mia Cara

Questa è la prima di alcune lettere che potevano essere scritte in famiglia. Gli scritti rimasti sono pochi, dispersi in innumerevoli traslochi e in bombardamenti, ma anche in tempo di pace lo scrivere era frequente e limitato all’oggetto, cioè bastava sapere come si stava, scambiarsi notizie e questo conoscere era sufficiente. La prima lettera la scrive mio nonno alla nonba. Non avrebbe superato la censura ma sono abbastanza certo che la pensasse così 

Mia cara,

i giorni sono molto eguali e per sfortuna, a volte, diseguali. I gesti e le cose si ripetono:le corvee, le guardie, il rancio, le guardie, la posta, l’attesa. La paura. Quella aleggia sempre e cresce col cognac, perché porta l’attacco. Spesso, l’attacco, non serve a nulla. I metri guadagnati si riempiono di morti, di nuove buche, di feriti e fango. I reticolati hanno qualche varco. Molti brandelli. Di cose, di stoffa, di carne. È un correre, sparare, urlare, gettarsi a terra e poi, dopo un tempo infinito c’è un ordine e si ritorna. Chi è vivo e può camminare, ritorna. I feriti vengono raccolti quando e come si può. I morti aspettano. Dentro la trincea la vita riprende con la felicità di essere vivi e lo sporco che nessuno riesce a togliere. È un odore che abbiamo tutti. Puzziamo di vita e di morte.
C’è un momento che dura a lungo. È dopo la battaglia. Ci sono ancora i lamenti, la nebbiolina dell’esplosivo, le ultime pallottole che volano. Quelle della sfortuna e degli stupidi. Perché sparare ancora, è finito, ma lo fanno. Poi sembra subentri una tregua per raccogliere i feriti, ma non è vero. Molti barellieri sono feriti e sembra che non finisca mai. Invece finisce e a poco a poco tutto si calma, le cose riacquistano la loro forma. Ci sono i gridi che sembrano scavare nel sangue di chi è vivo e sa che è solo fortuna. Si va verso la notte e il silenzio aumenta per le voci chesi spengono. Quelli raccolti e quelli che è inutile raccogliere. Resterà un rotolino di carta tolto dal cilindretto che portiamo al collo. Serve per il ruolino di reparto e poi per la famiglia. Ne mancano sempre molti, troppi fi cui si sa tutto ma non possono dire con certezza. I dispersi. Qui ci sono più dispersi che morti, ma sono tutti morti e verranno messi da qualche parte. Quando si potrà.
Ti dicevo di quel momento che dura a lungo, in cui le voci si affievoliscono e sembra ci sia il silenzio. Non è il silenzio perché i pochi alberi rimasti si muovono al vento. Vedere il vento che muove le foglie, sentire l’aria, è una sensazione fortissima di vita. Che continua. Continuerà. Oltre la follia che uccide senza motivo, per un ordine. Cos’è un ordine, è una volontà dpesso senza ragione che decide se la vita continuerà oppure no. Una cosa così insensata che la nstura non l’ascolta. Il vento continua e nessun ordine lo può fermare. Fa quello che vuole, quello che ritiene giusto. Quando cala il vento, si sente che la terra è calda, ribolle di presenze e di sangue, ma neppure ad essa può essere ordinato di restare asciutta. Il vento, la terra, la pioggia non obbediscono agli ordini, deve dispiacere molto a chi comanda e noi ne ricaviamo una consolazione. Le cose semplici che conosciamo non obbediscono e allora penso che anche l’amore non obbedisce e nessuno può impedirmi di amare, di pensare, di cercare di essere vivo. Tra pochi giorni avremo il cambio, questa, mi dicono, sia l’undicesims battaglia dell’Isonzo. È cominciata a giugno e siamo ad agosto. Praticamente non ci siamo mossi, ci siamo solo ammazzati per restare nello stesso posto.
Avremo il cambio e questo lo pensiamo ogni sera. Lo aspettiamo ogni mattina. Più del caffè, più del rancio, più della posta, anche se tutti questi momenti aiutano a confinare la psura di non arrivarci.
Bacia i bambini. Ti abbraccio. Mi manca la nostra vita, la casa, voi mi mancate. Infinitamente mi mancate. Penso alla Germania, a quando siamo stati mandati via. Ci sarà modo di tornare? Se non ci vorranno resteremo tra i monti da cui siamo partiti. Ricominceremo. Come allora. Era bello lavorare e avere tempi per noi. Qui il tempo va per suo conto. Dipende dagli ordini. Ma finirà e tutto ritornerà normale. Anche il tempo e basta ordini! Mai più ordini.
Ti abbraccio ancora. Sempre. Sto bene, stai bene, state bene.

Il 22 agosto 1917, 3 giorni dopo aver compiuto 34 anni e due giorni prima dell’avvicendamento, mio Nonno Antonio moriva nel Carso, località Dolina delle bottiglie. Un luogo che neppure esiste nella carta geografica. È sepolto a Redipuglia, ma non voleva morire lì. 

4 pensieri su “mia Cara

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.