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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

quasi una certezza, adesso

Averne il sospetto e non poter dargli la giusta dimensione, ovvero lasciarlo crescere come un palloncino e farlo diventare certezza. Una certezza che può volare per aria, tanta è la sua leggerezza e la sua libertà dal bisogno d’essere ricordata. Una certezza che si collega alla passione e al tempo e ne stabilisce il legame comune, che è quello d’essere privi di limite.

Mia nonna si sedeva vicino alla finestra su una sedia di legno curvato. Il sedile aveva dei disegni floreali a rilievo su cui mi divertivo a passare le dita per leggerne delle storie. Lei preferiva quella sedia, in tutto ce n’erano sei, alle altre. Lungo la parete, vicino al secchiaio, c’erano due sedie impagliate che quasi sempre avevano sopra qualcosa. Erano abbastanza rozze, rispetto alle altre, comprate al mercato di piazza dei frutti e tagliate da qualcuno in campagna, d’inverno, quando oltre alle uova e le verze, c’era poco da vendere al mercato. Per ultime, due Thonet, stavano ai lati di un mobile che faceva da madia e canterano, con la loro aria di ragazze alla moda d’un tempo e la fragilità della paglia di Vienna, venivano usate quando c’era necessità per accogliere qualche ospite non troppo corpulento. Ma ho l’impressione che in quegli anni ci fossero pochi grassi tra i parenti. Mia nonna, dicevo, sedeva vicino la finestra e si prendeva qualche lavoro da fare tra le mani, ma non lavorava. Guardava fuori e pensava. Di certo aveva molto a cui pensare, una vita densa, ma alle mie domande non rispondeva se non con frasi brevi, modi di dire che venivano da un dialetto arcaico. Guardava il sole che illuminava la casa vicina, poi un terrazzo tra due case e infine il palazzo dell’università. Tra la nostra casa e quel luogo del sapere così famoso, c’era un ramo del fiume che entrava in città, ma più che vederlo, se ne sentiva l’odore d’acqua che d’estate, diventava più acuto per i resti di pesce delle pescherie gettati nel canale.

Gli occhi di mia nonna erano belli, scuri e acuti, scrutavano dentro di sé e fuori, avevano un’aria ironica che toglieva domande anziché aggiungerne. Avevano un senso del tempo, quegli occhi, e vedevano e guardavano. Quando era vicina alla finestra vedeva mentre il pensiero ripassava la vita, forse, oppure si concentrava su cose sue che attendevano da tempo una soluzione. Con me, invece, guardava. Mi mostrava le cose, raccontandole più che additandole, con una discrezione particolare perché non si evidenziano gli interessi, mi diceva. Gli interessi mostrano le nostre debolezze, quello che vorremmo e non abbiamo, quello che non sappiamo e vorremmo sapere e ci rendono più deboli a chi possiede e a chi sa. Qui non capivo bene, ma mi adattavo a meravigliarmi senza sguaiatezze, e imparavo a indirizzare lo sguardo, riservando lo stupore a ciò che davvero lo meritava. Mia nonna aveva scelto di vivere qui e ora e il suo senso del tempo era infinito. Avrebbe potuto scegliere di avere passioni che la assorbivano totalmente e ancora il suo tempo sarebbe stato infinito, ma non le era stato concesso, per cui con un atto di libertà grande aveva diviso i suoi interessi tra gli affetti e la necessità. Ogni necessità aveva il suo tempo e la sua ripetitività e lì si esauriva. Ogni tempo si chiudeva con un fatto e al tempo stesso si apriva su qualcosa di nuovo che sarebbe potuto essere. Quando eravamo assieme si dedicava totalmente a me, non pensava ad altro; quando si metteva a fianco della finestra si dedicava ai suoi pensieri. 

