crescere

In evidenza

Il freddo era più freddo e più caldo il corpo.
Nel pomeriggio cominciavano a fiorire desideri,
nuovi come l’età,
densi e vischiosi,
d’un ordine difficile
nell’ordine bambino.
Guardarsi crescere in ogni dove
e capire poco mentre ci si forma,
di quel tempo vedo il colore,
del rosso carico di lampi e del blu che cade,
mescolati nel buio della conoscenza nuova.
L’anelata chiarezza,
mentre tutto era esagitato e fermo,
era nel fresco d’acqua lasciato scorrere tra dita
e aveva un nuovo senso,
com’era senso il sentire acuto
del tempo tra necessità piegato
e poi disteso nelle improvvise voglie.
Crescere è fatica senza riconoscenza
e nome,
nido di paure e liquido metallo
dove il futuro cova
e traccia per suo conto.
Di quella età vedo le forze e le ferite,
la gioia che cercava guida,
tutto, ora, s’allinea
mentre coriandoli ne estraggo
per il carnevale della vita.
Tra pensose identità e silenziosi sbagli
c’è stata allegria e passione
e sono certo d’essere
perché allora sono stato.

credo

In evidenza

Credo alla carezza del vento
che accompagna nell’aria le foglie,
credo all’acqua che canta
mentre gentile riga la terra,
credo alle radici
che abbracciano l’oscuro e la roccia
mentre nutrono il cielo di verde.
Credo alla fossile spirale
innalzata dal mare
per essere pietra di cima,
credo nel respiro della notte stellata
che ristora lo sguardo
stanco del giorno.
Credo negli orizzonti
che mutano al tramonto
e risorgono all’alba
vestiti a festa dalle stagioni.
Credo nel rispetto
che ascolta e che guarda
mentre mormora un canto,
tra labbra che sperano,
ed è quasi una grata preghiera.

inutile

In evidenza

Inutile, come il rintocco lontano,
il ricordo si sveglia
è bronzo pensoso,
traccia d’aria e di colore sulle cose.
C’è il borbottio del sole d’inverno,
quello gentile sui vetri,
che accarezza la neve,
e s’accontenta di brillare la pioggia,
dolce senza illudere
mormora la stagione del gelo.

Tra oggetti ora fidati
le cose si sentono scordate,
ma attendono, madie ricolme
di pazienze infinite in cui si consumano,
eppure stanno,
certe d’essere riprese.
Con gli anni s’affinano I mesi,
i minuti stanno al loro posto,
solo gli anni s’ammucchiano
e l’inutile diventa arco di stupore,
molto si è compiuto
ma ciò che attende è nuovo,
come quel germogliare
di cui non si conosce la foglia
mentre la radice è parte di noi
e beve nel mondo.
Ho amato e il cielo rammenta,
urge la vita in questa unione
in cui ogni segno è curvo
come cuore forte e paziente.
Se stendo le braccia alla luce
ne sento il battere dolce.

suoni ed elegie

vivere senza pretese

Oltre i vetri case lavate dalla pioggia,
e finestre chiuse per l’acqua di stravento.
Nei minuscoli giardini s’agitano palme
con secco battere di foglie che sembra applauda al tempo.
Ci si stringe attorno, si rinserrano persiane e scuri,
ma non del tutto, restano pertugi
e occhi del tempo altrui curiosi.
In cielo nuvole tozze e grigie,
e raggi di luce che radono i profili.
Nella vasca dove son nati, due piccoli piccioni,
mescolano le piume infreddoliti, 
la mamma li copre, 
prima l’uno poi l’altro, assieme
e guardo loro
e i rosa e i gialli degli intonaci carichi di pioggia,
come se in essi l’inatteso avesse un senso arcano.
Con noi e senza di noi, muta tutto attorno,
così l’emozione prende e rinserra il cuore come casa e nume,
come porta che resiste al tocco,
e si chiude nel bene che l’attornia.
Si pensa il proprio stare,
terra fertile, nutrice di ricordi
e fiori di campo senza necessità d’un nome,
ma la sera cala come lacrima,
per dire: ancora di nulla e di tutto m’emoziono.
Storia potente è il vivere e la vita.

domande prive di risposta

Quella che sembrava una testa, 
uno sguardo di minaccia,
si rivelò una tenda poco stesa,
gli occhi fiori blu,
pervinche o fiordalisi,  
messi in file un po’ banali, 
che la luce dipingeva
per mostrare del suo dire, un vero.
Il buio che inzuppava case attorno
sollevava solitudini discrete,
stirando le lenzuola della notte.
Bastò chiudere una persiana,
porre qualche domanda al vento
e, una ad una,
risposte sfilarono in parata.
Conosciute da buon tempo,
allegre, salutavano con mano,
le cullava il sonno,
e, incuranti di tempo e luogo,
furono sogni,
fino ad inaugurare la mattina.
Alzando la persiana,
venne alle spalle profumo di risveglio
e, la tenda, senza più volto e occhi
ora, offriva fiori blu contro la luce
e d’essa si gonfiava, ingorda,
fino a traboccarne i vetri.
Di risposte non v’era traccia,
dalle strade strepito,
che non pareva nulla,
solo il poliestere di finestre a fronte
occultava qualche pensiero,
desiderio
o ansie simile alle mie,
ed era troppo poco
per un sogno nella luce.

esecrare

paesaggi

le accezioni del blu

scarpe rosse

Tra i colori,
tu pensi il rosso
difficile, spesso sguaiato di cuore,
da tenere per poche tumultuose occasioni,
E invece ti racconto
d’aver visto due scarpe allineate sull’ asfalto.
Erano strane nel loro ordine,
come stessero per andare,
eppure stanche,
consunte di tempo e abbandonate,
ma rosse,
come la passione di chi le aveva accese,
fatte correre incontro a una speranza,
messe in punta di piedi per unire insieme le bocche:
l’ una rossa di spavalda accuratezza
l’altra, troppo a lungo serrata, nel raccontare le verita del cuore.
Di quelle scarpe risaltava l’asfalto,
il suo grigio passar d’auto e di storie,
eppure ogni ruota rispettava,
quel rosso che voleva ancora andare,
come si tien da conto un sogno
che ancora non s’è sognato.