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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

l’incontro

È l’ora  che precede la sera, il sole scalda ancora. A settembre s’accorciano le giornate più velocemente ma si vorrebbe fosse agosto e così le prime luci sembrano incongrue e tristi. Come il primo brivido di freddo.
Sono arrivati ciascuno per suo conto. Tempo di pandemia. Saluti sempre troppo distanti, il calore viene affidato alle voci. Notizie, parole sovrapposte, mascherine che si abbassano.
Sulla pietra bianca della porta, in alto sopra la colonna c’è una pianta. Un cespo di verde e d’incuria. La guardavo da seduto sorseggiando, mi piaceva immaginarla vento e seme in cerca di un luogo dopo averne lasciato un altro. Sicuro e banale il primo ai piedi d’un albero, avventuroso il secondo. È la vita che ha ragioni e fa strada, così i meli sono arrivati dal Tagikistan e così sono arrivati le conoscenze inattese. Gli amici sono guardinghi e sorridenti, pronti a sedersi lontano e a tenere le mascherine fino alla birra  e poi rimetterle ai saluti. Lampi d’occhi. Mi dicevi di togliere gli occhiall da sole, perché non si vedeva l’espressione del volto. E del cuore, la vedevi l’espressione di ciò che penso o la sentivi?

Ci vediamo e salutiamo per creanza, i cuori volano col vento e pensavo agli addii insonni, agli arrivederci che non finivano neppure quando il treno era scomparso. Al vuoto che resta e non si colma se non come vuole e non come servirebbe. Le parole e i silenzi diversi dal chiasso per darsi coraggio. Nessuno andava da nessuna parte, nessuno chiedeva una notizia, c’è un prima e un dopo. Come negli amori. E mentre ascolto penso a cio che si prova nell’essere sul ciglio di un amore, alla scelta che porta nel vulcano e quella che fa tornare a un prima che è già impallidito. Il coraggio del seme serve, e la terra, poca, su cui crescere. Una alla volta si alzano,  gli amici e le mascherine. È sera di settembre, ci abitueremo alle luci gialle e a dover andare.

l’imperfezione

A volte nemmeno la commozione,
che racconta quanto siamo ricchi di errori,
basta a lenire.
E neppure le lacrime di conseguenza, sono sufficienti.
Avevamo un’opinione consolidata dall’abitudine,
ci pensa la realtà a mettere a posto le cose.
Piccole cose che attendono amori adeguati
e li trovano e li perdono
In giornate di vento,
come fosse d’aria il cuore,
carta quel sentire grande che sconquassa l’anima,
e ora vola lontano, oltre i nostri occhi imperfetti.
E allora la vita
assume la sua veste di specchio,
mostra le insicurezze celate di certezze,
e misura le nostre braccia.
Non bastano mai per trattenere,
l’amato cuore del nostro piccolo universo.

privazioni

Certamente moltissimi stanno peggio, ma ognuno sente il suo e con acribia persegue un motivo che trovi il bandolo nella ragione. Non lo trova, oppure gli pare e poi si accorge d’essersi sbagliato perché era qualcosa che veniva prima: nell’amore sghembo ci sono le ragioni dei preti e delle suore, le famiglie che hanno trasmesso ciò che gli sembrava giusto ed era solo conformismo, ma anche l’indole non ha aiutato. Così alla fine finisce, ovvero sembrano finire i dispetti, le privazioni, le offese per disattenzione e quelle volute, ma in realtà la liberazione è solo apparente perché inizia un’altra battaglia. Ci sono frutti che devono avere una radice e quando questa la si cerca davvero, muore l’albero. Poi c’è tutto l’apparato sociale. I codici e gli avvocati, i periti di parte e le decisioni dei giudici. E nessuno sa cosa c’entrino in tutto questo se non in un dare/avere che dovrebbe stabilire equità, possibilità di ripartire. Ma non funziona così nello sciogliere. C’è una parte civile ed una umana, personale che non coincidono mai. La prima è un equilibrio col passato, un mettere una pezza sociale per qualcosa che non è pubblico ma privato e avrebbe bisogno di un accordo non di una divisione perché essa c’è già stata, qualcuno ha perduto e ciò che è rimasto sono i viventi che pur hanno dei diritti. La privazione si esercita nell’accanimento, nell’ingiusto, nel voler schiacciare, manu militari, l’altro in modo non da lasciarlo vivere ma punirlo. Neppure questo accade e non è materia di giustizia ma di sociologia familiare. Questa dovrebbe, assieme alla psicologia stabilire le regole che servono per riprendere un percorso che includa il cambiamento e la felicità. Per il resto dovrebbe bastare un ragioniere e una codifica accurata.

