha ascoltato e il mormorio ha alzato la voce…

Il bisogno di tenerezza si esprime, chiede, cambia la voce e il gesto. E’ disponibile a dare subito e condividere. Dove si è generato? Quale mano ha cominciato a scavare e creare una voragine che non si colma se non per momenti, tempi brevi, e poi ricomincia? E’ qualcosa che si è avuto e ha creato un’abitudine di piacere oppure qualcosa che è mancato e sin da allora si è cercato. Confondendolo con altro, surrogando e surrogandolo, oppure facendone scorpacciate infinite. E’ apparentemente collegato e scollegato da ciò che accadde, la sua natura è qui e ora. Forse per questo i fortunati(?) ne conservano un equilibrio, una ragione, mentre gli altri sono senza un limite che dica basta…

Continua. Forse … 🙂

leggere

Uno di quei libri che ti prendono per stupore e scrittura. Dove attendi accada qualcosa che faccia bene al protagonista e a te. E tutto scorre verso una fine, perché bisogna pur concludere un discorso quando si sente che è ora. Può essere dopo 80 pagine o 800, basta non menare il can per l’aia. Anche per le storie diventa tardi e, dopo aver guardato i visi e l’orologio, resta solo da salutare e andarsene. Al più si può sperare che il sogno riprenda il raccontare e corregga la realtà, ma quando accade? C’è un momento perfetto per chiudere, quello in cui c’è una fine e non è desiderata. L’arte è cogliere quel momento.

Quei coriandoli nel deserto che danno titolo al libro diventano metafora della naturalezza dell’intelligenza e carnevale della vita. Della sua serietà nelle cose terribili che riguardano i singoli e noi tutti, ma anche del transeunte, del mutare l’importanza dell’immediatezza in un continuo introdurre variabili in un’unica equazione. La vita si complica e si semplifica, anche dove le storie sembrano così lineari. Sentimenti, personale, collettivo, passioni. E intelligenza, che si esprime secondo rivoli che i più subiscono, ma che riporta a sé, al bisogno di capire, di scomporre i problemi, conoscere e fare passi avanti. Capisco che non fu un confronto all’interno di un gruppo straordinario, forse irripetibile, che visse in Italia, a Roma, in quella via di Palisperna in cui si rivoluzionò la fisica, ma che riguarda tutte le intelligenze, quasi che alla fine il procedimento fosse lo stesso e tra il genio e chiunque, non esistesse un modo differente di mettere in relazione intelligenza e vita, casomai il problema è comporre tutto con i sentimenti, la sensibilità, le passioni. E’ inutile cercare di arrestare il progresso della conoscenza, l’ignoranza non è mai migliore. Lo afferma Enrico Fermi e il protagonista del libro, Enrico Persico, fisico pari a Fermi ma senza Nobel, racconta di averlo sempre pensato. Ma lui è diverso e, in fondo non accetta la sua diversità che lo rende umano e quindi grandissimo. Nella storia si comprende che ci fu chi vide l’implicazione della scoperta, anche nei suoi effetti distruttivi e se ne ritrasse e chi invece continuò. Si apre il dubbio su quanti modi ci siano per conoscere, quanti di questi siano silenti, leggeri sulla storia, non meno importanti e per altre vie si facciano strada. In fondo è così superficiale attaccarci ai simboli, alle mode, a un Nobel. Quando le vite sono così intrise di conoscenza c’è chi vede oltre e decide, anche di condurre l’intelligenza altrove, come fosse uno strumento e non un fine.

Bello leggere un libro di grande nitore e dolcezza, inusuale di scrittura e per ciò che evoca, dove le donne sono grandi in assoluto, nel loro modo così singolare di essere altro, e gli uomini si rincorrono. Come fosse un gioco, e forse è davvero un gioco preso troppo sul serio. E’ così bello e raro quando l’intelligenza si accorge degli altri, frequenta l’ironia, e non il sarcasmo, che vien da pensare che questo sia il modo di conoscere davvero. Non l’unico: quello che si vorrebbe.

il libro è Coriandoli nel deserto di Alessandra Arachi e questa non è una recensione, ma una manifestazione di felicità di leggere.

del perseguir l’inutile

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Oggi qualcuno, in radio tre, si chiedeva perché e a chi si scrive. Sembrava mi stesse parlando: scrivi per te? E chi se ne frega…

Capisco, bisogna scegliersi un interlocutore. E allora io scelgo te che sei curioso e paziente. Maschio o femmina, ti chiedo di sederti e ti mostrerò le parole che metto in fila. Alcune mi piacciono molto, sono piene di significato e simboli, altre le uso perché sono me, le porto appresso da sempre o quasi, altre ancora mi sono piaciute ma si perderanno, comunque quello che ne esce mi riguarda. Ma qui mi fermo perché la testa è tua e se posso permettermi, quel chi se ne frega, lo puoi adoperare subito, ma è un po’ fascista. Cioè si interessa poco degli altri e in particolare di chi non la pensa allo stesso modo, ha la puzza sotto il naso di chi si sente al disopra. Però se questo è il limite dell’attenzione, allora forse rappresenta in modo improprio, ma bene, ciò per cui uno può scrivere, l’utile ad esempio. Oppure l’attenzione legata a un vantaggio possibile (ancora l’utile). Oppure, ancora, il bisogno d’apparire (che è anch’esso legato ad una utilità personale). Naturalmente ci sono molti altri motivi per cui una persona scrive, ma se guardi bene, il concetto di utilità si troverà spesso. Qui invece c’è molto di inutile, diciamo che al più riguarda i curiosi, i perditempo che si fermano a guardare i lavori e giustamente pensano che li farebbero meglio.

Il rapporto tra chi scrive e chi legge, mi ricorda la fatica di chi guarda, da dentro, l’orologio della torre. Si è saliti per il panorama, ma se si legge l’ora, ascoltando il ticchettare dei meccanismi, è una soddisfazione. Così emerge che, per me è importante ciò che non ha un fine su cui si misurare il successo, e la fatica di leggermi sarà, al più, un andare assieme da qualche parte.

Allora scrivere è distillare parole, lasciare che salga il loro grado alcoolico attraverso il sentire, berle degustando, e pensare ad altro. Ché poi è proprio quest’altro che c’interessa, non l’utile o quello ch’è scritto, ma ciò che ha suscitato.