Non lo capisco ancora bene, segno che devo fare strada, andare più in profondità, ma il senso del tempo e della sua durata, mia nonna l’aveva risolto. Non si lamentava della vita, non raccontava stanchezze, stava in silenzio se la conversazione non la riguardava, però su ciò che la appassionava, diceva. Prendeva iniziative, era libera, partecipava, andava. Aveva trovato il modo di vivere qui e ora e al tempo stesso di curare le piccole cose che potevano crescere. Segmenti di necessità e libertà messi assieme e in sequenza, senza che la necessità diventasse un limite alle passioni. Piccole cose che potevano crescere e che chiedevano armonia, equilibrio. Lei aveva trovato un modo che permetteva di vivere in armonia e questo dava al tempo il suo senso, ovvero che era uno strumento, a disposizione e inesauribile. Capisco ora che non mi additava questa meraviglia, ma me la mostrava con il suo modo di vivere, m’invitava a guardare e poi a trarre le mie conclusioni. In libertà, e non subito, il tempo sarebbe stato quello delle domande, quando la necessità avrebbe trovato il suo limite e le passioni sarebbero state più forti.

 

non sono mai semplici le cose

Non sono mai semplici le cose, ovvero lo sono così tanto da diventare complicate. Hanno timore di ferire e d’essere feriti gli uomini, anche perché sanno che nessuna emozione è per sempre e così si vive nel mondo delle mezze verità e si è soli. Per creanza, rispetto e timore, anche in compagnia, soli.

Invidio la leggerezza

Invidio la leggerezza dei tanti che non pagano l’autobus come fossero abbonati,
ma anche quella degli autisti dell’atac che non ti rispondono se chiedi con cortesia un’informazione.
Invidio la leggerezza di quelli che usano l’auto come se non ci fossero segnali
e quella dei vigili che si distraggono a parlare tra di loro per non vederli,
Invidio la leggerezza di chi ti passa davanti nelle code
e se protesti ti rispondono che non ti hanno visto,
e restano dove sono perché sei anche un maleducato ad alzare la voce.
Invidio la leggerezza di chi si innamora di ogni persona e poi gli passa presto,
e quando se ne vanno dicono che soffrono tanto.
Invidio la leggerezza degli ingiusti, dei senza vergogna, dei cambia casacca
perché ti spiegano che così va il mondo.
Invidio la leggerezza di chi promette e non mantiene, di chi ci prova in continuazione,
dei maleducati, dei supponenti, degli arroganti,
di chi mente e di chi se la prende con i più deboli.
Invidio la leggerezza di chi dice di essere un imprenditore e non paga il giusto agli operai, di chi turlupina, froda e si appropria dei beni di tutti. Invidio la loro leggerezza perché non dormirei la notte, mi vergognerei ad ogni sguardo, non riuscirei a trovare pace e un momento di felicità, quindi ad essere onesti e gentili, nel dire ciò che si pensa non c’è merito ma solo pesantezza.

dei molti inizi e indizi

Anche a pensarci con accuratezza, buttando via il banale (e già questo è lavoro non da poco), l’inizio di una storia è in realtà fatto di molti inizi. Prendiamo il caso più semplice, una nascita, c’è un momento preciso, ci sono persone attorno in grado di certificare, persino il minuto e il segno astrale, c’è una confusione ordinata, un evolvere di sentimenti, ci sono gradualità di sentire e un bambino che inizia a piangere. Ora respira in modo autonomo, è spaesato e ha pure sofferto, adesso ha esperienza del dolore e dell’aria, ma l’inizio della sua storia è prima, molto prima. Potrebbe raccontare dei nove mesi precedenti, se non lo fa è perché la sua memoria aveva altre esperienze, ora totalmente contraddette, se ha pensato, se ha sentito e di certo lo ha fatto, era in un contesto talmente differente che di questo resta solo la sensazione. Ciò che è certo è che l’inizio risale a prima. Per restare vicini nel tempo, è stato quando i suoi genitori hanno fatto l’amore oppure quando si sono conosciuti, o ancora quando un bisogno e una conoscenza progressiva li ha messi assieme; oppure le cose sono state molto meno romantiche e più violente. Comunque sia, l’inizio è certificato molto più da un’esistenza e da un’evoluzione, da rapporti intervenuti dopo e che sono a loro volta inizi, piuttosto che da una data o da un fatto meccanico. Quello che mi pare evidente è che l’inizio è più nella prosecuzione della storia, nel suo farsi e nelle scelte che racchiuso in un momento particolare. Siamo quello che diventiamo e se volessimo investigare avremmo a disposizione molti indizi che partono -e portano- alla conclusione parziale del momento che si vive. E questi indizi sembrano coesistere ed essere fortemente radicati in noi, per cui ci sarà sempre un po’ dello sconcerto del bimbo, della meraviglia del bambino unita alle sue paure, delle timidezze dell’adolescenza, della responsabilità poca o tanta dell’adulto, e così via, nelle nostre scelte e nei nostri atti.