la quarta settimana d’agosto

Mentre passava la quarta settimana d’agosto, mio Padre tornava al lavoro. Le giornate erano diverse, continuavamo a pescare, a inerpicarci sulle dune, a giocare a carte la sera dopo lunghi bagni di mare. Tenevo il sale addosso e si vedeva sulla pelle scurissima. Non pensavo ancora alla casa di città. Gli amici dispersi dovunque. Per i racconti sarebbe bastato settembre. Il pomeriggio, nelle ore bollenti, quando non si riusciva a fuggire, stavo disteso nel letto a guardare la danza della polvere e degli acari nella luce. E in quel raggio che si faceva strada tra le imposte accostate, sembrava ci fosse un mondo mai fermo che era solo desiderio senza oggetto. Ma era la vita che premeva ovunque e beveva la realtà d’un sorso. Solo il desinare, senza mio Padre a commentare, sembrava meno sapido e noi più soli.

cose d’allora

Erano venuti a prendere la camera da letto con un carretto. Gente di campagna che aveva contrattato a lungo il prezzo. Nel caricare l’armadio, osservarono che pesava poco. Costruzioni moderne disse mio Padre, forti lo stesso. Finirono presto, avevano fretta. Il prezzo fu pagato in cucina, con un bicchiere di vino e una stretta di mano. Il giorno dopo si sarebbero sposati. Furono aggiunti gli auguri e un paio di lenzuola. Mio Padre andò a prendere la nuova camera che per sera era montata e pronta, già con la biancheria nei cassetti e la lavanda tra cotoni e lini. Mia Madre era felice dell’acquisto e credo anch’io, che abitavo nella sua pancia. Non li videro più, spero che la camera moderna abbia prodotto felicità.

non se ne esce

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Uno ne esce o non ne esce. Non dipende da lui o almeno, non da lui solo. Oppure dipende da lui e non ne ha voglia, volontà, perché star male poco è meglio che niente. È il niente che assale, che sgrana la vita. Mica siamo rocce. E poi si sgranano anche quelle e diventano ciottoli e sabbia di fiume. Giocano con le trote fino al mare, poi con i cefali mentre l’acqua spinge con dolcezza verso il buio.
Non ci si deve sgranare al buio:le cose diventano più grandi e minacciose, il tempo si allunga troppo e non serve a nulla. O almeno a nulla che non metta inquietudine, e cosi non se ne esce. Meglio dormire e pensare che la sabbia torna a riva e si ricompone nei castelli che fanno i bambini. E che luccica di quarzi e ametiste quando la luce è radente. Prima che l’acqua si riprenda tutto. Anche i castelli, i pensieri, e i ricordi. Pochi quelli. Ma mai la bellezza. E siamo vivi.

Allumer

dav_vivi

 

Il cielo sopra le case, ammucchia nubi, le dipinge di tutte le tonalità del blu e guarda le luci gialle. Sente i rumori che si sgranano nell’aria sottile, già pregna delle goccioline di rugiada che troveremo domattina. Ammassi di case e ammassi di nubi, le seconde si sciolgono e riformano con una libertà priva di timori. Le case si stringono l’un l’altra per ragione di piccole speculazioni che hanno arricchito qualcuno e impoverito tutti. Il cielo guarda e nessuno alza il capo verso la sua libertà. Le previsioni non azzeccano più, ieri doveva piovere ed è stato sole tutto il giorno. Oggi era previsto sereno ma il cielo si è riempito delle nubi in ritardo e ha lasciato enormi chiazze d’ombra sui prati.

Ho trovato una recinzione di pietra lungo il sentiero, dei dolmen a intervalli regolari incastrati in un muro di pietre da giganti. Dall’una e dall’altra parte del sentiero, fiori sfacciati a mazzi enormi, i semi non si curano dei confini. Poco oltre il bosco che si scuriva incolto e geloso dei suoi animali. Sopra il cielo, alternava il bianco, all’azzurro, alla luce piena. Un albero, tra gli altri s’è illuminato e ho pensato all’allumer, il miniaturista, che metteva tra le parole, le figure e i simboli. Quell’albero era il prescelto era stato acceso e parlava col cielo, gli altri in silenzio ascoltavano la luce.

mia Cara

Questa è la prima di alcune lettere che potevano essere scritte in famiglia. Gli scritti rimasti sono pochi, dispersi in innumerevoli traslochi e in bombardamenti, ma anche in tempo di pace lo scrivere era frequente e limitato all’oggetto, cioè bastava sapere come si stava, scambiarsi notizie e questo conoscere era sufficiente. La prima lettera la scrive mio nonno alla nonba. Non avrebbe superato la censura ma sono abbastanza certo che la pensasse così 

Mia cara,

i giorni sono molto eguali e per sfortuna, a volte, diseguali. I gesti e le cose si ripetono:le corvee, le guardie, il rancio, le guardie, la posta, l’attesa. La paura. Quella aleggia sempre e cresce col cognac, perché porta l’attacco. Spesso, l’attacco, non serve a nulla. I metri guadagnati si riempiono di morti, di nuove buche, di feriti e fango. I reticolati hanno qualche varco. Molti brandelli. Di cose, di stoffa, di carne. È un correre, sparare, urlare, gettarsi a terra e poi, dopo un tempo infinito c’è un ordine e si ritorna. Chi è vivo e può camminare, ritorna. I feriti vengono raccolti quando e come si può. I morti aspettano. Dentro la trincea la vita riprende con la felicità di essere vivi e lo sporco che nessuno riesce a togliere. È un odore che abbiamo tutti. Puzziamo di vita e di morte.
C’è un momento che dura a lungo. È dopo la battaglia. Ci sono ancora i lamenti, la nebbiolina dell’esplosivo, le ultime pallottole che volano. Quelle della sfortuna e degli stupidi. Perché sparare ancora, è finito, ma lo fanno. Poi sembra subentri una tregua per raccogliere i feriti, ma non è vero. Molti barellieri sono feriti e sembra che non finisca mai. Invece finisce e a poco a poco tutto si calma, le cose riacquistano la loro forma. Ci sono i gridi che sembrano scavare nel sangue di chi è vivo e sa che è solo fortuna. Si va verso la notte e il silenzio aumenta per le voci chesi spengono. Quelli raccolti e quelli che è inutile raccogliere. Resterà un rotolino di carta tolto dal cilindretto che portiamo al collo. Serve per il ruolino di reparto e poi per la famiglia. Ne mancano sempre molti, troppi fi cui si sa tutto ma non possono dire con certezza. I dispersi. Qui ci sono più dispersi che morti, ma sono tutti morti e verranno messi da qualche parte. Quando si potrà.
Ti dicevo di quel momento che dura a lungo, in cui le voci si affievoliscono e sembra ci sia il silenzio. Non è il silenzio perché i pochi alberi rimasti si muovono al vento. Vedere il vento che muove le foglie, sentire l’aria, è una sensazione fortissima di vita. Che continua. Continuerà. Oltre la follia che uccide senza motivo, per un ordine. Cos’è un ordine, è una volontà dpesso senza ragione che decide se la vita continuerà oppure no. Una cosa così insensata che la nstura non l’ascolta. Il vento continua e nessun ordine lo può fermare. Fa quello che vuole, quello che ritiene giusto. Quando cala il vento, si sente che la terra è calda, ribolle di presenze e di sangue, ma neppure ad essa può essere ordinato di restare asciutta. Il vento, la terra, la pioggia non obbediscono agli ordini, deve dispiacere molto a chi comanda e noi ne ricaviamo una consolazione. Le cose semplici che conosciamo non obbediscono e allora penso che anche l’amore non obbedisce e nessuno può impedirmi di amare, di pensare, di cercare di essere vivo. Tra pochi giorni avremo il cambio, questa, mi dicono, sia l’undicesims battaglia dell’Isonzo. È cominciata a giugno e siamo ad agosto. Praticamente non ci siamo mossi, ci siamo solo ammazzati per restare nello stesso posto.
Avremo il cambio e questo lo pensiamo ogni sera. Lo aspettiamo ogni mattina. Più del caffè, più del rancio, più della posta, anche se tutti questi momenti aiutano a confinare la psura di non arrivarci.
Bacia i bambini. Ti abbraccio. Mi manca la nostra vita, la casa, voi mi mancate. Infinitamente mi mancate. Penso alla Germania, a quando siamo stati mandati via. Ci sarà modo di tornare? Se non ci vorranno resteremo tra i monti da cui siamo partiti. Ricominceremo. Come allora. Era bello lavorare e avere tempi per noi. Qui il tempo va per suo conto. Dipende dagli ordini. Ma finirà e tutto ritornerà normale. Anche il tempo e basta ordini! Mai più ordini.
Ti abbraccio ancora. Sempre. Sto bene, stai bene, state bene.

Il 22 agosto 1917, 3 giorni dopo aver compiuto 34 anni e due giorni prima dell’avvicendamento, mio Nonno Antonio moriva nel Carso, località Dolina delle bottiglie. Un luogo che neppure esiste nella carta geografica. È sepolto a Redipuglia, ma non voleva morire lì. 

le notti delle pleiadi

La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le pleiadi faranno fatica a mandare messaggi, così I desideri si accucciano nel fresco della sera. È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. Ricordi che si presentano e dicono di altre età. L’orologio  scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento.che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nel porto e le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte,. Mai al passato. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.

la casa vuota

In questi mesi cio chi era paziente ha atteso,
altro ha preferito andarsene in silenzio,
il frigorifero ha tenuto da conto il vino,
sugli scaffali da soli si son letti i libri,
la musica, tra sé, ha canticchiato per farsi compagnia.
Tutti hanno atteso il rumore della chiave che girava,
intanto gli schiocchi del legno han fatto trasalire la polvere,
che delusa, s’è posata dopo aver danzato nelle lame di luce.
Sembra ci sia pace nella casa di persone vuota
e invece sferragliano i vecchi pensieri che guardano a sé.
Non le basta ciò che accade attorno.
l’essere scrigno sui tetti in attesa e pensata.
Ha paure d’amante e d’amata,
fuori pare si radunino confini e gelosie sovrapposte,
ma intanto tiene mappa del vivere la pianta col verde delle foglie nell’acqua
e sommessa dice che non è solitudine,
né fallimento ciò che ancora non avviene. 
C’è possibilità d’un nuovo ordine
mentre da fuori arriva il clamore del mondo
e il tubare dei piccioni sul poggiolo.