Nei momenti di solitudine o compagnia, ci saranno sempre antiche malinconie e gioie irraccontabili, ci saranno atti gratuiti e cose che non si vorrebbero aver mai fatto, errori, fallimenti palesi ed occultati, glorie vere o farlocche, insomma un mescolarsi di colori, tracce, striature che conterranno ragioni vere o presunte, ma solo investigando in esse ci si accorgerebbe che ogni singolo filo finisce in altri fili e che la nascita non è davvero un inizio, anzi che esiste una indeterminatezza dell’inizio se appena si gratta la superficie.  Siamo quelli che siamo e non è finita, ed è questo non finire che moltiplica gli inizi; siamo nuovi e somma di ciò che è accaduto, a noi e intorno a noi, in fondo legati a una sola verifica: siamo felici di esistere oppure siamo scontenti?

Attorno al letto c’erano le donne, la levatrice, una vicina, mia nonna. Mio padre fumava nella stanza vicina e ogni tanto veniva a vedere come andava. Pentole d’acqua calda percorrevano il corridoio e un lenzuolo di lino era stato suddiviso in lunghe strisce bianchissime. Era notte fonda, le finestre erano aperte sulla via ed entrava un po’ d’aria. Di giugno fa spesso caldo da queste parti, a mia madre non piaceva il caldo e sudava, mia nonna le bagnava la fronte e la incoraggiava. La vicina parlava con la levatrice ed entrambe avevano quella fretta che lascia al tempo il suo corso ma un po’ lo spinge. La levatrice spiegava cosa stava avvenendo, ma mia madre già lo sapeva. Mio fratello dormiva nel suo lettino e non si accorgeva di nulla o quasi. Poi, erano passate da poco le tre, tutto si risolse in un tuffo nell’aria, un detergere il sangue e i liquidi, un pacca sulla schiena e un primo grido mentre i polmoni aspiravano quella cosa nuova che era aria umida e calda della stanza e della città. Mio fratello si svegliò e si mise in piedi sul letto e guardando assonnato, chiese chi ero. Mia nonna tirò un’imprecazione perché non ero una bambina e poi mi volle ancora più bene. Mia madre, disfatta, sorrideva e appena fui pulito e asciugato mi ebbe a fianco. Mio padre guardava ed era felice, pensieroso e forte di volontà. Si rivolse a mio fratello e gli disse: te ghé un fradeo, dormi (hai un fratello). E lui, rassicurato, si stese e riprese a dormire. C’era parecchia euforia attorno, ma la levatrice aveva un’altra chiamata e la vicina il giusto sonno, così dopo un bicchiere di marsala con i savoiardi, se ne andarono, restammo noi. Ognuno con i suoi pensieri, diversi e loro modo belli, Qualcuno avrebbe potuto concludere che era un inizio, ma in realtà l’infinita ruota degli inizi era già in moto e con leggerezza mi prendeva in considerazione.

la vita è eterna

Lo sappiamo che la vita è eterna, anche la nostra vita. Lo vediamo in ogni bellezza che ci colpisce, in ogni attenzione che rivolgiamo al nostro corpo quando lo riconosciamo. Lo vediamo in ogni cosa lasciata in disparte per essere centellinata con la giusta attenzione, lo cogliamo in un colore che non ha un nome ma vibra splendente della sua lunghezza d’onda, lo sentiamo nel sole che preme sui vetri e che orienta i girasoli che s’affollano nei vasi. Lo possiamo intuire nella penombra che, perfetta, disegna ogni arco di portico e si ripete mai uguale, ogni giorno, la possiamo sentire nelle battute scambiate tra un venditore di verdure, una vecchia cliente e un ragazzo sui pattini che distribuisce assaggi di coca cola light. Lo sappiamo senza che nessuno ce l’abbia detto ed è dentro di noi che la sentiamo questa eternità che quando si accoccola serena, ci rincuora e ci dice che tutto è nuovo non che tutto passa.

Un’amica mi manda fotografie da Lisbona, ha il tempo giusto del viaggiatore, guarda, gode del sole e della musica di strada, beve birra e caffè, si muove curiosa. Il suo pensiero solleva il desiderio di andare, di seguire l’istinto che non consuma ma si sofferma, che si perde, si stanca e si ritrova. Ogni sera e ogni mattina, nuovo. 

E allora di che lamentarsi? Del tempo che passa? Della noia? Della complicazione e del modo di vivere, oppure di noi, dell’insoddisfazione che si racchiude nelle parole: non ho tempo. Mai abbastanza sembra, mai conforme a un dovere che deve dare un senso, una utilità indimostrabile e lontana. Persino del dire si accavallano le parole. Mai come adesso le parole sono state tante e divorano la curva del tempo, lo allontanano da noi, lo nutrono di imperativi mentre la comunicazione mette assieme ed è fluida. Non usa il devo ma il sono. Allora dire poco allunga il tempo e lo rende uno scialle in cui avvolgere se stessi e il senso, ci fa guardare benevoli alle parole che si accumulate e fa scoprire che troppe sono fruste, usate senza attenzione, mentre altre giacciono nuove e meravigliose nella nostra mente. Così il passato si stende davanti, si apre e diventa futuro, non sale sulle spalle e diventa piombo. Noi siamo il nostro tempo, noi con i nostri immensi ricordi, noi con il crogiolare dei piccoli fallimenti, noi con le pagine che attendono pazienti, noi con la certezza che si può andare, sempre, da qualche parte, e sarà nuova se sapremo sentirla nostra. Non d’altri, nostra come il nostro tempo.

a chi giova?

Sulla situazione politica che si è creata, la mia percezione è che manchi un legame con il Paese, che non si dica la verità a partire dai programmi elettorali che ciascuno propone. E i primi ad essere presi in giro sono gli elettori. La vicenda del mancato governo giallo verde è emblematica al riguardo, sia nei modi in cui si è svolta ma soprattutto nel suo epilogo, dove esiste un vincitore che comunque incassa e un gabbato che pensava di aver fatto un affare vendendo la sua merce (i propri voti) al migliore offerente.

Ma ora che accadrà, perché nel vociare di questi giorni, nella confusione, comunque emerge l’immagine di un Paese ancora più diviso. Anzi è come vi fossero diversi paesi, con diversi abitanti che non hanno interessi comuni, ma neppure vincoli contratti, competitori economici, arretratezze sociali e tecnologiche da risolvere e che tutto si possa trasformare in un braccio di ferro tra furbi dove chi vince ha segnato un punto a suo favore e fatto fesso l’altro. E chi è l’altro se non lo stesso Paese. L’assenza di responsabilità politica, cioè il mendacio, il non dire la verità, l’usare la cosa pubblica per fini di parte, come può essere giudicata e castigata dai cittadini? Perché senza responsabilità politica non esiste neppure l’opposizione, sono tutti all’opposizione, e mentre le cose degradano, la nave affonda e ci si arrangia; chi è sulla scialuppa e chi nuota, ma i più annegano. Bisogna farsi delle domande e cercare di salvare il Paese, essere radicali nei rimedi ma rifiutare gli apprendisti stregoni, proporre quello che è possibile fare con i tempi per farlo. Chiedetevi a chi giova tutto questo e forse qualche dubbio vi verrà, come viene a me.

Gli elettori non sono assolti dalla legge elettorale, neppure dalla loro condizione se vogliono davvero uscirne, come non lo è la politica e questa debolezza di statisti, di persone ragionanti, dai forti principi è sostituita dai vocianti. Ci mettiamo nelle mani di guaritori per non vedere la malattia che si chiama illegalità diffusa, diseguaglianza crescente, povertà, debito immane del Paese, sperequazione territoriale della crescita. Non so quale sarà il prossimo segnale che verrà dato e con quanta responsabilità, ma se oltre a spaccare il Paese, si frantumano le possibilità di crescita, di soluzione dei problemi di equità, di risposta alla povertà crescente, non c’è soluzione alla crisi di identità comune. Il radicalismo può essere una soluzione ma il Paese parla di diversi radicalismi, uno per ogni problema e sono tra loro largamente inconciliabili, questo farebbe pensare che un leader che dica la verità, che proponga poche risposte ai problemi principali potrebbe ancora unire, essere creduto perché parla a tutti e unisce. Non so se esista, so che l’odio crescente, la paura, la ribellione non si governano e causano solo disastri.

27 maggio 2018

Molte cose accadono di maggio in Italia, sembra un mese in cui il destino comune svolta, e ci ricorderemo di questa data, delle parole del Presidente della Repubblica che dicevano cose inusuali nei discorsi pubblici. Parlavano di spread, di risparmi degli italiani, di mutui, di trattati da rispettare, di onorabilità del Paese. Si sa le parole sono parole e in politica non è considerato un peccato mentire, dire una cosa e pensarne un’altra. È nel sentire comune attribuire alla politica, non ai suoi frutti, una sorta di recita in cui le offese non sono mai così gravi, gli apprezzamenti sono di maniera, i patti si rispettano se conviene. Ma ieri sera c’era qualcos’altro che rimandava a momenti recenti e passati, c’era ad esempio il referendum sulle modifiche alla Costituzione che non era passato e che rivendicava agli attori della Carta una dignità e un ruolo ben definito, c’era l’eco di una legge elettorale che sembrava più contro qualcuno che per qualcosa e stranamente l’aveva approvata gran parte del Parlamento, c’era il ricordo di altri momenti tragici della Repubblica quando il Presidente si era rivolto alla nazione per superare fatti irreparabili. Tale era stato il momento della uccisione della scorta di Aldo Moro e poi la morte dello stesso Statista. C’era l’impressione forte che il gioco che coinvolgeva tutti si fosse trasformato in una cosa seria e che le parole del Presidente dicessero la verità, la realtà dopo tanta narrazione.

L’Italia ha un debito di 2400 miliardi di euro, è il terzo Paese più indebitato al mondo, ma gli altri si chiamano Stati Uniti, Giappone, Cina, Francia, Regno Unito, Germania, cioè Stati che hanno tassi di crescita spesso il doppio del nostro e soprattutto meno segnati da disfunzioni strutturali che si chiamano lentezze burocratiche, illegalità diffusa, evasione contributiva e fiscale, precarietà lavorativa, sociale, geografica. In queste condizioni ci si trova come una famiglia che ha bisogno di un mutuo per pagare la casa in cui abita e la banca accende un’ipoteca sul bene, finché si è solvibili e si paga la casa che si considera propria, resta tale, ma quando non si paga più, si perde tutto perché in realtà quella casa era del creditore. Per questo le parole che hanno un significato assoluto poi non si possono esercitare fino in fondo se non si è credibili. Sovranità ad esempio, è una parola reale e forte solo quando si è realmente liberi, ovvero non si dipende da altri per la nostra modalità di vita. Io credo molto alla libertà e alla sovranità e so che queste parole hanno un prezzo, come credo molto alla Costituzione e so che non si può difendere quando fa comodo e metterla sotto i piedi quando è fastidiosa. So anche che l’equilibrio dei poteri è una garanzia per tutti e non solo per alcuni, che il Presidente della Repubblica non può essere di parte ma sopra le parti. Questo accade in particolare nei momenti di crisi, Mattarella viene da un’area politica precisa eppure quell’area è quella più in crisi in base alle sue decisioni di ieri sera. Non ha fatto il conto becero, del lasciamoli governare, si schianteranno da soli. Neppure si è messo in attesa a guardare come fosse una farsa da gustare assieme ai pop corn. Anche perché sa bene che un governo che fallisce lo paga l’ intero Paese e di più, le parti deboli di esso. Ha cercato di assecondare, ha esplorato, ha atteso che due partiti fermassero una sua decisione e che cercassero il loro tentativo di accordo. Poteva fare altre cose? Certo, ad esempio dare un incarico pieno a Di Maio o a Salvini e attendere che fosse il parlamento a bocciare, poteva farlo, ma credo avrebbe incluso il trasformismo dei parlamentari nell’incarico visto che nessuno aveva i numeri necessari. Quindi ha seguito la strada tracciata dalla legge elettorale per tre quarti proporzionale e di necessità coalizionale se non si raggiunge il premio di maggioranza.

Però una cosa non poteva farla, ovvero far finta di niente e firmare tutto quello che gli veniva proposto, ha ribadito che ci sono prerogative di controllo del Presidente che non possono essere toccate e che assicurano che chiunque vinca avrà delle regole da rispettare: il patto costituzionale nel suo insieme e i trattati firmati, perché essi sono garanzie interne ed esterne per l’intera nazione e non per una sola parte. Di questo dovremmo essere consci, ovvero che se un capo partito può agire per interesse politico, il capo dello Stato deve agire per interesse della Nazione. È opinabile il suo agire? Certo perché le leggi hanno una interpretazione, ma non per questo si abrogano e io sto con la Costituzione e il Presidente, sapendo che è questa la garanzia di un terreno comune per la politica. Gli altri possono alzare la voce, mentire, guardare a piccoli interessi, ma chi rappresenta l’Italia è solo con se stesso e la Costituzione e finché la difende e la applica, anche quando posso avere opinioni diverse, io sto con lui. A difesa della Costituzione.

per fezione

Come briciole si perde la perfezione per strada, l’idea era buona e si è franta nel modo giusto creando una silloge di specchi. Ciascuno rifletteva l’altro in una infinita ripetuta realtà e il tempo si fermava tra l’una e l’altra immagine, sospeso e in attesa. Non si capisce nulla? Meglio parlare del minuto che s’incontra per caso ( e non è mai per caso), un volto, uno stare, un mettere argine al pensiero che disturba. Tutto serve. Sapessi quanti cani devo tenere a bada e nessuno è mansueto perché ognuno difende un territorio ben preciso: l’urgenza.  La sua urgenza. Così nel contenere, ti regalo un’immagine, la forchetta che affonda nella millefoglie. Fuori dell’ombrellone bianco il sole mangia i colori, ma qui la crema chantilly esce tenera di giallo, esce e si lascia raccogliere dalla punta della forchetta. Se non ci fosse un parlottare attorno si sentirebbe il crepitio della sfoglia che si frange, il profumo del caffè che attende, il gusto che manifesta l’imperio del senso. Che rimanda ad altri gusti e desideri, allegoria di specchi del pensiero. L’urgenza è tra il prolungare e il finire, che comunque s’estingue in un ultimo sapore, ma quel sapore durerà a lungo. Ecco che la perfezione lascia una scia ma si consuma, dev’essere consumata, non deve interpellare oltre la soglia della sazietà. E ancora un’immagine aiuta, è la lama di luce che si apre una strada netta, entra e si ferma, solo lo sguaiato aprirebbe intera la porta, chi conosce l’imperfezione propria, gode della danza del pulviscolo, se ne incanta, immagina e coglie vita dove c’è polvere. Fuori una tenda sbatte in sincronia col vento, ed ha momenti d’attesa prima di vibrare, come l’amore, potrei dire, che oltrepassa una riga e poi un’altra e infine ha un suo ritmare tumultuoso con lento accarezzare.

scrivo storie

Scrivo storie. Le raccolgo, oppure le possiedo perché sono miei ricordi. A volte le storie diventano così mie che non le condivido. A volte i ricordi cambiano perché vedono dietro quello che c’è stato, non sono più solo fatti, ma motivazioni, necessità. Così ho scoperto che la colpa non è una cosa semplice da definire e neppure da attribuire e che chi ha vissuto, ha ancora molto da vivere se ascolta quello che dentro gli racconta il giusto e l’ingiusto. Ho scoperto, ma tardi che vedo le cose cose che vedono gli altri, ma con i miei occhi e il mio passato e questo diventa una storia. 

Era marzo e c’era già estate. Accade così in Eritrea. La mattina era piena di sole e percorrevo una strada tra due campi minati. Accade spesso in questi luoghi che manchino i soldi per togliere quello che può far male, allora si tracciano percorsi. La strada era asfaltata e bambini in fila indiana ne percorrevano il ciglio tornando a casa da scuola. Avevano le divise colorate delle scuole da cui venivano. Erano bellissimi come solo i bambini e i popoli che hanno preso geni da altri popoli sanno essere.
I bambini conoscevano il limite, non c’erano gare a rincorrersi, si parlavano, ma l’uno alla nuca dell’altro. E ridevano oppure ascoltavano in silenzio, aspettavano di essere al sicuro per sovrapporre le voci.
C’era un territorio precluso attorno e nessuno ci poteva far nulla anche se si stendeva libero alla vista e c’erano alberi, jaracande in fiore, fichi d’India pieni di frutti e case vuote che si consumavano al sole. Le case di mattoni cotti al sole si addolciscono piano piano, lasciano andare una polvere rossa di argilla sottilissima che poi trovi dappertutto, sulle cose, sugli abiti, sul corpo. Ci si abitua, come alle mine. Tempo prima una compagnia di sminatori danesi aveva lavorato in quei luoghi, era un aiuto alla popolazione locale. Poi il governo aveva chiesto loro di pagare per fare il lavoro di assistenza perché nessuno poteva portare aiuto in un posto solo ma doveva dare un contributo al governo e i danesi se n’erano andati. Erano rimasti sentieri poco segnalati e insicuri in una estensione enorme di terra, un tempo coltivata, abitata e fertile, ora punteggiata di carcasse di veicoli e carri armati. Era la rappresentazione del supplizio di Tantalo, c’erano i frutti ma non si potevano raccogliere. Ogni tanto qualcuno ci provava, poteva andar bene o male, ma un vecchio che aveva un’età senza rughe mi aveva spiegato che non provavano quasi più: perché aggiungere morti a una guerra finita da dieci anni?
La sensazione era di essere prigionieri della poca sicurezza possibile, di muoversi solo con gli occhi. Andavo piano e arrivando nella piccola città vedevo i bambini che entravano nelle case di mattoni crudi cotti al sole. Era come vivere su una carta geografica: si andava dal punto A al punto B, si seguiva la strada e poi si restava tra le case. Alcuni, i più vecchi, conoscevano l’italiano, parlavano volentieri. Avevano un discorrere fatto di lunghi intervalli di silenzio, come per cercare le parole e raccogliere le idee. Offrivo loro una birra e passavo il tempo guardandomi attorno. Uno si offerse di farmi da guida, accettai solo di essere portato in periferia, se esiste una periferia in un pugno di case. Appena fuori, sotto un grandissimo sicomoro c’era una scuola coranica. I bambini erano attorno al maestro e avevano delle tavole di legno su cui erano scritti delle sure in arabo. Leggevano assieme, ad alta voce. Come mi videro, ci fu il silenzio, il maestro parlò con chi mi accompagnava e capii che disturbavo e dovevo andarmene. L’albero era immenso e allontanandomi vidi uno dei bambini, che avevo incontrato sulla strada arrivando, era ancora con la sua divisa rossa e blu. Stava seduto su un ramo e ascoltava, poi si voltò guardandomi, pensai al Zaccheo del Vangelo. E mi sorrise. Tornammo, il paese era davvero piccolo e nell’unica osteria c’erano i mercanti di cammelli che avevano finito il loro lavoro, offrii il pranzo alla mia guida: youghurt di latte di cammella e il pane injera  per intingere e pulire la scodella. Era una guida semi silente, gli chiesi del passato e del presente. Rispondeva parlando della stagione, del caldo che arrivava e del mercato, che oltre ai cammelli, si era ridotto a sole merci cinesi o quasi, mentre le donne continuavano a tessere scialli di garza per avvolgere la testa e le spalle, che poi faticavano a vendere. Era un po’ triste per questo, ma era il mondo che arrivava. Ci salutammo, gli diedi un po’ di denaro e mi sorrise come il bambino: ero uno straniero, pagavo qualcosa, ma non c’erano né stranieri né lavoro.
Ero in un luogo che non permetteva di muoversi come si voleva, ma io sarei tornato e lui non sapeva dove andare.

Il pomeriggio lo passai seduto all’ombra a bere birra chiara e la vita mi pareva asincrona e bellissima.  

lettera su ciò accade e noi

Mi chiedevi cosa pensavo del mondo, di quello che ci accade attorno, di come nuovi fascismi si facciano strada e prendano le persone mentre attorno c’è disattenzione e indifferenza.
Mi hai fatto riflettere e pur cercando di capire, di informarmi ho capito che mi sentivo stanco. Mi chiedevo come potessi avere sentimenti così contrastanti su ciò che accade, come non ci fossero priorità, ragioni forti per partecipare di più. Mi chiedevo anche quanto su questa ignavia influisse la noia del molto visto, il tempo, gli impegni. C’erano fatti che mi colpivano e che confermavano tesi che si erano tramutate in modi di vivere, quasi fossi stato un indovino, e altri fatti, non meno importanti o gravi che mi erano diventati indifferenti. Quasi la conferma di un procedere verso qualcosa che non si poteva mutare e che veniva arricchito da imprevisti totalmente tolti alla partecipazione, mia certamente, ma di molti altri che, come me, si interessavano, capivano e registravano ciò che stava mutando.
L’impressione di inanità toglieva le forze, eppure non volevo essere spettatore di ciò che non mi andava, ma capivo che aderire ad appelli, denunciare le ingiustizie più evidenti era solo tener viva l’indignazione, ma non la mutava in cambiamento. Ci dicevamo: se tutti fossimo uniti nel far qualcosa cambierebbe il mondo. Basterebbe non consumare più un prodotto che viene da una multinazionale che sfrutta persone e mondo, o da un Paese particolarmente ingiusto. E molti di noi lo facevano, ma non bastava a mutare le cose, le politiche che sottraevano ai molti per dare ai pochi. Mancava un noi percebile anche quando eravamo in parecchi. Non più tanti, quello lo eravamo solo nei ricordi e allora ci dicevamo: ti ricordi al Circo Massimo con Cofferati, eravamo 2 milioni. Magari un po’ si esagerava ma eravamo tantissimi. E quella volta a Milano, a Napoli,a Genova, a … Uscivano dai ricordi le tantissime manifestazioni, gli slogan, la libertà e le notti insonni. Poi qualcuno diceva: eravamo giovani e tutto per un attimo acquistava un senso logico, una sua impellente necessità di essere nel proprio tempo, e di scegliere una parte, che per noi era quella giusta.
Ci penso in questo pomeriggio sospeso, dove nulla è urgente e fuori nuvole grige riempiono il cielo ad oriente. Lá dove da tempo si mischiano tempesta, ingiustizia e morte, ma anche molta voglia di vivere, di normalità. Ti avevo raccontato del mio arrivo a Nablus su un vecchio pulmino Wolkswagen e nella strada vicina da una parte c’erano i ragazzi che lanciavano pietre e cento metri davanti, i soldati israeliani che sparavano.
La strada curvava ad angolo retto e finiva in una piazza, e lì c’erano i tavolini fuori dei caffè e le persone che parlavano e bevevano sedute. E io ero rimasto impressionato di come normalità ed eccezione si toccassero, tanto che poi misi queste parole nei discorsi ufficiali che precedettero la cena. Poi non abbiamo fatto nulla di quanto progettato a Nablus e in fondo mi spiace ma anche ne sono sollevato, perché molto di ciò che ho visto in attività è stato distrutto e quando si costruisce qualcosa ci si affeziona ed è brutto vedere che restano solo rovine. Anche allora inseguivamo un sogno. E credo non si possa fare altro. Anche adesso. E quelle parole: allora eravamo giovani, non descrivono un’età, ma un modo di sognare il mondo e la realtà. Allora se sognamo la giovinezza, questa non è un ridicolo non essere, ma un fare, un perseguire, un sentire che scavalca le età e ci dice ciò che è giusto e si può vivere.